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Dragons´ Lair

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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte

Risposte in primo piano

Ana Rivero

Nel corridoio con Eliza

Annuisco lentamente mentre Eliza mi parla, lasciandola finire senza interromperla.
"Sì. Hai ragione,» dico piano. "Dirgli tutto in faccia adesso sarebbe solo un modo per bruciarci. Senza prove sembreremmo noi quelle fuori di testa… e Cory è decisamente una pista più solida. Si può dire solida?"

Faccio un mezzo sorriso storto. "Almeno lì sappiamo cosa stiamo cercando. E, come hai detto tu, nel peggiore dei casi ci manda via. Fine."

Poi, quando solleva il dubbio sul fatto che andare insieme possa sembrare un’ammissione di colpa, esito un attimo. Mi prendo un momento.
"Anche su questo non hai torto," ammetto. "Presentarci in due nel suo ufficio potrebbe sembrare… sospetto. Quantomeno."

Faccio un passo più vicino a lei, abbassando un po’ la voce.
"Facciamo così: vai tu, ma io ti seguo, resto defilata. Se sei in corridoio, mi fermo dietro l’angolo. Se entri nell’ufficio del coach, resto accostata alla porta." La guardo dritta negli occhi, anche se in questo momento mi sembra estremamente difficile. "Non ti lascio sola. Mai."

Respiro a fondo. "Se qualcosa non ti convince, se alza la voce, se senti che la situazione gira male… fai un segnale, qualunque cosa. Chiamami al telefono di nascosto, tossisci molto forte, usa come parola chiave qualcosa tipo, che so, "porco" o "mostro". Io entro a fare casino."

Posso dire che in questo momento sono solo distratta dalla sua ciocca bionda? E che in questo momento vorrei essere quella ciocca bionda?

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@Theraimbownerd

Orion Kykero - di ritorno a casa

La macchina scivola via dal parcheggio della scuola con un’eleganza silenziosa, inghiottita quasi subito dal traffico ordinato di Liliac Hallow. Nessuno di voi tre parla. Sei seduto sul sedile posteriore, lo sguardo fisso oltre il finestrino, mentre la città scorre lenta e composta come se nulla di storto stesse accadendo sotto la superficie. Juno è alla tua destra, Diana alla sinistra. Le percepisci senza bisogno di guardarle: i loro corpi rigidi, le mani intrecciate sulle ginocchia, lo stesso silenzio carico che senti addosso come un cappotto troppo pesante.

Non è un silenzio imbarazzato. È attesa. È timore. Più vi avvicinate a casa, più la tensione cresce, densa, quasi palpabile. Nessuna di voi osa spezzarla. Non ce n’è bisogno: sapete tutti e tre cosa vi aspetta. E, in modi diversi, lo temete.

Quando finalmente l’auto rallenta davanti al cancello, il cuore ti batte un po’ più forte. L’abitazione appare impeccabile come sempre, elegante, ordinata, rassicurante. Troppo rassicurante. La porta si apre prima ancora che l’autista abbia il tempo di scendere.

Tua madre vi accoglie con un sorriso luminoso, quasi radioso. Sembra davvero felice. Più del solito.

«Amori miei!» esclama, aprendo le braccia come se stesse aspettando questo momento da giorni. «Finalmente siete a casa. È una giornata così speciale.»

La sua voce è calda, affettuosa, ogni parola dosata per trasmettere serenità. Il contrasto con ciò che senti dentro ti colpisce come uno schiaffo gentile ma deciso. Vi invita a entrare, vi sistema una mano sulla spalla, vi guida con entusiasmo verso il salotto. «Venite, vi voglio presentare qualcuno.»

La sala è luminosa, ordinata in modo quasi cerimoniale. E lì, seduta con la schiena dritta su una delle poltrone, c’è lei.

Madre Elain D’Arques. È una donna sulla cinquantina portata con estrema cura: capelli mori, leggermente mossi, pettinati con precisione; un abbigliamento elegante ma sobrio, camicia chiara e giacchetta scura. Gli occhiali sottili le conferiscono un’aria austera, quasi giudicante. Eppure… la curva delle sue labbra, il modo in cui inclina leggermente il capo, vogliono trasmettere rassicurazione. Una rassicurazione studiata. Finta. Come una coperta troppo ben piegata per essere davvero usata.

Lo sguardo le scivola addosso con attenzione clinica, soffermandosi su ciascuno di voi… ma quando si posa su di te, indugia più a lungo. Tua madre si schiarisce la voce, orgogliosa.

«Madre Elain, permetta che le presenti le miei figlie. Loro sono Juno e Diana…» le gemelle rispondono subito, quasi all’unisono, con un educato cenno del capo e un saluto composto. Poi tua madre si volta verso di te, il sorriso che si allarga ancora di più.
«…e questa è Orion.»

La Somma Sacerdotessa si alza lentamente. I suoi movimenti sono misurati, controllati. Ti osserva negli occhi, come se stesse cercando di leggere qualcosa sotto la superficie.

«Piacere di conoscervi» dice con voce calma, profonda. «Sono Elain D’Arques.»

Non aggiunge altro. Non ne ha bisogno. L’aria nella stanza sembra farsi più pesante.

immagine

la Somma Sacerdotessa di Chicago, Madre Elain D’Arques.png

@Ghal Maraz

Nathan Clark - in corridoio col bulletto

Il ragazzone non arretra di un millimetro davanti alla tua esplosione. Ti fissa, mascella serrata, lo sguardo duro come se stesse valutando quanto male farebbe colpirti adesso. Per un istante, molto breve, sembra davvero sul punto di farlo.

Poi digrigna i denti.

Lo vedi chiaramente: le nocche che si irrigidiscono nelle tasche, le spalle che si tendono. Un respiro trattenuto a forza. La violenza è lì, pronta, ma viene soffocata sul nascere quando, poco più in là nel corridoio, passa un insegnante. Non si avvicina, non guarda neanche nella vostra direzione… ma è sufficiente.

Il bullo inclina appena la testa, avvicinandosi quel tanto che basta perché solo tu possa sentirlo.

«Parli troppo, Clark...» sibila a bassa voce, carica di veleno. «E ti senti pure furbo.»

Il suo sguardo ti scivola addosso, rapido, cercando qualcosa che non trova. Non paura. Non cedimento. Questo lo irrita ancora di più.

«Non so che ca$$o di gioco stai facendo..» continua, «ma Tanaka non è uno che sparisce così. E qualcuno sa qualcosa. Se scopro che c’entri tu…» lascia la frase sospesa, stringendo la mascella. Non serve finirla.

Si raddrizza, l’espressione che torna a essere quella solita, arrogante, ma c’è una crepa. Un’ombra di preoccupazione che non riesce a mascherare del tutto. I suoi occhi si muovono nervosi nel corridoio, come se sperasse di vedere Tanaka comparire da un momento all’altro.

«E se non sei stato tu...» aggiunge, con un mezzo ghigno storto, «allora vorrà dire che mi resta un’altra opzione.»

Fa un passo indietro, poi si gira per andarsene. Mentre ti passa accanto, butta lì l’ultima frase, come fosse la cosa più ovvia del mondo:

«Spremere quella stronzetta di Scarlett. Qualcosa lo tireremo fuori.»

Si allontana a passo deciso, senza più guardarti. Noah è rimasto lì, immobile, alle tue spalle. Il ragazzone gli passa accanto senza nemmeno degnarlo di uno sguardo e lo urta con una spallata secca, abbastanza forte da farlo vacillare. Noah si gira di scatto, ma quello è già oltre, inghiottito dal corridoio.

@TheBaddus

Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka

Quando lo spingi all’indietro sul letto e ti posizioni sopra di lui, capisci immediatamente che la situazione è cambiata. Tanaka ti guarda fisso, senza distogliere lo sguardo, come se ogni tuo movimento fosse diventato improvvisamente l’unica cosa importante al mondo. È rapito. È vulnerabile. È tuo.
Devi solo ricordarti una cosa: mantenere il controllo. Almeno ancora per un po’.

Gli chiedi cosa puoi fare per lui. Non è una domanda innocente, lo sai bene. È un modo per stringere ulteriormente il nodo, per spingerlo a scoprirsi mentre tu resti un passo avanti. Una richiesta che lo farà sentire in debito, che renderà quel filo dorato tra voi più spesso, più resistente… più simile a una catena.

Dai suoi occhi, però, capisci subito che sta leggendo tutt’altro. Ogni tua parola gli arriva distorta, filtrata dal desiderio e dall’adrenalina. «Oh sì, Scarlett… io voglio tutto da te.»
La dice con un mezzo sorriso famelico, riportando le mani sui tuoi fianchi, cercando di avvicinarti di nuovo. Il contatto vi strappa entrambi un respiro più corto del previsto. Tanaka si solleva leggermente, come per colmare la distanza, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ti sfila la felpa, ti bacia sensualmente il collo.

Per un istante senti la tentazione di lasciarti andare. Di smettere di pensare. Ma non è ancora il momento.

Lo spingi di nuovo indietro, senza violenza ma con decisione. Lo fissi dall’alto, con uno sguardo che non ammette repliche. In quel gesto c’è un messaggio chiarissimo: sei tu a decidere il ritmo, non lui. Gli chiedi di Jeremy.

La confusione gli attraversa il volto come un’ombra.
«Jeremy… Smith?» ripete, spiazzato, cercando comunque di riavvicinarsi, come se il corpo stesse andando per conto suo. Poi si blocca, quando capisce che non stai giocando. Che quella non è un’allusione, ma una richiesta vera.

