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I Diari di Jebbeddo

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I. Baldur's Gate, i Bassifondi

Sono arrivato da poco a Baldur's Gate, città vasta e rumorosa quanto se ne dice in giro. Mancano pochi giorni a Scudi Uniti e tutto è intriso già di gran fermento, strabordante di mercanti, curiosi, approfittatori e poveracci. La mia curiosità però è stata subito catturata da altro: una sfera planare è comparsa dal nulla ai Bassifondi, inghiottendo una fetta di quartiere. Nessuno sa spiegarne l'origine, neppure i grandi inquisitori degli Stregoni Incappucciati.

Alla Tana dei Sette Veli ho fatto la conoscenza di un tale Elaija, mangiafuoco itinerante con un cane zoppo di nome Okap. Mi ha parlato di processioni notturne di incappucciati che si infilano in un edificio abbandonato vicino alla sfera. Non potevo lasciarmi sfuggire un simile enigma.

Ci siamo appostati fuori dall'edificio e li abbiamo seguiti dentro, attenti a non farci notare. Il palazzo è un dedalo di stanze vandalizzate e corridoi bui, eppure vivo, frequentato. Abbiamo intercettato un gruppo radunato attorno a un tappeto cerimoniale: non un semplice arredo, ne sono certo, ma qualcosa legato ad energie precise, anche se i frammenti di conversazione captati non mi erano del tutto chiari. "Ci sono grandi aspettative quest'anno", ho sentito dire.

Ho fatto in tempo a ricopiare i simboli del tappeto sul mio taccuino, un piccolo trofeo della serata, per quanto rischioso da ottenere. Poi le cose sono precipitate: un vecchio con un bastone, che temo ci avesse percepito già prima, ha scoperto Elaija e lo ha messo all'angolo insieme ad altri tre incappucciati. Sono intervenuto, abbiamo tenuto testa per qualche momento, ma quello stesso vecchio mi ha lanciato addosso una manciata di polvere dorata, mormorando parole oscure. Il sonno mi ha preso di forza.

Di Elaija non so più nulla. Nel caos l'ho perso di vista, e quando mi sono risvegliato non era più al mio fianco. Confido nella sua sfrontatezza. Mi dispiacerebbe molto anche per Okap se fosse successo loro qualcosa.

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II. Le celle sotto il Diadema di Rame

Mi sono svegliato in una cella, il capo pesante, senza più i miei averi, comprese le pergamene coi simboli del tappeto, perdute o requisite, non so. Il mio nuovo compagno di prigionia è un umano che si presenta come Morn, un chierico di Chauntea catturato mentre difendeva un vecchio indigente e la sua famiglia da uno strozzino. Mi è parso subito il tipo che non abbandona chi ha bisogno di aiuto, anche a proprio rischio.

Siamo sotto al Diadema di Rame, la più losca locanda della città, covo di combattimenti clandestini e chissà che altre turpi attività. Tra poco sarà Scudi Uniti, festa per la quale viene sempre organizzato uno spettacolo nell'arena, per il quale veniamo ingrassati come bestiame. Nella cella di fronte un mezzorco furioso venduto agli schiavisti ci ha spiegato senza troppi giri di parole quanto sia impossibile fuggire: maghi, chierici, decine di combattenti.

Si sono aggiunti alla nostra cella un ladro dal nome altisonante, Prince JJJ Thourok, gentiluomo di terre ormai perdute, e nella cella accanto un certo Gaelan Bayle, ex carceriere del Diadema, ora prigioniero lui stesso per motivi che non ha voluto svelare. Da lui abbiamo appreso il funzionamento dei medaglioni che aprono le celle, e la disposizione delle stanze oltre il corridoio: un magazzino con i nostri averi, l'arena dei mostri, e più oltre la taverna vera e propria.

Il mezzorco ostenta solo rassegnazione violenta, mentre Morn resta un'ancora di sensatezza in questi giorni bui, non ha smesso un momento di cercare un modo per uscirne tutti insieme. Prince, dal canto suo, è tutto nervi e battute salaci ma continua a frugare in ogni angolo della cella in cerca di qualcosa di utile, cocciuto quanto basta per farmi pensare che, a modo suo, non abbia rinunciato ancora alla libertà.

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III. La libertà

L'occasione è arrivata quando meno ce l'aspettavamo. Un secondo carceriere, solo e incauto, è entrato nella cella del mezzorco per depositarvi un nuovo prigioniero permettendo al pelleverde di agire: lo ha ridotto in poco tempo a una massa sanguinolenta contro le sbarre prima di fuggire da solo verso la porta, senza un pensiero per nessuno di noi. Morn ed io ci siamo gettati sul corpo del carceriere dal quale ho recuperato un mazzo di chiavi e una scarsella di monete, mentre Morn il medaglione e una spada corta. Una sola chiave per tutte le celle... Gond sia lodato.

