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Loki86

Circolo degli Antichi
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  1. @TheBaddus C'è un particolare rituale che fai quando vai al Vetron Lake spontaneamente con lo scopo di rilassarti? Qualcosa che ti aiuta a schiarire la mente ancora di più? A dire il vero, no... Evan non è tipo da "rituali" o "meditazione". E' uno impulsivo, attivo.. più corpo che mente. Evan non va appositamente al lago per schiarirsi la mente.. o almeno per ora non lo ha mai fatto per quel motivo (magari in game potrebbe poi capitare). Evan è come attratto dal lago.. Ci resta pochi minuti, lo fissa, lo osserva... Non capisce e, come sempre quando si trovo di fronte a una situazione che lo mette in "difficoltà", trasforma la cosa in rabbia. Spesso urla e maledice il mondo davanti a quelle sponde, per poi andarsene in cerca di qualcosa o qualcuno di concreto su cui sfogarsi. Da quanti membri è composta la tua cricca di "protetti"? Vi incontrate regolarmente fuori da scuola o sono più cose sporadiche? Che cosa fate di solito quando vi vedete? Non la chiamerei una cricca. Sono principalmente tre o quattro ragazzi che hanno deciso che stare vicino ad Evan è più sicuro che stargli contro. Nessuno di loro lo seguirebbe se smettesse di sembrare quello più forte nella stanza. – Jake Miller: ride troppo forte, sempre pronto a darmi ragione. Vuole sentirsi importante per riflesso. – Tyson Reed: fisico massiccio, parla poco. Non cerca guai, ma se partono le mani è il primo a muoversi. – Eli Carter: quello che porta l’erba, fa battute, prova a sembrare più scaltro di quanto sia. – Logan Pierce (occasionale): ci gira intorno quando conviene, sparisce quando l’aria si fa pesante. Non sono veri amici. Sono presenze. Non c’è un “giorno fisso” in cui vedersi. Succede quando qualcuno scrive, quando c’è voglia di uscire, quando la notte sembra abbastanza lunga. A volte dopo scuola, a volte nel weekend. Nessun impegno vero. Nessuna lealtà dichiarata. Se io non mi facessi vedere per un po’, probabilmente il gruppo si sfilaccerebbe da solo. Quando stiamo insieme principalmente cazzegiamo. Giriamo in macchina, fumiamo, beviamo qualcosa, parcheggiamo in posti dove non dovremmo stare. Si parla di niente e di ragazze. Si ride forte. Ci si sente qualcuno, anche solo per qualche ora. Non andiamo in giro a cercare risse. Non bullizziamo per sport. Ma se qualcuno ci manca di rispetto, se prova a mettermi in discussione davanti agli altri… allora il messaggio arriva chiaro. Non sempre con le mani. Ma sempre abbastanza forte da essere capito. Evan non vuole un gruppo. Vuole che tutti sappiano chi è quello che non conviene sfidare. Ti è mai capitato di fare effettivamente qualcosa contro la tua volontà o senza accorgertene a causa dell'entità (anche qualcosa di piccolo)? Se sì, come hai reagito quando te ne sei reso conto? Sì. Una volta. E col senno di poi, Evan sente che non è stata una volta qualunque. Era notte. Stava guidando senza meta, solo per sfogarsi. Non ricorda di aver deciso di andare lì. Si è semplicemente ritrovato davanti a una vecchia industria abbandonata, ai margini di Thalos’ Rest, verso il monte. Un posto che non aveva mai visto prima, e che pure gli sembrava… familiare. Dentro, tra macchinari arrugginiti e polvere, c’era una grossa pietra vulcanica, incastrata nel pavimento come se fosse sempre stata lì. Evan si è avvicinato senza pensarci. L’ha toccata. La roccia era tiepida. Quando si è ferito il palmo su uno spigolo, il sangue è colato sulla pietra. Non aveva deciso di farlo... Non stava eseguendo un rituale. Stava solo… seguendo qualcosa. Evan, all’inizio ha reagito con fastidio. Ha imprecato, si è stretto la mano, si è guardato intorno come se qualcuno lo stesse osservando. Per un attimo ha avuto la sensazione che l’aria nell’edificio fosse cambiata, come se qualcosa avesse preso fiato. Poi è arrivata la sensazione di potere. Più forte del solito. Più stabile. Come se qualcosa si fosse finalmente “ancorato”. Evan se n’è andato in fretta. Non ha raccontato l’episodio a nessuno. E soprattutto non è più tornato lì… anche se a volte, passando vicino, sente un richiamo sottile, come un calore sotto la pelle. Non ha mai pensato apertamente che quell’atto abbia dato inizio a qualcosa. Ma una parte di lui sa che, da quella notte, l’entità non è più solo dentro di lui. È anche da qualche parte là fuori.
  2. Ok... ho risposto... è stato un po un parto questo giro perché, chi più chi meno, siete tutti e cinque in un momento importante e cruciale per il vostro personaggio.. quindi volevo curare le risposte ancora meglio del solito. Spero stiate apprezzando tutti la trama generale e le sotto trame che stanno vivendo ognuno dei vostri personaggi. Giusto per fare un minimo riassunto e chiarezza delle tempistiche. Orion: per te siamo al primo pomeriggio.. ipotizzando un pranzo importante... potrebbero essere più o meno le 14.30 del pomeriggio Scarlett: la mattinata è stata confusa e agitata... Non sai bene quanto tempo sia passato... Ma per potrebbero essere più o meno le 12.30 Ana: è da poco cominciata l'ora buca di giornalismo.. quindi direi che per te potrebbero essere più o meno le 12.15 Nathan: stesso discorso di Ana.. anche per te potrebbero essere circa le 12.05 Darius: sei leggermente più avanti di Ana e Nathan.. per te potrebbero essere più o meno le 12.30. Siete più o meno tutti allineati sulla stessa linea temporale.. tranne Orion per il quale sono andato un po più avanti velocemente per far giocare anche a lui il suo momento importante della giornata.
  3. @TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa... ancora con Tanaka Tanaka resta in silenzio per qualche secondo, lo sguardo che indugia su di te più a lungo del solito. Le sopracciglia si corrugano appena, come se stesse ricalibrando qualcosa dentro di sé. Forse non si aspettava che prendessi sul serio quella mezza richiesta buttata lì, mascherata da battuta. Forse pensava che avresti sorriso, sdrammatizzato… e che tutto si sarebbe chiuso così. Invece no. Il tuo voler capire, il tuo fermarti davvero su quelle parole, lo ha colto alla sprovvista. Te ne accorgi perché, per la prima volta da quando siete soli, Tanaka non sembra più guidato dall’istinto. È presente, ma altrove allo stesso tempo. Ti fermi anche tu, lo osservi meglio. Temi per un istante di aver perso il controllo che avevi su di lui fino a poco prima… poi capisci che non è affatto così. È successo l’opposto. Nei suoi occhi non c’è più solo desiderio, né sfida. C’è qualcosa di più profondo, quasi disarmante. Un legame che non passa dal dominio o dal gioco, ma da una scelta consapevole. Fiducia. Ed è una parola che, su di lui, pesa come una confessione. «Purtroppo non è così facile, Scarlett…» dice infine, con un mezzo sospiro. «Questa non è una cosa che si sistema parlando con la persona giusta o facendo pressione su quella sbagliata.» Fa una pausa, come se stesse cercando il modo meno patetico per dirlo. «Non funziona come le solite cose… non è una bustina di coca... non sono le risposte di un compito, non è qualcosa che puoi strappare a qualcuno.» Nel tono c’è rassegnazione, ma non amarezza. Quando torna a guardarti, però, accenna un sorriso. «Però… grazie per aver pensato che sia possibile.» Quel sorriso ti spiazza più di qualsiasi provocazione precedente. Si sposta, si siede sul bordo del letto, infilando i pantaloni con movimenti lenti, quasi distratti. Lo vedi fissare un punto qualunque della stanza, un poster, una macchia sul muro, come se fosse più facile parlare senza incrociare il tuo sguardo. «La verità è che non so nemmeno io chi dovrei essere, oltre a quello che mostro...» ammette. «Forse sono solo questo. Fine.» Indossa la maglietta, si alza in piedi. Le spalle sono dritte, ma qualcosa nel modo in cui evita i tuoi occhi tradisce una crepa. Poi si volta di nuovo verso di te. «È meglio che vada. A mio padre non gliene fregherà un ca$$o se sono sparito, ma devo far sapere a Cory e agli altri che sto bene.» Capisci che, per ora, non riuscirai ad andare oltre. E in fondo lo sai anche tu: quello che ti ha chiesto non è un favore come gli altri. Non è una scorciatoia, né una trattativa. È qualcosa che richiede tempo. Pazienza. Continuità. Tutte cose che non fanno parte del tuo solito arsenale. Una sfida a cui non sei abituata. Quando siete alla porta, Tanaka si ferma un’ultima volta. Si gratta la nuca, chiaramente a disagio. «Comunque… prima…Beh.. È stato… » esita, cercando la parola giusta. «... Surreale.» Ti guarda, serio ma sincero. «Hai davvero qualcosa in più, Scarlett.» Un accenno di rispetto, non di sfida. «E grazie per essere tornata a cercarmi.» Poi aggiunge, quasi di fretta: «Appena recupero un altro cellulare ci sentiamo. Ah… e ti riporto i vestiti.» Lo osservi allontanarsi a passo svelto verso casa, l’andatura un po’ rigida, lo sguardo che controlla l’ambiente attorno a sé. Non per paura, ma per abitudine. E tu rimani sola coi tuoi pensieri. off game Non ho reputato necessario un altro tiro su eccitare perchè faceva tutto un po parte della stessa scena. Questa cosa del redimere del tutto la figura di Tanaka agli occhi degli altri e di se stesso te la voglio far sudare un pochetto ahahah.. Ho velocizzato un po facendolo andare via, perchè mi piaceva l'idea che, rimanendo sola, tu avessi tempo di rielaborare con calma tutto quello che ti è successo negli ultimi giorni! @Ghal Maraz Nathan Clark - ora buca del mercoledì con Max e Noah Noah ti guarda come se stesse ancora cercando di capire se la conversazione stia succedendo davvero. Sbatte le palpebre un paio di volte, poi inclina appena la testa. «Io? Oggi pomeriggio?» ripete, sinceramente spiazzato. «Beh… sì. Credo di sì. Non ho niente da fare…» aggiunge, abbassando lo sguardo sulle scarpe. Solo dopo qualche secondo trova il coraggio di rialzare gli occhi su di te. Un mezzo sorriso gli nasce sulle labbra, timido ma genuino, come se avesse appena deciso di fidarsi. «Sì… sì, ci vengo molto volentieri in quel posto nel bosco con te, Nathan.» Quando fai il nome di Max, lui