@TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa... ancora con Tanaka Tanaka resta in silenzio per qualche secondo, lo sguardo che indugia su di te più a lungo del solito. Le sopracciglia si corrugano appena, come se stesse ricalibrando qualcosa dentro di sé. Forse non si aspettava che prendessi sul serio quella mezza richiesta buttata lì, mascherata da battuta. Forse pensava che avresti sorriso, sdrammatizzato… e che tutto si sarebbe chiuso così. Invece no. Il tuo voler capire, il tuo fermarti davvero su quelle parole, lo ha colto alla sprovvista. Te ne accorgi perché, per la prima volta da quando siete soli, Tanaka non sembra più guidato dall’istinto. È presente, ma altrove allo stesso tempo. Ti fermi anche tu, lo osservi meglio. Temi per un istante di aver perso il controllo che avevi su di lui fino a poco prima… poi capisci che non è affatto così. È successo l’opposto. Nei suoi occhi non c’è più solo desiderio, né sfida. C’è qualcosa di più profondo, quasi disarmante. Un legame che non passa dal dominio o dal gioco, ma da una scelta consapevole. Fiducia. Ed è una parola che, su di lui, pesa come una confessione. «Purtroppo non è così facile, Scarlett…» dice infine, con un mezzo sospiro. «Questa non è una cosa che si sistema parlando con la persona giusta o facendo pressione su quella sbagliata.» Fa una pausa, come se stesse cercando il modo meno patetico per dirlo. «Non funziona come le solite cose… non è una bustina di coca... non sono le risposte di un compito, non è qualcosa che puoi strappare a qualcuno.» Nel tono c’è rassegnazione, ma non amarezza. Quando torna a guardarti, però, accenna un sorriso. «Però… grazie per aver pensato che sia possibile.» Quel sorriso ti spiazza più di qualsiasi provocazione precedente. Si sposta, si siede sul bordo del letto, infilando i pantaloni con movimenti lenti, quasi distratti. Lo vedi fissare un punto qualunque della stanza, un poster, una macchia sul muro, come se fosse più facile parlare senza incrociare il tuo sguardo. «La verità è che non so nemmeno io chi dovrei essere, oltre a quello che mostro...» ammette. «Forse sono solo questo. Fine.» Indossa la maglietta, si alza in piedi. Le spalle sono dritte, ma qualcosa nel modo in cui evita i tuoi occhi tradisce una crepa. Poi si volta di nuovo verso di te. «È meglio che vada. A mio padre non gliene fregherà un ca$$o se sono sparito, ma devo far sapere a Cory e agli altri che sto bene.» Capisci che, per ora, non riuscirai ad andare oltre. E in fondo lo sai anche tu: quello che ti ha chiesto non è un favore come gli altri. Non è una scorciatoia, né una trattativa. È qualcosa che richiede tempo. Pazienza. Continuità. Tutte cose che non fanno parte del tuo solito arsenale. Una sfida a cui non sei abituata. Quando siete alla porta, Tanaka si ferma un’ultima volta. Si gratta la nuca, chiaramente a disagio. «Comunque… prima…Beh.. È stato… » esita, cercando la parola giusta. «... Surreale.» Ti guarda, serio ma sincero. «Hai davvero qualcosa in più, Scarlett.» Un accenno di rispetto, non di sfida. «E grazie per essere tornata a cercarmi.» Poi aggiunge, quasi di fretta: «Appena recupero un altro cellulare ci sentiamo. Ah… e ti riporto i vestiti.» Lo osservi allontanarsi a passo svelto verso casa, l’andatura un po’ rigida, lo sguardo che controlla l’ambiente attorno a sé. Non per paura, ma per abitudine. E tu rimani sola coi tuoi pensieri. off game Non ho reputato necessario un altro tiro su eccitare perchè faceva tutto un po parte della stessa scena. Questa cosa del redimere del tutto la figura di Tanaka agli occhi degli altri e di se stesso te la voglio far sudare un pochetto ahahah.. Ho