«Jeremy Smith…» ripete ancora, questa volta più lentamente. «Non sapevo nemmeno avesse una cotta per la Lane.»
Il modo in cui storce la bocca lascia trasparire un certo disgusto. Ci pensa un attimo, poi sospira.
«Non so molto su di lui, sul serio. Però…»
Alza un dito, come se stesse collegando i pezzi.
«Se avere informazioni su Smith è così tanto importante per te... Posso parlare con Dawson. Lui è molto amico con uno della sua cricca. Uno di quelli che, se beve un po’ troppo, non riesce più a tenere la bocca chiusa.»

Non è una rivelazione clamorosa. Ma è una pista. E, per ora, ti basta. Capisci che non otterrai di più in questo momento. Non senza rompere l’equilibrio. Così decidi che puoi concederti di abbassare la guardia. Solo un po’.

La vostra lussuria esplode, dopo essere stata trattenuta troppo a lungo. Vi travolge con ancora più passione rispetto al giorno prima nel bosco e, questa volta, non venite interrotti da nessuno.

Quando tutto si placa, siete sdraiati nudi uno accanto all’altra, il respiro ancora irregolare. Tanaka passa una mano tra i tuoi capelli, attorcigliando distrattamente una ciocca attorno alle dita. È un gesto sorprendentemente delicato. Quasi intimo. Una sensazione tutto sommato piacevole, anche se un tantino melensa per due come voi. Restate così per qualche minuto, in silenzio, finché il ritmo del vostro fiato non torna normale.

È Tanaka a parlare per primo. «Sai…» Esita. Ride piano, come se stesse per dire una sciocchezza.
«Questa cosa qui…» fa un vago gesto con la mano, indicando voi due, la stanza, il momento. Poi riprende a parlare «Io sono anche così... Cioè.. Non è che mi dispiaccia essere visto sempre come quello odioso che mette paura a tutti... Però... Ecco...» Fa una pausa. Troppo lunga per essere casuale. «È solo che… a volte mi sembra che sia l’unica cosa che la gente voglia vedere di me.»
Si stringe nelle spalle, cercando di sdrammatizzare. «E forse gliel’ho anche resa facile, eh.»

Ti lancia un’occhiata di sbieco, mezzo sorriso, mezzo sfida. «Quindi ecco… Prima mi hai chiesto se c'è qualcosa che vorrei da te…» Finge leggerezza, ma la voce tradisce un filo di incertezza. «Magari potresti fare in modo che, per una volta, qualcuno si accorga che so essere anche altro.»

Lo dice quasi ridendo, come se fosse solo una battuta, una sfida irraggiungibile. Poi aggiunge, più piano, quasi tra sé e sé:
«E magari… aiutarmi a crederci anch’io.»

Ride di nuovo, subito dopo, come a cancellare quello che ha appena detto. Ma non ritrae lo sguardo. E il filo dorato, tra voi, si tende ancora un po’.

Off game

Per come stai ruolando Scarlett... secondo me è molto centrata... Alla fine i draghi sono bramosi... e lei, da giovane teenager è giusto che sfoghi questa sua bramosia anche in modo sessuale verso quelli che considera i suoi tesori più succulenti.. Molto in tema con le tematiche di Cuori di Mostro.

La linea che hai tenuto nel post va benissimo.. Ho scelto che ti chiede qualcosa che vuoi per cambiare un po, perché ci stava e per creare dinamiche nuove... Questo non vuol dire che non finirà per concedersi a te lo stesso.. Da narrazione mi sembrava abbastanza scontato che andasse a finire lì questa scena. Ho inserito la sua risposta di cosa vuole da te dopo.. mi sembrava più naturale.. Ho scelto qualcosa che ti desse effettivamente molto potere emotivo su di lui per giustificare i 2 fili.. Probabilmente sei la prima e unica persona con cui ha calato la maschera, mostrando un lato di lui che ha sempre tenuto nascosto. Ci tenevo a dare un po di profondità in più al png.

Per rispondere alla tua curiosità... Io considero che il drago, per quanto ti faccia ancora strano sentirlo dentro di te, è parte di te.. sei tu... semplicemente è una parte di te che devi ancora imparare a conoscere e controllare... Quindi, di conseguenza, quando parlo di presenza esterna o estranea mi riferisco sempre ad altro. In questo caso è quella presenza che hai sentito nella grotta che è come se avesse voluto aiutare il drago che è dentro di te ad emergere con le sue sole forze.

@SNESferatu

Ana Rivero - in corridoio con Eliza

Eliza annuisce mentre parli, seguendo ogni tua parola con attenzione. Quando finisci, il suo sguardo si addolcisce appena, ma c’è una determinazione nuova che le attraversa il volto.

«Va bene» dice piano. «Facciamo come dici tu.»
Esita solo un istante, poi aggiunge, con un mezzo sorriso che prova a essere rassicurante: «Se qualcosa va storto non starò zitta, promesso. Urlo, chiamo, faccio una scenata… qualunque cosa.»

Riprende a camminare verso l’ala della palestra, il passo un po’ più rigido di prima. Tu le resti accanto ancora per qualche metro, poi rallenti, lasciandole il vantaggio necessario per mettere in atto il vostro piano. Quando arrivate nel corridoio che conduce all’ufficio del coach Moss, ti fermi dietro l’angolo, abbastanza vicina da intervenire, abbastanza lontana da non dare nell’occhio. Eliza bussa. Il rumore è secco, deciso. Passano solo pochi secondi prima che la porta si apra. Da dove sei tu vedi appena la figura del coach: alto, massiccio, l’ombra della sua presenza che sembra riempire il corridoio.

La sua voce arriva chiara. «Prego, signorina Monroe.»

Eliza entra senza voltarsi, sicura di sé e ben consapevole di non voler tradire la tua presenza nascota. La porta si richiude alle sue spalle con un tonfo ovattato che ti stringe lo stomaco.

Ti avvicini subito, il cuore che accelera, e appoggi delicatamente l’orecchio al legno spesso della porta. Le voci arrivano attutite, ma riconoscibili.

«Ti ho convocata perché voglio discutere con lei di una questione alquanto grave!» dice Moss, con un tono basso e controllato. «Prego… si sieda qui.»

Senti lo stridio di una sedia trascinata sul pavimento. Poi silenzio, denso, carico. Dopo un po di tempo di nuovo la voce severa del coach: «Come me lo spiega questo, signorina Monroe?»
La domanda è fredda. Calcolata. La risposta di Eliza arriva poco dopo, esitante. «Beh…» temporeggia. «Noi non avremmo dovuto… lo ammetto. Cercavamo solo…»

Non fai in tempo a sentire altro. Alle tue spalle, passi. Corti. Veloci. Ti stacchi di scatto dalla porta e riprendi a camminare nel corridoio come se nulla fosse, il battito nelle orecchie che ti martella. Non puoi farti trovare lì ad origliare.

Giri l’angolo proprio mentre qualcuno sbuca dalla direzione opposta: Brenda Lewis.

La bidella ti squadra subito, poi ti regala un sorriso largo, complice, di quelli che mettono a disagio più di un rimprovero. Inclina leggermente la testa, come se stesse fingendo di ricordare qualcosa.
«Oh, signorina…» fa una pausa studiata. «Rivero!» Sai benissimo che non ha mai avuto bisogno di pensarci.

«Non dovresti trovarti qui!» prosegue con tono cantilenante. Non c’è vera severità nella sua voce, solo il piacere di sottolineare una regola. «Durante le ore buche gli studenti dovrebbero stare in aula studio.»

Poi si volta già, dandoti per scontata al suo seguito. «Prego, seguimi pure.»

Mentre si incammina nella direzione opposta all’ufficio del coach, riprende a parlare come se stesse facendo due chiacchiere innocue. «Allora… come sta suo padre? E tu, cara?» aggiunge, lanciandoti uno sguardo di sottecchi. «Ti stai integrando bene, qui a scuola? Hai sentito di quello che è successo ieri a Suor Margaret? Un tale dispiacere...»

Dietro di te, la porta dell’ufficio del coach rimane chiusa. Ed Eliza è ancora là dentro.

@Voignar

Darius Whitesand - nel bosco con gli spacciatori

Ti muovi piano, troppo piano. Ogni passo è una trattativa silenziosa con il bosco, ogni respiro un tentativo di non esistere. Il cuore ti martella nel petto, così forte che temi possa tradirti più dei tuoi piedi. Poi succede.

Un ramo secco, nascosto sotto uno strato di foglie umide, cede con un crack secco e innaturalmente forte. Un suono piccolo, stupido… eppure assordante in quel silenzio carico di tensione. Per un istante il mondo sembra fermarsi. Un uccello spicca il volo poco distante da te, frullando via all’improvviso. È abbastanza.

L’uomo con la maglietta metal si blocca a metà supllica. La bocca ancora socchiusa, gli occhi sgranati. Il suo sguardo scivola dalla pistola… a te. E nei suoi occhi, accanto alla paura, compare qualcos’altro. Sorpresa e... speranza. Come se, per la prima volta da minuti interminabili, l’attenzione non fosse più tutta su di lui.

Il rasato invece si irrigidisce. Con una lentezza studiata gira la testa verso la tua direzione. I suoi occhi ti trovano subito, precisi, chirurgici.

«E questo chi ca&&o è?» dice piano. La pistola si abbassa di un soffio dal petto del sottoposto. Solo un soffio. Poi si riallinea, fluida, naturale… e ora punta dritta verso di te.

«Non siamo soli a quanto pare!» aggiunge, senza alzare la voce. Il tipo con la maglietta metal deglutisce, poi inspira come se gli avessero appena regalato altro tempo. Fa mezzo passo di lato, istintivo, quasi a togliersi di mezzo dalla traiettoria dell’arma.

Il rasato non smette di guardarti. «Esci fuori, ragazzino!» ti ordina. «Con calma.»

Poi, senza distogliere lo sguardo da te, parla al suo uomo: «Forza Viper... Vedi di farmi capire che sei ancora un bravo cagnolino dalla mia parte. E forse potrei anche chiudere un occhio e perdonarti...»
Inclina appena il mento nella tua direzione. «Vai a prendere quello spione.»

