Léon D'Avimbert, il Menestrello delle cose nascoste -Ultimo braciere, decimo giorno d'Inverno
"Amico, STA' CALMO!" sbotto infastidito, scrollandomi di dosso le sue mani bianchicce e sudate e versandogli un altro abbondante bicchiere.
Ah, Léon! Ti riprometti sempre che la mattina è troppo bella per passarla sbronzo, eppure eccoti qua!
Ne verso un po' anche a me, lo tracanno, prendo un profondo respiro e spiego: "Eccola qua, testone di un mercante! Eccola qua la tua stramaledettissima Gemma della Notte!" gli lascio del tempo per fare il punto della situazione e riprendo "Sono sgomento tanto quanto te e sai di chi è la colpa? Dei Nord e della loro dannatissima abitudine a chiamare le cose con i nomi che non gli competono! E che cavolo! Dopo vent'anni pensavo di essermi messo al sicuro da cavolate del genere, eppure è successo: vogliamo stare qui a raccontarci quanto sia inadatto a fare un mestiere che porto avanti da quando TU puzzavi di latte o parliamo di cose serie?!"
Mi concedo un lungo sospiro, e ravvivo i due bicchieri. Ivan non si scompone, si siede e non rifiuta il mio invito: ci conosciamo da troppo tempo, ormai sappiamo che dopo aver sbroccato entrambi, la cosa finisce qui. "Nessun riferimento, neanche una parola scritta e poi cancellata, niente di niente mi ha fatto sospettare la natura della Gemma" riprendo con tono visibilmente più tranquillo, adesso quasi mesto "Anzi, quello che ho letto mi fa supporre che questa ragazzina non sia mai stata considerata più di un oggetto in tutta la sua vita. E chissà quante prima di lei..." Mi volto a guardarla, mentre l'alcol nelle vene tira fuori la mia parte migliore: Non avevo mai pensato che il mio potesse essere qualcosa di diverso da un errore grossolano. Forse ho solo dato adito a qualcosa che tutti danno per scontato. Povera ragazzina. Ripenso a quando lessi termini come "Estrazione" "Battitura a caldo" "Isolamento e preservazione" e tanti altri nei documenti che riguardavano la Gemma della Notte e che adesso acquistano per me tutto un altro, triste, significato. Rabbrividisco.
Mentre ascolto ciò che Ivan ha da dire, mi alzo e mi avvicino alla ragazzina: guardo il suo corpo esile, i capelli corvini che scendono fino alle cosce magre, lo stesso livello al quale termina una vestaglia candida come la neve, rovinata in più punti, disarmonica, quasi come se ci fosse cresciuta dentro. Lei non mostra nessun segno di risposta, quasi non si sia nemmeno accorta della mia presenza: continua a fissare il muro di fronte a sé, impegnata in chissà quali elucubrazioni. E se si fosse davvero accorta di qualcosa che a noi sfugge? Il pensiero mi sembra talmente assurdo da portarmi quasi a desistere; invece, con noncuranza, mentre ascolto ancora le parole di Ivan, cerco di intercettare i punti del muro sui quali si posa lo sguardo della ragazzina. Mi avvicino, annuendo a Ivan e intanto carezzando la parete, tendendo un orecchio, annusando l'aria, cercando qualunque cosa di strano possa esserci in quel muro.