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Il Fiore del Deserto (TdG)

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Il Fiore del Deserto

"A flower blooming in the desert proves to the world that
adversity, no matter how great, can be overcome"

(This is a story about that flower)

Musica di sottofondo

I live in a world of fire and sand, where blistering heat is the companion of long days, where fear-filled darkness rules the night. The crimson sun beats down from a shimmering sky, scorching the life from everything that crawls or flies or runs. This is a land of blood and dust. This is my home: Athas.

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Prologo
Nell'eterna lotta tra Ribellione e Re-Stregoni, il villaggio di Shazlim, almeno sulla carta, era neutrale e indipendente. Come praticamente tutti i villaggi, agiva su basi pragmatiche: forniva volentieri aiuto alla Ribellione, ma solo fintanto che era conveniente. La cellula Desert Shadows aveva barattato equipaggiamento militare e protezione dalle bestie del deserto in cambio di alloggio, cibo e (soprattutto) acqua. Tale scambio si era rivelato reciprocamente vantaggioso per entrambe le parti, ma, a lungo andare, i rapporti si erano un po' incrinati: l'erosione delle risorse idriche del villaggio iniziava a pesare sui suoi abitanti. Non vi era malizia, solo cinico istinto di autopreservazione: i ribelli erano ospiti del villaggio, ma più tempo restavano, meno erano graditi, e non era possibile prolungare troppo quella situazione. D'altro canto, non era nemmeno intenzione del capitano, Tareq Faihayl, rimanere a Shazlim per sempre: aveva una missione importante da compiere, ovvero liberare i suoi vecchi amici, Karim ad Urik e Chak-tha a Raam. E, questa volta, non era stata la Cabala delle Sabbie (a cui obbediva per motivi gerarchici ma di cui diffidava) ad imporgliela.

Era la Stagione del Sole Nascente, nono mese, quando Tareq decise di lasciare Shazlim. Su Athas, Rimal era anche noto come il mese delle polveri: nell'aria iniziava ad accumularsi il particolato, lo stesso che sarebbe poi diventato il cuore delle temibili tempeste di Coriolis, più frequenti nel mese successivo (Koriash). Nella spietata scala climatica di Athas, però, Rimal rimaneva uno dei mesi meno caldi, dunque ancora idoneo per viaggi brevi, accettando però il rischio degli haboob (tempeste di sabbia e polvere). Ad ogni modo, Tareq non aveva avuto margine di scelta: i tempi erano dettati dalle carovane mercantili passanti per Shazlim, utili non solo come logistica, ma anche come copertura perfetta per infiltrarsi nelle Città-Stato, spacciandosi per mercanti di tappeti/tendaggi.

Quando arrivarono i quattro nuovi ribelli affidati alla sua cellula (in qualità di Ali del Deserto), Tareq discusse brevemente con loro e, infine, decisero assieme di partire per Raam, la Città-Stato del Re-Stregone Namyr Sandsnake, anche noto come il Drago-Serpente. Fu così che la cellula Desert Shadows si divise: alcuni andarono ad Urik, preparando il terreno per quando poi Tareq sarebbe giunto per liberare Karim; altri partirono verso il villaggio di Break Shore, vicino Raam, per raccogliere informazioni dai Thri-Kreen (della cellula Desert Trees) stanziati sui monti; una terza parte partì per l'oasi di Silver Springs, situata in posizione strategica all'intersezione di diverse rotte commerciali; infine, due coppie di ribelli decisero di restare a Shazlim, a causa dei legami stretti, e ben presto si sarebbero integrate nel villaggio. La rete di spie si diffuse quindi a macchia d'olio nel deserto.