Il sottoposto, Viper, esita solo un secondo. Poi annuisce fin troppo in fretta. Si passa una mano tra i capelli unti, ti lancia uno sguardo misto di nervosismo e gratitudine malcelata… e inizia a muoversi verso di te, cercando di sembrare deciso.

E tu sei lì... Col rasato che ancora vi tiene sotto tiro e "Viper" che ti viene incontro minaccioso... Il tatuaggio alla base del collo torna a farsi sentire... Inizia a pizzicarti, come a voler attirare la tua attenzione che, invece, è tutta per la pistola!

Modificato da Loki86

Scarlett Bloomblight

A casa con Tanaka

Il fraintendimento da parte sua mi mette alla prova, come se i miei ormoni sovraeccitati non bastassero in questo momento. Bast@rdo... stai giù per l'amor del cielo...

Fortunatamente riesco a portarlo dove voglio, a distrarlo un attimo dalla sua eccitazione: e c'è una pista, qualcuno con cui parlare per trovare nuove informazioni. Non mi interessa altro, non adesso che è dannatamente difficile mantenere un'espressione seria affinché si capisca che sono io al comando.

E allora mi lascio andare: una volta ottenuto ciò che voglio cedo alla lussuria e mi abbasso su di lui per baciarlo.

Nuovamente, come ieri, mi sento bruciare; potrei essere totalmente rossa in viso e così calda da scottarlo, ma non importa. Il bacio è passionale ma piuttosto rapido, torno seduta su di lui perché non ce la faccio davvero più ad aspettare o a trattenermi: i vestiti volano rapidamente in giro per la camera e iniziamo; non ho idea di quanto andiamo avanti, ma questa volta sono anche disposta a cedergli un po' del controllo e del divertimento mentre lo facciamo, giusto per non tenere le cose monotone.

Quando mi sono "raffreddata" e il mio colorito è tornato normale siamo però senza fiato, stesi uno accanto all'altra nel tentativo di tornare a respirare. Questi giorni, sessualmente parlando, sono stati davvero strani: ogni volta ho provato delle sensazioni più forti delle precedenti, e con un'intensità mai vissuta prima. Che sia quella cosa che mi parla nella testa? Quel drago? Sempre se effettivamente non erano tutti deliri della droga... I pensieri sono nuovamente liberi di fluire adesso, anche se invece di vorticare attorno ai miei piani manipolatori sembrano concentrarsi sulle cose strane di questi giorni. Che poi... che cacchio ci dovrebbe fare un drago dentro la mia testa?! Starò diventando matta? Quello che ho vissuto ieri sera e oggi però era vero. Ripenso all'incontro con la "cosa" col teschio di cervo, quella strana caverna nel bosco e soprattutto quell'entità misteriosa che voleva uccidessi Tanaka. Queste sensazioni strane che mi sento attaccate addosso come se non fossero mio potrebbero essere opera sua...

Il flusso mentale viene interrotto quando sento la mano di Tanaka passarmi fra i capelli: il tocco è dolce e delicato, così tanto in contrasto con la sua figura quanto lo era mio padre, così gentile nonostante l'aspetto da gangster minaccioso. Non me ne rendo conto consciamente, che sto continuando a sovrapporlo a mio padre.

Si apre... si sta aprendo con me, esponendo alcune sue debolezze. Non so cosa realmente pensare a riguardo, ma nel momento in cui tira in ballo ciò che gli ho promesso è come se mi si attivasse un interruttore: la mia testa smette di pensare liberamente e torna subito in modalità "affari", un favore è sempre un favore, e devo portarlo a termine. Specialmente se riguarda qualcosa di così importante, che lo spingerebbe letteralmente fra le mie braccia; è come se si stesse incatenando da solo. E quella cosa nella caverna voleva renderlo mio per sempre... ci sta già pensando lui. Forse con qualche spinta da parte mia, ma alla fine è sempre così: le persone devono appartenere a qualcosa per non sentirsi perse, basta mostrargli qualche spiraglio per attirarle. Sento che mi scappa da ridere ma mi contengo e agisco, attorcigliando di un giro la mano attorno al filo dorato, come per avere la presa più salda sul collo di Tanaka.

Lo guardo sorridente, con un sorriso dolce e un po' sorpreso. "Non è infattibile, se lo vuoi davvero." Dico seria, il tono mellifluo e con un pizzico di sensualità; mi tiro su a sedere e torno a mettermi a cavalcioni su di lui, esattamente lì sopra. Far sì che ci creda lui stesso non dovrebbe essere troppo difficile, ci vorrà giusto un po' di tempo.

Mi avvicino al suo orecchio e gli sussurro. "È normale essere sfaccettati, avere più lati che si mostrano in situazioni diverse. Certo ognuno vede ciò che vuole vedere, ma gli si può sempre dare un aiuto per vedere meglio." Faccio una pausa, aspetto che il concetto arrivi bene. "Quindi dimmi, senza timore, cosa vuoi che vedano gli altri oltre al duro minaccioso ed odioso che mette paura? Cos'altro ti senti di essere oltre a quello? Cos'altro sei oltre a questo dolce ragazzo post sesso?" Uso un tono e una cadenza volutamente sensuali, ritmici, quasi ipnotici. "Posso aiutarti, parla pure." E mi allontano dal suo orecchio, iniziando a stuzzicargli il collo con baci, piccoli morsi e leggeri colpi di lingua, mentre lentamente, ogni tanto, muovo un po' il bacino.

@Loki86 offgame

Mi piace questa cosa che hai dato a Tanaka un lato di questo tipo senza lasciarlo "monodimensionale", per quanto ci possa comunque stare per seguire delle trope nei personaggi. E mi piace ancora di più perché si sta praticamente "intrappolando" da solo nella tela di Scarlett, un po' come aveva detto lei all'entità della grotta.

Non so se questo possa essere un altro tiro di eccitare oppure prosegui e basta con la narrazione, dimmi tu magari sul TdS così se serve tiro subito,

E grazie anche per la chiarificazione sul drago e sull'entità.

Sono ancora più gasato nel fare queste giocate, è piuttosto challenging uscire dalla mia zona di comfort e immedesimarmi in qualcuno che si comporta come Scarlett; anche perché come ti dicevo un po' di tempo fa sono praticamente comportamenti opposti a come sono fatto io.

Nathan

In corridoio

Conto nella mia mente fino a dieci. E poi riprendo, infine, a respirare.

Cosa c@$$o è appena successo?

Dovrei... chiamare Scarlett? Avvertirla? Magari, avvertire Darius, che la stava cercando.

Tutto torna al Bosco.

Guardo Noah: "Cos'hai da fare, oggi, dopo scuola? Ti va di andare in quel posto, di cui ti avevo parlato?".

Poi mi guardo attorno e vedo che anche Max è rimasto lì: "E tu? Ti va di fare il piccolo boy scout?".

Non so se è una buona idea. Le mie idee, raramente, sono buone.

Ho bisogno di... Sasha? Forse. Mi serve il telefono, appena posso.

Dov'è Scarlett? Mi ha davvero... tradito? Venduto?

Che fine ha fatto Tanaka?

Cosa voleva esattamente Darius? E cosa diavolo è quel suo strambo tatuaggio?

Devo far passare quest'ora, prima di poter provare a contattare qualcuno. Ma, magari, se ho fortuna, incrocio qualcuno, prima.

Sì, certo. Se ho fortuna... io! Ma non scherziamo.

Ana Rivero

Nei corridoi

Mi irrigidisco appena vedo comparire la bidella, come se mi avesse sorpresa con la mano nel barattolo dei biscotti. Per un istante mi passa per la testa di seguirla davvero, di farmi piccola e obbediente. Ma io non sono stata fatta piccola, e non mi sono mai fatta rendere obbediente. Penso a Eliza, chiusa lì dentro con quel maiale, e non mi piace quello che sento nello stomaco.

"Ehm, no, aspetti," dico, con un mezzo passo indietro invece che avanti. La voce mi esce un po’ troppo veloce, ma cerco di rimetterla sui binari. "In realtà… è qui che dovevo essere." Le sorrido, educata. Forse troppo. "Avevo approfittato dell’ora di studio perché dovevo parlare con il coach. Una cosa urgente, oggi." Faccio un piccolo gesto vago verso la porta dell’ufficio, senza indicarla apertamente. "Però quando sono arrivata ho visto che la porta era chiusa e che c’era già qualcuno dentro. Non mi sembrava il caso di stare lì fuori ad aspettare come… be’, a origliare." Alzo le spalle, come se fosse la cosa più naturale del mondo. "Così mi sono spostata un attimo."

È metà verità, ma detta con abbastanza convinzione da sembrare intera. Le mezze verità! Le adoro.

La testa però è altrove. Le parole che ho sentito mi ronzano ancora addosso. “Come me lo spiega questo?”
Lui ha capito. Ne sono quasi sicura. La domanda è quanto. E soprattutto come.
Un brivido mi scivola lungo la schiena: rituali, simboli, occhi che vedono cose che non dovrebbero vedere… Scaccio il pensiero, ma non se ne va del tutto.

Brenda intanto parla. Di mio padre. Di me. Di integrazione. Meglio tergiversare, così posso restare lì in zona.

"Mio padre… sì, tutto ok," rispondo, prendendo tempo. È la risposta automatica, quella che uso sempre. In realtà non saprei dire molto altro. "Lavora tanto." Come se non fosse ovvio. Poi, la suora. Già sto esaurendo gli argomenti. Il sorriso mi scivola un po’ via. "Sì, ho sentito…" abbasso leggermente la voce, più per riflesso che per altro. "Mi dispiace molto. Ero qui a scuola ieri, ma onestamente non ho capito granché di quello che è successo. Tutti dicono cose diverse."

