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Le Maschere di Nyarlathotep - Capitolo 17: Amici, nemici e djembe

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L'arrivo in Kenya riserva molte sorprese, e guadagniamo un nuovo compagno di viaggio

All'arrivo in Kenya, una pista improvvisata porta a rivelazioni inaspettate. Gli investigatori vengono a conoscenza di informazioni sconvolgenti, e comprendono a pieno per la prima volta la portata di quanto sta accadendo.

1925, 6 aprile

Mombasa è un calderone di odori nauseabondi e calore opprimente, ma ciò che bolle sotto la superficie di questa città portuale è infinitamente più letale della malaria o dei coltelli dei bassifondi. Sento che l'ombra di quello che Jackson Elias chiamava il "Caos Strisciante" si sta allungando su di noi, e ogni passo che facciamo sembra guidato da una mano invisibile e forse malevola.

Dopo il mese impiegato per riprenderci da quanto abbiamo vissuto nella Piramide Rossa, ci siamo rimessi in viaggio: Nigel Wassif, dopo averci trovati in stato confusionale fuori dalla piramide ed averci condotto ad una casa di cura sicura, ci ha accompagnato fin qui dal Cairo ed ora è giunto il momento per lui di congedarsi. Ci affida, prima di salutarci, ad un suo conoscente fidato: Okomu, un giovanotto dall'aria pacifica e pura che ci mette subito a nostro agio. Sarà la nostra guida in Kenya, ed il suo aiuto sarà essenziale dato che pochissimi qui parlano inglese. Inoltre, questa terra è una polveriera per via degli interminabili scontri tra le cinque tribù di altrettante etnie che la abitano, e potrebbe essere molto pericoloso per noi muoverci da soli tanto in città quanto nelle terre selvagge al di fuori di essa. Ci fa subito capire che dobbiamo andarcene in fretta da Mombasa: uomini e donne stanno giungendo qui da tutto il mondo, e non impieghiamo molto a capire che si tratta di cultisti che si stanno radunando per qualche pratica empia: restare in città significa rischiare di essere notati e scoperti da un momento all'altro! Ci auguriamo solo che Elizabeth Thompson, la quale ha scelto di restare al Cairo ancora per un po` per sbrigare alcune faccende personali, stia bene e che possa raggiungerci sana e salva il prima possibile.

Prima di abbandonare la città, decidiamo di fare un salto all'emporio raccomandato da Okomu per fare scorta di tutto ciò che potrà servirci durante il nostro viaggio sulle tracce di Carlyle: cibo, acqua, armi e munizioni ed anche una jeep che possa condurci ovunque desideriamo (o quasi), dato che alcuni gruppi armati si stanno prodigando per sabotare le ferrovie ed altre infrastrutture: saranno affiliati a La Lingua Scarlatta?
All'emporio incontriamo un bianco: un tizio dall'aria trasandata e che pare essere perennemente alticcio, chiamato Bertram "Nails" Nelson. Chiacchierando con lui, apprendiamo che tempo addietro si era occupato di rifornire allo stesso modo anche il nostro compianto Jackson Elias, per il quale provava una certa simpatia. Accetta dunque di aiutarci promettendo riservatezza e prezzi di favore, ed inoltre ci racconta di aver incontrato, alcuni mesi addietro, Jack Brady durante un viaggio a Singapore!! Questo è il secondo membro della spedizione Carlyle che parrebbe essere ancora in vita, dopo quel biglietto formato da Penhew che ho visto all'accampamento di Henry Clive. Dal racconto di Nails, pare che Brady fosse in fuga da qualcuno - o da qualcosa: ha abbandonato Carlyle prima del presunto massacro della spedizione stessa.