si inserisce subito nella conversazione. Si sistema il cappellino di lana, poi tira meglio la bretella dello zainetto sulla spalla. Il tono resta apparentemente rilassato, ma noti come un lieve nervosismo nei suoi gesti che stono un poco col personaggio. «Nel bosco?» ripete, con una risatina breve. «Beh… non so se sia proprio una grande idea andare così a zonzo tra gli alberi.» Scrolla le spalle, cercando di sembrare naturale. «Io oggi pensavo di scendere allo skate park con i ragazzi… perché non venite anche voi due?» propone, avvicinandosi e poggiando una mano sulla spalla di Noah. Il contatto improvviso lo fa trasalire appena, ma non si ritrae. «Un po’ di chill, quattro risate… dimenticatevi il bosco, no? Dai.» Fa una breve pausa, poi aggiunge quasi di getto: «Magari lo dico anche ad Ana…» Si ferma un istante, consapevole di come suoni. «Lo so, lo so… a volte sembra avere un palo nel cu*o...» si affretta a correggersi, «ma in realtà ci sta dentro. È una tipa tosta.» Alla fine tace, lasciando cadere le parole. Ti guarda apertamente, soprattutto te, con una punta di speranza negli occhi. @SNESferatu Ana Rivero - in corridoio con la bidella e il pensiero ad Eliza La bidella assume subito un’espressione comprensiva quando le racconti quella mezza verità studiata al volo. «Oh, capisco!» esclama. «Allora immagino tu possa restare qui.» Chiude la frase con un risolino che ti arriva dritto sui nervi, viscido quanto inutile. Poi, però, non si ferma. Anzi. Inizia a parlare. Tanto. Troppo. Di cose che non potrebbero importarti di meno. Ti racconta della suora — pare sia scivolata, dice — e che in ospedale hanno dovuto operarla perché si era rotta il femore. Ora sta meglio, a quanto pare, ma la ripresa sarà lunga, lunghissima. Probabilmente per un bel po’ non si farà vedere a scuola. Dentro di te inizi a contare i secondi. Che diventano minuti. E più Brenda parla, più la necessità di liberartene e tornare da Eliza si fa urgente, quasi fisica. Rispondi a monosillabi, annuisci, sorridi quando serve, sperando che colga il segnale. Alla fine, dopo quello che ti sembra un tempo infinito di chiacchiere inutili, la bidella si decide finalmente a salutarti e ad allontanarsi lungo il corridoio. Non aspetti un secondo di più. Ti giri sui tacchi e torni immediatamente indietro, svoltando l’angolo e fermandoti davanti alla porta dell’ufficio del coach. Da dentro non proviene alcun suono. Attendi. Forse mezzo minuto. Forse meno. Con cautela ti avvicini e appoggi l’orecchio al legno. Niente. Silenzio. Poi, all’improvviso, uno stridio. Un rumore metallico che gratta sul pavimento. Una sedia che si sposta? La scrivania? Non lo capisci. Esiti. Restare ancora un attimo o entrare adesso? Stai per afferrare la maniglia — noti solo ora che è stata riparata — quando la porta si apre di colpo. Il coach Moss è davanti a te. Per un istante non riesce a nascondere la sorpresa, poi le sue labbra si incurvano in un ghigno appena accennato. «Signorina Rivero!» commenta. «Vedo che alla fine si è presentata a scuola. Molto bene… avevo giusto bisogno di parlarle.» Il tuo sguardo scivola immediatamente oltre le sue spalle, all’interno dell’ufficio. Ti sembra vuoto. Nessuna traccia di Eliza. @Theraimbownerd Orion Kykero - a casa con la somma sacerdotessa Il pranzo si svolge come una recita studiata alla perfezione. La tavola è apparecchiata con una cura quasi eccessiva, come nelle grandi occasioni: porcellane tirate fuori solo per le feste, tovaglioli di stoffa piegati con precisione, una luce calda che filtra dalle finestre e rende tutto… normale. Troppo normale. Tua madre si muove per la sala con un’energia che non le vedevi da tempo, sorridente, premurosa, attenta a riempire i bicchieri prima ancora che qualcuno li svuoti. Ogni tanto ti sfiora una spalla passando alle tue spalle, un gesto che vorrebbe essere affettuoso e che invece ti irrigidisce. Madre Elain D’Arques mantiene un portamento impeccabile. Mangia poco, lentamente, parla con voce pacata. Fa domande generiche sulla scuola, sul rendimento, sui “talenti” di Juno e Diana, lodandole con un cenno del capo quando rispondono in modo educato. Con te è gentile, persino cordiale… ma più di una volta la sorprendi a osservarti di sfuggita, lo sguardo che si fa sottile, analitico, come se stesse valutando qualcosa che solo lei può vedere. Poi distoglie gli occhi e torna a sorridere, come se nulla fosse. Juno spezza il pane con le dita più del necessario, lo riduce in briciole senza accorgersene. Diana annuisce spesso, troppo spesso, a qualunque cosa dica tua madre, e ogni tanto ti lancia uno sguardo rapido, carico di un’intesa silenziosa. Quando Madre Elain parla del “privilegio di nascere sotto lo sguardo della Dea”, Juno si schiarisce la gola e beve un sorso d’acqua di troppo. Nessuna delle due nomina apertamente quello che verrà dopo, ma è lì, seduto a tavola con voi, come un convitato invisibile. Tua madre, a un certo punto, posa le posate e batte piano le mani, sorridendo. «Direi che possiamo iniziare a prepararci per porgere i nostri omaggi alla Dea. È un giorno importante.» Scendete nel seminterrato. La stanza rituale è fredda, scavata nella pietra, illuminata da candele disposte in cerchi concentrici. L’aria profuma di resine e incenso, un odore antico che ti si attacca alla pelle. Lì sotto il tempo sembra rallentare, come se il mondo di sopra fosse già lontano. Madre Elain e tua madre indossano le loro vesti da Somme Sacerdotesse con gesti lenti e solenni: tessuti scuri, pesanti, ricamati con simboli di fertilità e motivi vegetali. Quando sono pronte, sembrano più alte, più distanti, figure che appartengono più al culto che alla famiglia. A Juno e Diana vengono consegnate tuniche chiare, semplici, da accolite; le infilano in silenzio, aiutandosi a vicenda con mani che tremano appena. Anche a te porgono una veste. È dello stesso colore di quella delle tue sorelle, ma il taglio è leggermente diverso, pensato per “onorare” il tuo ruolo. Tua madre ti sistema la veste sulle spalle con gesti attenti, quasi premurosi. Sorride, e nella luce tremolante delle candele quel sorriso sembra ancora più sicuro di sé. «È una celebrazione speciale.» dice a voce bassa, come se stesse condividendo un segreto sacro. «Un dono della Dea riservato a poche elette.» Le sue dita indugiano un istante sul tessuto. «Un modo per avvicinarti davvero a Lei… per farti sentire la Sua presenza.» Si raddrizza, guardandoti negli occhi. «È un passo importante verso il tuo futuro, Orion. Un segno di elezione.» Poi aggiunge, con un tono dolce che sa di promessa: «Dopo questo, molte cose saranno più chiare. Per te. Per tutti noi.» Le sue parole cadono una dopo l’altra, morbide, rassicuranti. Promesse di vicinanza, di appartenenza, di destino. Eppure, sotto quella calma studiata, senti il peso di ciò che non viene detto. Quando siete tutti al vostro posto, Madre Elain si volta verso di te. Per un istante il suo volto è solo quello di una donna sui cinquanta, elegante, composta. Poi i suoi occhi si fanno più duri, più profondi, come se stesse guardando oltre la tua pelle. «Orion...» dice con voce calma, solenne «sei pronta per cominciare?» @Voignar Darius Whitesand - nel bosco con gli spacciatori La paura ti inchioda. Il tuo sguardo rimbalza senza sosta dalla canna della pistola puntata contro di te all’uomo che ti si avvicina per afferrarti. Il cervello corre, ma non trova appigli. Scappare non è un’opzione. Restare fermo, nemmeno. Alla fine agisci quasi senza decidere davvero. D’istinto. Richiami il potere che ti è stato tramandato dai tuoi avi. Sai che, senza preparazione, esiste un solo modo per farlo funzionare: mantenere il contatto visivo, salmodiare le litanie in latino. Nulla di discreto. Nulla di elegante. Ma ora è una questione di vita o di morte. Ti viene in mente la fattura del legaccio. Un incantesimo di base. Non li fermerà davvero. Non li annienterà. Ma imporrà loro un vincolo: non potranno arrecare danno fisico ad altri. Quanto basta per sopravvivere. Le parole latine iniziano a fluire dalla tua bocca con una naturalezza inquietante. Poi lo senti. Il tatuaggio alla base del collo prende a formicolare, sempre più forte, come se reclamasse attenzione. Un’ondata improvvisa di esaltazione ti invade. Non è un’emozione tua. Ti esplode dentro come qualcosa di estraneo, antico. Per un istante potresti resistere. Invece no. Lasci che entri. Lasci che ti attraversi, che impregni ogni cellula del tuo corpo, mentre pronunci l’ultima parte della formula. Il potere che risponde è devastante. Molto più di quanto avresti mai immaginato. La terra vibra sotto i tuoi piedi. Dal sottobosco emergono rampicanti irti di spine, squarciando foglie morte e radici. Si avvolgono attorno all’uomo con la maglietta metal — Viper — che li guarda con un misto di incredulità e puro terrore. Si dimena, inutilmente. I viticci sono più forti. Più vivi. «Che… che cavolo stai facendo?!» urla il rasato, quello con la pistola. Con la coda dell’occhio lo vedi irrigidirsi, puntarti l’arma con ancora più decisione. «Smettila subito o sparo!» L’esaltazione ritorna, più intensa. Ti guida. Alzi un braccio verso di lui. Lo sparo esplode. Il sibilo del proiettile ti sfiora, ovattato dal silenziatore. Un rampicante si è avvolto al suo polso all’ultimo istante, deviando la mira. Altri viticci lo circondano, lo sollevano da terra. La pistola gli sfugge di mano e cade a terra con un tonfo sordo. I lamenti dei due uomini si fondono, soffocati. I rampicanti li tengono sospesi, stringendosi anche attorno al collo. Tu sei lì, immobile, entrambe le braccia sollevate verso le tue vittime. I loro occhi ti fissano. Terrorizzati. Imploranti. Ed è proprio quello sguardo a spezzare l’incanto. L’esaltazione si ritrae. La lucidità ritorna, pesante, improvvisa. Torni padrone di te stesso. Davanti a te resta solo un bivio, netto e irreversibile. Finire ciò che hai iniziato, non lasciare testimoni dei tuoi poteri, della tua natura di stregone. Oppure lasciarli andare. Vivere con la consapevolezza di aver avuto la scelta… e di non aver macchiato le tue mani di sangue.
