Aldara, Ranger/Barda/Arpista Suprema Il Thay non è un luogo dove si nasce liberi, se si nasce Rashemi. Aldara e suo fratello gemello Darek vennero portati nel paese dei Maghi Rossi quando erano ancora bambini, insieme a decine di altri Rashemi catturati durante una delle periodiche razzie che i Thayani conducono lungo il confine. Finirono nelle mani di Khelthazar, un Mago Rosso di rango medio specializzato in necromanzia: abbastanza importante da permettersi schiavi domestici, non abbastanza da non dover lavorare per guadagnarsi il favore degli Zulkir. I due gemelli crebbero nella sua residenza a Eltabbar, imparando cosa significasse non possedere nemmeno il proprio nome. A volte, però, qualcosa affiora. Immagini vaghe, più sensazione che memoria: grandi sale illuminate, il rumore di una festa, il profumo di cera e incenso. E un ciondolo: pesante, caldo tra le dita di una bambina, con un bagliore che somigliava alla luce delle stelle. Di cosa fosse figlia prima di diventare proprietà di Khelthazar, Aldara non lo sa. Ma sa che non era nata schiava, e quella differenza, sottile come un filo, non si è mai spezzata del tutto. Khelthazar li aveva marchiati entrambi con una runa di vincolanza alla radice dei capelli, segno di proprietà nel sistema thayano, inciso in inchiostro scuro con linee angolate e precise. Aldara la porta ancora, nascosta sotto le ciocche nere che si è lasciata crescere dal giorno in cui è fuggita. La fuga avvenne nel suo ventesimo anno, improvvisata e disperata, durante il caos di una notte in cui la residenza di Khelthazar era presidiata in modo ridotto. Aldara riuscì a scappare. Darek no: era in un'altra ala dell'edificio, e tornare a cercarlo avrebbe significato la cattura certa per entrambi. È questa la ferita che non si chiude. Non la schiavitù, non i tatuaggi, non gli anni perduti: quella notte in cui ha scelto di correre senza di lui. La cicatrice alla mascella, guadagnata durante un tentativo di fuga fallito a quattordici anni, la porta come promemoria di quanto tempo ci abbia messo ad avere abbastanza coraggio, e abbastanza fortuna. Aldara non è mai stata una donna che fermasse gli sguardi. Lineamenti duri, corporatura tozza, le mani e le spalle di chi ha lavorato fin da piccolo. Gli anni di lotta non hanno addolcito nulla: la cicatrice, i calli, il modo in cui si muove come se si aspettasse sempre che qualcosa vada storto. Preferisce i boschi alle sale da ballo, e si vede. Ma quando parla, qualcosa cambia. Le parole sanno essere dirette o gentili esattamente quando serve, e il canto... quello lo ha sempre avuto, anche quando non aveva nient'altro. Da schiava non le era concesso possedere strumenti, ma cantare mentre lavorava era spesso tollerato, e lei aveva imparato a usare quella voce come l'unica cosa che nessuno poteva confiscarle. Nei mesi successivi alla fuga, Aldara si mosse ai margini delle terre di confine, sopravvivendo di istinto e diffidenza. Fu in quel periodo che incontrò Jaeyra Nahal. La mezzelfa non si presentò come quello che era. Disse di essere una druida itinerante, il che era vero, e non aggiunse altro, il che era incompleto. Aveva un'aria tranquilla e un modo di osservare che non lasciava trasparire nulla di più di quanto volesse mostrare. Aiutò Aldara a spostarsi, a orientarsi, a smettere di reagire a tutto come se fosse un'esca. Non le chiese nulla in cambio, e fu esattamente quello a rendere Aldara diffidente più a lungo. Con il tempo capì che Jaeyra era qualcosa di più di una druida solitaria. Le alte sfere degli Arpisti la contattavano: a volte per messaggi, a volte di persona, per missioni che non venivano discusse apertamente. E non era solo questo. Jaeyra padroneggiava sia la magia della natura sia quella arcana con una disinvoltura che non si acquisisce in pochi anni, e quando parlava di certi luoghi o di certe tradizioni bardiche lo faceva con la familiarità di chi li ha frequentati dall'interno. Aldara ha il sospetto che abbia fatto parte del Collegio di Fochlucan, forse prima che riaprisse i battenti, forse tra i primi a contribuire alla sua rinascita. Non glielo ha mai chiesto, e Jaeyra non lo ha mai detto. Quante battaglie avesse alle spalle, quanta storia portasse con sé, non lo raccontava. Ma si vedeva, nel modo in cui trattava anche le situazioni più pericolose: non con incoscienza, ma con la calma di chi ha già visto cose peggiori e sa che si va avanti