velocizzato un po facendolo andare via, perchè mi piaceva l'idea che, rimanendo sola, tu avessi tempo di rielaborare con calma tutto quello che ti è successo negli ultimi giorni! @Ghal Maraz Nathan Clark - ora buca del mercoledì con Max e Noah Noah ti guarda come se stesse ancora cercando di capire se la conversazione stia succedendo davvero. Sbatte le palpebre un paio di volte, poi inclina appena la testa. «Io? Oggi pomeriggio?» ripete, sinceramente spiazzato. «Beh… sì. Credo di sì. Non ho niente da fare…» aggiunge, abbassando lo sguardo sulle scarpe. Solo dopo qualche secondo trova il coraggio di rialzare gli occhi su di te. Un mezzo sorriso gli nasce sulle labbra, timido ma genuino, come se avesse appena deciso di fidarsi. «Sì… sì, ci vengo molto volentieri in quel posto nel bosco con te, Nathan.» Quando fai il nome di Max, lui si inserisce subito nella conversazione. Si sistema il cappellino di lana, poi tira meglio la bretella dello zainetto sulla spalla. Il tono resta apparentemente rilassato, ma noti come un lieve nervosismo nei suoi gesti che stono un poco col personaggio. «Nel bosco?» ripete, con una risatina breve. «Beh… non so se sia proprio una grande idea andare così a zonzo tra gli alberi.» Scrolla le spalle, cercando di sembrare naturale. «Io oggi pensavo di scendere allo skate park con i ragazzi… perché non venite anche voi due?» propone, avvicinandosi e poggiando una mano sulla spalla di Noah. Il contatto improvviso lo fa trasalire appena, ma non si ritrae. «Un po’ di chill, quattro risate… dimenticatevi il bosco, no? Dai.» Fa una breve pausa, poi aggiunge quasi di getto: «Magari lo dico anche ad Ana…» Si ferma un istante, consapevole di come suoni. «Lo so, lo so… a volte sembra avere un palo nel cu*o...» si affretta a correggersi, «ma in realtà ci sta dentro. È una tipa tosta.» Alla fine tace, lasciando cadere le parole. Ti guarda apertamente, soprattutto te, con una punta di speranza negli occhi. @SNESferatu Ana Rivero - in corridoio con la bidella e il pensiero ad Eliza La bidella assume subito un’espressione comprensiva quando le racconti quella mezza verità studiata al volo. «Oh, capisco!» esclama. «Allora immagino tu possa restare qui.» Chiude la frase con un risolino che ti arriva dritto sui nervi, viscido quanto inutile. Poi, però, non si ferma. Anzi. Inizia a parlare. Tanto. Troppo. Di cose che non potrebbero importarti di meno. Ti racconta della suora — pare sia scivolata, dice — e che in ospedale hanno dovuto operarla perché si era rotta il femore. Ora sta meglio, a quanto pare, ma la ripresa sarà lunga, lunghissima. Probabilmente per un bel po’ non si farà vedere a scuola. Dentro di te inizi a contare i secondi. Che diventano minuti. E più Brenda parla, più la necessità di liberartene e tornare da Eliza si fa urgente, quasi fisica. Rispondi a monosillabi, annuisci, sorridi quando serve, sperando che colga il segnale. Alla fine, dopo quello che ti sembra un tempo infinito di chiacchiere inutili, la bidella si decide finalmente a salutarti e ad allontanarsi lungo il corridoio. Non aspetti un secondo di più. Ti giri sui tacchi e torni immediatamente indietro, svoltando l’angolo e fermandoti davanti alla porta dell’ufficio del coach. Da dentro non proviene alcun suono. Attendi. Forse mezzo minuto. Forse meno. Con cautela ti avvicini e appoggi l’orecchio al legno. Niente. Silenzio. Poi, all’improvviso, uno stridio. Un rumore metallico che gratta sul pavimento. Una sedia che si sposta? La scrivania? Non lo capisci. Esiti. Restare ancora un attimo o entrare adesso? Stai per afferrare la maniglia — noti solo ora che è stata riparata — quando la porta