  4. @TheBaddus Quando hai sognato l'entità, questa si è mostrata a te con una forma particolare o era solo una voce? Nelle successive interazioni che avete avuto, si è mai rivelata con la stessa o altre forme? Si è mai presentata con un nome? Che tipo di rapporto hai con l'entità? È qualcosa che riesci a sentire sempre presente accanto a te, che riesci a richiamare alla necessità oppure è lei a comparire quando ne hai bisogno o a suo piacimento? La prima volta che sono entrato in contatto con l'entità è stato in sogno. Non aveva una forma precisa. Come spesso accade nei sogni tutto sembra poco definito. Ricordo solo una chiazza nera, densa... Una sorta di fumo scuro in costante movimento e mutamento. E una voce che rimbombava in ogni dove. Il mattino dopo ero convinto che fosse stato solo uno strano sogno. Certe "ca$$ate per me non potevano essere reali. Da quel giorno però ho come sentito una sorta di presenza dentro di me. Unita a me, ma distinta. Sentivo una forza maggiore, una maggior facilità nel riuscire nelle cose che volevo e mi interessavano. Era come se qualcosa mi guidasse. Per un po non ha chiesto niente in cambio... Sembrava quasi un dono gratuito... poi, improvvisamente si è rifatta viva. Come se inizialmente avesse voluto farmi vedere solo i lati positivi della cosa, i vantaggi... rendermi assuefatto del potere che mi dava. L'entità non ha mai interagito con me direttamente. Non l'ho mai più rivista direttamente, ne in sogno ne tanto meno nella realtà. Però lei era lì.. Nella mia testa.. E ha iniziato a farsi sentire.. Era come se la mia mente fosse connessa alla sua.. Ogni tanto mi arrivano pensieri non miei.. immagini.. sensazioni.. E' così che comunica con me. Più volte, percependo la sua presenza ho urlato a gran voce e con rabbia chiedendo chi fosse. Non ho mai avuto nessuna risposta. (Evan non sa che l'entità è in qualche modo legata al vulcano). Alla fine ho deciso che poco mi importava... L'importante erano i vantaggi che mi dava. Ho percepito che forse ci sarà un prezzo da pagare... Ma per ora poco mi importa e non l'ho ancora mai sperimentato. L'entità talvolta interviene spontaneamente... Come a volermi fare un regalo (in realtà mi dà semplicemente la mia "dose" giornaliera). Ultimamente lo fa sempre meno. A volte è invece capitato che percepisse il mio richiamo. Non sempre interviene e, ultimamente mi è parso poi di percepire la necessità di fare qualcosa in cambio.. qualcosa che non era davvero una mia volontà.. ma la sua. PS. (sono stato volutamente molto vago con l'entità in modo da lasciarti spazio di manovra a te per integrarla come meglio credi con l'ambientazione. Riflette un po anche il basso valore che ho in oscuro.. Evan non capisce molto di queste cose e per il momento si fa poche domande. Di base, avendo preso "reclutatore oscuro", mi piacerebbe che l'entità, tra i suoi obiettivi, abbia anche che io gli porti quante più anime possibili... Qual è l'unica volta in cui tuo padre ti ha detto qualcosa che poteva sembrare un complimento? Cosa fai istintivamente quando percepisci la sua presenza, ad esempio sentendone la voce o il rumore dei suoi passi? Ci sono lati su cui temi di diventare o di essere diventato come lui? Evan aveva circa nove o dieci anni. Stava piangendo, di nascosto, dopo che il padre lo aveva sgridato davanti a qualcun altro. Richard lo ha visto. Non ha detto “va tutto bene”. Non ha detto “mi dispiace”. Gli ha solo detto: “Smettila. Se piangi per così poco, vuol dire che non sei ancora pronto.” Non era un complimento vero. Ma Evan lo ha sentito come tale, perché implicava che un giorno avrebbe potuto esserlo. Da allora ha imparato a non farsi vedere fragile. Non perché non lo fosse, ma perché voleva sembrare “pronto”. La prima cosa che fa Evan è irrigidirsi e provare rabbia. Le spalle si tendono, la mascella si chiude. Se può, evita lo sguardo. Se può, se ne va. Cambia stanza, accende il motore dell’auto, alza il volume della musica. Non perché abbia paura che il padre lo colpisca. Ma perché teme che, guardandolo negli occhi, torni a sentirsi piccolo. Il confronto diretto è la cosa che evita di più: preferisce essere il bullo con chiunque altro piuttosto che il figlio davanti a lui. Evan non se lo chiede consapevolmente. Non ha mai formulato il pensiero “sto diventando come mio padre”. Sarebbe troppo doloroso. Evan odia suo padre, ma vive ancora come se dovesse superare un esame che lui ha inventato. Sei un estraneo in città, arrivato da poco più di un anno. Qual è il primo posto di Thalos' Rest che ti ha fatto sentire stranamente a casa? C'è invece un posto in città che eviti istintivamente senza sapere il perché? Evan è un'anima irrequieta. Non ha ancora ben trovato il suo posto nel mondo. Gli è pertanto difficile trovare un posto che lo faccia sentire a casa, proprio perché non si sente di averne una. A Thalos'Rest ha però trovato un posto che ha una particolare attrattiva per lui: il Vetron Lake. Sente come una sorta di richiamo da quelle acque scure e più volte si è ritrovato a raggiungerne le rive per fissare il centro del lago senza un perché. Il posto che invece evita istintivamente sono le vecchie miniere di zolfo abbandonate. In un occasione si è trovato di fronte alla possibilità di doverci entrare per esplorarle insieme ad altri ragazzi. Si è trovato sorprendentemente spaventato dalla prospettiva, sentendosi quasi paralizzato per la paura. Una cosa inspiegabile razionalmente per lui. E' quasi come se quella paura non venisse da lui, ma dall'entità che ormai ha nella testa. C'è qualcuno a scuola che ti teme apertamente? Se sì, questo ti piace o ti disgusta? C'è inoltre qualcun altro che non riesci ad impressionare a prescindere da cosa tu faccia? Se sì, come ti fa sentire? Qual è stata la rissa peggiore che hai causato? Perché qualcuno non se l'è ancora dimenticata. Un ragazzo più piccolo, Miles Harper. Non è un bersaglio fisso, Evan non lo prende in giro ogni giorno. Ed è proprio questo il problema. Miles lo guarda sempre un secondo di troppo, come se stesse valutando una via di fuga. Quando Evan passa, abbassa lo sguardo. Quando Evan ride, si irrigidisce. A Evan la cosa piace. E allo stesso tempo gli fa schifo. Gli piace perché quel timore è una conferma silenziosa: “sono qualcuno”. Lo disgusta perché in fondo Evan non è cattivo, non prova piacere a bullizzare i ragazzini. Semplicemente gli piace essere visto e riconosciuto come il più forte. La persona che Evan non riesce a impressionare, invece, è Claire Donovan. Una bella ragazza del secondo anno dal carattere forte e menefreghista. Non lo teme, non lo desidera, non lo disprezza nemmeno apertamente. Semplicemente… non reagisce. Alle battute risponde con educazione. Alle provocazioni con silenzio. Alle dimostrazioni di forza con uno sguardo che sembra dire “e quindi?”. Questo manda Evan fuori di testa. Non perché la voglia per forza. Ma perché con lei il suo potere non fa presa. E se non funziona con tutti, allora forse non è davvero suo. La presenza di Claire gli lascia addosso una sensazione strana: non rabbia, ma insicurezza nuda, quella che cerca sempre di seppellire. La prima rissa è successa poco dopo l’arrivo di Evan a Thalos’ Rest, contro Chad Prescott. Lui lo ha provocato davanti a tutti. Una frase buttata lì, mezza risata, qualcosa che suonava come “ripetente”, “fallito”. Evan non ha reagito subito. Ha aspettato. Fuori da scuola. Pochi testimoni. Troppo pochi. La rissa è stata sbilanciata. Evan non si è fermato quando l’altro è caduto. Ha continuato finché qualcuno non lo ha trascinato via. Il ragazzo è finito in ospedale con una commozione e una cicatrice che porta ancora addosso. Non abbastanza da rovinargli la vita. Abbastanza da marchiarlo, abbastanza da fargli temere Evan e girargli alla larga. Chi non ha dimenticato l'accaduto è, però, sua sorella minore Lily Prescott. Non lo affronta apertamente, non lo minaccia. Per ora si limita a osservarlo. Lo provoca in modo sottile. A volte sembra disprezzarlo. A volte sembra incuriosita. Medita vendetta, vuole fargliela pagare, ma ne è nel contempo pericolosamente attratta. Una delle tue conquiste ti ha visto vulnerabile? Se sì, cosa è successo dopo? Cosa fai quando senti che qualcuno ti desidera davvero? Se una delle tue conquiste potesse vedere o sentire l'entità da vicino, cosa faresti? No, non è mai successo che Evan si facesse vedere debole, specialmente con una delle sue conquiste. Per lui sarebbe una cosa inaccettabile. O, come minimo, non ha ancora conosciuto quella persona giusta col quale sentirsi libero di farsi vedere debole. Nelle rare occasioni in cui qualche sua fragilità stava per emergere si è sempre sforzato di reprimerla, trasformandola in rabbia. Quando sa che qualcuno lo desidera davvero Evan si sente un vincente. Tende a sfruttare subito la cosa come nutrimento per il suo ego. Se quella persona è una ragazza che gli piace cerca di organizzare subito un modo per portarsela a letto. Se è una che non giudica attraente la ignora. Se è un ragazzo fa in modo che entri nella cricca dei suoi "protetti". Come detto non ha veri amici, ha un orbita di personaggi che gli gravitano intorno che hanno il solo scopo di farlo sentire il leader. Evan, come detto, non si è mai preoccupato troppo di capire le dinamiche di come funziona questa entità. Non sa se le sue conquiste possano entrare in contatto con l'entità e poco gli importa. Probabilmente, se scoprisse che qualcuna di queste conquiste potrebbe essere in pericolo per colpa dell'entità in modo serio, la cosa lo spingerebbe a riflettere un attimo... ma sarebbe comunque combattuto a livello morale.
  5. NOME PG: Evan Calder PELLE: infernale GIOCATORE: Loki86 ASPETTO: Evan è il tipo di ragazzo che occupa spazio anche quando non parla. Alto, spalle larghe, fisico asciutto e nervoso più da rissa che da palestra. I capelli sono biondo scuro, mossi, portati lunghi quel tanto che basta a sembrare indisciplinati. Lo sguardo è diretto, spesso provocatorio: occhi chiari che sfidano prima ancora di sorridere. Ha sempre qualche segno addosso: nocche arrossate, un labbro spaccato che dice “niente di che”, un livido coperto male. Veste semplice ma studiato per attirare: giacche di pelle, canottiere, jeans scuri, stivali. Non cerca eleganza, cerca presenza. Quando sorride è magnetico. Quando si arrabbia, il suo corpo sembra scaldarsi, come se qualcosa sotto pelle stesse premendo per uscire. EXP: 0/5 PF: 4/4 AVANZAMENTI: MOSSA SESSUALE: Quando fai sesso, il Potere Oscuro perde un Filo su di te e la ottiene su chiunque sia la persona con cui hai fatto sesso. SÉ OSCURO: Ti ritrovi tremante, bisognoso, e solo. Il Potere Oscuro ti intimorirà con delle richieste, apparentemente senza una fine. Ogni richiesta soddisfatta ti conduce più vicino a sentirti di nuovo a posto, e rimuove uno dei Fili che il Potere Oscuro ha su di te. Esci dal tuo Sé Oscuro quando il Potere Oscuro non ha più Fili, o quando stringi un patto con un’entità ancor più pericolosa. STATISTICHE: CALDO: +1 FREDDO: -1 INSTABILE: +2 OSCURO: -1 MOSSE: DEBITO SPIRITUALE: Nomina un Potere Oscuro con cui sei in debito. Scegli due Patti che ha fatto con te. Il Potere Oscuro può guadagnare Fili. Se raggiungesse cinque Fili su di te, innescherebbe il tuo Sé Oscuro. RECLUTATORE OSCURO: Quando porti un’anima innocente al Potere Oscuro… segna Esperienza. PATTI: RESOINSENSIBILE: Puoi dare un Filo al Potere Oscuro per rimuovere una Condizione o fino a due Danni. IL POTERE SCORRE IN TE: Puoi dare un Filo al Potere Oscuro per aggiungere 2 al tuo prossimo tiro (devi scegliere prima di tirare). FILI: - - CONDIZIONI: - - MATERIE FACOLTATIVE: Evan ne segue solo due... lo stretto indispensabile. ARTE e TEATRO... non perché gliene importi qualcosa... semplicemente perché trova sexy la professoressa Rivers e perché vorrebbe avere qualche lezione privata di "arte" con la Crane. BACKGROUND: Storia Evan non è nato a Thalos’ Rest. Ci è arrivato. Un anno fa viveva altrove, in una città qualsiasi, con un padre ex militare che credeva solo in due cose: forza e disciplina. Evan non è mai stato abbastanza. Non abbastanza duro. Non abbastanza determinato. Non abbastanza uomo. Ogni complimento era seguito da una correzione. Ogni errore diventava una prova definitiva della sua inadeguatezza. Poi, durante una gita scolastica, Evan ha rubato una pietra da una teca di museo: un frammento di ossidiana nera, proveniente dal Monte Thalos. Non per interesse. Per rabbia. Per dimostrare che poteva farlo. Quella notte ha sognato calore. Non fuoco che brucia, ma fuoco che accoglie. Una presenza antica, profonda, paziente. Qualcosa che non gli chiedeva di essere migliore, ma solo di lasciarsi andare. Da allora, ogni volta che Evan cedeva all’impulso — una rissa, una conquista, un’umiliazione inflitta — sentiva quella forza scorrere in lui. Più sicuro. Più desiderato. Più reale. Poco dopo, il trasferimento. Thalos’ Rest. Come se non fosse stata una scelta. Come se la città lo avesse chiamato prima ancora che lui capisse perché. Carattere e psiche Evan è una testa calda. Vive nel corpo prima che nella testa. Reagisce, non pianifica. Seduce perché gli piace essere guardato, desiderato, scelto. Non gioca sul lungo periodo: prende ciò che vuole adesso. La caratteristica Freddo bassa significa che non manipola con finezza. Non trama. Se vuole qualcosa, lo afferra. Se è ferito, colpisce. Oscuro basso vuol dire che non capisce davvero cosa lo possiede. Non riflette sul patto. Non vuole sapere il prezzo. Sa solo che senza quel potere tornerebbe piccolo. Invisibile. Debole. L’entità del vulcano lo nutre proprio così: non con promesse, ma con sensazioni. Forza. Calore. Centralità. Evan non la serve per devozione, ma per dipendenza. E questo lo rende pericoloso… soprattutto per sé stesso. Sotto il bullo c’è un ragazzo che misura il proprio valore con lo sguardo degli altri. E che teme, più di ogni cosa, di non valere nulla senza quella forza addosso. Relazioni principali Il Padre – Richard Calder Ex soldato. Burbero. Rigido. Convinto che il mondo sia una lotta tra dominanti e dominati. Ha cresciuto Evan come si addestra un cane da guardia: col bastone più che con la carezza. Non ha mai smesso di ricordargli chi comanda davvero. Evan lo odia. Evan lo cerca. Evan vuole la sua approvazione come si vuole l’aria quando si affoga. L’entità lo sa. E glielo sussurra spesso. La Matrigna – Laura Presenza neutra, stanca. Non è crudele, ma nemmeno una difesa. Ha imparato a non intervenire. Per Evan è quasi invisibile. Il Fratellastro – Noah (10 anni) Stesso padre, madre diversa. Più piccolo. Più fragile. Evan non sa bene come comportarsi con lui. A volte lo ignora. A volte lo protegge con troppa aggressività. In Noah rivede quello che era… o quello che teme di essere senza il potere. Amici Nessuno di vero. Conoscenti, compagni di bevute, gente che ride con lui finché conviene. Evan è circondato, ma solo. Spesso si scontra con i ragazzi con la personalità più forte nella scuola, per dimostrare a tutti e a se stesso chi è che vale di più. Relazioni amorose Conquiste frequenti, legami brevi. Non cerca amore: cerca conferma. Ogni ragazza è uno specchio che gli dice “sei desiderabile”. Finché lo dice. Evan Calder non è un cattivo. È un ragazzo che ha imparato che l’amore va meritato con la forza… e che ora ha trovato qualcosa che gliela presta, a interessi altissimi. SEGNO PARTICOLARE: guida una muscle car usata, nera, troppo rumorosa per Thalos’ Rest. Il rombo arriva sempre prima di lui. Ama la musica anni 80, rock e metal. Per definire meglio le domande del background e a chi dare i FILI. Aspetto prima le domande del master così da avere un quadro più completo.
