Erdan Brightwood
Avevo seguito i miei compagni sotto la guida del Drow, per le aule della grande casa lasciando poi, ognuno di loro alle proprie attvitá. Avevo perso qualche attimo ad esaminare la teca con la creatura conservata ed il manifesto sulla maledizione del lupo prima di dirigermi nella sala comune, dove avremmo passato la notte. Lá mi ero ricavato un piccolo spazio con le mie cose, a parte la veste da viaggio che avevo lasciato nell'armadio all'ingresso. Lo zaino di pelle nera, gonfio per l'attrezzatura, rigato e ricucito, mi sosteneva la sesta, mentre sdraiato alla base di una delle ampie finestre osservavo il cielo notturno. Quella bizzarra giornata era stata all'insegna d'incontri inaspettati, tutti in fila sull'insondabile linea tracciata dal fato. Avrei pagato il doppio del mio debito con Hyrsam per aver anche solo una vaga visione di quello che sia l'Arcimago, che il Principe dei Folli, sembravano avere. La spina nel dito intanto, pulsava e doleva, come insofferente per l'essere incastrata a me. E come biasimarla? Un mezzosangue, truffatore, senza arte ne parte, all'infuori di una manciata di potere fatato ricevuto in dono da un benefattore beffardo.
Non mi ricordo di come il sonno ebbe la meglio su di me, ne di come i sogni si fossero susseguiti, ma al risveglio mi era rimasto solo il turbamento che essi mi avevano provocato e la consapevolezza che qualcosa era cambiato. La spina aveva sanguinato di nuovo, macchiando la manica della camicia con piccole chiazze porpora. La stuzzicai istintivamente mentre stralci d'immagini dei sogni, riaffioravano confuse nella mia testa. Ricordavo una casa in un bosco, Hyrsam ed una vecchia donna che intagliava dei piccoli ninnoli d'argento. Mi alzai barcollante, passando la mano fra i lunghi capelli lisci per sistemarli e con sorpresa, trovandomi a stringere fra le dita una treccia, tenuta insieme da una corda di cuoio ed un piccolo cilindro d'argento inciso con antiche rune sconosciute. Nello sfiorarlo, le lessi inconsciamente, come se le avessi sempre avute a memoria, come se lá, da qualche parte nella mia testa, ci fossero delle nozioni che dovevo solo riscoprire. Suonavano melodiose fra le labbra, come una canzone elfica, ma pregne di malizia, come il sortilegio di una zingara o lo scherzo di un folle.
<< Una zingara ed un folle... >> borbottai fra me e me ripensando al sogno, mentre mi alzavo per andare ad espletare i bisogni mattutini.
Il bagno della sala comune era ordinato e pulito, ma i saponi ed i profumi vecchi ed asciutti. Gli stracci che ci erano stati messi a disposizione irrigiditi dal disuso. Una grande specchio di rame rifletteva un immagine familiare ma diversa. La mia pelle da sempre chiara, brillava di una pallore perlaceo nuovo, cosi come i miei occhi vagamente cerchiati dalla stanchezza, luccicavano in modo inquietante, pigmentati delle varie tonalità dei verdi e dei marroni, al pari del profondo di una grande foresta selvaggia. Scacciai quel pensiero, anche se immaginavo che anche i miei compagni avrebbero notato quel cambiamento, seppur sottile. In fondo si erano astenuti dal farmi domande riguardo il nostro incontro con il fauno la giornata precedente, rispettando il silenzio, che aveva attanagliato la mia persona per tutto il tempo. Ma non credo che sarebbero stati altrettanto permissivi, una volta messi in marcia per quella nuova missione. Avevamo sostituito lo scrigno destinato al nostro nuovo commissionante, eravamo stati attraversati da farfalle mistiche ed ora ci trovavamo nel mezzo di un rituale sconosciuto. Avevamo sicuramente molto di cui parlare. Anche perché sembrava che Videmir avesse scoperto qualcosa riguardo il suo strano cambiamento e che Anlaf avesse ricevuto in dono un'inaspettata vendetta. Attesi quindi che anche loro si svegliassero, mentre distrattamente giocavo con le carte, facendo trucchi e magie di cui ero pratico da ben prima che la vera magia facesse capolino nella mia vita.