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Dragons´ Lair

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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte

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Ana Rivero

Nel corridoio con Eliza

Annuisco lentamente mentre Eliza mi parla, lasciandola finire senza interromperla.
"Sì. Hai ragione,» dico piano. "Dirgli tutto in faccia adesso sarebbe solo un modo per bruciarci. Senza prove sembreremmo noi quelle fuori di testa… e Cory è decisamente una pista più solida. Si può dire solida?"

Faccio un mezzo sorriso storto. "Almeno lì sappiamo cosa stiamo cercando. E, come hai detto tu, nel peggiore dei casi ci manda via. Fine."

Poi, quando solleva il dubbio sul fatto che andare insieme possa sembrare un’ammissione di colpa, esito un attimo. Mi prendo un momento.
"Anche su questo non hai torto," ammetto. "Presentarci in due nel suo ufficio potrebbe sembrare… sospetto. Quantomeno."

Faccio un passo più vicino a lei, abbassando un po’ la voce.
"Facciamo così: vai tu, ma io ti seguo, resto defilata. Se sei in corridoio, mi fermo dietro l’angolo. Se entri nell’ufficio del coach, resto accostata alla porta." La guardo dritta negli occhi, anche se in questo momento mi sembra estremamente difficile. "Non ti lascio sola. Mai."

Respiro a fondo. "Se qualcosa non ti convince, se alza la voce, se senti che la situazione gira male… fai un segnale, qualunque cosa. Chiamami al telefono di nascosto, tossisci molto forte, usa come parola chiave qualcosa tipo, che so, "porco" o "mostro". Io entro a fare casino."

Posso dire che in questo momento sono solo distratta dalla sua ciocca bionda? E che in questo momento vorrei essere quella ciocca bionda?

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@Theraimbownerd

Orion Kykero - di ritorno a casa

La macchina scivola via dal parcheggio della scuola con un’eleganza silenziosa, inghiottita quasi subito dal traffico ordinato di Liliac Hallow. Nessuno di voi tre parla. Sei seduto sul sedile posteriore, lo sguardo fisso oltre il finestrino, mentre la città scorre lenta e composta come se nulla di storto stesse accadendo sotto la superficie. Juno è alla tua destra, Diana alla sinistra. Le percepisci senza bisogno di guardarle: i loro corpi rigidi, le mani intrecciate sulle ginocchia, lo stesso silenzio carico che senti addosso come un cappotto troppo pesante.

Non è un silenzio imbarazzato. È attesa. È timore. Più vi avvicinate a casa, più la tensione cresce, densa, quasi palpabile. Nessuna di voi osa spezzarla. Non ce n’è bisogno: sapete tutti e tre cosa vi aspetta. E, in modi diversi, lo temete.

Quando finalmente l’auto rallenta davanti al cancello, il cuore ti batte un po’ più forte. L’abitazione appare impeccabile come sempre, elegante, ordinata, rassicurante. Troppo rassicurante. La porta si apre prima ancora che l’autista abbia il tempo di scendere.

Tua madre vi accoglie con un sorriso luminoso, quasi radioso. Sembra davvero felice. Più del solito.

«Amori miei!» esclama, aprendo le braccia come se stesse aspettando questo momento da giorni. «Finalmente siete a casa. È una giornata così speciale.»

La sua voce è calda, affettuosa, ogni parola dosata per trasmettere serenità. Il contrasto con ciò che senti dentro ti colpisce come uno schiaffo gentile ma deciso. Vi invita a entrare, vi sistema una mano sulla spalla, vi guida con entusiasmo verso il salotto. «Venite, vi voglio presentare qualcuno.»

La sala è luminosa, ordinata in modo quasi cerimoniale. E lì, seduta con la schiena dritta su una delle poltrone, c’è lei.

Madre Elain D’Arques. È una donna sulla cinquantina portata con estrema cura: capelli mori, leggermente mossi, pettinati con precisione; un abbigliamento elegante ma sobrio, camicia chiara e giacchetta scura. Gli occhiali sottili le conferiscono un’aria austera, quasi giudicante. Eppure… la curva delle sue labbra, il modo in cui inclina leggermente il capo, vogliono trasmettere rassicurazione. Una rassicurazione studiata. Finta. Come una coperta troppo ben piegata per essere davvero usata.

