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By aza

Maestri d’Arme – Jari il Cacciatore di Mostri

Dopo l'uscita della serie TV di The Witcher, dedicata a Geralt di Rivia, il noto Strigo cacciatore di mostri, grande utente di alchimia sulla quale abbiamo già fatto questo precedente articolo.
Per l’occasione, abbiamo deciso di intervistare Jari Lanzoni, (qui il suo sito), schermidore e appassionato di fantasy nonché di… lotta ai mostri!
Ciao Jari, dicci chi sei e quali sono le tue esperienze in ambito di scherma e fantasy

Direi uno strano amalgama di tante cose: direi principalmente un padre e un marito, poi un lettore, uno scrittore e un appassionato di combattimento storico. Al momento lavoro nel settore del turismo dopo aver cambiato una dozzina di mansioni e posti di lavoro, dal becchino al grafico, una necessaria flessibilità assai tipica di questo periodo che però mi ha permesso di mettere da parte una serie di competenze trasversali.
Mi sono interessato alla scherma storica una ventina di anni fa, entrando in contatto con alcuni gruppi e assistendo ad un paio di seminari; nel 2002 ho conosciuto il metodo della Sala d’Arme Achille Marozzo, caratterizzato da un approccio rigoroso alle fonti e una forte purezza nella ricerca delle nostre tradizioni Marziali. In particolare, la Sala d’Arme Achille Marozzo si è sempre distinta per la scelta di pubblicare i risultati dei propri studi e contribuire alla diffusione della Scherma Storica.
Dopo un paio d’anni di corso sono passato da allievo ad Aiuto-Istruttore dei corsi basi seguendo poi tutte le fasi per diventare docente. Al di là della mia esperienza come Istruttore ho avuto modo di pubblicare due manuali inerenti la scherma storica: “La Lancia, La Spada, la Daga” dedicato alla scherma medievale e “Il Combattimento Storico da Strada” dove approfondisco le più strane situazioni avvenute in duello e in battaglia.
Direi che la mia esperienza con il fantasy nasce sia dalla grandissima passione per la lettura che per i giochi di ruolo, commistionando le due cose per divertimento personale. Ho pubblicato alcuni romanzi, tra lo storico e il fantasy, nel mio ultimo lavoro “La Scherma del Cacciatore di Mostri” (quì il link) ho voluto immaginare il ritrovamento di un trattato di scherma rinascimentale, a lungo occultato, dedicato non al duello contro altri schermidori ma contro gli Innaturi, esseri scaturiti da favole e leggende. L’Autore doveva necessariamente essere allievo di un Trattatista che conoscevo bene per poterne ricalcare le tecniche di combattimento: ecco quindi il bolognese Johanni della Viverna, divenuto Maestro d’Arme sotto la guidae del celebre Giovanni Dalle Agocchie.
Parliamo di mostri: ogni creatura richiede le sue armi e le sue tecniche. Facci degli esempi…
Avendo indicato il rigore per le fonti storiche come un attributo qualitativo, credo sia lecito non inventare nulla ma, appunto, citare qualcuno più autorevole di me.
Il primo esempio che mi viene in mente è tratto da “Guerrino detto il Meschino” un eroe popolare del Basso Medioevo, nato dalla penna di Andrea da Barberino nel 1473. Si tratta di un guerriero che si è fatto da sé, ignora di possedere nobili natali e ha deciso di farsi strada nella vita apprendendo l’arte della spada. Tra le innumerevoli avventure (di cui consiglio la lettura) si trova anche lui a dover affrontare un Innaturo. E’ descritto come un “gran verme” ma in seguito si apprende che doveva avere due o quattro zampe artigliate.

Prossimo al combattimento, Guerrino fa qualcosa di assolutamente naturale per chi è ormai un veterano del combattimento: valuta una Strategia. Il pensiero di ogni Schermidore deve essere Fluido. Non carica con il cavallo e la lancia in resta, azione potente ma inutile contro un avversario estremamente rapido e dal corpo serpentino. Guai se schivasse la lancia e, in un batter d’occhio, fosse padrone dello scontro. Spada e scudo sono e restano i compagni ottimali per difendere e offendere con perizia, specie un essere di manifesta forza. Si tratta di una coppia d’arme che denota anche prudenza, Guerrino ancora non conosce appieno tutte le risorse del nemico.
Di nuovo un cambio di strategia, necessario vista l’abilità del nemico. Al Guerrino è bastato pochissimo per valutare le capacità dell’Innaturo rispetto alla scelta delle armi. Lasciata spada e scudo rotella, armi troppo lente e facilmente afferrabili, afferra il pugnale che ogni cavaliere porta con sé (forse la celebre misericordiae) e, giunto a stretto contatto, colpisce dove le scaglie si sono allargate per il movimento del corpo, affondando l’arma corta in un punto vitale dell’avversario.

…e se una normale lama non bastasse? Cosa propone il manuale di “magico”?
Quando ho iniziato la stesura del manuale ho ripensato all’esperienza de “Il Combattimento Storico da Strada” e di tutte le strane soluzioni che propone (lanci di cappe, di sostanze, accecamenti, false cadute etc etc…), ho anche riflettuto sul fatto che uno schermidore non si sarebbe affidato solo alla lama. L’idea di inserire la magia però non mi convinceva, forse per la vecchia dicotomia Guerriero-Mago di Dungeons & Dragons che mi porto dietro da trent’anni esatti.
Come sempre mi sono affidato alle fonti storiche, cercando qualsiasi soluzione Alchemica che però derivasse da un vero trattato storico e che un lettore curioso potesse consultare. Ecco quindi “Opera” di Alchimia di Giovanbattista Birelli, il “Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium” di Giovanni Battista della Porta, ho attinto a piene mani dai “De’ capricci medicinali” di Leonardo fioravanti e altri testi ancora.
Sarebbe stato più facile inventare di sana pianta una serie di soluzioni fantasiose, più spettacolaristiche e meno “rustiche”, ma credo sia anche affascinante “lavorare” imponendosi regole e “paletti” da non superare.
Curiosamente, o forse no, è stata la Ricerca Storica che ha portato in evidenza il Fantastico e il Magico. Allo stesso modo, quasi tutti i mostri del libro provengono da testi storici o da trattati, primo fra tutti il “Compendio dell’arte essorcistica” di Girolamo Menghi. Questo assieme di risorse aumenta le abilità del Cacciatore di Mostri, li conferisce una serie di soluzioni per limitare le forze nemiche, ma anche per celare la propria identità e stordire eventuali testimoni al pari di un “Man in Black” rinascimentale.
Occorre fare un esempio di come si applichino certe sostanze.
Mi viene in mente il caso delle Streghe che presidiano pozzi o piccoli stagni. Si tratta dello spauracchio che le madri utilizzavano tempo fa per spaventare i bambini: se si fossero avvicinati troppo al pozzo il mostro li avrebbe presi e portati via. Uno stratagemma pedagogico rurale per chi deve lavorare duramente la terra tenendosi vicino i bambini, che di certo all’epoca non avevano un asilo o altre strutture in cui stare.
La Marabecca siciliana, come la Jenny Dentiverdi inglese, la Bourda emiliano-romagnola o la Janara di Benevento, attende in prossimità di una cisterna. In questo caso il buon Johanni della Viverna avrebbe pronta una buona ronca dall’asta lunga, ottima per colpire a buona distanza, ma si sarebbe ben guardato da scendere nell’elemento di elezione dell’Innaturo. Ecco quindi una buona “mistura che arda sott’acqua” dal trattato di Alchimia Giovanni Battista della Porta, quando questa sorta di fuoco greco avrà incendiato parte dello specchio d’acqua la Strega dovrà salire in superficie per fuggire le fiamme, senza sapere che la via di scampo le è stata accuratamente preparata. A questo punto ci si affiderà all’abilità dello Schermidore con la ronca per ripulire la zona dal minaccioso Innaturo…
Certo, tutto questo darsi da fare può attirare l’attenzione di testimoni, ma sempre il Birelli offre una soluzione con un composto “A far che le persone facilmente escano di sentimento, che paiano pazzi”, e così anche se raccontano ciò che hanno visto alla Loggia della Mercanzia, in Piazza Maggiore o agli uomini del Bargello nessuno gli crederà.
La serie di The Witcher sta per uscire: dai filmati del gioco e le scene di combattimento della serie già uscite, cosa possiamo dire dello stile di combattimento dello Strigo, riferito agli stili storici e ai mostri che egli affronta?
Devo premettere che di The Witcher io so pochissimo. Ricordo di aver installato il gioco, visto l’animazione iniziale con l’amico che me lo regalò e aver giocato tipo 5-10 minuti notando positivamente che permetteva di cambiare la guardia del personaggio. Di lì a poco nacque mia figlia e addio Strigi, Streghe e altro, dovevo gettarmi nella battaglia delle notti insonni, affrontare orde di rigurgiti e debellare pannolini. Non ho ancora letto i romanzi e quando me lo segnalarono dopo l’uscita del libro mi scoprii estremamente ignorante.
Rispetto ai bellissimi filmati che ho visto online, lo stile scelto per Geralt di Rivia consiste in colpi ampi, grandi “caricamenti” con l’arma alzata fin sopra la testa e lame che proseguono il movimento fino a terra. Il corpo ruota completamente esponendo la schiena all’avversario, spesso vortica per eseguire una sequenza di colpi continui, in alcuni casi per aumentare la potenza d’impatto Geralt esegue attacchi dopo un balzo per aggiungere spinta e peso del colpo alla forza cinetica del taglio. Il tutto contro mostri grandi e grossi, e quindi bersagli ben definiti su cui sferrare Colpi Finiti, ossia a piena potenza e senza possibilità di cambiare il percorso dell’arma. Quando deve affrontare gli uomini non mancano calci, pugni e spallate per alternare le azioni della spada, oltre a del sano combattimento corpo a corpo e un buon utilizzo del pugnale con colpi di punta alla gola o sotto l’ascella, quindi in un punto non protetto.
Tutto questo corrisponde alle necessità di spettacolarizzazione del prodotto ludico, in cui lo spettatore deve poter godere dell’intera dinamica dell’arma, essere copartecipe del movimento e della potenza dei colpi. Rispetto a queste logiche consiglio “the Game” di Baricco, che descrive in maniera perfetta il rapporto che si sviluppa tra lo strumento ludico e il corpo del giocatore.
La Scherma Storica, ovviamente, è qualcosa di completamente diverso: non si espone mai la schiena all’avversario, non si tentano “scivolamenti” o spallate, niente pugni e calci perché occorre sempre gestire la distanza rispetto all’avversario. I colpi devono essere misurati: i caricamenti inutili sono da escludere, nel momento in cui si va a sollevare le braccia per aumentare la potenza d’impatto un avversario può colpire proprio gli arti, inoltre colpi troppo telefonati fanno esporre a contro-tecniche brevi e rapide, spesso proprio alla mano di chi sferra il taglio che di per sé ha il vantaggio della potenza ma lo svantaggio della lentezza. Ogni tanto Geralt ha infatti il buonsenso di infilare una punta rapida nella gola o nel petto degli avversari. C’è anche da dire che le finte, che richiedono falsi colpi e non Colpi Finiti, sono alla base della scherma e potrebbero non essere ben comprese dallo spettatore all’interno di un combattimento concitato
In un vero combattimento si predilige l’economia di energie, i mezzi colpi, gli arretramenti e gli scarti laterali, le finte etc etc… non è così lineare come in The Witcher, in Berserk, nella serie Gundam Iron Blooded Orphans o nei vari film di Star Wars. E tuttavia lo stile di questo tipo di prodotti, così come è stato per l’ottima scherma rievocativa dei re-enactors, non è da disprezzare in quanto contribuisce fortemente alla narrazione, alla trasposizione dello spettatore all’interno della dinamica di combattimento. Si “racconta” del personaggio anche attraverso il suo corpo e il suo modo di combattere, se ne avverte la tensione, si accusano i colpi che subisce e si gode della raggiunta vittoria.
Aggiungo un dettaglio, e forse una profezia.
Sono certo che prima o poi salteranno fuori corsi di “Scherma Witcher” o “Scherma Strigoi” (o con altri nomi onde evitare problemi di copyright) come è accaduto per la Scherma Jedi che si sta affermando come disciplina in ogni parte del mondo. Premetto che un qualsiasi schermidore storico, con almeno un paio d’anni di esperienza di combattimento, non avrebbe problemi a vincere un confronto con questo tipo di appassionati, ma non è assolutamente questo il punto.
Credo che qualsiasi Storia (perché è quella la leva fondamentale!) faccia uscire di casa un ragazzo o una ragazza, staccandolo da una console o dallo smartphone, in modo che stia con altri ragazzi, gli permetta di fare movimento fisico e intraprendere un percorso anche minimamente marziale, non possa che essere una cosa positiva. Fosse pure volteggiare in salto con la spada dello Strigo (ma perché la tiene sulla schiena?) o ruzzolare con una spada laser. E magari andarsi a bere una birra insieme dopo gli allenamenti! Chiaramente, un vero percorso di scherma storica sarebbe consigliabile, anche per suscitare maggior passione per lo studio, la storia e la cultura. Tuttavia non va assolutamente sottovalutato il valore umano e sociale che un qualsiasi corso di Scherma per Cacciatori di Mostri può avere.
Sorge però un interrogativo: chi sarebbe il ”Maestro” di questi corsi? Chi diventerebbe il riferimento sportivo, ma anche morale, di questi ragazzi forse troppo manipolabili? Magari un furbetto che vuole fare del denaro, meglio se con la barba imbiancata, i modi dell’uomo vissuto e il carisma del mentore misterioso. Non ci sarebbe nulla di strano visto il proliferare di Maestri improvvisati e Guru della Scherma Storica di oltre vent’anni fa, quando questa disciplina e la rievocazione storica muovevano assieme i primi passi, con tutte le conseguenti e disastrose ricadute. E questo è forse l’unico elemento preoccupante dei futuri corsi da Strigo o AmmazzaDraghi. Per diventare Istruttori di scherma storica o moderna ci sono dei percorsi, è richiesto rigore, anche morale, la capacità di trasmettere correttezza e non furbizia, controllo e non violenza.
L’attributo necessario, forse, andrebbe ricercato nell’ossatura di figure eroiche come Geralt. Se la Storia genera una disciplina, allora la direttiva morale del Personaggio può far comprendere il tipo di Maestro da cercare.
Grazie ancora per l’intervista. Trovate qui il sito di Jari con le sue opere. E voi lettori, se vi è piaciuto l’articolo date un’occhiata anche a quelli qui sotto
❚ 5 falsi miti sulla spada medievale
❚ Affondo vs fendente – La fisica in 7 punti – Battle Science III
❚ 5 errori sulle armature in Dungeons & Dragons
Articolo originale: http://www.profmarrelli.it/2019/12/18/jari-lanzoni-cacciatore-mostri-witcher/