Anno dei Re 374 - Salim, 17° giorno di Rimal
Il sole è in fase calante. L'accampamento ribelle a Shazlim è oramai deserto: gli ultimi ribelli rimasti (molti erano già andati via nei giorni precedenti) stanno smontando le tende, pronti a partire, ciascuno per la sua destinazione. Siete arrivati nel villaggio solo tre notti fa, siete stati trattati bene, ma già dovete ripartire. Ciascuno di voi si ritira nelle proprie stanze, seguendo scrupolosamente le indicazioni date dal capitano. Dapprima, vi spogliate, poi prendete una boccetta di unguento perlaceo datovi da Tareq in persona: lo spalmate sulla pelle, sentite subito una sensazione di frescura. Questo balsamo ha numerose funzioni, ma la più importante è regolare la sudorazione, rallentandola. Una volta assorbito, iniziate la vestizione.

Indossate dapprima due indumenti in lino, dalle tinte naturali color sabbia chiara: il sirwāl, un ampio pantalone, e il qamīṣ, una camicia interna. Poi, infilate il thawb, una tunica di lino molto ampia e lunga fino alle caviglie, e l'abaya, un mantello in fibre di lana leggera con la triplice funzione di schermare dai raggi solari, proteggere dal vento e ridurre la dispersione del calore nelle ore notturne. Dopo aver messo i khuff, ovvero delle scarpe chiuse in pelle, avvolgete attorno alla testa il tagelmust, l'ampio tessuto di cotone usato come turbante per coprire capo e viso. Prendete la maschera filtrante e la fate aderire bene al volto (le polveri del deserto, in quel mese, sono pericolose), per poi riporre le lenti anti-sole in una tasca interna, pronte da usare all'occorrenza. Zaino in spalla, lasciate infine la vostra stanza e vi avviate. Assieme a Tareq, vi sono tre altri ribelli, dei Guerrieri delle Sabbie, che viaggeranno con voi.

Ramek è il primo a presentarsi: è un mezzelfo dal volto giovanile, anche se il suo corpo indica un'età di almeno trent'anni. "Ramek. Lieto di conoscervi" si presenta con un leggero inchino. "Sono un Viandante del Deserto. Conosco bene queste tratte, vi farò da guida" asserisce. Nella Ribellione, il titolo di Viandante del Deserto era riservato solo agli esploratori con una certa esperienza ed abilità. "Potete contare su di me... e sulla mia mira" conclude, mostrando la sua arma, nascosta tra i tendaggi: una balestra fatta d'ossa, chitina e altri materiali organici, con qualche segno di usura, ma ben tenuta.

Nahil è il secondo a presentarsi: è un ragazzino di razza umana, non avrà più di vent'anni. Il suo volto sembra innocente, eppure vi trasmette a pelle una sensazione di disagio e inquietudine. "Ciao! Mi chiamo Nahil" dice, mostrando il suo bel faccino sorridente. Poi, ritorna immediatamente serio. "Ho ucciso più persone di loro due messi assieme. Sono un Qātylīn" asserisce freddamente, mentre in aria ha fatto roteare un pugnale metallico, che ha estratto con sorprendente rapidità. I Qātylīn, anche noti come Pugnali del Deserto, erano i sicari della Ribellione: il loro compito era infiltrarsi e uccidere personaggi-chiave tra le fila nemiche, spesso ricorrendo a sotterfugi (ed armi avvelenate). Il loro era un lavoro freddo, di precisione, ad alto rischio. Nel frattempo, Nahil ha già riposto il suo pugnale, facendolo sparire alla vista.