Lo sguardo le scivola addosso con attenzione clinica, soffermandosi su ciascuno di voi… ma quando si posa su di te, indugia più a lungo. Tua madre si schiarisce la voce, orgogliosa.

«Madre Elain, permetta che le presenti le miei figlie. Loro sono Juno e Diana…» le gemelle rispondono subito, quasi all’unisono, con un educato cenno del capo e un saluto composto. Poi tua madre si volta verso di te, il sorriso che si allarga ancora di più.
«…e questa è Orion.»

La Somma Sacerdotessa si alza lentamente. I suoi movimenti sono misurati, controllati. Ti osserva negli occhi, come se stesse cercando di leggere qualcosa sotto la superficie.

«Piacere di conoscervi» dice con voce calma, profonda. «Sono Elain D’Arques.»

Non aggiunge altro. Non ne ha bisogno. L’aria nella stanza sembra farsi più pesante.

immagine

laSommaSacerdotessadiChicagoMadreElainDA

@Ghal Maraz

Nathan Clark - in corridoio col bulletto

Il ragazzone non arretra di un millimetro davanti alla tua esplosione. Ti fissa, mascella serrata, lo sguardo duro come se stesse valutando quanto male farebbe colpirti adesso. Per un istante, molto breve, sembra davvero sul punto di farlo.

Poi digrigna i denti.

Lo vedi chiaramente: le nocche che si irrigidiscono nelle tasche, le spalle che si tendono. Un respiro trattenuto a forza. La violenza è lì, pronta, ma viene soffocata sul nascere quando, poco più in là nel corridoio, passa un insegnante. Non si avvicina, non guarda neanche nella vostra direzione… ma è sufficiente.

Il bullo inclina appena la testa, avvicinandosi quel tanto che basta perché solo tu possa sentirlo.

«Parli troppo, Clark...» sibila a bassa voce, carica di veleno. «E ti senti pure furbo.»

Il suo sguardo ti scivola addosso, rapido, cercando qualcosa che non trova. Non paura. Non cedimento. Questo lo irrita ancora di più.

«Non so che ca$$o di gioco stai facendo..» continua, «ma Tanaka non è uno che sparisce così. E qualcuno sa qualcosa. Se scopro che c’entri tu…» lascia la frase sospesa, stringendo la mascella. Non serve finirla.

Si raddrizza, l’espressione che torna a essere quella solita, arrogante, ma c’è una crepa. Un’ombra di preoccupazione che non riesce a mascherare del tutto. I suoi occhi si muovono nervosi nel corridoio, come se sperasse di vedere Tanaka comparire da un momento all’altro.

«E se non sei stato tu...» aggiunge, con un mezzo ghigno storto, «allora vorrà dire che mi resta un’altra opzione.»

Fa un passo indietro, poi si gira per andarsene. Mentre ti passa accanto, butta lì l’ultima frase, come fosse la cosa più ovvia del mondo:

«Spremere quella stronzetta di Scarlett. Qualcosa lo tireremo fuori.»

Si allontana a passo deciso, senza più guardarti. Noah è rimasto lì, immobile, alle tue spalle. Il ragazzone gli passa accanto senza nemmeno degnarlo di uno sguardo e lo urta con una spallata secca, abbastanza forte da farlo vacillare. Noah si gira di scatto, ma quello è già oltre, inghiottito dal corridoio.

@TheBaddus

Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka

Quando lo spingi all’indietro sul letto e ti posizioni sopra di lui, capisci immediatamente che la situazione è cambiata. Tanaka ti guarda fisso, senza distogliere lo sguardo, come se ogni tuo movimento fosse diventato improvvisamente l’unica cosa importante al mondo. È rapito. È vulnerabile. È tuo.
Devi solo ricordarti una cosa: mantenere il controllo. Almeno ancora per un po’.