si apre di colpo. Il coach Moss è davanti a te. Per un istante non riesce a nascondere la sorpresa, poi le sue labbra si incurvano in un ghigno appena accennato. «Signorina Rivero!» commenta. «Vedo che alla fine si è presentata a scuola. Molto bene… avevo giusto bisogno di parlarle.» Il tuo sguardo scivola immediatamente oltre le sue spalle, all’interno dell’ufficio. Ti sembra vuoto. Nessuna traccia di Eliza. @Theraimbownerd Orion Kykero - a casa con la somma sacerdotessa Il pranzo si svolge come una recita studiata alla perfezione. La tavola è apparecchiata con una cura quasi eccessiva, come nelle grandi occasioni: porcellane tirate fuori solo per le feste, tovaglioli di stoffa piegati con precisione, una luce calda che filtra dalle finestre e rende tutto… normale. Troppo normale. Tua madre si muove per la sala con un’energia che non le vedevi da tempo, sorridente, premurosa, attenta a riempire i bicchieri prima ancora che qualcuno li svuoti. Ogni tanto ti sfiora una spalla passando alle tue spalle, un gesto che vorrebbe essere affettuoso e che invece ti irrigidisce. Madre Elain D’Arques mantiene un portamento impeccabile. Mangia poco, lentamente, parla con voce pacata. Fa domande generiche sulla scuola, sul rendimento, sui “talenti” di Juno e Diana, lodandole con un cenno del capo quando rispondono in modo educato. Con te è gentile, persino cordiale… ma più di una volta la sorprendi a osservarti di sfuggita, lo sguardo che si fa sottile, analitico, come se stesse valutando qualcosa che solo lei può vedere. Poi distoglie gli occhi e torna a sorridere, come se nulla fosse. Juno spezza il pane con le dita più del necessario, lo riduce in briciole senza accorgersene. Diana annuisce spesso, troppo spesso, a qualunque cosa dica tua madre, e ogni tanto ti lancia uno sguardo rapido, carico di un’intesa silenziosa. Quando Madre Elain parla del “privilegio di nascere sotto lo sguardo della Dea”, Juno si schiarisce la gola e beve un sorso d’acqua di troppo. Nessuna delle due nomina apertamente quello che verrà dopo, ma è lì, seduto a tavola con voi, come un convitato invisibile. Tua madre, a un certo punto, posa le posate e batte piano le mani, sorridendo. «Direi che possiamo iniziare a prepararci per porgere i nostri omaggi alla Dea. È un giorno importante.» Scendete nel seminterrato. La stanza rituale è fredda, scavata nella pietra, illuminata da candele disposte in cerchi concentrici. L’aria profuma di resine e incenso, un odore antico che ti si attacca alla pelle. Lì sotto il tempo sembra rallentare, come se il mondo di sopra fosse già lontano. Madre Elain e tua madre indossano le loro vesti da Somme Sacerdotesse con gesti lenti e solenni: tessuti scuri, pesanti, ricamati con simboli di fertilità e motivi vegetali. Quando sono pronte, sembrano più alte, più distanti, figure che appartengono più al culto che alla famiglia. A Juno e Diana vengono consegnate tuniche chiare, semplici, da accolite; le infilano in silenzio, aiutandosi a vicenda con mani che tremano appena. Anche a te porgono una veste. È dello stesso colore di quella delle tue sorelle, ma il taglio è leggermente diverso, pensato per “onorare” il tuo ruolo. Tua madre ti sistema la veste sulle spalle con gesti attenti, quasi premurosi. Sorride, e nella luce tremolante delle candele quel sorriso sembra ancora più sicuro di sé. «È una celebrazione speciale.» dice a voce bassa, come se stesse condividendo un segreto sacro. «Un dono della Dea riservato a poche elette.» Le sue dita indugiano un istante sul tessuto. «Un modo per avvicinarti davvero a Lei… per farti sentire la Sua presenza.» Si raddrizza, guardandoti negli occhi. «È