Se questo articolo ti è piaciuto, segui il prof. Marrelli su facebook e su ludomedia.  
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Anteprima Mythic Odysseys of Theros #2 - Il Sommario e alcuni Mostri Mitici

Come molti di voi già sapranno, Mythic Odysseys of Theros sarà il prossimo supplemento ufficiale in arrivo per D&D 5e, la cui nuova data di uscita è il 21 Luglio 2020 dopo il recente rinvio causato dal coronavirus. Visto che, tuttavia, la versione digitale del manuale uscirà ugualmente il 2 Giugno 2020 su servizi quali D&D Beyond, Fantasy Grounds e Roll 20, la WotC ha deciso di rilasciare in questi giorni alcune anteprime: il Sommario e alcuni Mostri Mitici (ovvero mostri dotati di capacità particolari dette Azioni Mitiche).
Potete trovare maggiori informazioni sul contenuto di Mythic Odysseys of Theros nei seguenti nostri articoli:
❚ L'annuncio ufficiale di Mythic Odysseys of Theros
❚ 16 ulteriori dettagli su Theros
❚ Regole per i Mostri Mitici dal manuale di Theros
❚ Anteprima Mythic Odysseys of Theros #1 - Contenuti vari da Fantasy Grounds
Ecco qui di seguito, invece, le anteprime (per ingrandire le immagini, cliccate su di esse):




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Quella volta in cui i giochi salvarono il mondo

Articolo di Talien del 22 Maggio
Erodoto a suo tempo scrisse di come, durante un periodo di grandi difficoltà, una intera nazione sopravvisse grazie ai giochi. I giochi di ruolo da tavolo potrebbero svolgere una funzione analoga in questo periodo di pandemia.

Quella volta che i giochi salvarono la Lidia
Nel libro introduttivo de Le Storie Erodoto scrisse
Re Ati essenzialmente usò dei giochi come metodo per far distrarre i suoi sudditi dalle difficoltà, di modo che le razioni potessero durare più a lungo e che la carestia risultasse più tollerabile. E fecero così per 18 anni! Jane McGonigal, autrice di Reality is Broken: Why Games Make Us Better and How They Can Change the World, ci spiega come questo si potrebbe applicare ai giochi moderni:
Gli effetti benefici dei giochi di ruolo sono ben noti ai giocatori; durante un periodo come questo, Dungeons & Dragons e gli altri GdR da tavolo sono particolarmente adatti a queste forme di escapismo positivo dalla pandemia.
Come prosperano le campagne di GdR
Dungeons & Dragons in origine prosperava nei campus universitari, dove si trovava un mistico mix di giocatori, limiti di spostamento e tempo libero. Man mano che D&D divenne sempre più popolare questi tre fattori iniziarono ad applicarsi anche ai licei e alle basi militari.
Giocatori: D&D solitamente richiede un gruppo di propri pari con cui giocare. Anche se era possibile giocare con i propri fratelli e sorelle o con altri membri della propria famiglia, una fonte costante di giocatori della propria età era la situazione ideale. Dovevano poter essere disponibili a giocare per lunghi periodi di tempo (quattro ore o più) e partecipare ripetutamente a sessioni costanti nel tempo. I campus delle università, i quartieri nei pressi delle scuole superiori e le basi militari fornivano una popolazione adeguata di giocatori.
Limiti di spostamento: un fattore importante per l'accesso ai giocatori era che non avessero altri posti dove andare. Gli studenti dei licei e delle università e, in misura minore, gli adulti delle basi militari sono spesso confinati nello stesso luogo per mesi o anche anni. Questo permette ai mondi delle campagne di svilupparsi, se lo si vuole.
Tempo libero: i giocatori che hanno altre opzioni di intrattenimento saranno attirati facilmente a fare altro. Negli anni '70 e '80 la televisione e i videogiochi erano sempre più dominanti, ma non quanto Internet lo è al giorno d'oggi. I giocatori meno interessati alle altre forme di socializzazione (come le feste) erano più inclini a cercare un gruppo di giocatori di ruolo come forma di socializzazione. E naturalmente avere un lavoro quotidiano estremamente irregimentato, limitante o addirittura non averne proprio uno aiutava in tal senso.
Man mano che gli anni sono passati questi fattori sono cambiati. I giocatori sono diventati più anziani, i limiti di spostamento sono diventati meno problematici, ma è diventato più difficile per gli adulti trovare dei nuovi giocatori. E naturalmente il tempo libero si è ridotto; non tanto per le responsabilità degli adulti, ma anche per via della presenza di ulteriori opzioni di intrattenimento che competono per il tempo e l'attenzione dei giocatori. Visti i limiti particolari della pandemia questi tre fattori sono tornati improvvisamente di voga.
"Bloccati" a casa con la propria immaginazione
Con così tanti giocatori e DM bloccati nelle proprie case i limiti di spostamento sono stati reimposti. Un gran numero di giocatori non possono andare da nessuna parte e con questi limiti ci sono meno opzioni di intrattenimento che competono per la loro attenzione. Hanno potenzialmente anche più tempo libero, visto che sono incrementati i licenziamenti e le licenze, gli spostamenti per lavoro sono ridotti e molti adulti altrimenti molto impegnati hanno scoperto che varie delle loro responsabilità si sono ridotte significativamente grazie al lavoro o all'insegnamento da remoto.
Grazie ad Internet il gioco online si è impennato:
E il gioco aiuta in un altro modo, fornendoci una via di fuga virtuale dal mondo fisico:
Fortunatamente questa pandemia non dovrebbe durare tanto quando la carestia che afflisse il popolo della Lidia. Ma nel frattempo stiamo seguendo un'antica ed onorata tradizione ben nota anche agli antichi Greci: quando si devono affrontare tempi difficili un po' di escapismo aiuta molto.
Link all'articolo originale: https://www.enworld.org/threads/when-gaming-saved-the-world.672289/
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Role Playing June

Il sito Comicon, in collaborazione con le più importati realtà del mondo del gioco di ruolo in Italia, ha organizzato per il mese di Giugno una grande iniziativa virtuale chiamata RPJ - Role Playing June, la quale vedrà i giocatori cimentarsi su Discord in one shot per moltissimi dei giochi di ruolo attualmente pubblicati in Italia. Sarà possibile sia partecipare come giocatori, che essere semplici spettatori.