  6. @Voignar giusto per velocizzare... quando stai per scagliare la fattura, il pizzicorio al collo aumenta e percepisci come un'energia che preme per entrare. Non sai altro... domanda secca... Opponi resistenza alla cosa o no?
  7. Ebbene sì... la Somma Sacerdotessa di Chicago di lavoro fa l'avvocato 🤣🤣
  8. Ditemi se ora la vedete l’immagine della somma sacerdotessa.
  9. Non la carica più nemmeno a me eheh… appena riesco provo a rimetterla.
  10. @Theraimbownerd Orion Kykero - di ritorno a casa La macchina scivola via dal parcheggio della scuola con un’eleganza silenziosa, inghiottita quasi subito dal traffico ordinato di Liliac Hallow. Nessuno di voi tre parla. Sei seduto sul sedile posteriore, lo sguardo fisso oltre il finestrino, mentre la città scorre lenta e composta come se nulla di storto stesse accadendo sotto la superficie. Juno è alla tua destra, Diana alla sinistra. Le percepisci senza bisogno di guardarle: i loro corpi rigidi, le mani intrecciate sulle ginocchia, lo stesso silenzio carico che senti addosso come un cappotto troppo pesante. Non è un silenzio imbarazzato. È attesa. È timore. Più vi avvicinate a casa, più la tensione cresce, densa, quasi palpabile. Nessuna di voi osa spezzarla. Non ce n’è bisogno: sapete tutti e tre cosa vi aspetta. E, in modi diversi, lo temete. Quando finalmente l’auto rallenta davanti al cancello, il cuore ti batte un po’ più forte. L’abitazione appare impeccabile come sempre, elegante, ordinata, rassicurante. Troppo rassicurante. La porta si apre prima ancora che l’autista abbia il tempo di scendere. Tua madre vi accoglie con un sorriso luminoso, quasi radioso. Sembra davvero felice. Più del solito. «Amori miei!» esclama, aprendo le braccia come se stesse aspettando questo momento da giorni. «Finalmente siete a casa. È una giornata così speciale.» La sua voce è calda, affettuosa, ogni parola dosata per trasmettere serenità. Il contrasto con ciò che senti dentro ti colpisce come uno schiaffo gentile ma deciso. Vi invita a entrare, vi sistema una mano sulla spalla, vi guida con entusiasmo verso il salotto. «Venite, vi voglio presentare qualcuno.» La sala è luminosa, ordinata in modo quasi cerimoniale. E lì, seduta con la schiena dritta su una delle poltrone, c’è lei. Madre Elain D’Arques. È una donna sulla cinquantina portata con estrema cura: capelli mori, leggermente mossi, pettinati con precisione; un abbigliamento elegante ma sobrio, camicia chiara e giacchetta scura. Gli occhiali sottili le conferiscono un’aria austera, quasi giudicante. Eppure… la curva delle sue labbra, il modo in cui inclina leggermente il capo, vogliono trasmettere rassicurazione. Una rassicurazione studiata. Finta. Come una coperta troppo ben piegata per essere davvero usata. Lo sguardo le scivola addosso con attenzione clinica, soffermandosi su ciascuno di voi… ma quando si posa su di te, indugia più a lungo. Tua madre si schiarisce la voce, orgogliosa. «Madre Elain, permetta che le presenti le miei figlie. Loro sono Juno e Diana…» le gemelle rispondono subito, quasi all’unisono, con un educato cenno del capo e un saluto composto. Poi tua madre si volta verso di te, il sorriso che si allarga ancora di più. «…e questa è Orion.» La Somma Sacerdotessa si alza lentamente. I suoi movimenti sono misurati, controllati. Ti osserva negli occhi, come se stesse cercando di leggere qualcosa sotto la superficie. «Piacere di conoscervi» dice con voce calma, profonda. «Sono Elain D’Arques.» Non aggiunge altro. Non ne ha bisogno. L’aria nella stanza sembra farsi più pesante. immagine @Ghal Maraz Nathan Clark - in corridoio col bulletto Il ragazzone non arretra di un millimetro davanti alla tua esplosione. Ti fissa, mascella serrata, lo sguardo duro come se stesse valutando quanto male farebbe colpirti adesso. Per un istante, molto breve, sembra davvero sul punto di farlo. Poi digrigna i denti. Lo vedi chiaramente: le nocche che si irrigidiscono nelle tasche, le spalle che si tendono. Un respiro trattenuto a forza. La violenza è lì, pronta, ma viene soffocata sul nascere quando, poco più in là nel corridoio, passa un insegnante. Non si avvicina, non guarda neanche nella vostra direzione… ma è sufficiente. Il bullo inclina appena la testa, avvicinandosi quel tanto che basta perché solo tu possa sentirlo. «Parli troppo, Clark...» sibila a bassa voce, carica di veleno. «E ti senti pure furbo.» Il suo sguardo ti scivola addosso, rapido, cercando qualcosa che non trova. Non paura. Non cedimento. Questo lo irrita ancora di più. «Non so che ca$$o di gioco stai facendo..» continua, «ma Tanaka non è uno che sparisce così. E qualcuno sa qualcosa. Se scopro che c’entri tu…» lascia la frase sospesa, stringendo la mascella. Non serve finirla. Si raddrizza, l’espressione che torna a essere quella solita, arrogante, ma c’è una crepa. Un’ombra di preoccupazione che non riesce a mascherare del tutto. I suoi occhi si muovono nervosi nel corridoio, come se sperasse di vedere Tanaka comparire da un momento all’altro. «E se non sei stato tu...» aggiunge, con un mezzo ghigno storto, «allora vorrà dire che mi resta un’altra opzione.» Fa un passo indietro, poi si gira per andarsene. Mentre ti passa accanto, butta lì l’ultima frase, come fosse la cosa più ovvia del mondo: «Spremere quella stronzetta di Scarlett. Qualcosa lo tireremo fuori.» Si allontana a passo deciso, senza più guardarti. Noah è rimasto lì, immobile, alle tue spalle. Il ragazzone gli passa accanto senza nemmeno degnarlo di uno sguardo e lo urta con una spallata secca, abbastanza forte da farlo vacillare. Noah si gira di scatto, ma quello è già oltre, inghiottito dal corridoio. @TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka Quando lo spingi all’indietro sul letto e ti posizioni sopra di lui, capisci immediatamente che la situazione è cambiata. Tanaka ti guarda fisso, senza distogliere lo sguardo, come se ogni tuo movimento fosse diventato improvvisamente l’unica cosa importante al mondo. È rapito. È vulnerabile. È tuo. Devi solo ricordarti una cosa: mantenere il controllo. Almeno ancora per un po’. Gli chiedi cosa puoi fare per lui. Non è una domanda innocente, lo sai bene. È un modo per stringere ulteriormente il nodo, per spingerlo a scoprirsi mentre tu resti un passo avanti. Una richiesta che lo farà sentire in debito, che renderà quel filo dorato tra voi più spesso, più resistente… più simile a una catena. Dai suoi occhi, però, capisci subito che sta leggendo tutt’altro. Ogni tua parola gli arriva distorta, filtrata dal desiderio e dall’adrenalina. «Oh sì, Scarlett… io voglio tutto da te.» La dice con un mezzo sorriso famelico, riportando le mani sui tuoi fianchi, cercando di avvicinarti di nuovo. Il contatto vi strappa entrambi un respiro più corto del previsto. Tanaka si solleva leggermente, come per colmare la distanza, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ti sfila la felpa, ti bacia sensualmente il collo. Per un istante senti la tentazione di lasciarti andare. Di smettere di pensare. Ma non è ancora il momento. Lo spingi di nuovo indietro, senza violenza ma con decisione. Lo fissi dall’alto, con uno sguardo che non ammette repliche. In quel gesto c’è un messaggio chiarissimo: sei tu a decidere il ritmo, non lui. Gli chiedi di Jeremy. La confusione gli attraversa il volto come un’ombra. «Jeremy… Smith?» ripete, spiazzato, cercando comunque di riavvicinarsi, come se il corpo stesse andando per conto suo. Poi si blocca, quando capisce che non stai giocando. Che quella non è un’allusione, ma una richiesta vera. «Jeremy Smith…» ripete ancora, questa volta più lentamente. «Non sapevo nemmeno avesse una cotta per la Lane.» Il modo in cui storce la bocca lascia trasparire un certo disgusto. Ci pensa un attimo, poi sospira. «Non so molto su di lui, sul serio. Però…» Alza un dito, come se stesse collegando i pezzi. «Se avere informazioni su Smith è così tanto importante per te... Posso parlare con Dawson. Lui è molto amico con uno della sua cricca. Uno di quelli che, se beve un po’ troppo, non riesce più a tenere la bocca chiusa.» Non è una rivelazione clamorosa. Ma è una pista. E, per ora, ti basta. Capisci che non otterrai di più in questo momento. Non senza rompere l’equilibrio. Così decidi che puoi concederti di abbassare la guardia. Solo un po’. La vostra lussuria esplode, dopo essere stata trattenuta troppo a lungo. Vi travolge con ancora più passione rispetto al giorno prima nel bosco e, questa volta, non venite interrotti da nessuno. Quando tutto si placa, siete sdraiati nudi uno accanto all’altra, il respiro ancora irregolare. Tanaka passa una mano tra i tuoi capelli, attorcigliando distrattamente una ciocca attorno alle dita. È un gesto sorprendentemente delicato. Quasi intimo. Una sensazione tutto sommato piacevole, anche se un tantino melensa per due come voi. Restate così per qualche minuto, in silenzio, finché il ritmo del vostro fiato non torna normale. È Tanaka a parlare per primo. «Sai…» Esita. Ride piano, come se stesse per dire una sciocchezza. «Questa cosa qui…» fa un vago