Andrej Tars Mi faccio scivolare tra le mani, con lenta, teatrale gestualità, la mia adorata cetra. Fingo, sempre con una certa, consumata teatralità, di accordarne le corde sempre perfette, mentre fischietto un motivetto semplice, ma accattivante. Poche note, ripetute in crescendo, in modo da catturare una progressiva attenzione: certo, noi siamo già l'attrazione principale di oggi, ma non c'è alcunché di male nelľattrarre qualche ulteriore interesse. La melodia accennata dal mio fischio termina nel momento in cui faccio scivolare le dita con intento armonioso sul budello incantato delle corde e il tono, assieme al volume prodotto, si accentua. Abbastanza da convincere anche qualche altro curioso indeciso, ma non tanto di soffocare la mia voce. Le parole devono risultare chiare, i suoni immediatamente comprensibili, l'intento del racconto - appena appena solfeggiato - una pausa di piacere, tra la fola e la favola. Parlo di noi, ma come se stessi vedendo la mia storia da fuori, per catturare le attenzioni senza voler apparire vanesio. Il che, per me, è un immane sforzo! Inizio a storia già iniziata, tralasciando gli avvenimenti lontani, svolti in altre terre: correremmo il rischio di troppe domande. Canto dunque le imprese (se così vogliamo definirle) di cinque avventurieri e della loro sciamana da passeggio, tutti di varie origini, radunati in un luogo a loro straniero e, invero, spesso inospitale. Celo il reale motivo del loro - del nostro, per gli dèi! - viaggiare, accennando solo all'urgenza di svalicare i monti, ancora innevati oltre ogni previsione. Descrivo il villaggio dei minatori, imprigionato dalla coltre impietosa del gelo, in preda alla disperazione. Elenco le paure e le leggende, materia di ogni mito. E poi ritorno ai nostri protagonisti, alla loro audacia e alla loro sagace iniziativa. Adombro di mistero l'orrore delle streghe rintanate nella cava di pietra, assassine e crudeli, nella fuga dalla loro prigionia. Canto della fine improvvisa dell'inverno, del giusto ritorno al cadenzato ritmo stagionale. Concludo con un sorvolo sulľinquieto vagabondare attraverso la steppa, un sorvolo simile a quello del terribile drago. Che ruggisce nella notte, con un rombo simile al mio ultimo accordo.