Entriamo più nel dettaglio leggendo direttamente l'annuncio per RPJ.
Tratto dalla pagina di Role Playing June
Per partecipare agli eventi giornalieri andate nella pagina dedicata a ROLE PLAYING JUNE e cliccate giorno per giorno sui link che trovate nel calendario degli eventi. Noi di Dragon's Lair non possiamo che consigliarvi di presenziare assiduamente in modo da poter dare un'occhiata a tantissimi gdr e al modo in cui vengono giocati.
Buone Avventure (in Remoto)!
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Una collezione di mostri gratis dalla Kobold Press

La Kobold Press ci propone un'altra offerta speciale per questo periodo di sosta forzata. Questa volta si tratta di Boss Monsters, una raccolta di 14 mostri da GS 3 a 27.
Gli scontri con i boss sono difficili da gestire, chiunque ve lo potrà confermare. Che si tratti del vostro avversario preferito che viene eliminato in un istante o semplicemente il dover spendere molto impegno nel creare una sfida sufficientemente impegnativa per il vostro gruppo, dare vita ad un incontro epico ed accattivante per coronoare la vostra avventura non è mai semplice. Almeno fino ad ora. La Kobold Press ha fatto buona parte del lavoro per noi in questa ultima offerta gratuita legata al #15 della loro rivista Warlock.
In questo prodotto troveremo una carrellata di Boss, per un totale di quattordici differenti creature di vario potere. Ce ne sono di adatte ad ogni livello di gioco e ciascuna di esse è pensata per mettere duramente alla prova un gruppo di avventurieri. Sono qualcosa di più che semplici mostri normali. Dopotutto volete rendere questi combattimenti memorabili.

Che sia il demone di origine virale noto come Catscratch, in grado di trasformare sia felini che umani in creature letali che sputano bile, garantendo la propria sopravvivenza tramite la trasmissione della sua malattia.

Oppure il Pumpkin King, un mostro di livello medio che appare in un campo di zucche per mietere un delizioso raccolto e che potrebbe dare vita a delle letali zucche danzanti mentre porta a termine il suo compito da triste mietitore.

Se preferite mostri più letali, se ne trovano anche di quelli. Ci sono demoni unici come Bathael (raffigurato qui sopra), un signore dei demoni ormai deposto e che è fuggito nei recessi più remoti dell'Abisso, dove sta pianificando la sua vendetta.

Per una sfida di livello massimo abbiamo Degmadu il Polipo Millenario che, oltre ad avere il nome migliore tra tutti questi mostri, è di GS 27 e può affrontare tranquillamente un gruppo di personaggi di alto livello con i suoi 555 punti ferita e tredici letali tentacoli, in grado di afferrare delle creature e gettarle nelle sue fauci divoratrici.
Tutte queste creature e molte altre ancora vi aspettano in questo manuale. Usate il codice SaferAtHomeWeek3 prima del termine dell'acquisto e sarete a posto.
Safer at Home - $ 0

Buone Avventure
Link all'articolo originale: https://www.belloflostsouls.net/2020/05/dd-boss-monsters-from-cr-3-27-yours-for-free.html
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L'utilità della filosofia... e non solo

Sesbassar

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Introduzione

In questi giorni Facebook mi ha ricordato di uno stato pubblicato da una pagina che seguo, e mi ha fatto parecchio riflettere (di nuovo) su un tema a me caro, l'utilità della filosofia. Vi pubblico una immagine dello stato della pagina in questione (questo è invece il collegamento diretto allo stato😞

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Traduzione per i non-anglofoni: "Quando qualcuno dice che la filosofia è inutile, fate molta attenzione a ciò che dicono dopo: molto probabilmente sarà qualche filosofia che non vogliono veder criticata".

Questa simpatica rimbeccata, è buon cibo per il pensiero, ed è primariamente una critica dei pensieri espressi da persone come Stephen Hawking (che definì "morta" la filosofia nel suo "Il grande disegno"). Il rifiuto della filosofia si basa su ciò che la filosofia è, oppure su un'idea distorta che si ha della filosofia? La filosofia è solo una speculazione fine a sè stessa, o prende anima dalla realtà? Purtroppo nella nostra temperie culturale siamo soliti pensare alla filosofia in modo settoriale (come per qualsiasi altra disciplina), e quindi se pensiamo alla filosofia, spesso ci vengono in mente le filosofie: filosofia della scienza, del diritto, dell'arte, della morale... Si è persa un po' la funzione unificante della filosofia, di quella che era considerata la filosofia prima, cioè la metafisica. Questo ha degli strascichi, anche per come viene considerata la filosofia oggi dai nostri contemporanei (scienziati e non). Partiremo con alcune considerazioni, su alcune idee che sono entrate nel grande fiume del pensiero condiviso inconsciamente dalla popolazione, per poi esplorare quello che invece può essere un antidoto a questa filosofia anti-filosofica.


Positivismo, Hume e... Paolo Flores d'Arcais?

L'avvento delle scienze empiriche da Galileo in poi, ha segnato un punto di non ritorno per l'essere umano: a volte questa svolta si determina come un'euforia per gli enormi traguardi compiuti, a volte come un'ubriacatura da adolescenti che scoprono per la prima volta l'alcool. Tuttavia, è indubbio che l'avvento delle scienze empiriche abbia cambiato totalmente il modo in cui guardiamo il mondo, e questo vale per tutti, credenti, non credenti, filosofi, non filosofi. Alcuni tra i filosofi hanno cercato di spiegare questo nuovo mondo, tenendo conto di questa rivoluzione non solo scientifica, e infarciti di amore per queste nuove forme di conoscenza sono giunti ad affermare addirittura che è l'unica forma di sapere affidabile (in diverse maniere).
David Hume (1711-1776) è uno dei filosofi della scienza più citati a riguardo, per quella che è la sua teoria della conoscenza, e della conoscenza scientifica in particolare. Per Hume tutti gli oggetti passibili di ricerca o ragionamenti umani appartengono a due tipi: le relazioni tra idee, e i dati di fatto (Ricerca sull'intelletto umano, sez. IV, parte I). Le prime sono le scienze matematiche, i secondi sono invece le percezioni che abbiamo delle cose, e in via teorica, secondo Hume, il contrario di ogni dato di fatto è sempre possibile. Quindi l'astrazione matematica, e la ricerca empirica sono le uniche fonti di sapere per Hume. Questa visione positivista della realtà (chiamata Hume's Fork, dagli addetti ai lavori, che si può tradurre come "forchetta di Hume") è senz'altro seducente, è semplice, chiara (per lo più), e ha il vantaggio di catalogare in modo efficace la ricerca umana. Cosa si può odiare di un'idea del genere? Non saprei, forse il fatto che è auto-contraddittoria. Infatti la cosiddetta "forchetta di Hume" non è nè una relazione tra idee, nè un dato di fatto: il buon Edward Feser lo scrive meglio di me, "'l'affermazione che 'tutto ciò che è oggetto della ragione o della ricerca umana' sono o dovrebbero essere problemi di 'analisi concettualì o delle scienze naturali non è in sè nè una verità concettuale nè una proposizione della quale troverete, o potrete trovare, la benché minima prova nelle scienze naturali. Bensì è una proposizione metafisica, esattamente come quelle che uno Scolastico potrebbe affermare, differenziandosi da queste solo nell'essere auto-contraddittoria" (Scholastic Metaphysics, 28).
Eppure psicologicamente parlando è allettante, soprattutto per l'uomo moderno/contemporaneo, accettare acriticamente questa affermazione metafisica, ubriacati come siamo dai risultati indubbi delle scienze naturali.
Il filosofo nostrano Paolo Flores d'Arcais dà una versione personale di questo genere di biforcazione, riprendendo un altro concetto particolarmente amato da Hume, che è quello di probabilità. In "Atei o Credenti?" presenta come uniche fonti di sapere certo (inteso in senso probabilistico appunto) le scienze "dure" e la logica (Atei o Credenti?, 8). Purtroppo come il suo padre filosofico, anche Flores d'Arcais non risolve il problema di base di questo tipo di affermazioni: se le uniche fonti di sapere certo sono le scienze e la logica, questa affermazione (che non è nè scientifica nè di per sè logica) ma è un presupposto metafisico, che tipo di certezza ci dà? Seguendo il suo stesso principio, dovrebbe questa certezza (anche probabilisticamente intesa) essere pari a 0. Particolare come un amante della scienza e della logica caschi in un'auto-contraddizione così palese. Il problema ovviamente non sta nel pensiero di Flores d'Arcais, ma in generale nel positivismo di stampo humeano. Se proprio si volesse salvare questo genere di affermazioni (e questa è una delle critiche di Feser), si dovrebbe ampliare il concetto di "logica", o di "relazioni tra idee", in modo così ampio, da includere in esso praticamente tutti i sistemi di pensiero con una coerenza interna... e oplà, ecco rientrare dalla finestra la metafisica (e con essa anche la teologia però!) cacciata dalla porta.

 

L'addio al positivismo e la ricerca di senso

"E va bene Devid, ma alla fine sono problemi di lana caprina, a chi vuoi che interessi...". Beh, se fossero soltanto problemi autoreferenziali sinceramente me ne fregherei, ma non è così. Perché quello che i vari "Hawkins" e i "Flores d'Arcais", vogliono contrabbandare con questo disprezzo per la metafisica (o per la filosofia tout-court) non è tanto l'amore per la scienza: qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso ama la scienza, la scienza è una mega figata. Quello che invece vogliono mettere ben in chiaro è che la vita non ha un senso (ed è questa la "filosofia" che non vogliono veder messa in discussione), perché le domande di senso principali possono trovare risposta con le scoperte scientifiche (così dicono loro), o ricorrendo al caso (l'amore per la probabilità...). E in questo frangente storico c'è una precisa ragione per cui parliamo tantissimo di diritti e pochissimo di doveri, ed è proprio per questo divorzio tra la realtà e il suo senso, tra la ragione scientifica e la metafisica, tra la libertà e la responsabilità. Tutte queste cose sono correlate molto da vicino: se la realtà non ha un senso, non c'è un ideale a cui tendere, se non costruito ad arte, e se la ricerca (anche legittima) del riconoscimento dei propri diritti, non è parimenti legata ai doveri che da essi derivano (e i quali prendono la loro ragione d'esistere proprio nel contesto della nostra ricerca esistenziale di avvicinamento all'ideale), il primo capro che sacrifichiamo sull'altare è proprio quello del senso. Ci troviamo con una vita spoglia di motivi per essere vissuta, che non siano la semplice inerzia, la conservazione della specie.
Adesso, io non so quale elemento sia causa dell'altro, non so se è stata l'ubriacatura scientifica a provocare la ricerca di senso verso altri lidi che poi l'hanno distrutta, o se è un problema soltanto contemporaneo, per cui siamo sensibili più alle rivendicazioni di diritti, che non ad assumerci le nostre responsabilità, per cui perdiamo di vista anche la creazione di sistemi di senso derivati dal prendersi cura (perché questo è avere la responsabilità di qualcosa o qualcuno); non so se è un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso tra i due elementi (progresso scientifico + perdita di senso / rivendicazione dei diritti + rinuncia alle responsabilità).
Cerco però di farmi un'idea a riguardo, e ultimamente ho "scoperto" (per così dire) uno psicologo canadese, tale Jordan Peterson, che pur essendo giunto alla ribalta per questioni correlate marginalmente a questo discorso, ha in realtà discusso ampiamente di questo tema, e cioè la ricerca di senso. Quello che trovo interessante del discorso che fa Peterson (potete vedere diversi suoi video su questo argomento, alcuni anche molto brevi), è che i sistemi religiosi, e io ci aggiungerei anche i grandi sistemi metafisici, hanno dato tantissimo all'umanità proprio sotto questo versante, quello del senso, i quali fanno (tra le altre cose) ricordare agli esseri umani le responsabilità delle proprie azioni, il perché agire in un certo modo, o agire in generale, di fronte alle difficoltà della vita (Peterson ne parla ampiamente nel secondo capitolo di Maps of Meaning). E questa è una domanda alla quale non possiamo rispondere nè con le scoperte scientifiche, nè con la logica (la quale è un mero strumento). Gettando la ricerca filosofica, la ricerca di senso (e il linguaggio simbolico ad essa correlato poi, sarebbe da aprire un discorso anche solo di questo), dal balcone, ci siamo trovati sprovvisti di strumenti per affrontare la vita in modo unitario, e la frammentazione della nostra società è un indice proprio di questo abbandono: se ognuno lotta per il riconoscimento dei propri diritti, chiudendosi alle richieste altrui, e alle responsabilità (proprie o di altri!) che da tali diritti derivano, ogni uomo diventa un'isola a sè.

