Si-leva-dalla-terra
C'è tanto di strano.
Viandante, il suo maestro, aveva ragione nell'aver definito i Moot della "Nazione dei Garou" come "nuovo".
Aveva già corso con i suoi compagni, tempo fa, sotto il vigile sguardo di Grifone: aveva appena superato il loro rito di passaggio, e avevano corso sotto l'occhio di Luna lasciando dietro di sé la fraganza del Dolce Rosso, che scemava appena un po' nel miscelarsi al terreno bagnato. Era stato il ripetersi del ciclo di Gaia, il battito d'un cuore vecchio di eoni scandito dal canto del lupo e dal sordo tonfo dato dalla caduta della preda.
Ma cos'è tutto questo?
È una densa coltre di rossi: non il rosso vivo tipico dell'istinto primigenio, ma la conseguenza di fuochi accesi per chi non ha gli occhi per vedere, nonostante abbiano in sé il sangue del lupo.
È un' unione degli odori che Gaia secerne durante le grandi combustioni dei territori del suo popolo, ma senza la sensazione di pericolo e la necessità della fuga.
È un' accozzaglia di canto di lupo e tonfo di preda più profondo e vibrante, a primo acchito gradevole ma, in fin dei conti, inconciliabile.
È nuovo, un nuovo sempre più familiare delle distese di Alto Ferro dove vivono i bipedi, ma sempre nuovo.
Un insieme di controsensi che non lo spaventa, ma non gli piace.
A dispetto di ciò, deve sforzarsi: gli è stato detto che si tratta di un passo importante, e deve essere saldo. Orecchie abbassate di lato, coda mossa coscientemente a manifestare una postura rilassata - anche se i lupi più perspicaci potrebbero notare una certa rigidità in quell'esile corpo.
Non è il primo a farsi avanti. Non sarebbe da lui farlo in primis, ma non è solo quello: è che gli ci vuole del tempo per capire ciò che viene detto. È il prezzo da pagare per la sicurezza della forma Lupus, capire bene o male la lingua comune che Viandante non ha ancora finito di insegnargli e fare ciò che non gli appartiene per comprendere il linguaggio dei bipedi.
Vengono in suo aiuto i movimenti del corpo di chi si trova nelle sue immediate vicinanze - impossibile per lui non notarli - e certi suoni ricorrenti che il suo maestro gli ha imposto di tenere a mente.
Pare sia arrivato il loro momento di uscire dalla tana.
Il primo è Piccolo Garou. Sa di femmina, e ha il vago odore del Tempo del Letargo. C'è anche una traccia di altro, o almeno questo crede prima di dissimulare la cosa. Parla come uno Zedakh, con decisione e voce alta. Wendigo, mangiabipedi. Ultima...sangue. Parole.
Segue Cucciolo. È un fare talmente minuto che la sua figura quasi resta una chiazza sull'orizzonte di rossi; avrebbe fatto fatica a interpretarlo se non avesse già avuto a che fare con gli atteggiamenti di sottomissione dei senzapelo, durante il tempo della sua prova: ululato frammentato, stasi..il muso basso, tratto comune anche al suo popolo. Maestro...Umano. Parole. Persino il suo odore sembra essere sopraffatto dalle più lontane tracce di Pianta delle Farfalle in combustione. È indistinto. Niente.
È il momento di Non Lupo. Non Lupo. Strano è il sentore che lo accompagna, altrettanto strani i concetti che ulula. La cosa più strana di tutte è, forse, che il suo corpo è il più facile da comprendere: c'è qualcosa di noi in lui, e questo gli permette di afferrare, a grandi linee, il suo indicare sé stesso come parte di due cose distinte. Il pensiero corre a sé stesso, anche lui - strano a dirsi - parte e parte; e questo collegamento emotivo lo porta a pensare che abbia ululato quel tipo di cose...ma il suo cuore non può fare a meno di ringhiare, per motivi che non comprende: Non Lupo.
L' Anziano aveva chiesto: cosa rende guerrieri di Gaia? Quel concetto gli era stato ripetuto per tanto tempo, con le parole dei bipedi, nella lingua del Popolo e persino nel modo di comunicare insegnatogli da che è vivo. È una risposta che non ha ancora. Sa perché è stato scelto per essere un guerriero di Gaia: per portare guerra, per la speranza di un ulteriore battito di quel cuore immemore. Fa un passo in avanti, quando sente che il suo momento è giunto: il suo nome e la sua risposta si fondono in un ululato profondo, colmo di riverbero, destinato a riecheggiare nella sacra terra del Corvo di Pietra; propagarsi nello spazio per farlo nel tempo, verso la promessa di vittorie future.