Mi stringo appena nelle spalle, come se fossi solo una studentessa confusa nel posto sbagliato al momento sbagliato. Intanto, dentro, conto i secondi. Ogni rumore dalla porta dell’ufficio mi sembra troppo lontano. Eliza, resisti.

Modificato da SNESferatu

Orion Kykero

A casa

Il viaggio verso casa trascorre in silenzio. Siamo tutti troppi tesi per dire qualcosa, anche se la presenza delle mie sorelle al mio fianco mi dà forza. Qualsiasi cosa succeda, so che mi resteranno vicine.

Quando arrivo finalmente a casa mamma è molto più dolce del solito. Quasi zuccherosa. Insopportabile. Non vedo l'ora che il rituale cancelli quel sorrisetto falso dalla sua faccia.

Squadro la sacerdotessa di Chicago , tentando di non mostrare emozioni quando mia madre si rivolge a me col femminile. Ancora per poco. Devo resistere ancora per poco. Poi sarà la dea stessa a mostrare a lei e a mia madre cosa sono davvero.

Madre Elaine, è un onore conoscerla. Dico con un lieve inchino. Molto formale. Non voglio darle nessun appiglio per una critica. So che lo cercheranno, ma, per oggi, sarò il perfetto bravo ragazzo. Se vorranno attaccarmi per quello che sono. dovranno abbandonare la loro stucchevole ipocrisia e farlo direttamente.

Darius

È stata una bella vita

Non ci credo. Non riesco davvero a crederci. Un conto è leggerlo in un libro, un fumetto, o vederlo succedere in qualche film horror, ma che davvero si potesse finire in una situazione del genere per colpa di un rametto non lo credevo possibile

Ma la sfiga è davvero l'ultimo dei miei pensieri, quando realizzo di avere una pistola puntata addosso. Una pistola. Puntata addosso. Mi tocca ripetermelo per qualche volta, perché il mio cervello non pare in grado di comprendere fino in fondo cosa diamine mi sta accadendo

Non vedo il tizio, Viper, che mi viene incontro, a malapena sento le parole dell'uomo con la pistola; il mio primo pensiero è di darmela a gambe, ma dubito di poter correre più veloce di un proiettile, e soprattutto di avere abbastanza fortuna da essere mancato dal colpo di pistola

Mentre il tatuaggio pizzica alla base del mio collo, il mio unico pensiero razionale è rivolto all'arma; mi raddrizzo, alzando bene in alto le mani, e fisso l'uomo armato. È una follia, lo so bene, ma non credo di aver tutta questa voglia di farmi ammazzare due volte nello stesso bosco, anche perché mi sarei leggermente rotto le p4ll3 di stare con tutti e due i piedi nella fossa

Borbottando a mezza voce, fisso negli occhi Viper quando mi è vicino; non ho il tempo materiale di tracciare pentacoli, fare calcoli o procurarmi qualcosa, quindi proverò ad andare di semplice "forza magica bruta"

Tanto, peggio che beccarmi una pallottola in faccia non può succedere

Borbotto la prima frase in latino che mi viene in mente, una parte del mio cervello realizza che farei meglio ad usare il copto o roba simile, ma non ho un dizionario sotto mano e nemmeno il tempo di procurarmene uno. Intendo impedire a questo idiota di eliminarmi, ed appena sarò più vicino al pistolero proverò la stessa cosa su di lui

Se non crepo prima...

Tiro

Fattura legaccio: 6+3+2(oscuro): 11

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@TheBaddus

Scarlett Bloomblight - a casa... ancora con Tanaka

Tanaka resta in silenzio per qualche secondo, lo sguardo che indugia su di te più a lungo del solito. Le sopracciglia si corrugano appena, come se stesse ricalibrando qualcosa dentro di sé. Forse non si aspettava che prendessi sul serio quella mezza richiesta buttata lì, mascherata da battuta. Forse pensava che avresti sorriso, sdrammatizzato… e che tutto si sarebbe chiuso così. Invece no. Il tuo voler capire, il tuo fermarti davvero su quelle parole, lo ha colto alla sprovvista. Te ne accorgi perché, per la prima volta da quando siete soli, Tanaka non sembra più guidato dall’istinto. È presente, ma altrove allo stesso tempo.

Ti fermi anche tu, lo osservi meglio. Temi per un istante di aver perso il controllo che avevi su di lui fino a poco prima… poi capisci che non è affatto così. È successo l’opposto.

Nei suoi occhi non c’è più solo desiderio, né sfida. C’è qualcosa di più profondo, quasi disarmante. Un legame che non passa dal dominio o dal gioco, ma da una scelta consapevole. Fiducia. Ed è una parola che, su di lui, pesa come una confessione.

«Purtroppo non è così facile, Scarlett…» dice infine, con un mezzo sospiro. «Questa non è una cosa che si sistema parlando con la persona giusta o facendo pressione su quella sbagliata.» Fa una pausa, come se stesse cercando il modo meno patetico per dirlo. «Non funziona come le solite cose… non è una bustina di coca... non sono le risposte di un compito, non è qualcosa che puoi strappare a qualcuno.»

Nel tono c’è rassegnazione, ma non amarezza. Quando torna a guardarti, però, accenna un sorriso.
«Però… grazie per aver pensato che sia possibile.»

Quel sorriso ti spiazza più di qualsiasi provocazione precedente.

Si sposta, si siede sul bordo del letto, infilando i pantaloni con movimenti lenti, quasi distratti. Lo vedi fissare un punto qualunque della stanza, un poster, una macchia sul muro, come se fosse più facile parlare senza incrociare il tuo sguardo.

«La verità è che non so nemmeno io chi dovrei essere, oltre a quello che mostro...» ammette. «Forse sono solo questo. Fine.»

Indossa la maglietta, si alza in piedi. Le spalle sono dritte, ma qualcosa nel modo in cui evita i tuoi occhi tradisce una crepa.

Poi si volta di nuovo verso di te. «È meglio che vada. A mio padre non gliene fregherà un ca$$o se sono sparito, ma devo far sapere a Cory e agli altri che sto bene.»

Capisci che, per ora, non riuscirai ad andare oltre. E in fondo lo sai anche tu: quello che ti ha chiesto non è un favore come gli altri. Non è una scorciatoia, né una trattativa. È qualcosa che richiede tempo. Pazienza. Continuità. Tutte cose che non fanno parte del tuo solito arsenale. Una sfida a cui non sei abituata.


Quando siete alla porta, Tanaka si ferma un’ultima volta. Si gratta la nuca, chiaramente a disagio.
«Comunque… prima…Beh.. È stato… » esita, cercando la parola giusta. «... Surreale.»

Ti guarda, serio ma sincero.
«Hai davvero qualcosa in più, Scarlett.» Un accenno di rispetto, non di sfida. «E grazie per essere tornata a cercarmi.»

Poi aggiunge, quasi di fretta: «Appena recupero un altro cellulare ci sentiamo. Ah… e ti riporto i vestiti.»

Lo osservi allontanarsi a passo svelto verso casa, l’andatura un po’ rigida, lo sguardo che controlla l’ambiente attorno a sé. Non per paura, ma per abitudine.

E tu rimani sola coi tuoi pensieri.

off game

Non ho reputato necessario un altro tiro su eccitare perchè faceva tutto un po parte della stessa scena. Questa cosa del redimere del tutto la figura di Tanaka agli occhi degli altri e di se stesso te la voglio far sudare un pochetto ahahah..

Ho velocizzato un po facendolo andare via, perchè mi piaceva l'idea che, rimanendo sola, tu avessi tempo di rielaborare con calma tutto quello che ti è successo negli ultimi giorni!

@Ghal Maraz

Nathan Clark - ora buca del mercoledì con Max e Noah

Noah ti guarda come se stesse ancora cercando di capire se la conversazione stia succedendo davvero. Sbatte le palpebre un paio di volte, poi inclina appena la testa.
«Io? Oggi pomeriggio?» ripete, sinceramente spiazzato. «Beh… sì. Credo di sì. Non ho niente da fare…» aggiunge, abbassando lo sguardo sulle scarpe.

Solo dopo qualche secondo trova il coraggio di rialzare gli occhi su di te. Un mezzo sorriso gli nasce sulle labbra, timido ma genuino, come se avesse appena deciso di fidarsi. «Sì… sì, ci vengo molto volentieri in quel posto nel bosco con te, Nathan.»

Quando fai il nome di Max, lui si inserisce subito nella conversazione. Si sistema il cappellino di lana, poi tira meglio la bretella dello zainetto sulla spalla. Il tono resta apparentemente rilassato, ma noti come un lieve nervosismo nei suoi gesti che stono un poco col personaggio.
«Nel bosco?» ripete, con una risatina breve. «Beh… non so se sia proprio una grande idea andare così a zonzo tra gli alberi.»

Scrolla le spalle, cercando di sembrare naturale.
«Io oggi pensavo di scendere allo skate park con i ragazzi… perché non venite anche voi due?» propone, avvicinandosi e poggiando una mano sulla spalla di Noah. Il contatto improvviso lo fa trasalire appena, ma non si ritrae. «Un po’ di chill, quattro risate… dimenticatevi il bosco, no? Dai.»

Fa una breve pausa, poi aggiunge quasi di getto:
«Magari lo dico anche ad Ana…» Si ferma un istante, consapevole di come suoni. «Lo so, lo so… a volte sembra avere un palo nel cu*o...» si affretta a correggersi, «ma in realtà ci sta dentro. È una tipa tosta.»

Alla fine tace, lasciando cadere le parole. Ti guarda apertamente, soprattutto te, con una punta di speranza negli occhi.