 

Conclusione - non buttiamo il bambino con l'acqua sporca

Ok, il positivismo non mi piace, e il cuore di esso è auto-contraddittorio. Però questo non significa che si debba ripudiare le scienze per questo. Quando facciamo filosofia, dobbiamo tenere in considerazione ciò che del mondo dicono le scienze, non solo per i loro indubbi risvolti pratici, bensì per evitare di sconfinare nel loro dominio, e dire semplicemente sciocchezze. Come anche gli scienziati dovrebbero essere più cauti a parlare in modo assoluto quando espongono le loro ricerche scientifiche più simili, come campo di ricerca, a quelle che sono le domande esistenziali. Si dovrebbe evitare di mescolare filosofia e scienza, o per lo meno, farlo in modo consapevole, coscienti di ciò che si dice di derivante dai fatti, e ciò che si dice come presupposto metafisico. Anche perché, a conti fatti, non possiamo non avere una metafisica di riferimento (che sia materialista o spiritualista).
Parte della sfiducia nei confronti delle scienze oggi è a mio parere da imputare proprio a questo: quando lo scienziato troppo ardito si inoltra in supposizioni metafisiche di stampo hawkinsiano, che non può in alcun modo scientifico provare, e fa appello al proprio status di scienziato per dimostrare la sua autorità a riguardo di ciò che scientifico non è, non sta in realtà facendo un servizio alle scienze, perché la ricerca di senso è così connaturata all'uomo, che esso può tranquillamente mandare al diavolo le scienze, se queste gli vengono proposte in antitesi alla ricerca di senso; invece è vero il contrario, cioè che proprio le scienze si nutrono di questa ricerca di senso, quindi questo anticorpo dello spirito umano che rigetta il becero materialismo deterministico (a ragione o torto) per mantenere una visione unitaria del reale, se si vede proposta la scienza come necessariamente foriera del suddetto materialismo, rischia di combattere anche ciò che di buona essa ha in una reazione auto-immune dalla portata catastrofica.



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Le parti migliori di questo discorso sarebbero meravigliose se fossimo nei decenni finali del '700, comunque stimolanti se fossimo a fine '800, e immagino che sono state sicuramente sviscerate da decine di intellettuali di retroguardia nel '900. Alternativamente, sarebbe un buon discorso se fossimo adolescenti. Quindi evito di controbattere su quasi ogni cosa che hai detto ad eccezione della controindicazione del positivismo - che ricordo già William James, classe 1842, metteva al centro della sua depressione -  e ti risparmio un papiro abnorme di critiche tediose. 

 

"Tenere in considerazione quello che dice la scienza" be' buona fortuna a fare speculazioni metafisiche tenendo in considerazione tutto quello che sa oggi dell'Universo la fisica contemporanea:

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Alternativamente ci si può buttare su quella che è veramente la filosofia del nostro tempo, ma senza avere allucinate presunzioni metafisiche. 

Spoiler

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Tranquillo, con questo post hai solo messo in chiaro i tuoi bias, non c'è bisogno che rispondi, si capisce già che condividi i medesimi pregiudizi che ho contestato.

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A parte alcuni dettagli mi trovo in accordo, come spesso accade quando si critica il positivismo.

Altra puntualizzazione: i diritti sono tali se sono per tutti, altrimenti sono privilegi.

7 ore fa, Lord Karsus ha scritto:

"Tenere in considerazione quello che dice la scienza" be' buona fortuna a fare speculazioni metafisiche tenendo in considerazione tutto quello che sa oggi dell'Universo la fisica contemporanea

In che modo potrebbe essere fatto un lavoro sensato altrimenti?

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Se la metafisica è la ricerca del 'senso' e la fisica la spiegazione dei modi, non c'è una necessità di collegarle. Molti modelli fisici ugualmente validi nei loro rispetti ambiti d'utilizzo, che possono o no anche contraddirsi - non sul piano delle previsioni, certo - in merito all'interpretazione del mondo, non contengono in essi alcuna informazione utile a comprendere il 'senso delle cose', a meno che non vi si costruisca sopra una metafisica, appunto, con pretese piuttosto forti. E se io fossi un filosofo (ma sono un fisico) non darei per scontato l'esistenza di una particella elementare puntiforme solo perché è un buon modello fisico-matematico di come certi oggetti non diversamente noti rispondono agli urti.

Il fatto che, per esempio, l'atomismo sia stato indagato come modello possibile per il mondo anche molti anni prima della 'scoperta' degli atomi è possibile che sia incidentale, o che dipenda da qualche somiglianza nel modo in cui sono state condotte le diverse indagini che hanno portato al medesimo (che poi ci sono meno somiglianze di quello che vorremmo) risultato. Con questo non sto dicendo che 'gli atomi non esistono', sto dicendo che dovremmo fare attenzione a cosa intendiamo per esistere, e non sto dicendo che la filosofia non può essere uno strumento d'indagine accettabile, solo che non dovrebbe indagare la scienza.

Tornando al positivismo, io stesso mi oppongo alla sua presenza nel modo di ragionare di tanti scienziati e pensatori scettici 'laici', perché è vero che si stanno mescolando ambiti di indagine che non si sovrappongono in modo banale, ma si sfiorano continuamente e spesso divergono anche. Dawkins è una persona che non sopporto, tanto per nominare qualcuno, per come si approccia alla conoscenza banalizzando molte questioni complesse, ma contemporaneamente non ritengo posizioni come quella di Hawking del tutto problematiche, perché quando afferma che si può spiegare l'universo senza ricorrere a Dio, dice qualcosa di sensato: ovvero che è possibile dare una spiegazione del mondo rinunciando a porsi certe domande.

Il che si riallaccia al problema della morte della filosofia (all'interno della società) e al rapporto di ciò con positivismo, empirismo e compagnia bella. Il modo di ragionare che si evolve dal pensiero scientifico è un procedere per problemi e soluzioni, con teorie predittive e verificabili. È un modo di procedere efficacie, ma arbitrario. Nello scegliere quali schemi di ragionamento adottare siamo ciechi, arriviamo ad un punto nella costruzione di una teoria (che sottolineo ancora è sempre un modello più o meno efficacie o attendibile, non è mai vera) in cui è necessario porre degli assiomi. Questa stessa affermazione può essere messa in discussione in quanto si autogiustifica in qualche modo. È un assioma essa stessa. Ma non posso fare a meno in un ragionamento logico di adottare qualche logica, per l'appunto, e se il mio obiettivo è giustificare la costruzione di una logica sono incastrato (vedi gente come Gödel). Ecco perché la filosofia della logica è sana e utile, per esempio, permette di risolvere (circa) problemi come questo, che sono una bella gatta da pelare se vogliamo comunicare in termini accettabili da tutti.

Ma la metafisica o l'ontologia che ruolo hanno? Come ogni forma di scienza (nel senso di disciplina di ricerca formalizzata, rigorosa) costruiscono modelli. Il punto qui è che si sta cercando di ottenere un modello che non solo sia predittivo, ma anche vero. L'uomo moderno è maestro della falsificazione, e accetta come vero (provvisoriamente) tutto ciò che non sia stato falsificato, ma che strumenti abbiamo per verificare un modello? Non soltanto le sue previsioni, ma il modello stesso?

Quest'ultima domanda ha molte risposte possibili. La mia opinione è che non ne abbiamo, perché non possiamo liberarci di alcuni pregiudizi di fondo dati dalla nostra esistenza in una precisa forma in un preciso contesto (una sorta di analogo del principio antropico) e dal fatto che pensiamo in un certo modo e non altri.

Alla luce di queste obiezioni, anche non formulate in modo compiuto e ben argomentate, ma che comunque non possono essere ignorate del tutto, mi viene in mente di mettere in dubbio (e non solo a me) la pretesa di qualunque teoria (non solo scientifica) di non essere soltanto predittiva ma vera, e non sto inventando lo scetticismo oggi.
In un certo senso questa non è neppure una posizione filosofica, quanto piuttosto un modo di procedere nella filosofia e nel pensiero in generale. Uno strumento di indagine, posto in fin dei conti come assioma (ci risiamo).

E allora dove sta lo spazio per dare un 'senso' al mondo, evitare il vuoto, l'apatia, la mancanza di ideali, il rifiuto dei doveri, dell'etica e tutte le cose spaventose per cui hai dato la colpa ai positivisti? Nella fede. Non necessariamente nella fede tradizionale. Io sono ateo e non posso che riconoscere che il mio ateismo è un atto di fede, e sulla base di questo (essere un ateo e uno scettico) io avrò diversi metri per giudicare il mondo dai tuoi o da quelli di un pensatore cattolico, per esempio, o positivista. Ma dobbiamo trovare un linguaggio che metta tutti d'accordo, e qui ancora può (e deve) operare la filosofia (anche la metafisica).

Detto questo la crisi di valori in cui siamo caduti ha cause piuttosto contingenti, e accusare i positivisti o il pensiero scientifico di questa crisi generale è una bella caccia alle streghe da parte tua. Ti invito soltanto a valutare come in realtà la maggioranza delle persone comuni non sia veramente dotata di adeguate basi scientifiche e si lasci influenzare in maniera negativa da divulgazione sensazionalistica, populismi, teorie prive di fondamento non solo scientifico (manco falsificabili, figuriamoci stare a chiederci se sono vere o meno), e che questa stessa gente un centinaio di anni fa fosse guidata non da illuminate letture di Hegel, ma al più dal Vaticano, dai partiti politici, o semplicemente da valori tradizionali che (quelli sì) sono stati messi in discussione (sai com'è, la crisi degli ultimi stati monarchici, la caduta di un paio di grossi imperi, due guerre mondiali, il conflitto economico-poilitico-filosofico tra i movimenti di derivazione comunista e il capitalismo nascente, l'inizio e la fine dell'imperialismo e la globalizzazione e anche, ma non solo, il conflitto tra la scienza e non la filosofia, ma la religione, e poi tutti i problemi del mondo di oggi, la sovrappopolazione, i cambiamenti climatici, la gestione dei rifiuti, il dibattito sull'alimentazione sostenibile...) mentre si scontravano con problematiche concrete e facilmente percepibili nella vita di tutti i giorni.