Da Nails apprendiamo un'altra informazione utile: proprio qui, sulle banchine di Mombasa, vi è una sede della Randolph Shipping, proprio quella compagnia di spedizioni il cui logo compariva in bella vista sulle casse di materiale di provenienza ignota che erano accatastate a decine nel magazzino dove Edward Gavigan stava tentando di costruire quel terribile ordigno (vedere capitolo 11 - Atom Heart Mother). Incuriositi, decidiamo che vale la pena impiegare un po' del nostro tempo per investigare, prima di lasciare la città.
La fortuna sembra non essere dalla nostra parte quando, non appena giungiamo in vista del magazzino, notiamo un uomo che uscendo dallo stabile incrocia il nostro sguardo e si ferma ad osservarci, perplesso. Impieghiamo alcuni istanti a riconoscerlo: è Arthur Emerson, il proprietario della Emerson Imports, la società che riforniva il negozio di Silas N'Kwane a New York! L'uomo ci osserva intensamente, sforzando di ricordare dove ha già visto i nostri volti, e decido di giocare d'anticipo nel disperato tentativo di dare alla sua memoria una spintarella verso la direzione sbagliata: mi presento con un nome falso, dicendogli che ci eravamo già incontrati presso la sua sede newyorkese per concordare una spedizione verso Mombasa. Gli occhi di Emerson si riducono a due fessure mentre mi studia, e poi abbocca al mio tranello e non solo: per qualche ragione mi associa ad un alto funzionario di una certa associazione capitanata dall'ormai defunto Edward Gavigan. Che colpo di fortuna insperato! La situazione si è ribaltata, e decido di approfittarne con spavalderia: riesco a farmi confidare dall'uomo preziose informazioni, come il fatto che - per ordine di questa fantomatica associazione - lui ed altri impresari stanno allestendo una rete di società che si occupano di import/export in tutto il mondo, gestendo un notevole traffico di merci in particolare verso l'Australia e Singapore. Impersonando a pieno il mio presunto ruolo di pezzo grosso, mi congedo da Emerson con degli ordini che spero possano compromettere o almeno rallentare gli affari di questa gente: lo incarico di dirottare tutte le merci in partenza per Singapore verso Londra, dove spero che il nostro fidato Arthur Vane possa aiutarci a recuperare i colli mettendoli al sicuro, fuori dalla portata di questi folli malintenzionati. Emerson scatta sull'attenti e dice di considerarla cosa fatta, ed inoltre mi affida un involto destinato agli esponenti kenyoti dell'associazione. Dopo essercene andati, apriamo il pacchetto: contiene una collana di pietre nere con un grosso ciondolo di forma vagamente spiraleggiante, che ricorda una zanna o forse... una lingua!

La nostra seconda ed ultima tappa in città è la sede del Nairobi Star, il giornale locale presso il quale lavora la donna che ha firmato tutti gli articoli kenyoti sulla spedizione Carlyle. Speriamo di poterla incontrare per ottenere qualche informazione sulle sue fonti, ma sfortunatamente pare che miss Natalie Smythe-Forbes sia uscita per una sessione fotografica: accompagnerà due persone ad un safari nelle zone selvagge a nord-ovest. Decidiamo che questa può essere una buona pista da seguire, del resto non abbiamo idea di dove altro potremmo andare... mentre ci allontaniamo da Mumbasa a bordo della sgangherata e stracarica jeep, ci accompagna un vento teso e incessante che mi ricorda il "Vento Nero" di cui ho letto nel libro Sette Misteriose d'Africa: secondo la leggenda, da uno dei monti del Kenya spira un vento portatore di sventura che si abbatte sull'Africa fino a quando non viene versato un tributo sufficiente per placarlo... un tributo di sangue. L'infausta profezia, che sicuramente avrà un fondo di verità, incombe su di noi ed ho la sensazione che trovare l'origine del Vento Nero ci condurrà dritti nel principale covo dei cultisti kenyoti. Forse la fantomatica M'weru si nasconde ancora qui, con loro, e con quel che rimane della spedizione Carlyle?