@SNESferatu

Ana Rivero - in corridoio con la bidella e il pensiero ad Eliza

La bidella assume subito un’espressione comprensiva quando le racconti quella mezza verità studiata al volo.
«Oh, capisco!» esclama. «Allora immagino tu possa restare qui.» Chiude la frase con un risolino che ti arriva dritto sui nervi, viscido quanto inutile. Poi, però, non si ferma. Anzi. Inizia a parlare. Tanto. Troppo. Di cose che non potrebbero importarti di meno. Ti racconta della suora — pare sia scivolata, dice — e che in ospedale hanno dovuto operarla perché si era rotta il femore. Ora sta meglio, a quanto pare, ma la ripresa sarà lunga, lunghissima. Probabilmente per un bel po’ non si farà vedere a scuola.

Dentro di te inizi a contare i secondi. Che diventano minuti. E più Brenda parla, più la necessità di liberartene e tornare da Eliza si fa urgente, quasi fisica. Rispondi a monosillabi, annuisci, sorridi quando serve, sperando che colga il segnale. Alla fine, dopo quello che ti sembra un tempo infinito di chiacchiere inutili, la bidella si decide finalmente a salutarti e ad allontanarsi lungo il corridoio.

Non aspetti un secondo di più. Ti giri sui tacchi e torni immediatamente indietro, svoltando l’angolo e fermandoti davanti alla porta dell’ufficio del coach. Da dentro non proviene alcun suono. Attendi. Forse mezzo minuto. Forse meno. Con cautela ti avvicini e appoggi l’orecchio al legno. Niente. Silenzio. Poi, all’improvviso, uno stridio. Un rumore metallico che gratta sul pavimento. Una sedia che si sposta? La scrivania? Non lo capisci. Esiti. Restare ancora un attimo o entrare adesso?

Stai per afferrare la maniglia — noti solo ora che è stata riparata — quando la porta si apre di colpo.

Il coach Moss è davanti a te. Per un istante non riesce a nascondere la sorpresa, poi le sue labbra si incurvano in un ghigno appena accennato. «Signorina Rivero!» commenta. «Vedo che alla fine si è presentata a scuola. Molto bene… avevo giusto bisogno di parlarle.»

Il tuo sguardo scivola immediatamente oltre le sue spalle, all’interno dell’ufficio. Ti sembra vuoto. Nessuna traccia di Eliza.

@Theraimbownerd

Orion Kykero - a casa con la somma sacerdotessa

Il pranzo si svolge come una recita studiata alla perfezione.

La tavola è apparecchiata con una cura quasi eccessiva, come nelle grandi occasioni: porcellane tirate fuori solo per le feste, tovaglioli di stoffa piegati con precisione, una luce calda che filtra dalle finestre e rende tutto… normale. Troppo normale. Tua madre si muove per la sala con un’energia che non le vedevi da tempo, sorridente, premurosa, attenta a riempire i bicchieri prima ancora che qualcuno li svuoti. Ogni tanto ti sfiora una spalla passando alle tue spalle, un gesto che vorrebbe essere affettuoso e che invece ti irrigidisce.

Madre Elain D’Arques mantiene un portamento impeccabile. Mangia poco, lentamente, parla con voce pacata. Fa domande generiche sulla scuola, sul rendimento, sui “talenti” di Juno e Diana, lodandole con un cenno del capo quando rispondono in modo educato. Con te è gentile, persino cordiale… ma più di una volta la sorprendi a osservarti di sfuggita, lo sguardo che si fa sottile, analitico, come se stesse valutando qualcosa che solo lei può vedere. Poi distoglie gli occhi e torna a sorridere, come se nulla fosse.

Juno spezza il pane con le dita più del necessario, lo riduce in briciole senza accorgersene. Diana annuisce spesso, troppo spesso, a qualunque cosa dica tua madre, e ogni tanto ti lancia uno sguardo rapido, carico di un’intesa silenziosa. Quando Madre Elain parla del “privilegio di nascere sotto lo sguardo della Dea”, Juno si schiarisce la gola e beve un sorso d’acqua di troppo. Nessuna delle due nomina apertamente quello che verrà dopo, ma è lì, seduto a tavola con voi, come un convitato invisibile.

Tua madre, a un certo punto, posa le posate e batte piano le mani, sorridendo.
«Direi che possiamo iniziare a prepararci per porgere i nostri omaggi alla Dea. È un giorno importante.»

Scendete nel seminterrato. La stanza rituale è fredda, scavata nella pietra, illuminata da candele disposte in cerchi concentrici. L’aria profuma di resine e incenso, un odore antico che ti si attacca alla pelle. Lì sotto il tempo sembra rallentare, come se il mondo di sopra fosse già lontano. Madre Elain e tua madre indossano le loro vesti da Somme Sacerdotesse con gesti lenti e solenni: tessuti scuri, pesanti, ricamati con simboli di fertilità e motivi vegetali. Quando sono pronte, sembrano più alte, più distanti, figure che appartengono più al culto che alla famiglia. A Juno e Diana vengono consegnate tuniche chiare, semplici, da accolite; le infilano in silenzio, aiutandosi a vicenda con mani che tremano appena.

Anche a te porgono una veste. È dello stesso colore di quella delle tue sorelle, ma il taglio è leggermente diverso, pensato per “onorare” il tuo ruolo. Tua madre ti sistema la veste sulle spalle con gesti attenti, quasi premurosi. Sorride, e nella luce tremolante delle candele quel sorriso sembra ancora più sicuro di sé.

«È una celebrazione speciale.» dice a voce bassa, come se stesse condividendo un segreto sacro. «Un dono della Dea riservato a poche elette.» Le sue dita indugiano un istante sul tessuto. «Un modo per avvicinarti davvero a Lei… per farti sentire la Sua presenza.» Si raddrizza, guardandoti negli occhi. «È un passo importante verso il tuo futuro, Orion. Un segno di elezione.» Poi aggiunge, con un tono dolce che sa di promessa: «Dopo questo, molte cose saranno più chiare. Per te. Per tutti noi.» Le sue parole cadono una dopo l’altra, morbide, rassicuranti. Promesse di vicinanza, di appartenenza, di destino. Eppure, sotto quella calma studiata, senti il peso di ciò che non viene detto.

Quando siete tutti al vostro posto, Madre Elain si volta verso di te. Per un istante il suo volto è solo quello di una donna sui cinquanta, elegante, composta. Poi i suoi occhi si fanno più duri, più profondi, come se stesse guardando oltre la tua pelle.

«Orion...» dice con voce calma, solenne «sei pronta per cominciare?»

@Voignar

Darius Whitesand - nel bosco con gli spacciatori

La paura ti inchioda. Il tuo sguardo rimbalza senza sosta dalla canna della pistola puntata contro di te all’uomo che ti si avvicina per afferrarti. Il cervello corre, ma non trova appigli. Scappare non è un’opzione. Restare fermo, nemmeno.

Alla fine agisci quasi senza decidere davvero. D’istinto.

Richiami il potere che ti è stato tramandato dai tuoi avi. Sai che, senza preparazione, esiste un solo modo per farlo funzionare: mantenere il contatto visivo, salmodiare le litanie in latino. Nulla di discreto. Nulla di elegante. Ma ora è una questione di vita o di morte. Ti viene in mente la fattura del legaccio. Un incantesimo di base. Non li fermerà davvero. Non li annienterà. Ma imporrà loro un vincolo: non potranno arrecare danno fisico ad altri. Quanto basta per sopravvivere.

Le parole latine iniziano a fluire dalla tua bocca con una naturalezza inquietante. Poi lo senti. Il tatuaggio alla base del collo prende a formicolare, sempre più forte, come se reclamasse attenzione. Un’ondata improvvisa di esaltazione ti invade. Non è un’emozione tua. Ti esplode dentro come qualcosa di estraneo, antico.

Per un istante potresti resistere. Invece no. Lasci che entri. Lasci che ti attraversi, che impregni ogni cellula del tuo corpo, mentre pronunci l’ultima parte della formula.

Il potere che risponde è devastante. Molto più di quanto avresti mai immaginato. La terra vibra sotto i tuoi piedi. Dal sottobosco emergono rampicanti irti di spine, squarciando foglie morte e radici. Si avvolgono attorno all’uomo con la maglietta metal — Viper — che li guarda con un misto di incredulità e puro terrore. Si dimena, inutilmente. I viticci sono più forti. Più vivi.

«Che… che cavolo stai facendo?!» urla il rasato, quello con la pistola. Con la coda dell’occhio lo vedi irrigidirsi, puntarti l’arma con ancora più decisione. «Smettila subito o sparo!»

L’esaltazione ritorna, più intensa. Ti guida. Alzi un braccio verso di lui.

Lo sparo esplode. Il sibilo del proiettile ti sfiora, ovattato dal silenziatore. Un rampicante si è avvolto al suo polso all’ultimo istante, deviando la mira. Altri viticci lo circondano, lo sollevano da terra. La pistola gli sfugge di mano e cade a terra con un tonfo sordo.

I lamenti dei due uomini si fondono, soffocati. I rampicanti li tengono sospesi, stringendosi anche attorno al collo. Tu sei lì, immobile, entrambe le braccia sollevate verso le tue vittime. I loro occhi ti fissano. Terrorizzati. Imploranti.

Ed è proprio quello sguardo a spezzare l’incanto. L’esaltazione si ritrae. La lucidità ritorna, pesante, improvvisa. Torni padrone di te stesso. Davanti a te resta solo un bivio, netto e irreversibile. Finire ciò che hai iniziato, non lasciare testimoni dei tuoi poteri, della tua natura di stregone. Oppure lasciarli andare. Vivere con la consapevolezza di aver avuto la scelta… e di non aver macchiato le tue mani di sangue.

Scarlett Bloomblight

A casa con Tanaka - poi da sola, rimuginando

Come osi?! COME OSI?! Sento un'eco ai miei pensieri, un istinto rabbioso che mi dice di afferrarlo per la gola e di tenerlo bloccato sul letto per farmi ascoltare, ma la ragione mi riporta sulla strada giusta e riesco subito a calmarmi. Giusto, ci vuole tempo... continua a ripeterglielo Scarlett, a buttare l'esca quando serve: alla fine andrà come sempre, sarà lui a venire da te.