E in tutto questo caos, la costruzione di un'etica razionale adatta al periodo storico corrente, che tenga conto di tutte le opinioni, della filosofia, della scienza, delle religioni, di tutti gli imperativi (e gli assiomi) che abbiamo accumulato negli anni per definire e proteggere l'umanità sta richiedendo tempo e stenta a farsi sentire, sono enormi gli sforzi per conciliare correnti di pensiero non sempre conciliabili, e ancora maggiori quelli per far sì che le formule trovate arrivino a tutti e vengano accettate (o contestate in modo sano).

Potrei continuare ma direi che ho scritto abbastanza.

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Grazie mille del tuo contributo Brillacciaio, questo genere di risposte era proprio il motivo per cui ho scritto l'articolo. Evidentemente dissentiamo su alcuni punti, e potrei controbattere ad alcuni punti che emergono dalla tua risposta, però sarebbe ingeneroso, visto che ho già scritto a sufficienza, e l'articolo serviva forse più a me per schiarire le mie idee a riguardo. Risposte come la tua aiutano appunto a raffinare le idee, quindi ti ringrazio ancora per la risposta civile e misurata.

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19 ore fa, shalafi ha scritto:

A parte alcuni dettagli mi trovo in accordo, come spesso accade quando si critica il positivismo.

Mi piacerebbe leggere delle tue idee "metafisiche" (in senso proprio, ma anche allargato). Se un giorno avrai tempo e voglia di scrivere qualcosa, lo leggerò volentieri.

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Ho letto tutto. E ho fatto una fatica notevole (sto anche lavorando, ma non è una scusa).

"Conosco la metà di voi solo a metà e nutro per meno della metà di voi metà dell'affetto che meritate"
Sostituite le parole CONOSCO con CAPISCO e AFFETTO con AMMIRAZIONE. 
Formulerete quello che più o meno ho pensato mentre leggevo. 

Non ho capito nulla della risposta di Lord Karsus, e ho riletto alcuni passaggi di quella di Brillacciaio, capendo poco più di nulla.
Però mi pare che voi le abbiate fagocitate e comprese.
Ho dovuto googlare parecchi riferimenti che avete fatto per capire di cosa stavate parlando, ma soprattutto ho dovuto rallentare la velocità di lettura per comprendere i periodi grammaticali senza perdermi di continuo.
Tralasciando gli usus scribendi di ognuno, che non sono un problema perchè basta un piccolo sforzo mentale per comprenderli, è difficilissimo capire quello che avete scritto se non si è un addetto ai lavori o un appassionato in materia (Brillacciaio ha scritto di essere un fisico, di voialtri non so nulla ma penso rientrerete nelle due categorie sopracitate).
Io sono architetto e non mi sono mai addentrato nei vari campi che avete citato, se non durante le lezioni di filosofia al liceo, peraltro considerandole noiosissime. Forse sarà stata colpa della mia insegnante, perchè mi rendo conto che ogni volta che si scrive/parla di filosofia il mio interesse viene stimolato fortemente.

E qui ritorno al mio problema iniziale: la comprensione.

Ho scritto questo post perchè non penso di essere il solo a leggere e provare a capire, fallendo. Da quel che ho capito Sesbassar apprezza leggere idee e commenti, e da qui è chiaro il perchè hai scritto questo post: un confronto.
Io però mi sento tagliato fuori dal confronto stesso. Ho capito poco e niente.

In conclusione mi verrebbe da chiedervi di esporre le vostre idee utilizzando (passatemi il termine) meno vocaboli in "filosofese" per semplificare la vita a chi legge.
Mi rendo conto che se siete abituati ad usare un modo di parlare/scrivere con il quale siete a vostro agio e ci sono persone che lo comprendono, la domanda che vi potreste porre è: "perchè lo dovrei fare?". Però sarebbe un confronto più ampio, credo. Magari no, per svariati motivi. Ma magari si.

🙂
 

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Fezza, hai perfettamente ragione a chiedere di semplificare laddove possibile, tieni conto però che semplificare eccessivamente porta inevitabilmente a annacquare il discorso, oltre un certo livello bisogna comunque fare la fatica di capire i concetti, e in questo internet aiuta tantissimo, perché ti può far trovare un sacco di informazioni in pochissimo tempo, per aver chiaro il contesto. In questo senso sono contento che il mio post ti abbia portato a googlare parole, persone, concetti, perché per quanto tu mastichi poco il linguaggio specifico, è proprio questo il modo per cominciare 😉

Ora, non posso riscrivere daccapo tutto semplificando (laddove possibile), semplicemente perché non ne ho il tempo, ho rosicato un paio di ore per buttare giù delle idee che avevo in mente, ma ho pochissimo tempo libero per studiare/scrivere, ed è uno dei motivi per cui non posso più permettermi di partecipare spesso (come facevo anni fa) a discussioni filosofiche.

Purtroppo ti devo lasciare forse con dei punti di domanda, in caso leggi con calma, facendo le tue ricerche, e se vorrai/avrai tempo, rispondi pure. Tanto il post non scappa 😛

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Provo a tradurre il messaggio iniziale in linguaggio colloquiale. Semplificherò e sopratutto stringerò al massimo. Spero comunque di centrare il problema.

La Scienza ha un sistema solido per costruire affermazioni generali (o universali) che riescano a fare previsioni sui fatti futuri.

Però molte persone affermano che La Scienza sia l'unico sistema per determinare cosa sia vero e cosa no.

Ecco, la loro posizione è (tra le altre cose) extra scientifica, perchè non è verificabile con nessun metodo scientifico. Si tratta di un'affermazione "metafisica" non basata su nessun presupposto verificabile. La si può prender per buona solo come "atto di fede".
Inoltre dire "soltanto la scienza può dirci cosa è il Vero" sarebbe come scrivere col pennarello blu "soltanto le scritte rosse sono vere". Non so se mi spiego.

 

 

NB (devo chiarire queste cose per me stesso, o mi viene l'orticaria)

"La Scienza" non esiste. Esistono le scienze, con metodi diversi.
I metodi di valutazione sono discutibili. 
Le previsioni funzionano, ma si possono ignorare i risultati, fino a un certo limite, pur mantenendosi in ambito scientifico.
Per ogni ambito esistono teorie diverse che spiegano ugualmente bene i fenomeni, la scelta su quale considerare valida è spesso basata anche su motivi "estetici".

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Poi già che ci sono doppio posto ed esprimo un mio parere personale su una questione tangente.

Che storia è questa dell'utilità? Migliaia di persone che blaterano dicendo che la filosofia è inutile.
Poniamo per un secondo che sia vero.
Poniamolo. 

Quindi? 

I Girasoli di Van Gogh che utilità hanno? L'Antologia di Spoon River che utilità ha? Il Tome of Battle che utilità ha? Il Ratto di Proserpina che utilità ha?

Smetto con gli esempi e concludo: il criterio di utilità è valido quando si acquista un oggetto, non quando si valutano le discipline poiché in quei casi la fruizione estetica riveste un ruolo non marginale.

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@Sesbassar

Premessa: sono uno storico, che ha per un po' di anni frequentato anche la facoltà di psicologia e che ha studiato al liceo scientifico. In parole povere sono un umanista con una solida base scientifica o, meglio, sono un umanista il cui pensiero ha ricevuto un grande apporto, oltre che da quelle umanistiche, dalle materie matematico-scientifiche. Insomma, sono uno di quei forse abbastanza rari casi di mix disciplinare....tanto che per il mio modo di pensare non è possibile prescindere dalla collaborazione tra le varie discipline di studio per poter comprendere la realtà.

 

Ottima inserzione, molto interessante. 😉
Condivido del tutto l'idea che la Filosofia meriti ancora oggi pieno riconoscimento, non solo per il prezioso ruolo avuto nel nostro passato, ma anche e soprattutto per la sua ancora attuale e innegabile utilità per lo sviluppo del pensiero umano. Finché l'uomo sarà in grado di pensare, inevitabilmente farà filosofia. Perché, contrariamente a quello che molti scienziati cercano di affermare, non tutto il pensiero intellettuale è scientifico e non solo il pensiero scientifico è utile al progresso della conoscenza umana.

Condivido pienamente, inoltre, la condanna al positivismo.
Basta dire che per i positivisti discipline come la storia e la psicologia non erano scienze, in quanto le loro conoscenze non erano considerate sperimentabili empiricamente (non puoi vedere con i tuoi occhi com'era il medioevo, non puoi percepire concretamente i pensieri di un'altra persona). Non casualmente, invece, oggi diverse discipline umanistiche come la storia e la psicologia sono considerate a pieno diritto scienze, in quanto ad esse si applica il metodo scientifico, mentre si è finalmente accettato il fatto che non è scienza solo quel campo di studi che restituisce dati che lo sperimentatore può valutare con precisione grazie solo alla sua esperienza diretta. Tanto che, paradossalmente, pure le cosiddette scienze dure possiedono i loro casi di studio basati sull'incertezza: la Fisica Teorica fa costantemente analisi matematico-scientifiche su fenomeni che probabilmente non potrà mai osservare direttamente e su cui, dunque, potrebbe non avere mai certezza assoluta; la branca della matematica conosciuta come Teoria del Caos (consiglio la lettura del romanzo Jurassic Park per chi desidera averne una infarinatura di base) studia per sua stessa definizione l'imprevedibilità dei sistemi complessi, accettando pienamente l'idea che questi ultimi possano essere conosciuti e previsti solo nella sfera delle probabilità; e stesso problema della Teoria del Caos ce l'ha la più celebre Statistica, disciplina matematica che si basa sul calcolo delle probabilità e che, dunque, non potrà mai essere davvero certa che quello che prevede si realizzerà (basta notare come spesso i sondaggi politici sbaglino a descrivere la realtà elettorale di un paese).

Detto questo, ritengo (magari ho capito male io certi passaggi) che ci siano alcuni difetti di fondo nel tuo ragionamento su alcuni punti, "errori" che ho visto commettere a molti. E' solo la mia opinione, non sei obbligato a concordare. 😉

  • La ricerca di un senso della realtà è sicuramente una cosa preziosa, ma attenzione: solo perchè si sente il desiderio di trovare un senso e, riflettendo, se ne trova uno grazie a una tesi filosofica, non significa che la realtà poi abbia davvero quel senso. E' giusto non arrendersi all'idea che il mondo sia insensato o che non ci sia ragione per cercare un significato, ma anche il fatto di voler attribuire ad ogni costo un determinato senso alla realtà può essere un grave errore. Non poche persone, infatti, commettono lo sbaglio di appiccicare alla realtà un significato solo perchè ne sentono il bisogno o solo perchè quella teoria "sembra incastrarsi così perfettamente". Non è un errore che commettono solo filosofi e teologi, ovviamente, ma anche gli scienziati con le loro belle teorie. E' fondamentale cercare un senso...ma non bisogna presupporre alcuna risposta e, piuttosto, è necessario prepararsi all'idea di essere in errore. Sempre. E' solo così che il pensiero umano si evolve.
     