gesto con la mano, indicando voi due, la stanza, il momento. Poi riprende a parlare «Io sono anche così... Cioè.. Non è che mi dispiaccia essere visto sempre come quello odioso che mette paura a tutti... Però... Ecco...» Fa una pausa. Troppo lunga per essere casuale. «È solo che… a volte mi sembra che sia l’unica cosa che la gente voglia vedere di me.» Si stringe nelle spalle, cercando di sdrammatizzare. «E forse gliel’ho anche resa facile, eh.» Ti lancia un’occhiata di sbieco, mezzo sorriso, mezzo sfida. «Quindi ecco… Prima mi hai chiesto se c'è qualcosa che vorrei da te…» Finge leggerezza, ma la voce tradisce un filo di incertezza. «Magari potresti fare in modo che, per una volta, qualcuno si accorga che so essere anche altro.» Lo dice quasi ridendo, come se fosse solo una battuta, una sfida irraggiungibile. Poi aggiunge, più piano, quasi tra sé e sé: «E magari… aiutarmi a crederci anch’io.» Ride di nuovo, subito dopo, come a cancellare quello che ha appena detto. Ma non ritrae lo sguardo. E il filo dorato, tra voi, si tende ancora un po’. Off game Per come stai ruolando Scarlett... secondo me è molto centrata... Alla fine i draghi sono bramosi... e lei, da giovane teenager è giusto che sfoghi questa sua bramosia anche in modo sessuale verso quelli che considera i suoi tesori più succulenti.. Molto in tema con le tematiche di Cuori di Mostro. La linea che hai tenuto nel post va benissimo.. Ho scelto che ti chiede qualcosa che vuoi per cambiare un po, perché ci stava e per creare dinamiche nuove... Questo non vuol dire che non finirà per concedersi a te lo stesso.. Da narrazione mi sembrava abbastanza scontato che andasse a finire lì questa scena. Ho inserito la sua risposta di cosa vuole da te dopo.. mi sembrava più naturale.. Ho scelto qualcosa che ti desse effettivamente molto potere emotivo su di lui per giustificare i 2 fili.. Probabilmente sei la prima e unica persona con cui ha calato la maschera, mostrando un lato di lui che ha sempre tenuto nascosto. Ci tenevo a dare un po di profondità in più al png. Per rispondere alla tua curiosità... Io considero che il drago, per quanto ti faccia ancora strano sentirlo dentro di te, è parte di te.. sei tu... semplicemente è una parte di te che devi ancora imparare a conoscere e controllare... Quindi, di conseguenza, quando parlo di presenza esterna o estranea mi riferisco sempre ad altro. In questo caso è quella presenza che hai sentito nella grotta che è come se avesse voluto aiutare il drago che è dentro di te ad emergere con le sue sole forze. @SNESferatu Ana Rivero - in corridoio con Eliza Eliza annuisce mentre parli, seguendo ogni tua parola con attenzione. Quando finisci, il suo sguardo si addolcisce appena, ma c’è una determinazione nuova che le attraversa il volto. «Va bene» dice piano. «Facciamo come dici tu.» Esita solo un istante, poi aggiunge, con un mezzo sorriso che prova a essere rassicurante: «Se qualcosa va storto non starò zitta, promesso. Urlo, chiamo, faccio una scenata… qualunque cosa.» Riprende a camminare verso l’ala della palestra, il passo un po’ più rigido di prima. Tu le resti accanto ancora per qualche metro, poi rallenti, lasciandole il vantaggio necessario per mettere in atto il vostro piano. Quando arrivate nel corridoio che conduce all’ufficio del coach Moss, ti fermi dietro l’angolo, abbastanza vicina da intervenire, abbastanza lontana da non dare nell’occhio. Eliza bussa. Il rumore è secco, deciso. Passano solo pochi secondi prima che la porta si apra. Da dove sei tu vedi appena la figura del coach: alto, massiccio, l’ombra della sua presenza che sembra riempire il corridoio. La sua voce arriva chiara. «Prego, signorina Monroe.» Eliza entra senza voltarsi, sicura di sé e ben consapevole di non voler tradire la tua presenza nascota. La porta si richiude alle sue spalle con un tonfo ovattato che ti stringe lo stomaco. Ti avvicini subito, il cuore che accelera, e appoggi delicatamente l’orecchio al legno spesso della porta. Le voci arrivano attutite, ma riconoscibili. «Ti ho convocata perché voglio discutere con lei di una questione alquanto grave!» dice Moss, con un tono basso e controllato. «Prego… si sieda qui.» Senti lo stridio di una sedia trascinata sul pavimento. Poi silenzio, denso, carico. Dopo un po di tempo di nuovo la voce severa del coach: «Come me lo spiega questo, signorina Monroe?» La domanda è fredda. Calcolata. La risposta di Eliza arriva poco dopo, esitante. «Beh…» temporeggia. «Noi non avremmo dovuto… lo ammetto. Cercavamo solo…» Non fai in tempo a sentire altro. Alle tue spalle, passi. Corti. Veloci. Ti stacchi di scatto dalla porta e riprendi a camminare nel corridoio come se nulla fosse, il battito nelle orecchie che ti martella. Non puoi farti trovare lì ad origliare. Giri l’angolo proprio mentre qualcuno sbuca dalla direzione opposta: Brenda Lewis. La bidella ti squadra subito, poi ti regala un sorriso largo, complice, di quelli che mettono a disagio più di un rimprovero. Inclina leggermente la testa, come se stesse fingendo di ricordare qualcosa. «Oh, signorina…» fa una pausa studiata. «Rivero!» Sai benissimo che non ha mai avuto bisogno di pensarci. «Non dovresti trovarti qui!» prosegue con tono cantilenante. Non c’è vera severità nella sua voce, solo il piacere di sottolineare una regola. «Durante le ore buche gli studenti dovrebbero stare in aula studio.» Poi si volta già, dandoti per scontata al suo seguito. «Prego, seguimi pure.» Mentre si incammina nella direzione opposta all’ufficio del coach, riprende a parlare come se stesse facendo due chiacchiere innocue. «Allora… come sta suo padre? E tu, cara?» aggiunge, lanciandoti uno sguardo di sottecchi. «Ti stai integrando bene, qui a scuola? Hai sentito di quello che è successo ieri a Suor Margaret? Un tale dispiacere...» Dietro di te, la porta dell’ufficio del coach rimane chiusa. Ed Eliza è ancora là dentro. @Voignar Darius Whitesand - nel bosco con gli spacciatori Ti muovi piano, troppo piano. Ogni passo è una trattativa silenziosa con il bosco, ogni respiro un tentativo di non esistere. Il cuore ti martella nel petto, così forte che temi possa tradirti più dei tuoi piedi. Poi succede. Un ramo secco, nascosto sotto uno strato di foglie umide, cede con un crack secco e innaturalmente forte. Un suono piccolo, stupido… eppure assordante in quel silenzio carico di tensione. Per un istante il mondo sembra fermarsi. Un uccello spicca il volo poco distante da te, frullando via all’improvviso. È abbastanza. L’uomo con la maglietta metal si blocca a metà supllica. La bocca ancora socchiusa, gli occhi sgranati. Il suo sguardo scivola dalla pistola… a te. E nei suoi occhi, accanto alla paura, compare qualcos’altro. Sorpresa e... speranza. Come se, per la prima volta da minuti interminabili, l’attenzione non fosse più tutta su di lui. Il rasato invece si irrigidisce. Con una lentezza studiata gira la testa verso la tua direzione. I suoi occhi ti trovano subito, precisi, chirurgici. «E questo chi ca&&o è?» dice piano. La pistola si abbassa di un soffio dal petto del sottoposto. Solo un soffio. Poi si riallinea, fluida, naturale… e ora punta dritta verso di te. «Non siamo soli a quanto pare!» aggiunge, senza alzare la voce. Il tipo con la maglietta metal deglutisce, poi inspira come se gli avessero appena regalato altro tempo. Fa mezzo passo di lato, istintivo, quasi a togliersi di mezzo dalla traiettoria dell’arma. Il rasato non smette di guardarti. «Esci fuori, ragazzino!» ti ordina. «Con calma.» Poi, senza distogliere lo sguardo da te, parla al suo uomo: «Forza Viper... Vedi di farmi capire che sei ancora un bravo cagnolino dalla mia parte. E forse potrei anche chiudere un occhio e perdonarti...» Inclina appena il mento nella tua direzione. «Vai a prendere quello spione.» Il sottoposto, Viper, esita solo un secondo. Poi annuisce fin troppo in fretta. Si passa una mano tra i capelli unti, ti lancia uno sguardo misto di nervosismo e gratitudine malcelata… e inizia a muoversi verso di te, cercando di sembrare deciso. E tu sei lì... Col rasato che ancora vi tiene sotto tiro e "Viper" che ti viene incontro minaccioso... Il tatuaggio alla base del collo torna a farsi sentire... Inizia a pizzicarti, come a voler attirare la tua attenzione che, invece, è tutta per la pistola!
  11. Azz.. ma non dai!! Dopotutto sei uno stregone! Vai di avada kedavra che funziona meglio di una pistola ahahah In ogni caso... hai fatto un fallimento.. ricordati di aggiornare la scheda e segnare esperienza!
  12. Nel mentre ho creato e aggiornato la "locandina" della campagna!
  13. in questa situazione io mi ero visualizzato una scelta tra flight or fight... La reazione di Darius, nascondersi cercando di non farsi vedere e sentire, rientra sicuramente nella sfera dal voler "fuggire" da una brutta situazione piuttosto che prepararsi a "combattere".. Quindi direi che un tiro su fuga ci sta tutto secondo me. Tira pure e, in caso di risultato 7-9 dimmi cosa sscegli tra: ti imbatti in qualcosa di peggiore, fai una scenata, lasci qualcosa indietro.