Il suo sorriso assieme al ringraziamento mi spiazzano, perdo il controllo qualche attimo che gli basta per spostarsi e tornare seduto.

"Sai Tanaka... se non sai chi vuoi essere allora non sei mai solo ciò che mostri, lo devi solo capire. E ci vuole un po' di tempo." C'è una nota nel tono che tradisce la mia solita impostazione senza crepe, come se avessi abbassato per un secondo la maschera della manipolatrice e stessi parlando col cuore.

A questo punto capisco che oggi non posso andare oltre, è effettivamente già tanto che sono riuscita a portarlo ad aprirsi così visto le condizioni in cui era ridotto quando l'ho trovato; mi alzo anch'io, infilo le mutande e la maglietta e lo seguo di sotto.


"Anche per me." Mi limito a rispondergli quando arriviamo sulla porta. "Di nulla, era il modo giusto per chiudere l'affare di ieri." Aggiungo per sdrammatizzare; non vorrei fargli capire quanto conti per me visto che è una delle quattro persone che conosco che hanno un valore e non sono scialbe come il resto delle monetine in giro. "Poi fammi sapere anche di Dawson." Dico come ultima cosa: vorrei lasciare chiaro che lo ritengo importante; non posso permettermi di arrivare a Venerdì senza informazioni per Orion.

Lo guardo allontanarsi per un po' e poi richiudo la porta: sono pur sempre in mutande e fuori c'è freddo.

Dopo aver fatto scattare il chiavistello rimango ferma lì a fissare la maniglia, o più probabilmente il vuoto. Ok, che c@zzo è successo?

Finalmente, scaricata la tensione e raggiunti gli obbiettivi che ritenevo importanti, arriva la consapevolezza: stamattina ho fatto una pazzia tirando una striscia di coca per andare a cercare Tanaka nel bosco totalmente a caso senza sapere se lo avrei trovato e se fosse vivo, ma la caverna? Era agghindata a mo' di base, quindi quel coso con il teschio di cervo ci vive, ci lavora o qualcosa di questo tipo. Ma si può sapere che vuole poi? Che continuava a chiamarmi Ragazza Drago... E poi quando ho cercato di liberare Tanaka: quella cosa, quell'entità... Che il tizio con la testa di cervo faccia parte di una setta pagana e quella era la loro divinità? Certo Scarlett, continua a dire str0nzate: divinità pagane, come no... Magari quella coca aveva qualcosa di allucinogeno, forse.

"Ho bisogno di fumare." Decreto infine, in quanto fissare l'infinito oltre la maniglia della porta di casa non è la cosa migliore del mondo.


Torno in camera e osservo il disastro: ci sono la metà dei miei vestiti in giro, il letto è distrutto e roba rovesciata dal comodino. "Forse abbiamo esagerato..." Ridacchio ripensando al sesso di poco fa. "Magari nel frattempo ci do una sistemata." Mi rivesto e apro la finestra: c'è una puzza di ormoni così forte che sembra di venire presi a pugni in faccia; poi mi rollo con calma una sigaretta e l'accendo, il fumo caldo che scende giù per la gola è una sensazione immensamente piacevole e rilassante.

Mentre fumo rimetto a posto tutto il casino, facendo anche una lavatrice dei miei vestiti (anche quelli di Tanaka) e cambio il letto, che era appunto in condizioni pietose. Finita la sigaretta ne segue un'altra, poi un'altra ancora e così via: faccio tutto con calma e lasciando in sospeso le riflessioni sugli ultimi giorni, come se rimettere in ordine la stanza potesse di riflesso mettere ordine nei miei pensieri; ovviamente impossibile.

Quando ho finito mi sento tranquilla, in pace: mi siedo alla scrivania ammirando il mio lavoro mentre mi gusto l'ultima sigaretta, il vento freddo che entra dalla finestra sembra una semplice e dolce brezza.

Poi però arriva: non posso procrastinare i pensieri all'infinito e quelli tornano vorticanti, riempiendomi la testa di dubbi e confusione, mischiandosi tra di loro in tutti quegli avvenimenti surreali che capitano da Lunedì, da quando ho avuto quella strana visione del drago cadendo nel fango. Drago? Drago come ha detto il coso col teschio di cervo: Ragazza Drago. Me ne rendo effettivamente conto solo ora, collego le due cose.

Però mi sto confondendo troppo, agitando troppo, ho bisogno di tranquillizzarmi: prendo l'erba che mi ha dato Orion e mi rollo una canna, poi prendo le cose di mio padre, i prodotti per la pulizia e ricomincio a prendermene cura. L'ho già fatto stamattina, ma è l'unica cosa che mi aiuta a calmarmi davvero... Nel frattempo accendo la canna e comincio a fumare.

@Loki86 offgame

Vorrei Guardare nell'Abisso per capire di più sulla questione del drago: al momento a Scarlett preme più capire questa cosa perché è un po' da lì che è iniziato il tutto, con anche la figura col teschio di cervo che la chiama "Ragazza Drago"; magari da lì riuscirà ad ottenere qualche risposta in più, sommata alle altre visioni che ha avuto che davano hint alla questione drago e anche a quello che le è successo con gli spasmi di forza e simili.

Ho già tirato sul sito e ho fatto (1+6)+1 = 8. Confuse e allarmanti ma meglio di niente XD

Orion Kykero

Il momento del rituale

Il pranzo è una tortura. Non che mamma o la sacerdotessa facciano qualcosa di sbagliato nei miei confronti, anzi. Sono gentili. Fin troppo gentili. Non avevo un pranzo così tranquillo con mamma...beh, dal mio coming out. Se ieri non avessi svolto quel rituale sarei decisamente stranito.

Adesso invece sono solo disgustato. La cucina migliore di questo mondo non può nascondere il fatto che l'unico motivo per cui mamma è così felice è che si aspetta che io faccia un passo indietro, rinneghi ciò che sono e le dia ragione sul fatto che è stata solo una fase.

Guardo le mie sorelle con sguardo triste. Spero solo che, qualsiasi cosa accada, questo non le faccia soffrire. Senza di me il ruolo di futura somma sacerdotessa ricadrà su una di loro e ho una paura matta che questo porti gelosie. Spero solo che il loro legame sia abbastanza forte da resistere anche a questo.

Il rituale non può iniziare abbastanza presto.

Quando finalmente ci dirigiamo nel seminterrato sono quasi impaziente di farla finita. Vorrei accelerare i tempi, ma il rituale non lo consente. Sono costretto alla lentezza, indossando la mia veste per quella che so sarà l' ultima volta.

Ascolto le parole di mia madre con attenzione e annuisco. Si mamma. Sono certo che la dea illuminerà la nostra via oggi. Le dico, senza ombra di sarcasmo. Riesco perfino ad abbozzare un sorriso. Se vogliono chiarezza...la dea gliela darà.

Sono pronto, madre Elaine. Dico, reggendo il suo sguardo, calcando quella "o" con fermezza. Questa donna non ha capito con chi ha a che fare se pensa basti un po' di solennità a intimidirmi. Ci sono nato in questo culto. Con me non attacca.

Modificato da Theraimbownerd

Ana Rivero

Davanti al coach

Ringrazio mentalmente qualunque santo, demone o coincidenza cosmica per il fatto che la bidella si sia finalmente tolta di mezzo. Era ora. Ogni secondo lontana da Eliza mi è sembrato un errore. E infatti. Quel porco del prof mi attende. La maniglia riparata mi colpisce subito, come un pugno allo stomaco. Non c’era prima. O almeno, non così. E poi l’ufficio: vuoto. Troppo vuoto.

Dov’è Eliza? Quando è uscita? Non è possibile, mi sarò voltata un attimo. Un cavolo di attimo.

Il pensiero che possa credere che l’abbia lasciata sola mi attraversa come una lama. Stringo la mascella.

Mi appoggio con un braccio allo stipite della porta, senza entrare del tutto. In pratica gli blocco la strada, e va benissimo così. Non sono io quella in pericolo, qui. Se qualcuno sta giocando col fuoco, è lui. Io ho le spalle fuori. Se mi dà un problema, sarà lui ad avere le palle dentro. A calci.

Incrocio il suo sguardo e ricambio il ghigno con un sorriso altrettanto falso. "Mi cercava?" chiedo, con un tono fin troppo tranquillo per come mi batte il cuore.

Dentro, però, una sola cosa rimbomba chiara: Eliza non c’è. E questa storia ha smesso di piacermi anche più di quanto pensassi possibile.

Darius

Maghi 1 - Babbani 0

Il potere scorre nelle mie vene come fuoco, me lo sento colare in gola manco fosse acqua, ed io stessi uscendo adesso da una lunga, lunghissima camminata nel più assolato dei deserti

Continuo con ben poco ritegno la mia litania, la stessa frase idiota ripetuta ancora e ancora, mentre qualcosa pulsa dietro la mia testa, proprio sul retro degli occhi; la sento spingere, come se volesse uscirmi dal naso, dalle orecchie, dalla bocca mentre parlo

Ammiro con esultante piacere i viticci che si attorcigliano attorno ai due malviventi, ma poi, non so bene nemmeno io, rallento; ho bisogno di prendere fiato, la gola può essere piena di potere ma è secca per il tanto parlare, ed è allora che vedo lo sguardo terrorizzato dei due str0nz1

Non posso negare che sia una bella vista, dopo essere stato minacciato con una pistola, ma dentro di me capisco che è abbastanza. Continuo a salmodiare ancora un poco, giusto per essere sicuro che i rami li trattengano a lungo, e mentre lo faccio arretro, sempre tenendo gli occhi fissi su di loro

Mi zittisco all’ultimo secondo utile, e inizio a correre come un forsennato verso la scuola; potrei chiamare la polizia e farli arrestare, ma anche se posso trovare una facile scusa al perché ero in classe, non me ne viene manco una su tutta la storia dei rampicanti. Meglio archiviare la cosa, e darsela a gambe

Grazie… rivolgo un pensiero all’entità che ho capito mi ha aiutato; non sono esattamente euforico di averla addosso, ma credo che lusingarla un poco non potrà essere peggio che essere fatto a pezzi

Nathan Clark

Corridoio

"Ana? Lo skate park?", mi accorgo di stare strabuzzando gli occhi senza volerlo.