  • Dal tuo discorso (ripeto, potrei sbagliare) mi sembra trasparire un errore commesso da molti, ovvero il considerare il concetto di scienza pensando solamente alle scienze naturali (fisica, matematica, chimica, astronomia, biologia, ecc.). Nel tuo discorso, infatti, sembri parlare del mondo scientifico come di un settore totalmente pratico, incentrato solamente sull'analisi concreta della realtà, ovvero di quella sola porzione di mondo empiricamente dimostrabile. Per questo credo tu parli di un mondo scientifico che si è disinteressato della ricerca di un senso delle cose. Sembra, dunque, che - come molti fanno -  tu ti sia dimenticato dell'esistenza delle scienze sociali, molte delle quali studiano proprio il senso che l'umanità attribuisce al mondo. L'Antropologia studia le culture umane e, dunque, il modo in cui l'umanità nei secoli ha percepito o percepisce ancora il mondo attorno a sè, come la valuta, come lo interpreta, come lo descrive; la Storia vuole comprendere ogni aspetto dell'esistenza umana, cercando di capire perchè l'uomo ha agito e agisce in certi modi (e il perchè delle azioni dell'uomo è stabilito anche dal senso che l'uomo attribuisce alla realtà); la Psicologia studia il pensiero umano e i modi in cui le persone percepiscono sè stesse e il mondo che li circonda; e così via. Attenzione, insomma, a non commettere tu un errore paradossale: finire intrappolato nella visione positivista della scienza, dimenticando di considerare che la scienza di oggi non è solo rivolta allo studio dei fatti concreti, pratici, matematici, ma anche alla ricerca della comprensione della realtà umana (ovvero quel significato di cui tu parlavi). 😉
     
  • L'idea che Filosofia e Scienza non si pestino più i piedi tra loro, secondo me, non solo è impossibile, ma nemmeno auspicabile. Parlando di filosofie, infatti, se c'è che una cosa che la storia ha ampiamente dimostrato nei millenni è che l'esistenza è lotta costante: ogni cosa è in costante lotta con tutto il resto del mondo, per sopravvivenza o affermazione; anche se può sembrare un processo crudele, è la lotta ciò che consente il progresso, perchè costringe all'evoluzione e al perfezionamento. Scienza e Filosofia saranno sempre in lotta fra loro, perchè vivono del medesimo campo di studi: la comprensione della realtà che ci circonda. Studiando la stessa cosa prima o poi si trovano inevitabilmente costrette a rivaleggiare, a litigare per dimostrare chi ha ragione, a lottare per mantenere il controllo sulla loro fonte di sussistenza, ovvero il loro campo di studi. Ed è un'ottima cosa che sia così. E' questo tipo di concorrenza che costringe le due discipline a perfezionarsi, a tirare fuori nuove idee e a contribuire nel far progredire la conoscenza umana. Anzi, entrambe le discipline sono preziose, perchè l'una contribuisce a rispondere alle incognite lasciate aperte dall'altra. Pretendere che le due discipline evitino di infastidirsi tra loro, invece, significa solo rischiare che - pur di non invadere il campo dell'altra - esse smettano di essere in grado di far progredire la conoscenza. La storia ha ampiamente dimostrato, infatti, che nel tempo alcune discipline possono aiutare a trovare nuove risposte in campi che altre discipline ritenevano già definitivamente spiegate. Le discipline di studio DEVONO pestarsi i piedi tra loro e, se possibile, magari anche collaborare tra loro per consentire all'uomo di sviluppare ancora meglio la sua comprensione del mondo.
Edited by SilentWolf
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Possiamo anche dirci che le scienze umane sono scienze come la fisica. 

Però direi che è innegabile che si possano costruire macro categorie di scienze, dividendo per differenze metodologiche, in modo da ottenere una partizione in cui non vi siano insiemi che contengono sia scienze "dure" o che "morbide". 

Oltre a questo, quando la gente usa il termine scienza in modo colloquiale, non sta decisamente riferendosi alla Storia. Con tutto il rispetto, eh. 

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Ho letto tutto e, a parte l'intervento di Karsus che mi ha colto un po' alla sprovvista (non diversamente dai suoi tipici interventi ma è comunque discretamente confuso e apparentemente a sproposito) ho apprezzato molto questa discussione. Effettivamente, durante tutto il periodo che è andato dalla mia adolescenza all'ingresso nell'età adulta mi sono interrogato su questi argomenti, soprattutto per il mio percorso di studi, ovvero Fisica Teorica. 

Da un lato, mi sento di concordare con Brillacciaio quando dice:

Il 18/10/2018 alle 15:53, Brillacciaio ha scritto:

Detto questo la crisi di valori in cui siamo caduti ha cause piuttosto contingenti

e con il succo della sua argomentazione seguente, anche se io i positivisti li lascerei in mezzo comunque. In effetti, a mio parere, molta della anti-scienza che si vede adesso (no-vax ma anche no-economia o no-molte cose), a mio parere, è nato proprio dalla troppa fiducia e ottimismo nella scienza che si è generato: infatti, l'uomo medio, non scienziato, non ha i mezzi molto spesso per distinguere una affermazione effettivamente scientifica da un'altra, ma dato che gli è stato inculcato in testa che la Scienza è la portatrice della verità si trova in difficoltà quando due tizi con il camice da laboratorio e la scritta scienziato sul cartellino si contraddicono. A quel punto potrebbe autonomamente tentare di determinare quale delle ipotesi sia veramente scientifica e falsificabile oppure se scegliere quella che gli sembra lo sia ed è migliore per lui (quella che gli da la risposta facile, quella rassicurante ecc...).

A mio parere, il problema della mancanza di senso ha molte cause fra cui, appunto, anche il troppo positivismo. Ma a mio parere la principale è sicuramente lo sfaldarsi dell'etica sotto i colpi del cambiamento che è in atto da circa trent'anni con una rapidità inaudita. Basta pensare che trent'anni fa c'erano ancora i blocchi comunista e capitalista, i viaggi in aereo erano solo per i ricchi, i computer erano delle cose fiche che usavano alla NASA e internet ancora praticamente non esisteva, figurarsi i cellulari. La precedente rivoluzione tecnica, che ha portato anche una grossa rivoluzione sociale e culturale, è avvenuta con la rivoluzione industriale, ma si è spalmata su circa 150-200 anni ed è stata molto meno "rivoluzionaria". 

In questo senso, mi sento ottimista: prima o poi riusciremo a ricostruire l'etica e a ritrovare un senso! 😄

Il 20/10/2018 alle 13:13, SilentWolf ha scritto:

Tanto che, paradossalmente, pure le cosiddette scienze dure possiedono i loro casi di studio basati sull'incertezza:

Solo per dire che non è esattamente così, ma ora non riesco ad argomentare bene. In caso nel pomeriggio faccio un doppio post per elaborare meglio, ma questo è un po' un modo per dire di non aver capito come funzionano le cose di cui parli.

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Tutta questa discussione è totalmente inutile, probabilmente ci sono libri e libri di filosofia della scienza e sociologia che sviscerano ogni singola frase presente in questa discussione, vecchi di cinquant'anni o più (invece La sindrome dell'età dell'oro, i "nani sulle spalle di giganti", i "si stava meglio quando si stava peggio" sono ovviamente eterni)

 

@Sesbassar consiglio: lascia stare quella dannata scrittura articolazione dei concetti Neoplatonica (che se poi esaggeri finisci come Heidegger... tre settimane fa stavo scrivendo un post su (contro) Heidegger sul mio blog, poi mi sono rotto le palle di scrivere perché mentre scrivevo mi venivano in mente altre cose e ho cancellato tutto, lol) e, se vuoi suscitare interesse per la filosofia (stringi e stringi mi sembra che è questo il senso del tuo post), modifica proprio appunto quello stile di scrittura che da duecento anni viene letto e abbandonato dopo quattro righe da generazioni e generazioni di studenti (e a buon ragione), e viene usato dal resto degli "eletti" (sostanzialmente nevrotici intelligenti (ma poi neanche top tier)) come inespugnabile, deviata tattica linguistica

 

Ad esempio potresti approfondire: 

- Scrittura Pulp (es. Joe Lansdale)

- Movimento della scrittura "a telecamera" di Mark Twain e compagnia bella

- Poesia: qui vabbe' puoi spaziare; per dirtene uno Pessoa (poco fa vidi il Faust, è veramente un libro straordinario, pur essendo filosofico)

- Scrittura postmoderna, 

- Stile intimista

- etc.

tutta roba mille volte più interessante

 

 

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49 minuti fa, Lord Karsus ha scritto:

Consiglio: lascia stare quella dannata scrittura articolazione dei concetti Neoplatonica (che se poi esaggeri finisci come Heidegger... tre settimane fa stavo scrivendo un post su (contro) Heidegger sul mio blog, poi mi sono rotto le palle di scrivere perché mentre scrivevo mi venivano in mente altre cose e ho cancellato tutto, lol) e, se vuoi suscitare interesse per la filosofia (stringi e stringi mi sembra che è questo il senso del tuo post), modifica proprio appunto quello stile di scrittura che da duecento anni viene letto e abbandonato dopo quattro righe da generazioni e generazioni di studenti (e a buon ragione), e viene usato dal resto degli "eletti" (sostanzialmente nevrotici intelligenti (ma poi neanche top tier)) come inespugnabile, deviata tattica linguistica. 

Ad esempio potresti approfondire con: 

Spoiler

- Scrittura Pulp (es. Joe Lansdale)
- Movimento della scrittura "a telecamera" di Mark Twain e compagnia bella
- Poesia: qui vabbe' puoi spaziare; per dirtene uno Pessoa (poco fa vidi il Faust, è veramente un libro straordinario, pur essendo filosofico)
- Scrittura postmoderna, 
- Stile intimista
- etc.

 

Ecco, praticamente è quello che ho chiesto nel mio post.
Mi sono permesso di ridurre ai minimi termini le parti che ho trovato inutili ai fini del messaggio.

Siamo andati OT rispetto a quello che interessava a Sesbassar... ma nemmeno tanto secondo me.
I concetti filosofici sono troppe volte espressi con quella scrittura che ha citato Lord Karsus ed è secondo me il fallimento più grande della filosofia stessa: troppa fuffa e poca sostanza.
In poche parole nun se capisce 'n càzzo. 