Gli chiedi cosa puoi fare per lui. Non è una domanda innocente, lo sai bene. È un modo per stringere ulteriormente il nodo, per spingerlo a scoprirsi mentre tu resti un passo avanti. Una richiesta che lo farà sentire in debito, che renderà quel filo dorato tra voi più spesso, più resistente… più simile a una catena.

Dai suoi occhi, però, capisci subito che sta leggendo tutt’altro. Ogni tua parola gli arriva distorta, filtrata dal desiderio e dall’adrenalina. «Oh sì, Scarlett… io voglio tutto da te.»
La dice con un mezzo sorriso famelico, riportando le mani sui tuoi fianchi, cercando di avvicinarti di nuovo. Il contatto vi strappa entrambi un respiro più corto del previsto. Tanaka si solleva leggermente, come per colmare la distanza, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ti sfila la felpa, ti bacia sensualmente il collo.

Per un istante senti la tentazione di lasciarti andare. Di smettere di pensare. Ma non è ancora il momento.

Lo spingi di nuovo indietro, senza violenza ma con decisione. Lo fissi dall’alto, con uno sguardo che non ammette repliche. In quel gesto c’è un messaggio chiarissimo: sei tu a decidere il ritmo, non lui. Gli chiedi di Jeremy.

La confusione gli attraversa il volto come un’ombra.
«Jeremy… Smith?» ripete, spiazzato, cercando comunque di riavvicinarsi, come se il corpo stesse andando per conto suo. Poi si blocca, quando capisce che non stai giocando. Che quella non è un’allusione, ma una richiesta vera.

«Jeremy Smith…» ripete ancora, questa volta più lentamente. «Non sapevo nemmeno avesse una cotta per la Lane.»
Il modo in cui storce la bocca lascia trasparire un certo disgusto. Ci pensa un attimo, poi sospira.
«Non so molto su di lui, sul serio. Però…»
Alza un dito, come se stesse collegando i pezzi.
«Se avere informazioni su Smith è così tanto importante per te... Posso parlare con Dawson. Lui è molto amico con uno della sua cricca. Uno di quelli che, se beve un po’ troppo, non riesce più a tenere la bocca chiusa.»

Non è una rivelazione clamorosa. Ma è una pista. E, per ora, ti basta. Capisci che non otterrai di più in questo momento. Non senza rompere l’equilibrio. Così decidi che puoi concederti di abbassare la guardia. Solo un po’.

La vostra lussuria esplode, dopo essere stata trattenuta troppo a lungo. Vi travolge con ancora più passione rispetto al giorno prima nel bosco e, questa volta, non venite interrotti da nessuno.

Quando tutto si placa, siete sdraiati nudi uno accanto all’altra, il respiro ancora irregolare. Tanaka passa una mano tra i tuoi capelli, attorcigliando distrattamente una ciocca attorno alle dita. È un gesto sorprendentemente delicato. Quasi intimo. Una sensazione tutto sommato piacevole, anche se un tantino melensa per due come voi. Restate così per qualche minuto, in silenzio, finché il ritmo del vostro fiato non torna normale.

È Tanaka a parlare per primo. «Sai…» Esita. Ride piano, come se stesse per dire una sciocchezza.
«Questa cosa qui…» fa un vago gesto con la mano, indicando voi due, la stanza, il momento. Poi riprende a parlare «Io sono anche così... Cioè.. Non è che mi dispiaccia essere visto sempre come quello odioso che mette paura a tutti... Però... Ecco...» Fa una pausa. Troppo lunga per essere casuale. «È solo che… a volte mi sembra che sia l’unica cosa che la gente voglia vedere di me.»
Si stringe nelle spalle, cercando di sdrammatizzare. «E forse gliel’ho anche resa facile, eh.»

Ti lancia un’occhiata di sbieco, mezzo sorriso, mezzo sfida. «Quindi ecco… Prima mi hai chiesto se c'è qualcosa che vorrei da te…» Finge leggerezza, ma la voce tradisce un filo di incertezza. «Magari potresti fare in modo che, per una volta, qualcuno si accorga che so essere anche altro.»

Lo dice quasi ridendo, come se fosse solo una battuta, una sfida irraggiungibile. Poi aggiunge, più piano, quasi tra sé e sé:
«E magari… aiutarmi a crederci anch’io.»