  14. @Voignar Darius Whitesand- nel bosco Una volta oltrepassata la recinzione della scuola, ti addentri nel bosco senza voltarti indietro. Non sai se Sasha sia rimasta lì a guardarti, incuriosita o tentata di seguirti, oppure se si sia semplicemente allontanata senza pensarci due volte. In altri momenti ti sarebbe importato. Ora no. La testa è altrove. Raggiungi senza difficoltà il punto delle pietre incise. Il luogo dell’aggressione. Il punto in cui lo spirito dal teschio di cervo si è manifestato davanti a te. Era praticamente lungo il percorso della campestre, non troppo distante dalla scuola. Le rocce sono ancora lì. Ma delle rune non c’è traccia. Nessuna incisione. Nessun segno. Come se non fossero mai esistite. Ti fermi. Osservi. Aspetti. Passano alcuni minuti. Esamini il terreno, il muschio, i tronchi vicini. Nulla. Avverti un filo di frustrazione salire, sottile ma insistente. Nessun indizio. Nessuna prova. Niente che ti aiuti a dare un senso a ciò che hai visto. Sbuffi piano e ti guardi intorno. Cerchi segni di passaggio, tracce lasciate dallo spirito. Ma sono passati due giorni. Sai bene quanto sia improbabile trovare qualcosa di chiaro, qualcosa che non possa essere liquidato come suggestione. Chiudi gli occhi un istante e richiami alla mente quel pomeriggio. Ricordi la direzione. Ricordi da dove è arrivato. Ti muovi in quella direzione e ti inoltri nel bosco, seguendo quello che potrebbe essere un percorso. Foglie schiacciate. Un rametto spezzato. Segnali troppo vaghi per darti sicurezza, ma è tutto ciò che hai. Avanzi per una decina di minuti, a passo lento, con attenzione. Poi succede. Voci. Provengono dalla tua destra, non troppo lontane. Ti blocchi all’istante. Resti immobile, trattenendo il respiro. Sono troppo distanti per capire cosa stiano dicendo, ma non c’è dubbio: non sei solo. Ti fai coraggio. Ti muovi piano, cercando di non far rumore. Ogni passo è misurato. Raggiungi un albero dal tronco largo e ti nascondi dietro di esso. Ti sporgi appena. Li vedi. Due uomini, in piedi in una piccola radura dove gli alberi si diradano. Quello rivolto verso di te avrà sui trent’anni. Capelli lunghi e sudici. Peli irsuti che spuntano dal colletto a V della maglietta. Una giacca di jeans coperta di toppe di gruppi metal. Ha le braccia leggermente allargate, i palmi aperti. Sul volto, un’espressione di puro terrore. «Ti prego, Anthony…» La voce gli trema. «Ti giuro che non ho preso io la tua cocaina…» Solo allora il tuo sguardo scivola sull’altro. Ti dà le spalle. È rasato, avvolto in un pesante impermeabile marrone scuro. Ma ciò che cattura la tua attenzione è nella sua mano destra. Una pistola. La tiene puntata dritta contro il petto del primo uomo. Lo senti ridacchiare, una risata bassa, quasi divertita dalla paura dell’altro. «Dai… parliamone…» dice l’uomo con la giacca di jeans, la voce sempre più spezzata. «Lo sai… ho sempre lavorato bene per te…» Il bosco intorno a voi sembra trattenere il fiato. Off game Qui.. che tu scelga di scappare a gambe levate o di rimanere e agire in qualche modo.. è molto probabile che si attivi qualche mossa.. quindi nel caso non correre troppo avanti con la risposta ma, più che altro, fai capire quali sono le intenzioni di Darius. @Ghal Maraz Nathan Clark - in corridoio Il tuo avversario ti squadra per un istante, con uno sguardo obliquo, come se stesse cercando di capire se la tua sorpresa sia autentica o solo una pessima recita. Poi piega la bocca in una smorfia e inclina la testa, imitandoti in modo grottesco. «Eravate… eravate d’accordo?» ripete, storcendo gli occhi in una caricatura poco lusinghiera della tua espressione. Scoppia in una risatina secca. «Svegliati, Clark… non viviamo nel tuo bellissimo mondo delle fate.» Il sorriso che segue è sardonico, cattivo. Non è una risposta vera e propria. Non ti dà certezze. Ma il modo in cui ti guarda, la sicurezza con cui ti deride, quel lampo di fastidio che gli attraversa il volto… tutto questo ti dice che non stai andando completamente fuori strada. Poi il suo tono cambia nuovamente. «Quindi vuoi farmi credere che non c’entri niente con il fatto che Tanaka sia completamente sparito?» Non è una domanda. È un’accusa mascherata da frase interrogativa. @Theraimbownerd Orion Kykero - fine scuola Il professor Crane lascia scorrere ancora qualche minuto di silenzio operativo, il tempo necessario perché le penne smettano di correre e i pensieri di depositarsi. Poi raccoglie i fogli uno a uno, passando tra i banchi con quell’aria distratta da musicista che finge di non vedere ma in realtà vede tutto. Dà un’occhiata rapida alle domande, commenta qua e là ad alta voce. In generale il giudizio è positivo: molte intuizioni interessanti, qualche ingenuità comprensibile, un paio di quesiti che “suonano bene ma non portano da nessuna parte” e che lui stesso si prende il tempo di rifinire, mostrando come basta spostare una parola per trasformare una curiosità vaga in un grimaldello. Quando arriva alla tua, si ferma mezzo secondo di più. «Queste…» dice sollevando appena il foglio «…sono domande che non nascono dal voler riempire una pagina. Nascono dal chiedersi perché una cosa esiste così com’è, e chi ci guadagna se nessuno se lo chiede.» Ti guarda e ti strizza l’occhio. «Questo è buon giornalismo. O quantomeno l’inizio.» Rimette giù il foglio e si appoggia alla cattedra. «Compito per la prossima volta: trovate delle risposte. Non tutte, non definitive. Anche solo una pista solida va bene. Poi scrivete un pezzo breve. Niente sensazionalismo, niente accuse. Solo fatti, contesto e ciò che non torna. Il resto verrà da sé.» La campanella chiude il discorso meglio di qualunque conclusione retorica. Nel corridoio l’aria cambia. Rumore, voci, passi che si incrociano. Ti infili nel flusso diretto verso la mensa, già mezzo assorto nelle possibili angolazioni del tuo pezzo, quando una presenza ti costringe a rallentare. Davanti a te c’è la preside Eleanor Vance. Alta, rigida, impeccabile come sempre. Lo chignon tirato, gli occhiali sottili che sembrano tagliare l’aria. Il bastone elegante batte una volta sul pavimento, secco, più per farsi sentire che per bisogno. Al suo fianco ci sono Juno e Diana, identiche e diverse come solo le gemelle sanno essere. «Orion.» Il tuo nome, nella sua voce, è più una constatazione che un saluto. «Sono stata contattata questa mattina da vostra madre.» Una pausa misurata, appena un’ombra di fastidio che le attraversa lo sguardo. «Ha richiesto un permesso speciale affinché possiate lasciare l’istituto in anticipo per il pranzo, saltando la mensa.» Ti fissa un istante, come se stesse valutando se quella richiesta sia un capriccio o una manovra. «Normalmente non acconsentirei.» Un altro colpo leggero del bastone. «Ma la richiesta è stata formulata in modo… corretto. E dunque è stata accettata.» Si gira già verso l’uscita, dando per scontato che la seguiate. Non è una scorta premurosa: è un accompagnamento che somiglia più a un controllo. Attraversate l’atrio sotto il suo passo preciso, gli studenti che si spostano istintivamente per farle spazio. Una volta fuori, si ferma. «Siete autorizzati ad andare. Buona giornata.» Vi squadra ancora una volta, poi si volta senza attendere risposta e rientra nell’edificio. Restate lì, voi tre, per qualche secondo. L’aria è fredda, il rumore distante della scuola alle spalle. Poi la vedete arrivare. L’auto nera del vostro autista rallenta davanti al cancello, lucida, silenziosa, come se fosse sempre stata lì in attesa. @SNESferatu Ana Rivero - con Eliza Eliza ti ascolta senza interromperti, gli occhi fissi nei tuoi come se il resto del corridoio fosse svanito. È un contatto visivo intenso, quasi disarmante. Non c’è nulla di inquietante in quello sguardo… e forse è proprio questo il problema. I suoi occhi ti sembrano più belli del solito. Le labbra socchiuse, attente a ogni tua parola. Scacci quel pensiero prima che prenda forma, costringendoti a portare a termine il discorso senza tradirti. Per un istante Eliza rimane in silenzio. Inclina leggermente la testa, come fa quando riflette davvero, e tu la vedi pesare le due possibilità che le hai appena messo davanti. «Andare a dirgli direttamente in faccia dei tuoi sospetti su di lui lo escluderei..» dice infine, con un tono più calmo rispetto a poco fa. «Non abbiamo nulla di concreto. Zero.» Fa un piccolo gesto con la mano, come a spazzare via l’idea. «E accusarlo apertamente di essere un maniaco potrebbe solo metterci nei guai. Potrebbe arrabbiarsi. O peggio…» esita un attimo. «Potrebbe denunciarti per calunnia.» Sospira piano. «Per quanto faccia schifo ammetterlo… non possiamo dimostrare niente.» Resta pensierosa ancora qualche secondo, poi il suo sguardo cambia. Più lucido. Più pratico. «Trovare prove su Cory invece…» mormora. «Quello sì che ha senso.» Una piega ironica le sfiora le labbra. «Nel peggiore dei casi ci dirà di farci gli affari nostri. O che non è un nostro problema. Bla bla.» Alza le spalle. «E la nostra colpa, alla fine, sarebbe solo essere entrate nel suo ufficio senza permesso.» Rimugina ancora, una ciocca bionda che le ricade sulla fronte, in netto contrasto col resto dei capelli scuri. La sistema distrattamente dietro l’orecchio, poi annuisce a sé stessa. «Sì. È l’opzione migliore.» Ti guarda, decisa. «Andiamo.» Si mette in movimento senza aspettare oltre, sicura, quasi risoluta, dirigendosi verso l’ala della scuola dove si trovano la palestra e l’ufficio del coach. La segui, sentendo quella determinazione contagiosa… e allo stesso tempo un nodo sottile stringerti lo stomaco. Quando siete ormai quasi arrivate, Eliza rallenta all’improvviso. Si ferma. Poi si volta verso di te. Il sopracciglio leggermente aggrottato tradisce un dubbio improvviso. «Aspetta…» dice piano. «Sei sicura di voler venire anche tu?» Esita. «Magari sospetta solo di me. Magari non é necessario che anche tu finisca nei guai.» Cerca il tuo sguardo. «E se in realtà volesse parlarmi di tutt’altro?» fa una pausa. «Come giustifichiamo la tua presenza, se ce lo chiede?» @TheBaddus Scarlett Bloomblight- a casa con Tanaka Inizi a raccontare a Tanaka tutto quello che è successo, mentendo o, come minimo, alterando la verità, solo nei punti che ti interessa mantenere il riserbo. Sei consapevole che tutta la faccenda, anche se corrisponde al vero, potrebbe apparire alquanto improbabile e difficile da credere… così ti armi di tutta la tua sensualità e di tutte le tue tecniche manipolatorie per evitare che Tanaka si senta preso in giro da te e si tolga quel filo dorato che collega il suo collo alla tua mano. Inizi a parlare quasi d’istinto, senza pensare a un filo logico preciso. Le parole si articolano in frasi spontaneamente e ti escono naturali e, più vai avanti, più avverti chiaramente dentro di te quella strana euforia e senso di approvazione che hai avvertito nella grotta.. emozioni che riconosci non essere direttamente tue, ma che ti senti cucite perfettamente addosso. È come una presenza… una presenza che sta illuminando dentro di te le corde giuste da toccare… una presenza guida che ti indirizza a sfruttare al meglio quello che già possiedi. Le parole ti escono melliflue… ne avverti quasi il profumo… dolce e suadente.. metti la giusta enfasi nei momenti corretti… scegli le giuste pause… accompagni il tutto con le giuste movenze… giochi con la tua sensualità come non hai mai fattto prima. E te ne rendi conto… Ti sei sempre giudicata più che brava a mercanteggiare e manipolare, ma, questa volta, ti sembra quasi che le tue parole e i tuoi gesti siano ricolme di una sorta di “magia” melliflua, che ti viene da dentro. Tanaka ti ascolta rapito. Lo vedi pendere dalle tue labbra. La sua espressione si tinge di sorpresa e stupore man mano che gli racconti tutto ciò che è accaduto. Senti le sue dita accarezzarti con dolcezza quando gli porti la mano sulla tua testa e sui polsi ancora segnati dalle corde… lo vedi deglutire e sobbalzare quando ti fai volutamente più sensuale con la voce e con i gesti. Ora ti sembra quasi di vederlo distintamente e reale.. quel filo dorato che vi collega.. sembra essere diventato più spesso, quasi una catena, e si attorciglia più e più volte intorno al collo del ragazzo. Ti senti inebriata e potente.. in pieno controllo. Quando termini di parlare con quella semplice domanda sussurrata, Tanaka è voltato verso di te… Ha la bocca socchiusa… per lo stupore.. per l’imbarazzo… per questo strano “potere” che stai esercitando su di lui. Le vostre bocche sono a nemmeno dieci centimetri… i vostri occhi ben piantati in quello dell’altro… la tua mano vicino al suo inguine percepisce eccitazione. Rimane lì fermo… imbambolato… non si concede come è successo nel bosco. Inizia a parlare. “Io.. io..” quasi balbetta “io credo che ti sono debitore, Scarlett…” dice infine con un tono di voce ben lontano dalla sua solita spavalderia. “Tutto ciò che mi hai raccontato…” fa una piccola pausa, come per trovare le parole giuste “beh.. wow… ha dell’incredibile…” dice, abbozzando un sorriso nervoso “e ti giuro che, se non fossi stata tu a raccontarmelo, non avrei creduto a una parola..” Senti che le sue mani si appoggiano delicate sui tuoi fianchi. “Io… non so come sdebitarmi… tu.. sei tornata per salvarmi… ti prego.. dimmi cosa posso fare… ti prometto che farò tutto quello che vorrai!” Off game Spero di aver reso bene l’idea… la “presenza estranea” che avvertí dentro di te non ti ha dato nessun aiuto concreto, nessun potere, in questa situazione. È come se ti avesse guidata inconsciamente a risvegliare i tuoi reali poteri di draghessa. Ovviamente, avendo avuto successo al tiro di eccitare tanaka, se non lo avessi già fatto, ricordati di segnare 1FILO su di lui. Lui ha scelto “prometto qualcosa che penso tu voglia”. Poi ora, se vuoi, puoi attivare la mossa sessuale per chiedergli anche cosa vuole lui e ottenere così altri 2 FILO su di lui.