Le nostre indagini ci hanno poi portato lontano dai sentieri battuti, dritti nelle fauci del mostro. Ci siamo imbattuti in una specie di totem spezzato e danneggiato intenzionalmente da qualcuno, e poi abbiamo udito dei canti in lontananza intuendo subito che dovevano esserci dei nemici nelle vicinanze, qualcuno intento in un empio rituale... Okomu, in un atto di pazzia o di genio, si è allontanato da noi in avanscoperta. Lo abbiamo osservato da lontano mentre, udendo un canto tribale che faceva vibrare le ossa, rispondeva con la stessa melodia, fingendosi uno di loro per avvicinarsi indisturbato ad un falò ardente al limitare del quale due persone stavano in adorazione: Natalie Smythe-Forbes, in una sorta di stato di trance, e la donna che avrebbe dovuto accompagnare nel "safari": Taan Kaur! Si tratta di una mercante d'arte che abbiamo già visto all'asta imbastita da Erica Carlyle a New York, alla quale abbiamo partecipato prima di imbarcarci alla volta del vecchio continente (vedi 7 - Standing on the shoulders of giants). Per noi è una sorpresa vederla qui, soprattutto in questa veste, nel cuore delle tenebre, intenta ad evocare delle creature sconosciute richiamandole attraverso il falò, ed il rituale sembra quasi compiuto a giudicare dalle forme lucenti che si agitano tra le fiamme, una rossa ed una blu, simili all'Ifrit che abbiamo affrontato tra i vicoli del Cairo (vedi 14 - Sabbia e fiamme.) Taan Kaur appariva come una donna minuta, quasi fragile, con un volto delicato che nascondeva in realtà una persona totalmente folle ed adorante di quel Caos Strisciante che tentiamo di combattere. La giornalista, dal canto suo, pare inconsapevole di ciò che sta accadendo, quasi fosse in balia degli eventi senza comprendere ciò che stanno facendo.

Quando, osservando Okomu sempre più in difficoltà nel barcamenarsi con le parole, ho deciso che la diplomazia era morta e sono uscito allo scoperto aprendo il fuoco, l'inferno si è scatenato. Taan Kaur si è rivelata essere non una vecchietta indifesa ma una potente sciamana e, prima di soccombere, ha lanciato contro di me un incantesimo di una malvagità inaudita. Ho sentito una pressione insopportabile dietro le orbite, come se un calore invisibile stesse facendo bollire il vitreo dei miei occhi per scioglierli e lasciarmi cieco e morente. Ma in quel momento, il destino ha risputato l'orrore in faccia alla sua creatrice. In un lampo di luce accecante, l'incantesimo è rimbalzato: ho visto la testa di Taan esplodere in una nuvola di sangue e materia grigia, mentre veniva consumata dalla sua stessa magia. Ma non c'è stato spazio per il sollievo, difatti non appena abbiamo catturato e immobilizzato la giornalista, la sua maschera di sprovveduta innocenza è crollata: Anne per prima ha notato un tatuaggio sul suo petto, il marchio inequivocabile della sua fedeltà al male. Grazie ad una droga onirica, all'iniziativa di Oscar e all'uso disperato che ho fatto delle mie conoscenze dei Miti, abbiamo dato vita a un'esperienza collettiva folle. Con il ritmo ossessivo dei tamburi di Okomu, siamo scivolati in un sogno lucido dove Bundari, potente sciamano e mentore di Okomu, si è manifestato a noi.
Bondari ci ha sussurrato la verità definitiva, quella che mi impedisce di dormire. Non siamo qui per un semplice culto di fanatici. Siamo qui perché sotto il cielo del Kenya sta per compiersi l'innominabile: la nascita del figlio di Nyarlathotep! Mentre il mondo intero prosegue ignorante, i seguaci del multisfaccettato si stanno radunando presso la Montagna del Vento Nero come pastori verso una mangiatoia infernale.

Siamo increduli, ma le foto che troviamo tra i bagagli della giornalista non mentono. Hypatia Masters , la fotografa della spedizione Carlyle che credevamo perduta, appare in quegli scatti con un ventre oscenamente deforme, gravido di una creatura che non appartiene alla stirpe degli uomini. Lei è l'ostetrica di questo abominio. La Montagna del Vento Nero ci chiama. Sento il vento che urla tra le rocce, portando con sé il pianto di qualcosa che non dovrebbe mai nascere.

Dobbiamo ad ogni costo individuare la posizione di questo monte maledetto, ed impedire che il Male venga al mondo.

Citazione

Prendo il mio djembe, e inizio a suonare. Perché noi, in Africa, ci riconosciamo attraverso la musica che viene dal cuore e che non può mentire.

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