Ride di nuovo, subito dopo, come a cancellare quello che ha appena detto. Ma non ritrae lo sguardo. E il filo dorato, tra voi, si tende ancora un po’.

Off game

Per come stai ruolando Scarlett... secondo me è molto centrata... Alla fine i draghi sono bramosi... e lei, da giovane teenager è giusto che sfoghi questa sua bramosia anche in modo sessuale verso quelli che considera i suoi tesori più succulenti.. Molto in tema con le tematiche di Cuori di Mostro.

La linea che hai tenuto nel post va benissimo.. Ho scelto che ti chiede qualcosa che vuoi per cambiare un po, perché ci stava e per creare dinamiche nuove... Questo non vuol dire che non finirà per concedersi a te lo stesso.. Da narrazione mi sembrava abbastanza scontato che andasse a finire lì questa scena. Ho inserito la sua risposta di cosa vuole da te dopo.. mi sembrava più naturale.. Ho scelto qualcosa che ti desse effettivamente molto potere emotivo su di lui per giustificare i 2 fili.. Probabilmente sei la prima e unica persona con cui ha calato la maschera, mostrando un lato di lui che ha sempre tenuto nascosto. Ci tenevo a dare un po di profondità in più al png.

Per rispondere alla tua curiosità... Io considero che il drago, per quanto ti faccia ancora strano sentirlo dentro di te, è parte di te.. sei tu... semplicemente è una parte di te che devi ancora imparare a conoscere e controllare... Quindi, di conseguenza, quando parlo di presenza esterna o estranea mi riferisco sempre ad altro. In questo caso è quella presenza che hai sentito nella grotta che è come se avesse voluto aiutare il drago che è dentro di te ad emergere con le sue sole forze.

@SNESferatu

Ana Rivero - in corridoio con Eliza

Eliza annuisce mentre parli, seguendo ogni tua parola con attenzione. Quando finisci, il suo sguardo si addolcisce appena, ma c’è una determinazione nuova che le attraversa il volto.

«Va bene» dice piano. «Facciamo come dici tu.»
Esita solo un istante, poi aggiunge, con un mezzo sorriso che prova a essere rassicurante: «Se qualcosa va storto non starò zitta, promesso. Urlo, chiamo, faccio una scenata… qualunque cosa.»

Riprende a camminare verso l’ala della palestra, il passo un po’ più rigido di prima. Tu le resti accanto ancora per qualche metro, poi rallenti, lasciandole il vantaggio necessario per mettere in atto il vostro piano. Quando arrivate nel corridoio che conduce all’ufficio del coach Moss, ti fermi dietro l’angolo, abbastanza vicina da intervenire, abbastanza lontana da non dare nell’occhio. Eliza bussa. Il rumore è secco, deciso. Passano solo pochi secondi prima che la porta si apra. Da dove sei tu vedi appena la figura del coach: alto, massiccio, l’ombra della sua presenza che sembra riempire il corridoio.

La sua voce arriva chiara. «Prego, signorina Monroe.»

Eliza entra senza voltarsi, sicura di sé e ben consapevole di non voler tradire la tua presenza nascota. La porta si richiude alle sue spalle con un tonfo ovattato che ti stringe lo stomaco.

Ti avvicini subito, il cuore che accelera, e appoggi delicatamente l’orecchio al legno spesso della porta. Le voci arrivano attutite, ma riconoscibili.

«Ti ho convocata perché voglio discutere con lei di una questione alquanto grave!» dice Moss, con un tono basso e controllato. «Prego… si sieda qui.»

Senti lo stridio di una sedia trascinata sul pavimento. Poi silenzio, denso, carico. Dopo un po di tempo di nuovo la voce severa del coach: «Come me lo spiega questo, signorina Monroe?»
La domanda è fredda. Calcolata. La risposta di Eliza arriva poco dopo, esitante. «Beh…» temporeggia. «Noi non avremmo dovuto… lo ammetto. Cercavamo solo…»

Non fai in tempo a sentire altro. Alle tue spalle, passi. Corti. Veloci. Ti stacchi di scatto dalla porta e riprendi a camminare nel corridoio come se nulla fosse, il battito nelle orecchie che ti martella. Non puoi farti trovare lì ad origliare.