"Ma che...? Dopo la scenata di lunedì mattina, poi? Che è successo, l'amore dopo la guerra?", finisco, senza accorgermene, col fare una battutina un po' fuori luogo. Però non c'è cattiveria; solo... sorpresa. Sì, diciamo sorpresa.

Ma poi, cosa c@$$o c'entrano lo skate park e Miss Ghiacciolo con la mia proposta, adesso? Non avrà... paura? Paura di che? Max?

"No. No, amico, mi spiace. E ho i miei motivi; lo sai come sono fatto.

Primo: ho una specie di debito verso Noah e intendo mantenere la mia promessa.

Secondo: sai che allo skate non mi 'chillo'. Non dopo tutte le cadute che ho fatto da quella stupida rampa!

Terzo: che ti ha fatto il Bosco? Sei strano, Max, te le devo dire: non ti ho mai visto reagire così a una proposta del genere...".

Ok, ora è davvero tutto strano. Tutto così maledettamente strano.

Questa è di sicuro la settimana delle assurdità. I miei sogni, il mio viaggio oltre il Crepuscolo, quelle sensazioni, le reazioni di tutti... mi sa che cominciano a essere cavoli amari. E non solo per colpa di Cory & Co. Anzi, la premiata ditta dei Neanderthal comincia a sembrarmi la meno.

Noah, Max, Darius, Scarlett, Tanaka... e pensare che credevo di essere io quello strambo.

"Oggi devo proprio andare nel Bosco, Max. Devo proprio. Mi sa che è il giorno giusto".

Modificato da Ghal Maraz

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@TheBaddus

Scarlett Bloomblight - a casa guardando nell'abisso

L’odore dell’erba bruciata si mescola a quello del detergente per i metalli. Un contrasto strano, dolciastro e acre insieme, che ti riempie i polmoni e ti resta addosso. Sei seduta per terra, la schiena contro il letto, le ginocchia raccolte. Davanti a te, sul tappeto, gli oggetti di tuo padre: anelli, bracciali, una vecchia collana d’oro dal gusto decisamente pacchiano. Roba che non indosseresti mai. Roba che, eppure, costituisce il tuo tesoro più prezioso.

Aspiri lentamente. Trattieni il fumo. Lo lasci uscire piano, osservandolo salire verso il soffitto come se avesse una sua volontà. La testa inizia a farsi leggera, ma non nel modo confuso che ti aspettavi. È una leggerezza vigile. Attenta. E, nel mentre, la tua testa si riempe di pensieri che si affollano e sovrappongono tra loro.

Prendi in mano un anello. È caldo. No... non dovrebbe esserlo. Eppure lo è. Lo giri tra le dita, passi il panno con cura, quasi con devozione. Ti accorgi che stai trattenendo il respiro. Quando lo rilasci, senti il cuore accelerare. Non per ansia. Per qualcosa di più vicino all’eccitazione. La stanza sembra farsi più piccola.

Per un istante hai la sensazione netta che ci sia qualcun altro lì con te. Non alle tue spalle. Non davanti. Dentro di te. Una presenza immensa, rannicchiata, come qualcosa che dorme da troppo tempo in uno spazio angusto. Stiracchiarsi lento. Scaglie che si muovono una contro l’altra con un suono che non senti davvero, ma che ricordi.

La tua mano scivola su un altro gioiello. Oro. Ancora caldo. Ancora tuo. Una parte di te, una parte che non riconosci come “pensiero”, si irrita all’idea che quegli oggetti possano appartenere a chiunque altro. Un fastidio sordo, primordiale.

Non si toccano. Non si prendoni i miei tesori!

Alzi lo sguardo verso lo specchio dell’armadio. Per un battito di cuore, il riflesso non pare il tuo abituale. I tuoi occhi sono lì, sì… ma sono diversi. Più grandi. Più chiari. Dorati. Dietro di te, un’ombra enorme occupa tutta la stanza, ripiegata su sé stessa come ali troppo grandi per essere aperte in una stanza così piccola. Senti un peso sul petto, non opprimente. Rassicurante. Come essere coperta da qualcosa di vasto e invincibile.

Poi tutto torna normale.

Ti accorgi di avere le dita serrate a pugno attorno all’anello. Così forte da farti male. Non lo molli subito. Non vuoi. Quando finalmente lo fai, provi una fitta di irritazione. Come se stessi rinunciando a qualcosa che ti spetta di diritto.

Il fumo si dirada. Il battito del cuore rallenta. Rimani seduta lì, circondata dai gioielli lucidati, con la sensazione inquietante di aver appena riscoperto qualcosa di te che non sapevi di aver mai dimenticato.

@Theraimbownerd

Orion Kykero - il rituale

La Somma Sacerdotessa si muove con una calma che non ammette repliche. Ogni gesto è misurato, preciso, come se le sue mani ricordassero una coreografia antica meglio della sua stessa mente. Tua madre le sta accanto, un passo indietro, ma perfettamente sincronizzata: quando Elaine allunga la mano, lei è già pronta; quando Elaine versa, lei ruota il recipiente con l’angolazione esatta. Non c’è fretta, non c’è incertezza.

Preparano il kykeon come se fosse una cosa viva. Le polveri vengono pestate con un ritmo lento e ipnotico, le erbe sminuzzate senza mai spezzarne davvero l’aroma. L’aria del seminterrato si riempie di fragranze dense, calde, giuste. È impossibile non notarlo: è diverso da quando lo fai tu, diverso da quando lo fate insieme, tu e le tue sorelle. Allora c’è sempre un margine di approssimazione, un piccolo errore, una vibrazione fuori posto. Qui no. Qui tutto sembra allineato. Come se la Dea stesse guardando e guidando le loro mani.

Elaine intona le prime orazioni con una voce bassa, cantilenante, e tua madre le risponde senza esitazione. Le parole si incastrano una nell’altra, rimbalzano sulle pareti, scivolano sotto pelle. Quando la coppa ti viene por­ta­ta davanti, il liquido all’interno è opalescente, attraversato da riflessi dorati che non riesci a fissare davvero. Bevi. Il sapore è amaro, terroso, e ti resta sulla lingua più del dovuto. Gli incensi iniziano a bruciare con maggiore intensità, il fumo si arrotola lento, insistente. Ti senti… leggero. Troppo leggero. Come se qualcuno stesse allentando, uno dopo l’altro, i nodi che tengono insieme i tuoi pensieri.

Non ti piace. Stringi i pugni, cerchi di restare presente, di ancorarti al respiro, al pavimento sotto i piedi, alle voci delle tue sorelle alle tue spalle. Ma la testa inizia a girare. Le parole delle orazioni diventano un flusso indistinto, la luce delle candele si sdoppia, si moltiplica. Le gambe ti tradiscono senza preavviso. Cadi.

L’ultima cosa che vedi è lo sguardo di Juno, spalancato, spaventato. “Orion!” la senti chiamarti.
Poi la voce di tua madre, ferma, dolce, definitiva: “Juno, resta al tuo posto. Orion è amata. Vogliamo solo il bene di vostra sorella.”

Buio.

Riapri gli occhi e la luce ti colpisce come un’onda. Bianca, totale, accecante. Istintivamente porti un braccio davanti al viso. Quando lo abbassi, capisci che non è la luce a cambiare: sei tu che ti stai abituando. Come se stessi usando gli occhi per la prima volta. Ti rimetti in piedi. Sei nudo. Anzi... Nuda... Il corpo che senti, che vedi, è scoperto, vulnerabile, senza filtri. Nessun trucco, nessuna linea tracciata per correggere ciò che non ti appartiene. Nessun binder a comprimere quell'ingombro familiare e fastidiosamente troppo cresciuto sul petto. La pelle è liscia, morbida, inequivocabile. Gli organi genitali sono quelli sbagliati. Quelli che non hai mai riconosciuto come tuoi. Eppure appaiono così maestosi, così desiderabili.

Alzi lo sguardo. Specchi. Ovunque. A perdita d’occhio. Alti, bassi, inclinati, perfettamente dritti. Ti riflettono da ogni angolazione possibile. Non c’è un punto cieco, non c’è un modo per sottrarti. Ogni movimento che fai viene restituito moltiplicato, replicato all’infinito. Mille versioni dello stesso corpo. Sempre uguale. Sempre femminile.

Non c’è nessuna voce. Nessuna orazione. Nessuna guida. Solo tu, il tuo riflesso, e quella luce immacolata che non giudica… ma non concede nemmeno scampo. Hai la netta sensazione che questo luogo non sia nato per accoglierti e lasciarti una scelta, ma per mostrarti. Preparato con cura. In attesa.

E, per la prima volta da quando tutto è cominciato, capisci che qui dentro non ti verrà chiesto chi vuoi essere. Qui ti verrà imposto ciò che sei e devi essere.

@SNESferatu

Ana Rivero - col coach Moss

Il coach Moss ti squadra con aria severa, dalla testa ai piedi, lasciando che il peso del suo sguardo ti resti addosso qualche secondo di troppo. Poi incrocia le braccia sul petto e torna a fissarti negli occhi.