Duran è il terzo a presentarsi. "Non farne un vanto" ammonisce Nahil, per poi guardarvi. "Piacere, Duran" si presenta. Duran è un uomo di mezza età, dal volto scavato, il corpo temprato dalla dura vita su Athas e con il peso degli anni sulle spalle. "Sono un Kimyārīn. Mi occuperò dei feriti" aggiunge. I Kimyārīn, anche noti come Giare del Deserto, erano gli alchimisti della Ribellione: non potevano sostituire un vero medico, ma potevano avvicinarvisi. Tra il suo equipaggiamento, notate un kit medico (più avanzato rispetto ad uno comune) e, su un cinturone fatto su misura, diverse fialette; a parte, ha anche un vecchio simbolo sacro, malridotto, con delle onde incise sopra, che Duran stringe con la mano. "Togliere vite è qualcosa che faccio solo se costretto. Quando ero più giovane, e ingenuo, credevo nell'Acqua. Pensavo che la fede avrebbe risolto tutto... ma in realtà salvavo sempre meno vite di quanto avrei voluto" proferisce con una vena di rammarico. Poi, però, rinsalda la presa sul suo bastone di legno. "Se volete vivere a lungo, evitate di farmi lavorare troppo. Non c'è mai abbastanza acqua per tutti" conclude, con sarcasmo malriuscito.

Infine, Tareq si avvicina, ponendo una mano sulla spalla di Duran e l'altra sulla testa di Nahil, carezzandone i capelli. "Non litigate" si limita a dire il taciturno capitano, mentre il volto di Nahil si tranquillizza e Duran sospira. Poi, fa un cenno a Ramek, che annuisce, prende una pergamena e la srotola: è una mappa locale. "Guardate questa intersezione" e indica l'intersezione tra la strada che partendo da Shazlim arriva a Raam e la strada che, partendo da Nibenay, passa da Fort Isus e si fonde poi sulla strada maestra per Raam. "In questo nodo, c'è un grande caravanserraglio, con pozzo, controllato da mercanti simpatizzanti per la Ribellione. Sanno già che arriveremo. Lo utilizzeremo per fare tappa e riposare, in modo da viaggiare solo di notte" spiega. "Il caravanserraglio è a circa 8 ore da qui: con una marcia a passo sostenuto, arriveremo all'alba" aggiunge. "Una volta arrivati al caravanserraglio, ci uniremo alla carovana che va da Nibenay a Raam. Al caravanserraglio sono stati fatti preparare dei dromedari per noi, di razza Mehari, quindi potremo allegerirci e trasportare molta più acqua" dice infine, sottolineando la razza dei dromedari, ottima per trasportare carichi pesanti. In effetti, tutti i ribelli hanno in spalla pesanti zaini, dato che non hanno a disposizione animali da soma. "La marcia nel deserto, con tutto il carico in spalla, non sarà leggera. Se avrete problemi, avvisatemi subito" dice Ramek, riponendo la mappa.

Il sole tramonta alle spalle del capitano delle ombre; gli ultimi raggi solari illuminano il suo turbante. "Profilo basso. Niente armi in bella vista. Niente decisioni affrettate" ordina Tareq, dando istruzioni precise e concise. Poi, dà le spalle al sole, volgendo lo sguardo verso Est. Sa già che quella non sarà una traversata facile, il deserto è sempre pieno di insidie, ma è la migliore opportunità che hanno per liberare Chak-tha. Sperando che, quando arriveranno a Raam, non sia già troppo tardi.

Ma non è tempo per ripesamenti: ogni decisione su Athas è sempre un rischio, non esistono scelte facili, le informazioni sono preziose come l'acqua ed è compito del capitano prendere decisioni difficili per la sua cellula. Proprio come aveva fatto il capitano Karim (oramai considerato un eroe leggendario tra i ribelli), salvando la vita di tutti. Tareq serra il pugno sul manico della sua arma nascosta, dalla lama metallica ricurva. Infine, alza lo sguardo, deciso, verso le dune.

"In marcia".

@Landar @MattoMatteo @Steven Art 74 @Voignar

Welcome!

This is the story of the Desert Flower: the flower born among adversity, the flower more precious than water or gold. The flower called freedom.

Benvenuti nel TdG!