  15. Ragazzi.. scusate tanto... non sono sparito.. ma in questa ultima settimana non sono riuscito a rispondere.. ho gia pronte le risposte per un paio di voi.. appena trovo il tempo di mettere giù per bene anche le altre tre rispondo!!
  16. @TheBaddus direi proprio che su tanaka si attiva la mossa "eccitare" e, per il modo in cui me lo hai descritto, te lo faccio tirare su freddo.
  17. @SNESferatu Ana Rivero - verso scuola Ti dirigi verso scuola a passo svelto. La testa ti rimbomba, affollata da troppi pezzi di un puzzle che non riesci ancora a mettere in ordine. Faresti qualsiasi cosa pur di non rientrare in classe, di non sederti dietro un banco come se tutto fosse normale. Eppure le due persone con cui senti più urgenza di parlare sono proprio lì. Il messaggio di tuo padre arriva mentre stai per varcare il cancello. “Certo, bambina mia! Ottima idea! Chiamo subito l’Olive Garden per bloccare un tavolo per tre! Ti voglio bene!” Quando entri in classe, a metà dell’ora di francese, il silenzio cala all’improvviso. Avverti gli sguardi curiosi e sorpresi dei tuoi compagni addosso, soprattutto quelli di Darius, di Max e di Eliza. La professoressa ti squadra con i suoi soliti modi rigidi e ti invita a sederti, non prima di aver sottolineato che, se si arriva in ritardo, il minimo sarebbe presentarsi al cambio d’ora, non nel bel mezzo della lezione. Per fortuna, si limita a quello. Nessuna nota scritta. Quando la campanella suona, vedi subito Max dirigersi verso di te. Ormai fa parte di quella che ti piace chiamare la tua “cricca”, ma in questo momento hai altro per la testa. Devi parlare con Eliza, per la questione del coach. E con Darius, che forse è l’unico a sapere come ripararti dopo averti… rotta. Stai già pensando a come liquidare Max in fretta, senza sembrare fredda o snob, quando Eliza ti toglie d’impiccio. Si infila tra voi prima che lui possa aprire bocca, ti afferra per una mano e dice un secco: «Seguimi.» Poi si blocca, accorgendosi solo allora di Max davanti a sé. Lo guarda un istante, sorpresa, quindi accenna un sorriso. «Scusa… se avevi bisogno di Ana, al momento è prenotata.» E senza aggiungere altro, ti trascina via. Max vi osserva allontanarvi, le sopracciglia sollevate, forse colpito dal fatto che tu ed Eliza sembriate improvvisamente così affiatate. Poi sorride. «Ok, ok… allora a dopo, Ana. Sono contento che tu stia meglio.» Raggiunto un punto più isolato del corridoio, Eliza si ferma. Si guarda attorno con attenzione, come a controllare che nessuno stia ascoltando. «Menomale che sei arrivata..» sussurra. «Devo andare adesso dal coach. Credi che ci abbia scoperte? E se mi dice che sa cosa abbiamo fatto? Cosa gli rispondo?» La sua voce è tesa, carica di preoccupazione. Ma c’è dell’altro, sotto. Un’eccitazione sottile. Come se il rischio, invece di paralizzarla, la facesse vibrare. Stai per risponderle quando qualcosa cattura il tuo sguardo alle sue spalle. In fondo al corridoio scorgi Darius insieme a Sasha. Si muovono in fretta, diretti verso l’uscita che dà sul cortile della scuola. Di certo non verso l’aula studio. Che stiano tramando qualcosa? Rimani ferma per un istante, spiazzata. Davanti a te c’è Eliza, che ha bisogno di te adesso. E poco più in là c’è l’unica persona che, forse, potrebbe sapere come rimetterti insieme… prima di sparire andando chissà dove. @TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka Quando dici a Tanaka di seguirti in camera, nulla nella sua espressione lascia intendere che abbia colto un doppio senso. Annuisce appena, stringendosi nelle braccia, il corpo ancora pallido e scosso da piccoli tremiti. Sembra fidarsi di te in modo istintivo, quasi cieco. Ti segue fino al bagno. Ti osserva in silenzio mentre apri la doccia, il rumore dell’acqua che inizia a riempire l’aria. Quando glielo chiedi, si spoglia senza esitazioni, con gesti automatici, come se in quel momento non avesse energie da sprecare in imbarazzi o difese. Fai lo stesso anche tu. Entrate sotto il getto caldo. Siete entrambi nudi, ma non c’è nulla di erotico in quella vicinanza. Solo necessità. Cura. Tanaka è esposto come non lo hai mai visto: fragile, vulnerabile non per scelta, ma perché le sue condizioni non gli permettono di essere altro. E tu, quasi senza rendertene conto, metti da parte la tua solita corazza. I movimenti diventano più lenti, più attenti. C’è qualcosa di quasi materno nei tuoi gesti, lo stesso istinto con cui ti prendi cura di tutto ciò che senti di dover proteggere. Di tutti i tuoi “tesori”. Di tuo padre. A poco a poco, il calore fa il suo effetto. Il colorito di Tanaka migliora, la mandibola smette di tremare, il respiro si fa più regolare. Per un istante cogli qualcosa nei suoi occhi: una scintilla diversa. Non desiderio vero e proprio, piuttosto il bisogno di non sentirsi così scoperto, così indifeso davanti a te. È un lampo breve, che si spegne quasi subito. La magia silenziosa del momento prosegue finché non sei tu a decidere che è ora di fermarsi. Uscite dalla doccia. Vi asciugate. Gli porgi dei vestiti che potrebbero stargli addosso, e lui li accetta senza dire nulla, ringraziandoti solo con lo sguardo. Quando vi sedete sul letto, il silenzio che cala tra voi inizia a farsi pesante, carico di tutto ciò che è successo e di quello che ancora non avete detto. Sei tu a spezzarlo. Tanaka ti guarda per qualche secondo. Sta decisamente meglio ora. Il volto ha ripreso colore, la postura è meno rigida. Sembra esitare, come se stesse decidendo quale maschera indossare: quella da duro strafottente di sempre… o questa nuova, inedita versione di sé. «Direi… meglio.» Il tono è una via di mezzo: lontano dalla solita arroganza, ma nemmeno fragile come poco prima. «Anche se… non riesco proprio a ricordare nulla di quello che è successo.» Fa una breve pausa. «Ricordo noi due… insieme…» noti subito il cambio di parole rispetto a quando aveva espresso lo stesso concetto meno di un’ora fa. «Poi più niente. Mi sono svegliato infreddolito… con te che mi chiamavi.» Ti guarda, chiaramente confuso. «Cos’è successo, Scarlett?» off game Considera più o meno che il messaggio che ti ha scritto Darius (visibile nell'ultimo post di Voignar) ti arriverà più o meno in questo momento. Decidi pure tu se lo guardi e leggi ora oppure più tardi... Anche perchè sono curioso di vedere come reagirà scarlett quando vedrà che darius l'ha chiamata draghessa ahahaha @Ghal Maraz Nathan Clark - infermeria ed ora buca IN INFERMERIA La Morris ti ascolta senza interromperti, limitandosi ad annuire di tanto in tanto mentre i suoi occhi continuano a scorrere sui lividi che macchiano la tua pelle. Le dita premono con attenzione clinica, abbastanza da capire, non abbastanza da farti urlare. Quando hai finito di parlare, si raddrizza e ti porge la maglietta. «Puoi rivestirti.» C’è una nota sorprendentemente gentile nella sua voce. «Per fortuna non credo ci sia nulla di rotto. Le costole sono sempre infide… una radiografia servirebbe per escludere microfratture, ma anche in quel caso la terapia non cambierebbe: riposo, ghiaccio e antidolorifici.» Mentre parla apre un armadietto, prende una pastiglia, riempie un bicchiere d’acqua e te lo porge. «Tieni. Questo dovrebbe attenuare il dolore.» Poi ti volta le spalle e va a sedersi alla sua piccola scrivania. Nessun commento. Nessuna reazione. Dentro di te qualcosa si stringe. Forse è così che va sempre. Forse anche lei, appena ha sentito il nome Edwards, ha deciso che non valeva la pena mettersi contro una delle famiglie più ricche e intoccabili di Liliac Hallow. Un altro adulto che guarda dall’altra parte. Un altro silenzio comodo. La Morris si sistema una ciocca di capelli dietro l'orecchio, prende una cartellina… poi parla, senza guardarti. «Sai che dovrò fare rapporto alla preside su quello che mi hai raccontato, vero?» Alza finalmente lo sguardo verso di te. «Nathan…» il tuo nome, detto così, senza durezza, ti colpisce più di quanto dovrebbe. «Non so se non hai detto nulla prima per paura di ritorsioni… o perché speravi che la cosa si risolvesse da sola.» Fa una breve pausa. «Ma tenere tutto nascosto è peggio. Sempre.» Il tono non è autoritario. È fermo. Onesto. «Fidati.» INTERMEZZO Quando esci dall'infermeria, Darius non è più lì ad aspettarti. Controlli l'orologio e noti che, ormai, mancano meno di dieci minuti alla fine della lezione. Questo, unito al fatto che la Morris ti abbia firmato un'esenzione per l'attività sportiva, ti fa propendere per tornare verso lo spogliatoio prendendotela con calma. La risposta di Kathlyn è abbastanza veloce "Prima purtroppo non riesco... Io ho matematica 😭 ci vediamo in mensa allora, a dopo 😘". DOPO FRANCESE Quando controlli il telefono non c'è nessun messaggio. Cory lo hai intravisto solo di sfuggita, prima dell’inizio delle lezioni. Parlava con qualcuno, le spalle rigide, la mascella serrata. Aveva l’aria di uno che sta stringendo i denti per non esplodere. Forse sta aspettando. Forse spera che la faccenda si sgonfi da sola, prima di decidere come colpire. Di una cosa, però, sei certo: il post su Blabber, anche se non faceva nomi, lo ha fatto infuriare. Lo ha messo in cattiva luce. In difficoltà. E Cory Edwards non perdona chi lo fa sembrare debole. Mentre ti avvii verso l’aula studio ti rendi conto che, in realtà, a seguire quella direzione siete rimasti solo tu, Max e Noah. Eliza si è fermata in un angolo appartato del corridoio con Ana, arrivata a scuola a metà dell’ora di francese. Darius, invece, si è attardato con Sasha e ora i due stanno puntando verso l’uscita che dà sul cortile. Ti passa per la testa che, ultimamente, non sei l’unico ad avere qualcosa che non torna. Poi, quando riporti lo sguardo davanti a te, lo vedi. Uno degli scagnozzi di Cory ti sta venendo incontro. Cammina piano. Sicuro. Lo sguardo beffardo, cattivo, puntato dritto su di te. Quando si avvicina abbastanza lo riconosci senza ombra di dubbio. È quello che hai colpito con un calcio all’inguine. Ha le mani infilate nelle tasche, come a voler sembrare innocuo, quasi rilassato. Ma il suo corpo ti si piazza davanti, occupando lo spazio, tagliandoti la strada. Costringendoti a fermarti. Qualche metro più avanti Noah si accorge della scena. Si gira verso Max, che non sembra aver notato nulla. Noah resta lì, immobile, a fissarvi con l’aria tesa di chi capisce che sta per succedere qualcosa ma non sa se, o come, intervenire. Il ragazzone inclina la testa, studiandoti. «Ancora vivo, Clark?» Il tono è canzonatorio. Quasi divertito. Poi qualcosa cambia. La voce si fa più bassa. Più ruvida. «Che ca**o di fine avete fatto fare a Tanaka?» La domanda arriva secca, a bruciapelo. Il tuo silenzio dura solo un istante. Ma per lui è abbastanza per fraintendere. «Se scopriamo che eri in combutta con quella troi***a doppiogiochista di Scarlett…» Fa un mezzo passo avanti. Troppo vicino. «…non la passerete liscia. Né tu, né lei.» L’aria tra voi si tende come una corda pronta a spezzarsi. @Voignar Darius Whitesand - con Sasha Il fatto che Ana si sia presentata a scuola