Giri l’angolo proprio mentre qualcuno sbuca dalla direzione opposta: Brenda Lewis.

La bidella ti squadra subito, poi ti regala un sorriso largo, complice, di quelli che mettono a disagio più di un rimprovero. Inclina leggermente la testa, come se stesse fingendo di ricordare qualcosa.
«Oh, signorina…» fa una pausa studiata. «Rivero!» Sai benissimo che non ha mai avuto bisogno di pensarci.

«Non dovresti trovarti qui!» prosegue con tono cantilenante. Non c’è vera severità nella sua voce, solo il piacere di sottolineare una regola. «Durante le ore buche gli studenti dovrebbero stare in aula studio.»

Poi si volta già, dandoti per scontata al suo seguito. «Prego, seguimi pure.»

Mentre si incammina nella direzione opposta all’ufficio del coach, riprende a parlare come se stesse facendo due chiacchiere innocue. «Allora… come sta suo padre? E tu, cara?» aggiunge, lanciandoti uno sguardo di sottecchi. «Ti stai integrando bene, qui a scuola? Hai sentito di quello che è successo ieri a Suor Margaret? Un tale dispiacere...»

Dietro di te, la porta dell’ufficio del coach rimane chiusa. Ed Eliza è ancora là dentro.

@Voignar

Darius Whitesand - nel bosco con gli spacciatori

Ti muovi piano, troppo piano. Ogni passo è una trattativa silenziosa con il bosco, ogni respiro un tentativo di non esistere. Il cuore ti martella nel petto, così forte che temi possa tradirti più dei tuoi piedi. Poi succede.

Un ramo secco, nascosto sotto uno strato di foglie umide, cede con un crack secco e innaturalmente forte. Un suono piccolo, stupido… eppure assordante in quel silenzio carico di tensione. Per un istante il mondo sembra fermarsi. Un uccello spicca il volo poco distante da te, frullando via all’improvviso. È abbastanza.

L’uomo con la maglietta metal si blocca a metà supllica. La bocca ancora socchiusa, gli occhi sgranati. Il suo sguardo scivola dalla pistola… a te. E nei suoi occhi, accanto alla paura, compare qualcos’altro. Sorpresa e... speranza. Come se, per la prima volta da minuti interminabili, l’attenzione non fosse più tutta su di lui.

Il rasato invece si irrigidisce. Con una lentezza studiata gira la testa verso la tua direzione. I suoi occhi ti trovano subito, precisi, chirurgici.

«E questo chi ca&&o è?» dice piano. La pistola si abbassa di un soffio dal petto del sottoposto. Solo un soffio. Poi si riallinea, fluida, naturale… e ora punta dritta verso di te.

«Non siamo soli a quanto pare!» aggiunge, senza alzare la voce. Il tipo con la maglietta metal deglutisce, poi inspira come se gli avessero appena regalato altro tempo. Fa mezzo passo di lato, istintivo, quasi a togliersi di mezzo dalla traiettoria dell’arma.

Il rasato non smette di guardarti. «Esci fuori, ragazzino!» ti ordina. «Con calma.»

Poi, senza distogliere lo sguardo da te, parla al suo uomo: «Forza Viper... Vedi di farmi capire che sei ancora un bravo cagnolino dalla mia parte. E forse potrei anche chiudere un occhio e perdonarti...»
Inclina appena il mento nella tua direzione. «Vai a prendere quello spione.»

Il sottoposto, Viper, esita solo un secondo. Poi annuisce fin troppo in fretta. Si passa una mano tra i capelli unti, ti lancia uno sguardo misto di nervosismo e gratitudine malcelata… e inizia a muoversi verso di te, cercando di sembrare deciso.

E tu sei lì... Col rasato che ancora vi tiene sotto tiro e "Viper" che ti viene incontro minaccioso... Il tatuaggio alla base del collo torna a farsi sentire... Inizia a pizzicarti, come a voler attirare la tua attenzione che, invece, è tutta per la pistola!

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