Proseguiremo come segue: ciascuno di voi farà un primo post introduttivo, descrivendo (brevemente) le caratteristiche fisiche salienti del vostro PG (potete anche allegare una immagine) e, se volete, anche un singolo oggetto peculiare del vostro equipaggiamento (non necessariamente armi/armature, anche oggetti senza importanza meccanica, in D&D 5e sono chiamati Trinket, con l'unica accortezza di non utilizzare metalli tra i materiali di cui è fatto, per il resto, avete carta bianca). Potete anche descrivere cose come il portamento, l'andatura, il tono di voce, eccetera, insomma, quello che più vi aggrada e che pensate sia "caratterizzante" del vostro PG.

Questa primissima fase del PbF è focalizzata sul ruolo e sulle interazioni (sia tra PG, sia PG/PNG). Lo schema generale che seguiremo nel PbF è il classico "ciclo di post" (1 post del DM, 1 post per ciascun giocatore, poi 1 post del DM, e così via), tuttavia è uno schema flessibile: siete liberissimi di effettuare interazioni multiple (cioè più post) tra PG. Se serve, coordinatevi pure tramite Discord.

Note meccaniche: L'acqua si comporta come un contatore: su ciascuna delle vostre schede terrò aggiornate le dosi di acqua residue (ogni giorno consuma 1 dose di acqua). Partite con 10 dosi di acqua, di cui una già la consumerete dopo 4 ore di marcia verso il caravanserraglio. Le prime 4 ore di marcia non richiedono alcun tiro (mentre dopo vi sarà un tiro con difficoltà crescente per ogni ora).

Tanto premesso, via alle danze!

Modificato da Black Lotus

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Umr'at-Tawil

Anche se il turbante mi nasconde le orecchie, i miei tratti e la mia altezza tradiscono facilmente la mia origine di mezz'elfo; alto e magro, dalla carnagione scura che contrasta con gli occhi, azzurri come acqua, e dal capo totalmente rasato... il tratto più saliente sono i tatuaggi che coprono il mio corpo, anche se al momento si vedono solo quelli sulla fronte e sul dorso delle mani.
A parte gli abiti e lo zaino non porto niente, nemmeno un semplice bastone di legno.

Osservo con aria distaccata i nostri nuovi compagni di viaggio.
'Devo cercare di ricordare i loro nomi...' rifletto prigramente... in realtà, a parte Tareq non sono interessato più di tanto a farmi degli amici, ma di certo non posso permettermi di farmi dei nemici nel gruppo!
"Ramek... Nahil... Duran..." mormoro, cercando di associare nomi e volti; poi faccio un breve inchino.
"Umr'at-Tawil, al vostro servizio... non ho intenzione di farmi notare, nè di farmi uccidere senza una buona motivazione..." rassicuro Tareq e Duran con voce tranquilla.
Sentendo un movimento sulle spalle, mi giro in modo da mostrare agli altri il mio zaino, da cui spunta la testolina di un Jank.
"Questo è Enkidu..." spiego con un sorriso "è innocuo, il peggio che può fare è mettersi a curiosare nei vostri zaini, anche se cercherò di tenerlo buono... se vi dà fastidio, basta scacciarlo con una mano e uno "sciò", quindi per favore non fategli del male..."

@ master e gli altri pg

Ho messo che ho la testa completamente rasata... il turbante nasconde anche questo, oltre che le mie orecchie, ma gli altri pg mi hanno già visto a testa scoperta, quindi lo sanno lo stesso.
Stesso discorso per i tatuaggi sul corpo.

Come "trinket" ho un ciondolo, tenuto al collo da un cordino di cuoio; si tratta di una zanna fossilizzata (o una pietra scolpita a forma di zanna, difficile stabilirlo), di color rosso mattone con sottili venture nere; è lunga appena 3 cm, e non è nè affilata nè appuntita, quindi non può essere usata come arma.

Red Sand - Azrakar

Mi ricordo bene l’arrivo a Shazlim, tre notti fa. Il villaggio ci accoglie senza ostilità, ma senza calore. Acqua razionata. Sguardi misurati. Porte che si chiudono appena passiamo.
Giusto così. Su Athas, l’acqua vale più delle promesse. E noi ne consumiamo.