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33 minuti fa, Lord Karsus ha scritto:

consiglio: lascia stare quella dannata scrittura articolazione dei concetti Neoplatonica (che se poi esaggeri finisci come Heidegger... tre settimane fa stavo scrivendo un post su (contro) Heidegger sul mio blog, poi mi sono rotto le palle di scrivere perché mentre scrivevo mi venivano in mente altre cose e ho cancellato tutto, lol) e, se vuoi suscitare interesse per la filosofia (stringi e stringi mi sembra che è questo il senso del tuo post), modifica proprio appunto quello stile di scrittura che da duecento anni viene letto e abbandonato dopo quattro righe da generazioni e generazioni di studenti (e a buon ragione), e viene usato dal resto degli "eletti" (sostanzialmente nevrotici intelligenti (ma poi neanche top tier)) come inespugnabile, deviata tattica linguistica

Consiglio: lascia stare questa dannata scrittura (super) elaborata (piena) di (molte) parentesi e incisi (che non (servono) a niente) perché (non si) capis(ce) niente.

🤣🤣🤣🤣🤣🤣

Comunque, tornando a questo 

4 ore fa, smite4life ha scritto:

Solo per dire che non è esattamente così, ma ora non riesco ad argomentare bene. In caso nel pomeriggio faccio un doppio post per elaborare meglio, ma questo è un po' un modo per dire di non aver capito come funzionano le cose di cui parli.

Nessuno dei tre esempi che citi presenta le caratteristiche che rendono le scienze umane (la Storia per esempio) diverse dalle altre. Le scienze umane (come la sociologia, per esempio) sono ancora diverse ma ne parleremo dopo.

In particolare, la Statistica è un campo di studio ben diverso dagli altri due, che invece si occupano di cose incerte, ma lo fanno in modo certo. La Statistica, d'altra parte, è il modo, quindi non è una scienza di suo! Non sono sicuro che il concetto sia comprensibile così, perciò provo a spiegarlo meglio:

Quando faccio Statistica sto cercando un linguaggio che mi permetta di farlo nel modo che mi permetta di avvicinarmi (e quindi comprendere) di più la realtà quando non ho il pieno controllo delle variabili che la descrivono (nel qual caso utilizzerei l'algebra e l'analisi per farlo). In questo senso, però, la Statistica è (come la Matematica su cui è basata) molto rigorosa. Tanto da non essere nemmeno più una Scienza (come non lo è la Matematica) ma più che altro un linguaggio: un set di regole che definiscono relazioni (grammatica) fra elementi (lessico) esattamente alla pari dell'Algebra o dell'Italiano. Diventa scienza ciò che poi fai utilizzando la statistica come strumento per descriverla (citando il tuo esempio sulle elezioni: sto facendo della sociologia / demografia utilizzando la statistica). 

La Teoria del Caos, invece, è un modo per studiare alcuni fenomeni molto complessi (come, fra le altre cose, la metereologia) e che soddisfino un determinato tipo di dinamica. La combinazione di questi due fattori fa si che il sistema sia molto sensibile alle condizioni iniziali e quindi due replicazioni dello stesso fenomeno, passato un certo tempo, appaiano molto diverse una dall'altra anche se inizialmente erano quasi uguali. La Teoria del Caos utilizza risultati molto avanzati di Matematica e di Statistica (i due linguaggi, di cui sopra) per descrivere queste tipologie di fenomeni nel tentativo di, seppure per natura impredicibili, avere delle stime di comportamenti del sistema nel futuro che possano aiutare a comprenderlo. Un esempio sono appunto le previsioni meteo: una incertezza di pochi decimi di punto percentuale sulla misura dell'umidità dell'aria, per dire, dopo qualche ora potrebbe far si che la mia predizione (basata su un dato iniziale sbagliato di poco) si sia evoluta in qualcosa di completamente diverso dalla realtà. 

La Fisica Teorica (con cui tu suppongo ti riferisca alla Fisica teorica ad alte energie, è un errore comune trascurare le altre branche della fisica teorica), infine, è una cosa ancora diversa: si occupa di qualcosa che non è osservabile direttamente e dunque a priori non sarebbe nemmeno Scienza. Lo diventa quando si modifica il focus e si passa dal cercare di descrivere un fenomeno non sperimentabile al trovarne le conseguenze che invece sono osservabili direttamente: se io possiedo una scatola nera, posso fare delle ipotesi sul suo funzionamento interno, ma a meno di aprirla l'unico modo che ho per capire se le mie ipotesi sono corrette è predire come il contenuto nella scatola interagisca con l'esterno secondo il mio modello e confrontarlo con l'interazione che effettivamente osservo.
In effetti, attualmente, fra i teorici delle alte energie il gruppo più numeroso è quello che si occupa, data una teoria, di ideare proprio questi esperimenti di confronto con la realtà, calcolando i valori di ciò che la teoria prevede per determinati fenomeni che si possono osservare e confrontarli poi con l'esperimento. Anche in questo caso entra in gioco la Statistica come linguaggio, perché di nuovo non si conoscono tutti gli elementi che entrano nel fenomeno della misurazione e dunque il valore misurato potrebbe essere affetto da errore. In questo caso, la Statistica fornisce tecniche per confrontare comunque il valore calcolato con ciò che viene misurato.

Infine, le Scienze Sociali sono Scienza nel momento in cui utilizzano un linguaggio scientifico per esprimere i loro concetti, ovvero ad esempio la Statistica, dato che questo rende le loro affermazioni immediatamente falsificabili (e quindi adeguate ad essere studiate con metodo scientifico). Molte altre Scienze Umane, però, non hanno questo tipo di linguaggio (o almeno non è così maturo) su cui fare affidamento, dunque per quanto il metodo di studio sia sicuramente rigoroso sono più difficili da categorizzare come Scienza (quantomeno nei confronti delle scienze dure, da cui come nota shalafi sono essenzialmente diverse).

 

PS: si, lo so che è un WoT, ma essendo una risposta a Silent non potevo esimermi! 🤣🤣🤣🤣🤣

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smite lascia stare come scrivo io che sono un cazzòne, cambio 'sto registro postmoderno e in flusso, ha rotto; adesso faccio il poeta! 😎 grazie del "la Matematica non è Scienza, è un linguaggio", non lo sapevo

 

Tienili veramente in considerazione! Dato che scrivi di Magic, adesso mi è venuto in mente che es. nel flavor di Magic è spesso presente quello stile Pulp che ti dicevo che usa sarcasmo sadico, iperboli ironiche, apoftegmi, etc. specie carte rosse e nere. Oppure l'altra roba che ti dicevo, linguaggi più comunicativi, più memorabili, più utili... uno scrittore romano disse che gli studenti non bisogna riempirli, ma accenderli (ma in bocca al lupo ad accendere qualcuno alla spiritualità a meno che non sei disposto e in qualche modo in grado di procurargli un trauma infantile).

 

Tra l'altro quei sistemi estremisti ("metafisici") sono un'arma a doppio taglio anche per chi è predisposto. Da un lato ti supportano, dall'altro li usi costantemente e non ne vieni fuori. Una trappola in cui più sei forte a dimenarti con la tua intelligenza, più sei intelligente, e più sprofondi. 

Per non parlare dell'orizzonte degli eventi: quando hai investito troppo pensiero per tirarti indietro, il tuo pensiero diventa immobilizzato da una forza schiacciante qualsiasi informazione esterna viene perduta all'interno del tuo sistema omogeneo. "Noi consigliamo [...] di non leggere libri di filosofia o di iscriversi a Filosofia"... parlo per esperienza. Evitiamo i buchi neri.

(Naturalmente si può pensare che la predisposizione ad affidarsi ad un sistema metafisico sia democratica, così come si è liberi di pensare che la terra sia piatta)

 

Ultima cosa poi mi levo dal càzzo: mi sembra banale dire che non serve la metafisica o la religione per avere un senso nonostante si sia atei e positivisti (basta che ci sia assenza di informazione, e il positivismo è distante miliardi di anni luce dal fornire qualsiasi informazione, e questo è un discorso da positivista: mi riferisco cioè a tutto ciò che è (pseudo)casuale; l'informazione "costa"). Basta avere un obiettivo: per esempio, un nemico, una malattia, un sogno...

Saluti

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Mi raccomando ragazzi: evitiamo post chilometrici composti solo da parole colte e frasi arzigogolate. L'obbiettivo del forum è comunicare e discutere su dati argomenti. Non è una vetrina dove fare la ruota!

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Scusate se rispondo solo ora, ma in questo periodo non ho avuto tempo. 😅
E scusate il Wall of Text, ma mi trovo a dover rispondere a due post su un tema stra-complicato ( @smite4life in questo campo ti batto comunque). 😄

Il 20/10/2018 alle 14:13, shalafi ha scritto:

Possiamo anche dirci che le scienze umane sono scienze come la fisica. 

Però direi che è innegabile che si possano costruire macro categorie di scienze, dividendo per differenze metodologiche, in modo da ottenere una partizione in cui non vi siano insiemi che contengono sia scienze "dure" o che "morbide". 

Oltre a questo, quando la gente usa il termine scienza in modo colloquiale, non sta decisamente riferendosi alla Storia. Con tutto il rispetto, eh. 

Esattamente che intendi per "differenze metodologiche"?
E' sicuro che ci sono delle differenze tra scienze sociali e scienze dure, così come ci sono delle differenze pure tra le varie scienze dure stesse. Ma le differenze sono spesso minori di quanto molti credono, visto che circola ancora un significativo pregiudizio nei confronti delle scienze sociali che deriva proprio dal modo in cui le hanno a lungo descritte i positivisti. Con questo non sto dicendo che tu hai un pregiudizio, ma semplicemente che la percezione verso le scienze umane è ancora oggi (spesso inconsapevolmente) influenzata dal pregiudizio creato dai positivisti. 😉

La principale differenza tra scienze sociali e scienze dure, da quel che vedo io e da quel che ho studiato, non è tanto nel metodo (che rimane quello scientifico: osservazione--->ipotesi---->sperimentazione/analisi----->studio dei dati raccolti--->tesi), quanto negli strumenti di ricerca (ciò che @smite4life chiama linguaggi). Anche se anche qui la situazione non è esattamente come molti la immaginano....
Gli storici, ad esempio, magari non usano necessariamente (sottolineo il "necessariamente", perchè spesso e volentieri li usano; spiego più sotto) equazioni, strumenti da laboratorio e sensori, ma piuttosto le fonti storiche (che sono molto più di quello che la gente si immagina di solito: documenti, manufatti/edifici e altre fonti archeologiche, contenuto dei testi, materiali di cui è composta la fonte, dati statistici relativi alle fonti, testimonianze scritte od orali, musica, video, mappe, ecc.) che nella fase di sperimentazione/analisi vengono raffrontate tra loro più e più volte allo scopo di determinare se l'ipotesi è corretta, fin quando altri storici faranno di nuovo lo stesso testing integrando alle precedenti fonti nuove fonti scoperte. E così via.

Inoltre, segnalo che, contrariamente a quanto descritto dal classico luogo comune sulla scienza storica, quest'ultima non è relegata alla classica immagine del topo di biblioteca che legge un libro o un documento antico, oppure a quella dell'archeologo che studia una iscrizione in un antico tempio. Essa, infatti, da decenni utilizza costantemente strumenti che molti erroneamente considerano pertinenti solo alle cosiddette scienze dure.
La ricerca storica, infatti, prevede anche l'uso di analisi statistiche, campionatura e analisi dei materiali, campionatura e analisi del terreno, utilizzo di modelli matematici (ad esempio, la Teoria del Caos è molto utile nel campo della ricerca storica), utilizzo di modelli economici, analisi mediche e forensi sui resti delle persone decedute, ed altri tipi di analisi che molti ritengono vengano fatte solamente per le scienze dure. I risultati ottenuti da queste analisi fanno parte dei dati che gli storici utilizzano per determinare se la loro ipotesi è valida e, dunque, per determinare verità storiche.