un passo importante verso il tuo futuro, Orion. Un segno di elezione.» Poi aggiunge, con un tono dolce che sa di promessa: «Dopo questo, molte cose saranno più chiare. Per te. Per tutti noi.» Le sue parole cadono una dopo l’altra, morbide, rassicuranti. Promesse di vicinanza, di appartenenza, di destino. Eppure, sotto quella calma studiata, senti il peso di ciò che non viene detto. Quando siete tutti al vostro posto, Madre Elain si volta verso di te. Per un istante il suo volto è solo quello di una donna sui cinquanta, elegante, composta. Poi i suoi occhi si fanno più duri, più profondi, come se stesse guardando oltre la tua pelle. «Orion...» dice con voce calma, solenne «sei pronta per cominciare?» @Voignar Darius Whitesand - nel bosco con gli spacciatori La paura ti inchioda. Il tuo sguardo rimbalza senza sosta dalla canna della pistola puntata contro di te all’uomo che ti si avvicina per afferrarti. Il cervello corre, ma non trova appigli. Scappare non è un’opzione. Restare fermo, nemmeno. Alla fine agisci quasi senza decidere davvero. D’istinto. Richiami il potere che ti è stato tramandato dai tuoi avi. Sai che, senza preparazione, esiste un solo modo per farlo funzionare: mantenere il contatto visivo, salmodiare le litanie in latino. Nulla di discreto. Nulla di elegante. Ma ora è una questione di vita o di morte. Ti viene in mente la fattura del legaccio. Un incantesimo di base. Non li fermerà davvero. Non li annienterà. Ma imporrà loro un vincolo: non potranno arrecare danno fisico ad altri. Quanto basta per sopravvivere. Le parole latine iniziano a fluire dalla tua bocca con una naturalezza inquietante. Poi lo senti. Il tatuaggio alla base del collo prende a formicolare, sempre più forte, come se reclamasse attenzione. Un’ondata improvvisa di esaltazione ti invade. Non è un’emozione tua. Ti esplode dentro come qualcosa di estraneo, antico. Per un istante potresti resistere. Invece no. Lasci che entri. Lasci che ti attraversi, che impregni ogni cellula del tuo corpo, mentre pronunci l’ultima parte della formula. Il potere che risponde è devastante. Molto più di quanto avresti mai immaginato. La terra vibra sotto i tuoi piedi. Dal sottobosco emergono rampicanti irti di spine, squarciando foglie morte e radici. Si avvolgono attorno all’uomo con la maglietta metal — Viper — che li guarda con un misto di incredulità e puro terrore. Si dimena, inutilmente. I viticci sono più forti. Più vivi. «Che… che cavolo stai facendo?!» urla il rasato, quello con la pistola. Con la coda dell’occhio lo vedi irrigidirsi, puntarti l’arma con ancora più decisione. «Smettila subito o sparo!» L’esaltazione ritorna, più intensa. Ti guida. Alzi un braccio verso di lui. Lo sparo esplode. Il sibilo del proiettile ti sfiora, ovattato dal silenziatore. Un rampicante si è avvolto al suo polso all’ultimo istante, deviando la mira. Altri viticci lo circondano, lo sollevano da terra. La pistola gli sfugge di mano e cade a terra con un tonfo sordo. I lamenti dei due uomini si fondono, soffocati. I rampicanti li tengono sospesi, stringendosi anche attorno al collo. Tu sei lì, immobile, entrambe le braccia sollevate verso le tue vittime. I loro occhi ti fissano. Terrorizzati. Imploranti. Ed è proprio quello sguardo a spezzare l’incanto. L’esaltazione si ritrae. La lucidità ritorna, pesante, improvvisa. Torni padrone di te stesso. Davanti a te resta solo un bivio, netto e irreversibile. Finire ciò che hai iniziato, non lasciare testimoni dei tuoi poteri, della tua natura di stregone. Oppure lasciarli andare. Vivere con la consapevolezza di aver avuto la scelta… e di non aver macchiato le tue mani di sangue.