Non faccio domande. Non chiedo nulla che non sia necessario. Mangio poco. Bevo il minimo. Dormo leggero. Cerco di pesare meno possibile. Gli schiavi imparano presto quanto costa esistere.


Quando Tareq parla della missione, ascolto:
Raam. Chak-tha.
Poi Urik. Karim.

Due liberazioni in due città-stato: una la conosco sin troppo bene, un'opportunità. Due errori possibili: uno sarebbe ancor più fatale per me. Passare dal caravanserraglio. Unirsi alla carovana. Muoversi coperti. Non annuisco. Non serve. Memorizzo, assorbo.

Quando esco dalla stanza, sono già pronto. Mi posiziono con le spalle a una parete, istintivamente. Osservo. Non smetto mai di farlo. Sono alto, più della media. Il corpo è costruito per uccidere e sopravvivere, non per mostrarsi: muscoli spessi, funzionali, segnati da combattimenti veri.

La pelle è scura, cotta dal sole, dura come cuoio vecchio. Cicatrici ovunque. Tagli netti. Morsi. Bruciature. Nessuna è decorativa. I capelli sono neri, corti. Gli occhi, ambra, non vagano mai. Misurano. Le mani sono grandi, rovinate. Le dita non sono dritte, si sono rotte più volte, è certo.
Quando sono immobile, sembro pietra. Quando mi muovo, non spreco nulla. Non cammino, avanzo. Le armi sono con me. Il trikal d’osso è saldo nella mia mano. La testa è perfetta, affilata, pesante, troppo per essere comune. La tortoise blade pende al fianco. La carrikal in pietra è legata dietro. Lo scudo. Non le nascondo. Non davvero.

Ascolto le presentazioni. Ramek, annuisco. Duran, annuisco. Quando parla, capisco. Non dice tutto, ma basta. Poi il ragazzo, Nahil. Dice di aver ucciso più di tutti. Lo guardo. L’espressione cambia appena. Quasi nulla Non è qualcosa di cui vantarsi. Fa bene Duran a ricordarglielo. Non rispondo. Non lo correggo. Non serve. Non lo ha scelto. Non ancora. Ordini... schiavtù. Anche questo lo è.

Quando tocca a me, parlo. "Pochi nomi bastano." Una pausa. "Azrakar." Li guardo uno alla volta. "Alcuni mi chiamano Red Sand." Un istante, penso a qualcosa. Meglio se smettono. Vorrei seppellire quel soprannome. Non aggiungo altro. Ripenso all’arena di Urik. Non ai combattimenti. Alla folla. Al rumore. Al sole che brucia la sabbia tinta col sangue di chi combatteva per divertire e... sopravvivere. Respiro. Il suono non c’è più, ma resta, sempre. L’unguento sulla pelle è freddo. Innaturale. Lo lascio assorbire senza reagire. Il corpo si adatta. Il lino scivola addosso, il mantello copre, il turbante stringe. La maschera invece... il respiro cambia ritmo. Diventa controllato, istintivamente. Il caldo non mi pesa come agli altri. Non è resistenza. È abitudine... forse.

Ramek spiega il percorso: Caravanserraglio, otto ore, alba, dromedari e... Acqua. Ascolto e memorizzo. Quando dice di avvisarlo in caso di problemi, lo guardo. Non sfido e non parlo. Ma sono certo lui capisce. Non sarò io il problema. Poi parla Tareq: profilo basso, armi nascoste. Faccio un passo avanti e con un movimento lento, mostro l’equipaggiamento. Il trikal. La lama scudata. L'ascia. Lo scudo. Lo guardo. "Questo resta." Stringendo il trikal. Nessuna sfida. Solo una verità, un dato di fatto. Non mi separo da quell’arma. Mai.