Abbiamo liberato gli altri: due nani ancora storditi dall'alcol, Gaelan (che ha accolto la libertà con una risata isterica poco rassicurante, "Siete pronti a morire, dunque?"), e infine un elfo malconcio in una cella più lontana. Il mezzorco, intanto, si era già lanciato da solo contro le guardie del magazzino dando il via allo scontro.

Ho ritrovato in un baule la mia custodia per pergamene tra la refurtiva, un sollievo enorme viste le informazioni che vi avevo annotato anche sul tappeto rituale. Ma poco dopo due carcerieri sono arrivati attirati dal rumore dello scontro, insieme ad alcune bestie inferocite sfuggite da qualche cell. Abbiamo avuto la meglio sulle guardie rimaste anche grazie a quelle bestie, dalle quali siamo poi dovuti fuggire.

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IV. Ciò che è rimasto di Baldur's Gate

Siamo sbucati nella taverna del Diadema di Rame in pieno fermento, gremita di avventori. Ma quel caos si è trasformato ben presto in catastrofe: un violento tremore ha scosso l'intero edificio, seguito da un boato assordante e da crepe che si aprivano nei muri. Un ruggito innaturale, come mille voci di creature diverse insieme, ha riempito l'aria.

Una delle bestie fuggite dalle prigioni di sotto ci ha raggiunti nella confusione, balzando sulla schiena del mezzorco. Non ho avuto scelta: mi sono gettato da una finestra socchiusa, mentre l'ultima immagine che ho di Morn è lui che si volta a fronteggiare l'altra bestia appena entrata. Non ho idea, mentre scrivo, se sia sopravvissuto o meno.

Fuori, la città che conoscevo non esisteva più. Un velo di oscurità copriva il sole, fulmini verdastri dardeggiavano da un cielo senza nubi, e una voragine enorme e impossibile aveva inghiottito l'intera Passeggiata di Waukeen. Da essa si allungava verso il cielo un tentacolo di dimensioni che la mente fatica ad accettare, il quale espandeva dalla sua sommità un velo di tenebra vivente. Mostri mai visti prima sciamavano fuori dalla voragine: pipistrelli dalla testa mozzata, ammassi di carne senza forma, creature dalle troppe zampe che scalavano i muri come fossero scale.

Mi sono arrampicato su un tetto per vedere meglio, incapace di distogliere lo sguardo. La sfera planare dei Bassifondi era ancora lì, immutata ma quasi ridicola, ora, di fronte a questo nuovo orrore. Ho pensato a Elaija, a Morn, a Prince: non so quanti di loro rivedrò mai. Ma so, con la certezza fredda di chi ha appena visto la fine di un mondo, che quel tappeto rituale ai Bassifondi e questa voragine non sono cose slegate. Qualcuno, da qualche parte, sta tirando dei fili molto più lunghi di quanto chiunque immagini.

Il Faerun che conoscevo non esiste più.

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V. I moli a Nethentir

Sono passati due anni da quella notte a Baldur's Gate, il mondo non è più tornato quello di prima. I Cerchi di Vuoto punteggiano il Faerun come cicatrici ed intorno ad essi si è organizzata la Resistenza, eserciti permanenti, trincee, leve forzate, una forza condivisa tra le regioni che tenta di contenere le creature che fuoriescono dai quelle voragini immense. Io, nel frattempo, mi sono unito a due compagni ben diversi tra loro: Eldon Goodbottle, un simpatico halfling chierico molto legato alla morte, quasi ossessionato con affetto dai riti funebri e capace di divagare per ore su aneddoti di famiglia mentre il mondo brucia intorno a lui; e Keidros, il tiefling, stregone solitario, brusco, diffidente verso ogni autorità, che venera un patrono che non avevo mai sentito, Hatrejus, proprio per avere qualcosa da opporre agli Antichi che, inconsapevolmente, disprezza con ogni fibra del suo essere.

Siamo arrivati a Nethentir dopo una scorta mercantile, e la città ci ha accolto con un'esplosione: una nave del mercante Zainud al-Tawil ha preso fuoco al porto, l'ennesimo incidente di una lunga serie che lo perseguita: furti, affondamenti, invasioni di termiti, e ora questo. Le voci in giro sono discordi: c'è chi grida alla sfortuna, chi sussurra di un rivale che voglia soppiantarlo. Io fiuto qualcosa di più metodico di semplice malasorte visti i troppi incidenti, troppo ben distribuiti tra i cinque grandi mercanti della città. Ma per ora è solo un sospetto, niente di più.

Nel frattempo, un'ombra pesante grava su di noi: i Maghi Rossi hanno inasprito la leva per la Resistenza, e temo che presto tocchi anche a noi, a meno che non troviamo un modo di renderci utili altrove.

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