«Esattamente!» dice infine. «Avrei convocato anche lei insieme alla signorina Monroe, se solo avessi saputo che oggi si era degnata di presentarsi a scuola.» Il tono è fermo, tagliente. Professionale solo in apparenza.

Nota il tuo sguardo che, per un istante, scivola alle sue spalle. Un’ombra di compiacimento gli attraversa il volto.
«E se sta cercando la sua amica e… compagna di malefatte...» aggiunge, calcando leggermente sulle ultime parole, «se n’è andata poco fa.»

Fa una breve pausa, studiando la tua reazione con attenzione quasi scientifica. È chiaro: sa tutto. Eliza aveva ragione. Vi ha scoperte. Qualcosa sul tuo viso deve tradire questi tuoi pensieri, perché lui incalza subito.

«Oh sì, signorina Rivero. So benissimo che ieri vi siete introdotte di nascosto nel mio ufficio» continua, la voce che si fa più dura, «e che avete anche danneggiato la maniglia della porta nel farlo.» Il rimprovero è netto, senza appigli.
«Eliza mi ha spiegato perché l’avreste fatto. Ma anche se nelle vostre testoline da liceali ribelli poteva sembrarvi una motivazione nobile, resta un gesto gravissimo.» Ti fissa senza concederti spazio. Nessuna replica possibile.
«Vi va bene che io sia una persona comprensiva. Vi va molto bene, signorina Rivero.» Alza leggermente la voce, come se stesse trattenendo a fatica l’irritazione. «Potrei persino sporgere denuncia.» Si ferma. Un istante sospeso.
«Non lo farò!» riprende poi, marcando ogni parola, quasi a rimarcare la propria magnanimità. «Ma non posso certo far finta di niente. Una punizione è inevitabile.»

Non sai se sia suggestione o realtà, ma ti sembra di cogliere un accenno di sorriso... breve, storto... proprio quando pronuncia quella parola. Punizione. L’attimo dopo riprende il controllo.

«Per cominciare, passerà il resto dell’ora buca e la prima parte della pausa pranzo insieme alla sua amica a rastrellare le foglie lungo il percorso interno della campestre.» Una pausa secca. «Poi… vedremo.»

La sentenza è pronunciata. Tutto sommato, la punizione potrebbe essere andata peggio. Eppure quel poi vedremo ti resta addosso come un peso. Rimane in silenzio per qualche secondo, quasi sfidandoti a ribattere, a dire qualcosa fuori posto.
«Ora si sbrighi!» conclude. «Eliza dovrebbe essere già lì. Sarà felice di non dover fare tutto da sola.»

Ti volti per andartene, ma senti ancora il suo sguardo su di te, insistente, come l’altro giorno fuori da scuola.
La sua voce ti ferma a metà passo.

«Ah, e mi raccomando!» aggiunge, freddo. «Rimanete entro i confini della scuola. Niente sparizioni nel bosco a farvi gli… affari vostri.» Accenna con il mento verso la palestra, dove sai che i grandi finestroni danno sul tracciato della campestre. «Ogni tanto darò un’occhiata.»

Non aspetta risposta. Si gira e si richiude la porta dell’ufficio alle spalle, lasciandoti nel corridoio con la sensazione sgradevole di essere stata osservata molto più del necessario.

@Ghal Maraz

Nathan Clark - ora buca con Max e Noah

Max incassa le tue parole come se gli avessi dato una spinta. Per un attimo abbassa lo sguardo, si passa una mano sulla nuca sotto il cappellino, tirandolo appena più giù del solito. Ride. Una risata breve, un po’ troppo secca per essere spontanea.

«Paura?» ripete. «Ma va’, figurati.» La dice in fretta, troppo in fretta. Poi si affretta ad aggiungere, come se stesse mettendo toppe a una frase che fa acqua: «È solo che… il bosco è noioso, ok? Sempre uguale. Fango, rami, zanzare. Non capisco cosa ci troviate.»

Noah, accanto a te, si muove appena. Le spalle un po’ chiuse, le mani che giocano nervosamente con la zip dello zaino. Ti lancia un’occhiata rapida, poi torna a fissare Max, come se stesse aspettando una sua approvazione che non arriva mai davvero. Max riprende, stavolta più cauto. «E poi non è che sia il massimo andare in giro lì adesso. Con tutta la gente strana che si vede. Cory, la sua banda…» Si interrompe. Deglutisce. Probabilmente non sapendo come potresti reagire a questa argomentazione. «Insomma. Non mi sembra una grande idea. Tutto qui.»

C’è qualcosa nel suo modo di parlare che stona. Come se stesse girando attorno a un buco nero senza volerlo nominare. Quando dici che devi andare nel bosco, che è il giorno giusto, Max ti guarda di scatto. Nei suoi occhi passa qualcosa di netto, incontrollato. Paura vera. La stessa che cerca di soffocare subito dopo.

«Nathan…» dice, abbassando la voce. «Sul serio. Lascia stare. Almeno oggi.» Fa un mezzo sorriso, tirato. «Non c’è niente di così importante da rischiare di farsi male, no?» Lo osservi, come a percepire se la sua reale preoccupazione sia realmente indirizzata verso Cory e la sua banda.

Noah finalmente trova il coraggio di parlare, interrompendo il tuo pensiero. La voce gli esce bassa. «Io… io ci vengo, se vai tu.» Arrossisce appena. «Cioè… se va bene. Avevi detto che…»

Max sbuffa piano, frustrato. Si passa di nuovo la mano tra i capelli, poi ti fissa, cercando il tuo sguardo come se volesse ancorarsi a qualcosa di solido. «Non è una sfida, amico. Non sto cercando di fare il guastafeste.» Una pausa. «È solo che… a volte è meglio non andare a cercare certe cose. Anche se senti che ti chiamano.»

Le ultime parole gli scappano di bocca. Se ne rende conto subito. Si irrigidisce. «Lascia perdere...» conclude in fretta con aria quasi sconsolata. «Fai quello che vuoi.»

Si volta, allontanandosi con una certa urgenza. Noah ti guarda. Non dice altro, ma il suo corpo è già leggermente orientato verso di te. È confuso, sì. Ma c’è una cosa che sente chiara: se tu vai, lui non vuole restare indietro.

@Voignar

Darius Whitesand - ora buca, di nuovo al sicuro (forse)

Indietreggi di qualche passo, il respiro spezzato, il corpo attraversato da una montagna russa di sensazioni impossibili da tenere insieme: euforia pura, quasi estatica… e una paura lancinante che ti stringe lo stomaco. Le parole latine ti muoiono sulle labbra solo quando senti... più che sapere... di essere abbastanza sicuro di poter scappare prima che il rasato cada a terra e riprenda la pistola.

Con voce roca mormori il controincantesimo, in fretta, inciampando sulle sillabe. Lo fai quasi per riflesso, come se temessi che anche solo esitare di un secondo di più possa avere conseguenze irreparabili. Non aspetti di verificarne l’effetto. Ti giri e corri. Corri senza voltarti. Corri senza chiederti se i rampicanti abbiano davvero lasciato liberi i due uomini. Corri cercando di non pensare al fatto che, là dentro, nel momento in cui la magia ha risposto, non eri solo tu a decidere.

Quel pensiero ti morde come un tarlo. E se la fattura non fosse davvero cessata? E se quella forza… quella presenza che hai lasciato entrare stesse ancora agendo? Un senso di colpa ti sfiora, breve ma tagliente. Avresti potuto controllare. Avresti dovuto. Ma la paura vince. Sempre.

Quando finalmente scavalchi il passaggio che Sasha ti ha mostrato e ti ritrovi al sicuro, dentro il perimetro della scuola, le gambe ti cedono. Ti lasci scivolare a terra, con la schiena appoggiata alla recinzione. Il cuore ti martella in gola, il fiato è corto, irregolare. Le mani ti tremano.

È allora che lo senti di nuovo. Il pizzicore alla base del collo. Il tatuaggio brucia, come se qualcuno vi avesse appoggiato una brace viva. Chiudi gli occhi, quasi per istinto… e il mondo sprofonda. Buio. Un buio denso, viscoso, che sembra premere contro di te.

Poi immagini. Spezzate. Distorte.

Scarlett. Il suo volto emerge dall’oscurità. I suoi occhi sono dorati, innaturali. Dietro di lei si allunga un’ombra mastodontica, impossibile da contenere in uno sguardo umano. Due ali immense si dispiegano lentamente, facendo tremare l’aria stessa.

Nathan. Il suo sorriso è sardonico, storto. Attorno a lui il mondo sembra… diverso. Più sottile. Come se fosse visto attraverso un velo. Qualcosa di antico e fatato pulsa appena sotto la sua pelle.

Orion. Ti guarda con un sorriso compiaciuto. Indossa una tunica sacerdotale nera, solenne. Sul petto, inciso con chiarezza, lo stesso simbolo che hai sul collo: la mezzaluna sovrastante una croce rovesciata.

Ana. I suoi occhi sono completamente neri. Vene rossastre le solcano la pelle come crepe su porcellana pronta a spezzarsi. Eppure sta in piedi. Salda. Terribilmente presente.

L’euforia torna a esploderti dentro, più intensa. Più pericolosa. La presenza è di nuovo lì. Ovunque. Dentro e fuori di te. Una voce. Mille voci. Una sola volontà. «Portali da me.» ... «Venite da me.»

La frase rimbomba, si sovrappone, si moltiplica… finché...

«Darius! Ehi… Darius!» Un’altra voce. Reale. Vicina. Riapri gli occhi di scatto. Davanti a te c’è Ben. Ti guarda preoccupato, piegato leggermente in avanti, come se temesse di toccarti. «Ehi… tutto bene?» chiede piano. «Sei pallido come uno straccio, amico.»

Il mondo torna al suo posto. Il cortile della scuola. La recinzione fredda contro la schiena. Il rumore distante delle lezioni che proseguono come se nulla fosse.

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