Il sole cala e le ombre si allungano. Il vento porta polvere. Tareq dà l’ordine.

Non guardo indietro.

Mai. E avanzo.

Immagini

L'arma non è proprio così ma vabeh. Con o senza indumenti da viaggio

Red Sand
Azrakar

Modificato da Landar

Karak Thkikht

Il robusto Thri-Kreen dal carapace color sabbia (con delle strisce tigrate sfumate di un ocra più scuro e delle piccole macchie sfumate quasi color mattone, che confondono gli osservatori casuali specialmente con il riverbero dell'alba e del tramonto) osserva silenzioso ed immobile (un tipico modo di fare degli uomini-mantide del deserto; a volte sembrano un guscio vuoto, un cadavere rinsecchito od una grottesca scultura di chitina assemblata da un folle, sino a che non si muovono repentini).

Non ha avuto una grandissima impressione del villaggio di Shazlim, non tanto per il modo di fare degli abitanti, sospettosi e malfidati, quanto per il fatto che, essendo un Kreen, i "nidi alveare" degli umani gli sembrano sempre strani, alieni, insensati e costruiti senza la benché minima logica di sciame o di branco.

Essendo uno Psion specializzato in Psicometabolismo, Karak non ha bisogno di grandi quantità di cibo o acqua, così spera che almeno la tipica diffidenza degli umanoidi verso la sua razza possa essere in minima parte ridotta; se fosse stato in una comunità più amichevole o sicura verso i dettami della Ribellione, avrebbe anche provato ad aiutare i feriti e bisognosi del posto, ma aveva imparato a proprie spese che era meglio farsi sottovalutare dagli abitanti degli insediamenti umanoidi, fingendo di essere il solito "cacciatore-raccoglitore barbaro selvatico ignorante e feroce".

Rifiuta con un gesto lento e cortese i vestiari da "pellegrino delle sabbie" che gli vengono offerti, ma accetta con gratitudine la boccetta di unguento, chiedendosi che effetto farà la sostanza alchemica spalmata sul suo carapace chitinoso, così differente dall'epidermide respirante e traspirante degli umanoidi mammiferi.

Se la spalma addosso dovunque riesce, dimostrando una flessibilità negli arti diversa da quella degli altri Kreens, ma per alcune zone difficilmente raggiungibili (come la parte posteriore del carapace e del lungo addome) chiede silenziosamente aiuto al suo amico e sodale di lunga data, il monaco mezzelfo, e si offre di reciprocare per le zone che negli umanoidi sono altrettanto problematiche sulla schiena come per l'emitorace ed il sub-addome dei Kreens.

Dopo essersi tolto le cinghie di cuoio borchiato di osso che reggono le sue sacche e giberne, si vede il suo "oggetto talismano personale" contenuto in un piccolo sacchetto di fibra vegetale intrecciata al collo, un piccolissimo quarzo sferico, troppo perfetto per essere naturale, e quindi molto probabilmente lavorato da un artigiano psionico.

Un druido mistico che conosce da lunga data aveva suggerito un bizzarro collegamento tra l'occhio sferico cristallino ed il dente-artiglio che porta Tawil, ma entrambi i ribelli non hanno mai capito che cosa si intendesse.

Poi, mentre ripone i suoi Chakhtas affilati in una sacca da appendere alla cintura ed avvolge la sua gythka (lancia tribale) in dei tessuti leggeri per farla sembrare un palo di tenda, studia un attimo la maschera-filtro anti-sabbia e le protezioni oculari, immaginando come regolarle al meglio per il suo muso mantideo così differente da un viso umano ed al cranio che hanno.

Senza dare nell'occhio, approfittando che le sue sfaccettate ocellature multi-composite (non avendo una pupilla) non fanno capire bene dove guarda, osserva i tre nuovi compagni di viaggio.

Modificato da Black Lotus
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