La ricerca storica ha anche una sua branca puramente incentrata sull'attività "sul campo" chiamata Archeologia Sperimentale, che si dedica al ricreare edifici e manufatti nel modo in cui erano realizzati in passato, in modo da testarli e determinare tramite essi una migliore comprensione del passato e nuove informazioni da utilizzare per confermare/confutare ipotesi storiche.

Simili discorsi possono essere fatti per le altre scienze sociali.

 

Il 20/10/2018 alle 14:13, shalafi ha scritto:

Oltre a questo, quando la gente usa il termine scienza in modo colloquiale, non sta decisamente riferendosi alla Storia. Con tutto il rispetto, eh. 

Se la gente non lo fa è proprio perchè sottovaluta l'aspetto scientifico della storia...ed è questo che produce l'errore di valutazione che ho segnalato a @Sesbassar.  Qui, ovvero nel tema aperto da Sesbassar, è irrilevante stabilire che significato incarna l'uso colloquiale del termine scienza.  😉
Uso colloquiale che, comunque, deriva dalla visione basata su pregiudizi e coniata dai positivisti durante l'800, vorrei sottolineare....non è colpa di chi usa ancora oggi quel significato, è che i luoghi comuni e i pregiudizi sono duri a morire e la gente spesso li eredita senza sapere che sono errati.

Sesbassar nel suo post ha sostanzialmente dichiarato che il pensiero scientifico oggi ha difficoltà a trovare un senso nella realtà, motivo per cui la Filosofia è ancora importante. Tralasciando il fatto che sono d'accordo sul fatto che la Filosofia sia ancora importante, se si parla di pensiero scientifico è necessario tenere presente che esso è oggi significativamente influenzato anche dalle scienze umane, le quali hanno come loro obbiettivo fondamentale proprio lo studio del senso della realtà per l'essere umano.

 

Il 24/10/2018 alle 15:49, smite4life ha scritto:

Nessuno dei tre esempi che citi presenta le caratteristiche che rendono le scienze umane (la Storia per esempio) diverse dalle altre. Le scienze umane (come la sociologia, per esempio) sono ancora diverse ma ne parleremo dopo.

In particolare, la Statistica è un campo di studio ben diverso dagli altri due, che invece si occupano di cose incerte, ma lo fanno in modo certo. La Statistica, d'altra parte, è il modo, quindi non è una scienza di suo! Non sono sicuro che il concetto sia comprensibile così, perciò provo a spiegarlo meglio:

Uso queste tue frasi per chiarire un punto, visto che sembra esserci un fraintendimento. 😉

Attenzione, che il mio discorso non era fatto per cercare di affermare che le scienze sociali e le scienze naturali sono uguali (è innegabile che ogni scienza ha sue caratteristiche e sicuramente le scienze sociali hanno le proprie...pur rimanendo fermamente scienze). Al contrario, il mio discorso era riferito al pregiudizio nato con i Positivisti, i quali dichiaravano che ciò che oggi chiamiamo Scienze Sociali non erano per nulla scienze proprio perchè si occupavano di cose incerte.

Per i Positivisti la Storia, la studio della mente umana (che solo poi avrebbe iniziato a chiamarsi Psicanalisi e infine Psicologia), quello della società e della cultura umana, e altre discipline dette "umanistiche" non erano scienze, non perchè usavano metodi incerti, ma perchè si occupavano di cose incerte, non esperibili direttamente (non puoi rivivere il medioevo, non puoi vedere nella mente di una persona, ecc..).

E' per questo, per dimostrare definitivamente smontata la tesi positivista che sia scienza solo ciò che studia ciò che è concreto e certo, che ho fatto gli esempi dei campi delle scienze naturali che studiano l'incerto. Perchè sono casi paradossali rispetto alle tesi positiviste. 😉
E', infatti, ironico che le scienze che i positivisti stimavano proprio perchè ancorate alla concretezza, oggi studino anche la sfera dell'incerto.

E' ironico, ma non assurdo. Anzi.
Sarebbe anche ora - e parlo in generale, non rivolgendomi a nessuno di voi - che si iniziasse a riconoscere uguale valore a tutte le scienze, a prescindere che studino il certo o l'incerto. Il problema è che perdura ancora un grosso pregiudizio nei confronti delle Scienze Sociali, il più delle volte ingiustificato e legato unicamente a quel che sopravvive dell'oramai datata e non più valida visione positivista della scienza.

Detto questo ecco come mi viene da rispondere alle tue giuste puntualizzazioni (anche se è bene che ci ricordiamo che stiamo andando OT rispetto all'argomento di cui voleva parlare Sesbassar):

Statistica: è sicuramente un linguaggio (ovvero uno strumento) attraverso cui altre scienze praticano la propria ricerca (comprese le Scienze Umane), ma fa parte della Matematica, ovvero una delle Scienze Naturali per eccellenza. Da quello che so e da quello che leggo in giro, la Matematica fa ancora parte delle Scienze Naturali e non mi pare sia stata degradata a puro e semplice strumento. Il Fisico, se non ricordo male, qui sei tu, però, quindi su questo mi puoi dire meglio tu. Magari in questo caso sono io ad essere vittima di una non più valida concezione della Matematica.

Teoria del Caos: come la Statistica, è una branca della Matematica.

Fisica Teorica: è una branca della Fisica, altra Scienza Naturale per eccellenza. Certamente è uno dei campi più "di confine" (mi viene in mente il termine inglese "fringe"), nell'ambito della Fisica, ma è inevitabile che esistano campi di studio di questo tipo se si vuole che la conoscenza si espanda. Ogni scienza ha il proprio campo di studio basato sulla teoria e sull'incertezza, così come ogni scienza ha il suo campo più sperimentale, il quale ha, poi, il compito di dimostrare che la parte più teorica ha azzeccato le sue previsioni. Ma rimangono scienza, perchè fanno uno studio sistematico di un fenomeno utilizzando il più possibile i fatti reali (presenti o passati) per espandere la conoscenza di certi fenomeni. Un conto sono le discipline che compiono speculazioni totalmente teoriche e valide solamente se si accettano automaticamente come vere le basi teoriche di partenza (insomma, come nel caso di molte speculazioni teologiche e filosofiche, quei modelli di pensiero perfettamente logici, costruiti in maniera perfettamente razionale, pienamente coerenti nella loro costruzione, ma totalmente slegati da una qualunque connessione con la realtà e che, dunque, potrebbero essere totalmente falsi). Un altro è il caso dei campi di studio teorici della scienza, che non sono praticati con uno scopo fine a sè stesso, ma sempre con l'obbiettivo di cercare nella realtà delle prove concrete della fondatezza della teoria (contrariamente al luogo comune ancora diffuso, le Scienze Sociali funzionano in quest'ultimo modo, così come la Fisica Teorica). E' vero, la Fisica Teorica spesso e volentieri parla di cose di cui magari non si avrà mai dimostrazione, ma cerca costantemente di trovare nella realtà la conferma delle proprie teorie. Ed è grazie a questo campo di studi se alla fine si è scoperto che il Bosone di Higgs e le Onde Gravitazionali sono davvero esistenti. Ma se non c'erano prima i Fisici Teorici a porre simili questioni, chi avrebbe mai iniziato a chiedersi se nell'universo esistono fenomeni per noi impercettibili come questi?

 

Cita

Infine, le Scienze Sociali sono Scienza nel momento in cui utilizzano un linguaggio scientifico per esprimere i loro concetti, ovvero ad esempio la Statistica, dato che questo rende le loro affermazioni immediatamente falsificabili (e quindi adeguate ad essere studiate con metodo scientifico). Molte altre Scienze Umane, però, non hanno questo tipo di linguaggio (o almeno non è così maturo) su cui fare affidamento, dunque per quanto il metodo di studio sia sicuramente rigoroso sono più difficili da categorizzare come Scienza (quantomeno nei confronti delle scienze dure, da cui come nota shalafi sono essenzialmente diverse).

La descrizione che fai, infine, delle Scienze Sociali è errata, a mio modo di vedere. Non sono scienza solo nel momento in cui utilizzano determinati strumenti (che tu chiami linguaggi). Sono, piuttosto, scienza anche perchè utilizzano quei strumenti/linguaggi. L'errore è cercare di descrivere come scienza solo quei momenti in cui vengono utilizzati determinati linguaggi, un po' come se una disciplina fosse scienza in modo intermittente, cosa non vera. O una disciplina è una scienza (ovvero usa metodi scientifici per determinare delle conoscenze) o non lo è. O adotta un metodo scientifico nelle proprie analisi o non lo fa.

Non è che si fa scienza solo se si usano o meno gli strumenti che agli scienziati naturali piace considerare l'emblema stesso della scienza. Un simile pensiero dimostra come sia ancora fortemente radicata la visione della scienza di origine positivista.

Le Scienze Sociali sono diventate scienze dal momento in cui hanno deciso di utilizzare l'analisi critica assieme anche agli strumenti matematici, fisici, ecc. per determinare in maniera oggettiva le verità del proprio campo di studi guardando sempre alla realtà. Sono scienze sempre, perchè è in generale il loro metodo ad essere diventato scientifico. Non sono più le costruzioni puramente teoriche che, però, magari non hanno più contatto con la realtà. Sono discipline che costantemente mirano a provare con vari strumenti (tra cui i linguaggi/strumenti di cui parli) la validità della loro tesi.

Edited by SilentWolf

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Differenze metodologiche.
Ad esempio le scienze empiriche "dure" danno più peso alla predittività e alla matematizzazione.

Credo che per l'intento di Sess fosse importante l'uso che si fa diffusamente del termine "scienza". Ma non sono un indovino.
Poi anche se non credo che sia l'uso a fare il significato (come sosteneva W.), ritengo che non si possa prescindere totalmente da esso.

1 ora fa, SilentWolf ha scritto:

un conto sono le discipline che compiono speculazioni totalmente teoriche e valide solamente se si accettano automaticamente come vere le basi teoriche di partenza (insomma, come nel caso di molte speculazioni teologiche e filosofiche, quei modelli di pensiero perfettamente logici, costruiti in maniera perfettamente razionale, pienamente coerenti nella loro costruzione, ma totalmente slegati da una qualunque connessione con la realtà e che, dunque, potrebbero essere totalmente falsi)

Pensavo parlassi della Matematica e mi hai spiazzato.
Comunque in tutte le aree bisogna accettare per vere delle affermazioni se si vuole che il resto abbia una certa validità. Solo che in alcuni casi i postulati non vengono esplicitati.

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