Red Sand - Azrakar Mi ricordo bene l’arrivo a Shazlim, tre notti fa. Il villaggio ci accoglie senza ostilità, ma senza calore. Acqua razionata. Sguardi misurati. Porte che si chiudono appena passiamo. Giusto così. Su Athas, l’acqua vale più delle promesse. E noi ne consumiamo. Non faccio domande. Non chiedo nulla che non sia necessario. Mangio poco. Bevo il minimo. Dormo leggero. Cerco di pesare meno possibile. Gli schiavi imparano presto quanto costa esistere. Quando Tareq parla della missione, ascolto: Raam. Chak-tha. Poi Urik. Karim. Due liberazioni in due città-stato: una la conosco sin troppo bene, un'opportunità. Due errori possibili: uno sarebbe ancor più fatale per me. Passare dal caravanserraglio. Unirsi alla carovana. Muoversi coperti. Non annuisco. Non serve. Memorizzo, assorbo. Quando esco dalla stanza, sono già pronto. Mi posiziono con le spalle a una parete, istintivamente. Osservo. Non smetto mai di farlo. Sono alto, più della media. Il corpo è costruito per uccidere e sopravvivere, non per mostrarsi: muscoli spessi, funzionali, segnati da combattimenti veri. La pelle è scura, cotta dal sole, dura come cuoio vecchio. Cicatrici ovunque. Tagli netti. Morsi. Bruciature. Nessuna è decorativa. I capelli sono neri, corti. Gli occhi, ambra, non vagano mai. Misurano. Le mani sono grandi, rovinate. Le dita non sono dritte, si sono rotte più volte, è certo. Quando sono immobile, sembro pietra. Quando mi muovo, non spreco nulla. Non cammino, avanzo. Le armi sono con me. Il trikal d’osso è saldo nella mia mano. La testa è perfetta, affilata, pesante, troppo per essere comune. La tortoise blade pende al fianco. La carrikal in pietra è legata dietro. Lo scudo. Non le nascondo. Non davvero. Ascolto le presentazioni. Ramek, annuisco. Duran, annuisco. Quando parla, capisco. Non dice tutto, ma basta. Poi il ragazzo, Nahil. Dice di aver ucciso più di tutti. Lo guardo. L’espressione cambia appena. Quasi nulla Non è qualcosa di cui vantarsi. Fa bene Duran a ricordarglielo. Non rispondo. Non lo correggo. Non serve. Non lo ha scelto. Non ancora. Ordini... schiavtù. Anche questo lo è. Quando tocca a me, parlo. "Pochi nomi bastano." Una pausa. "Azrakar." Li guardo uno alla volta. "Alcuni mi chiamano Red Sand." Un istante, penso a qualcosa. Meglio se smettono. Vorrei seppellire quel soprannome. Non aggiungo altro. Ripenso all’arena di Urik. Non ai combattimenti. Alla folla. Al rumore. Al sole che brucia la sabbia tinta col sangue di chi combatteva per divertire e... sopravvivere. Respiro. Il suono non c’è più, ma resta, sempre. L’unguento sulla pelle è freddo. Innaturale. Lo lascio assorbire senza reagire. Il corpo si adatta. Il lino scivola addosso, il mantello copre, il turbante stringe. La maschera invece... il respiro cambia ritmo. Diventa controllato, istintivamente. Il caldo non mi pesa come agli altri. Non è resistenza. È abitudine... forse. Ramek spiega il percorso: Caravanserraglio, otto ore, alba, dromedari e... Acqua. Ascolto e memorizzo. Quando dice di avvisarlo in caso di problemi, lo guardo. Non sfido e non parlo. Ma sono certo lui capisce. Non sarò io il problema. Poi parla Tareq: profilo basso, armi nascoste. Faccio un passo avanti e con un movimento lento, mostro l’equipaggiamento. Il trikal. La lama scudata. L'ascia. Lo scudo. Lo guardo. "Questo resta." Stringendo il trikal. Nessuna sfida. Solo una verità, un dato di fatto. Lascio il resto, prendo un pugnale in osso. Ma non mi separo da quell’arma. Mai. Il sole cala e le ombre si allungano. Il vento porta polvere. Tareq dà l’ordine. Non guardo indietro. Mai. E avanzo. Immagini