lo stesso. Ci volle quasi un anno prima che le parlasse degli Arpisti. Aldara non era una recluta facile: diffidava delle strutture, delle gerarchie, di chiunque offrisse aiuto senza chiedere nulla in cambio. Jaeyra non insistette. La portò con sé ai margini delle missioni più periferiche, la lasciò osservare, la lasciò decidere. Quando finalmente le propose di fare il giuramento, Aldara sapeva già cosa stava scegliendo. Il lavoro che ha svolto da allora è quello tipico degli Arpisti: raccolta di informazioni nei territori di confine, protezione di rifugiati e fuggitivi, opposizione discreta alle operazioni della rete di spionaggio thayano nelle città dell'interno. Ha imparato a combattere sul serio durante quel periodo: non più con la rabbia disorganizzata della fuga, ma con metodo. Ha imparato anche ad ascoltare, a parlare, a usare le parole come strumenti tanto quanto la spada. Con gli anni, ha incrociato anche gli Shadovar. I Netheresi tornati dal piano delle ombre portano con sé qualcosa che va oltre la magia oscura e il favore di Shar: portano la certezza di avere il diritto di dominare, come se secoli di esilio nel buio avessero solo affilato la loro convinzione di superiorità. Per Aldara, che ha trascorso l'infanzia sotto il tallone di chi si credeva padrone per natura, è un tipo di arroganza che riconosce a istinto. E che non riesce a tollerare. Il giuramento agli Arpisti, formalmente, è un Voto di Obbedienza. Per quasi chiunque sarebbe un vincolo. Per Aldara è quasi irrilevante: si batterebbe per la libertà e contro la tirannia anche senza averlo mai pronunciato. Il voto non cambia nulla di ciò che è. Conta, però, per quello che rappresenta: una scelta fatta a voce alta, davanti a qualcuno, nel nome di qualcosa di più grande di sé. E quello, per una donna che per vent'anni non ha avuto voce su nulla, conta moltissimo. Sa che Darek è ancora vivo. Lo sa perché Khelthazar lo avrebbe usato come leva se fosse morto, e quel momento non è mai arrivato. Quello che sa con meno certezza è chi sia diventato suo fratello dopo anni nel Thay senza di lei. E da qualche parte, sepolto sotto anni di schiavitù e fuga e guerra silenziosa, c'è ancora il filo sottile di quella bambina con il ciondolo stellare: qualcosa che non appartiene a Khelthazar, non appartiene al Thay, non appartiene nemmeno agli Arpisti. Qualcosa che Aldara non ha ancora avuto il tempo di cercare, ma che non ha dimenticato. Aldara non è una donna di preghiere quotidiane e riti formali. Ma sa riconoscere il sacro quando lo incontra, e sa a chi appartiene. Selûne la accompagna nelle notti di luna piena: non con cerimonie elaborate, ma con un momento di attenzione rivolta al cielo, un pensiero per chi veglia nell'oscurità. Molti Arpisti la onorano, e Aldara capisce perché. La dea della luna è anche la dea di chi resiste a Shar, e resistere a Shar è qualcosa che Aldara fa ogni volta che si oppone agli Shadovar. Mielikki riceve le sue preghiere quando entra in un bosco che non ha mai attraversato, quando il terreno sotto gli stivali è nuovo e l'aria odora di qualcosa che non sa ancora nominare. È il tipo di devozione che si addice a chi passa più tempo sotto le stelle che sotto un tetto. Lurue è diversa. Non è una dea a cui si prega: è una presenza che si riconosce, il giorno in cui un unicorno esce dalla nebbia e decide di restare. L'unicorno comparve in un bosco al confine con le Marche d'Argento, durante una missione che avrebbe dovuto essere di semplice ricognizione. Aldara si trovò sola, ferita, con tre esploratori thayani alle calcagna. Quando l'animale uscì dalla nebbia tra gli alberi, lei non si aspettava che si fermasse. Non si aspettava di sopravvivere a quella notte. Non c'è modo di spiegare come si forma il legame con un unicorno. Aeven non parlò, quella prima volta. Si limitò a restare, e a guidarla fuori dal bosco. Aldara lo riconobbe per quello che era: una creatura celeste, un dono che non avrebbe saputo nominare. Da allora viaggiano insieme. Aeven ha un carattere silenzioso e osservativo, con lampi improvvisi di umorismo secco che Aldara ha imparato a riconoscere nel modo in cui muove le orecchie. È più intelligente di quanto sembrino molti umani che lei ha incontrato, e lo sa. Il corno di Aeven ha guarito le ferite di Aldara decine di volte. Ma la cicatrice alla mascella, quella dal primo tentativo di fuga, Aldara gli ha chiesto di lasciarla.