solo a metà dell’ora di francese non sai bene come interpretarlo. Da un lato potrebbe essere un segnale positivo: l’occasione giusta per riprendere il vostro discorso e cercare finalmente un po’ di chiarezza. Dall’altro, però, temi che possa essere arrabbiata con te per qualcosa che ancora non riesci a mettere a fuoco. Quando la lezione termina, resti combattuto. Ben ti osserva da qualche banco di distanza, con quello sguardo attento, quasi calcolatore, come se non volesse perdersi una tua singola mossa. Allo stesso tempo, una parte di te vorrebbe andare dritto da Ana. La vedi mentre Max le si avvicina… ma dura poco. Eliza lo precede, le si pianta davanti e la trascina via senza tante cerimonie. A quanto pare, la decisione è stata presa da altri. Forse è davvero meglio così. Non è il momento giusto per un confronto diretto. Lo avevi pensato anche tu, fuori dall’infermeria: buttarcisi a testa bassa non ha portato a nulla di buono. Mentre esci dall’aula, Sasha ti passa accanto a passo svelto. È lì che sposti le tue priorità. La raggiungi e, senza troppi giri di parole, le chiedi una mano per uscire di nascosto dalla scuola. Lei si ferma di colpo, inarca un sopracciglio e ti squadra. «Uscire dalla scuola? Ora?» domanda, a metà tra la confusione e il divertimento. «Non puoi aspettare un’ora? Vai in mensa, mangi al volo e poi sei libero di sparire dove ti pare.» La logica è ineccepibile. Ma quando incrocia il tuo sguardo serio — quasi supplichevole — lascia andare una risatina nervosa. «Ok, ok… va bene.» Fa spallucce, come a dire contento tu. «Se proprio vuoi uscire di nascosto, conosco un modo.» Poi ti fa cenno di seguirla. Percorrete il corridoio che conduce all’uscita sul cortile. Una volta fuori, ti stringi nel giubbotto: nonostante sia quasi mezzogiorno, l’aria è ancora tagliente. Sasha si guarda attorno con attenzione e allunga una mano verso il tuo petto, fermandoti. «Ok… via libera.» Poi, con il suo solito tono: «Seguimi, idiota.» Si blocca all’improvviso e si volta di scatto verso di te. I vostri volti sono a poche decine di centimetri di distanza. Ti osserva come se avesse appena realizzato qualcosa. «Ehi… se questa è solo una scusa per trascinarmi fuori e fare il maniaco, sappi che per te peggiora solo la situazione.» Stringe la mano a pugno, in modo eloquente. Poi sorride. Un sorriso che sembra smentire la minaccia, come se tutto fosse stato uno scherzo… o forse no. Riparte, lasciandosi dietro quel suo profumo ferale e stranamente piacevole. La segui a qualche passo di distanza. Costeggiate il campo esterno, dirigendovi verso il punto in cui inizia il percorso della corsa campestre. I cancelli che danno accesso al bosco sono chiusi, ma Sasha punta dritta verso un tratto preciso della rete di recinzione. Si ferma, si guarda attorno ancora una volta, poi ti fissa. «Qui la rete si solleva.» Afferra una maglia metallica e la tira verso l’alto. Un varco stretto si apre davanti a te, come per magia. Ti abbassi per passare, ma lei ti appoggia una mano sul petto, fermandoti. «Ah… idiota.» Ti guarda con aria seria. «Non so perché tu abbia tutta questa fretta di uscire e, sinceramente, non mi interessa. Ma se vuoi usare di nuovo questo passaggio, assicurati di non farti beccare.» Ritira la mano. «Ogni tanto lo uso anch’io. Se lo scoprono e lo sistemano, ci perdo una via di fuga.» Il suo sguardo è abbastanza minaccioso da farti capire che non sta scherzando. Si sposta, liberando il passaggio. «Ah… e sei in debito con me.» @Theraimbownerd Orion Kykero - lezione di giornalismo La tua domanda parte rapida, forse persino troppo. Mei-Lin, nel banco davanti al tuo, aveva già inspirato, la mano appena sollevata dal banco. Si blocca a metà gesto quando ti sente parlare. Si volta e ti lancia uno sguardo obliquo, più infastidito che sorpreso, e abbassa lentamente il braccio. Non dice nulla, ma il messaggio è chiaro: ti sei infilato davanti. Crane, invece, sorride. Un sorriso vero, interessato. Si appoggia con la schiena al muro, incrocia le braccia e ti fissa come se avessi appena fatto la domanda giusta nel momento giusto. «Questa...» dice, «è una domanda da giornalista. O da qualcuno che sa già quanto possano fare male le storie raccontate bene.» Lascia passare un istante. Non risponde subito. Vuole che la classe resti agganciata. «Partiamo da una cosa semplice.» continua. «Una storia speculativa non è una storia senza prove. È una storia che non ha ancora trovato il modo giusto di mostrare ciò che sa.» Si stacca dalla parete e comincia a camminare lentamente tra i banchi. «Un’intervista è solo una voce. Anche dieci interviste sono solo dieci voci. Convincente non è chi parla più forte, ma chi riesce a far capire perché quella voce esiste.» Ti guarda di nuovo. «E soprattutto: chi ha interesse a farla tacere.» Qualcuno prende appunti. Altri no. Crane se ne accorge, ma non sembra importargli. «Le prove tangibili non sono solo documenti o registrazioni...» prosegue. «Sono schemi che si ripetono. Silenzi coordinati. Tempistiche sospette. Contraddizioni minime, quelle che nessuno nota perché sembrano irrilevanti.» Si ferma accanto a un banco. «Se riesci a dimostrare che qualcosa non torna, hai già fatto metà del lavoro.» Poi aggiunge, con un tono più basso: «Il trucco non è dire “questa è la verità”. È portare il lettore a pensare: se non è così, allora spiegami come altro potrebbe essere.» Fa una pausa. Ti osserva ancora un istante, come se stesse valutando quanto sei disposto a spingerti oltre. «E c’è un’altra cosa...» conclude. «Un buon giornalista non cerca solo prove. Cerca testimoni che non sanno di esserlo. Gente che non vuole raccontare una storia, ma che la vive.» Torna verso la cattedra, battendo le mani una sola volta. «Per oggi voglio questo da voi: scegliete un fatto apparentemente banale della scuola. Qualcosa che tutti danno per scontato. E provate a scrivere tre domande che nessuno ha mai pensato di fare.» Un mezzo sorriso. «Se le domande sono buone, vedrete che uscirà fuori una buona storia anche partendo da un fatto banale!»
  18. Non lo conosco.. Magari quando ho tempo me lo guardo! magari sarà fonte di ispirazione anche per me eheh.. Comunque tra oggi e domani, se riesco, vedo di rispondere e mandare avanti la storia.. @Voignar non hai più risposto ne modificato il messaggio nel topic di gioco... Posso immaginare che quindi nell'ora buca, al posto che scrivere ad Ana, vai direttamente da lei per un confronto?
  19. @Voignar poi darius ha scritto un messaggio ad Ana.. ma tieni presente che @SNESferatu ha scritto che sarebbe entrata a scuola a metà dell'ora di francese.. quindi in realtà non c'è bisogno di scriverle
  20. Eccomi.. scusatemi, ma in questi giorni di festa non sono riuscito a mandare avanti.. E avviso già che anche nei prossimi giorni non so se sarò molto presente perchè sono via per capodanno.. In ogni caso.. @Ghal Maraz e @Voignar continuate pure come flashback il vostro discorso prima dell'infermeria.. Poi, nell'ora buca decidete pure cosa volete fare.. Ho fatto trascorrere le altre lezioni abbastanza velocemente per non appesantire la narrazione e per non far per forza succedere cose rilevanti in ogni momento... @Theraimbownerd ti ho introdotto alla lezione di giornalismo dato che mi hai detto che poteva interessare ad Orion.. @SNESferatu ti ho buttato lì lo spunto che intravedi di nuovo scarlett, come gli spunti dei messaggi di max ed eliza.. scegli pure la direzione che preferisci.. (puoi anche ignorarli tutti e fare tutt'altro.. nel caso vai a scuola.. immagina che, temporalmente, arrivi sicuramente dopo la lezione di educazione fisica.. vedi tu se per la lezione di francese o direttamente quando inizia l'ora buca...) @TheBaddus nel tuo caso più semplice.. scarlett è lì a casa sua con tanaka.. vedi tu come impostare la scena e in che direzione vuoi portarla..
  21. @TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka Tanaka ti ascolta in silenzio. L’espressione confusa che già gli aleggiava sul volto si fa più evidente, più profonda. Sembra sul punto di dire qualcosa, le labbra si muovono appena… poi si ferma. Si rimette in piedi con fatica. Per un istante resta immobile, combattendo contro un improvviso capogiro. Quando sembra riprendersi, afferra il tuo giaccone e se lo stringe addosso come può. «Grazie…» È una parola semplice, detta con un tono che non sei abituata a sentire nella voce di Tanaka. Resta in silenzio ancora un momento, come se stesse cercando di mettere ordine nei pensieri. Poi annuisce piano. «Sì… forse è meglio fare come dici. Tanto dubito che mio padre si sia accorto della mia assenza…» Nell’ultima frase cogli una nota di rabbia trattenuta, un risentimento che non prova nemmeno a mascherare. Vi incamminate di nuovo verso l’uscita del bosco. Ogni tanto ti volti indietro, quasi aspettandoti di vedere riapparire la creatura dal teschio di cervo. Ma non succede nulla. Alla fine lasciate gli alberi alle spalle e raggiungete Liliac Hallow. Il bosco resta lì, immobile, come se non fosse mai esistito. Ora che la tensione si è sciolta e la fatica si è attenuata, ti senti sorprendentemente bene. Le mani ti fanno un po’ male per lo sfregamento della corda, ma l’energia è tornata a scorrere. Ti senti potente. Forte. Quasi come nel sogno della notte precedente. Qualcosa di quella strana euforia, estranea e pungente, non se n’è andata del tutto. È rimasta dentro di te come una scia sbiadita… ma la senti ancora. Arrivati a casa tua, fai entrare Tanaka e chiudi la porta alle tue spalle. È infreddolito, tremante, ma finalmente siete al sicuro. Il calore della tua stanza vi avvolge entrambi, morbido e accogliente. @SNESferatu Ana Rivero - uscendo da casa di Gustav Gustav alza di nuovo lo sguardo su di te. Sostenere il tuo è per lui uno sforzo enorme. Nei suoi occhi leggi vergogna, senso di colpa, il bisogno disperato di un perdono che, forse, sa di non meritare. La testa gli si muove appena, incerta, da una parte all’altra. «Tuo padre? No… io… non credo...» risponde infine. «Non ha mai pronunciato il nome di Lilith. È venuto da me perché aveva sentito parlare delle mie capacità…» Si interrompe, il respiro spezzato. Poi ripete, più piano: «No. Non credo che sappia chi sia Lilith.» Suona più come un’ipotesi che come una certezza. Ma, per ora, è tutto quello che ti può offrire. Ti rimetti in piedi e ti volti... Senza parole.. confusa... Non sai più nemmeno tu quali siano le emozioni che ti attraversano in questo momento... Prima era la rabbia... Un'emozione che ben conosci e che sai gestire... Ma ora? Quali emozioni ti stanno pervadendo, Ana? Come le chiamerebbero i normali esseri umani con un'anima? Ti avvii verso l’uscita senza dire altro. Gustav non ti ferma. Anche se non lo guardi, lo immagini lì, accovacciato sul pavimento. Tremante. Piccolo. Insignificante. Forse ti sta osservando andare via. Forse non ha nemmeno il coraggio di alzare gli occhi e sta fissando il pavimento. Esci da quella casa con più domande di quante ne avessi entrando, la mente più confusa che mai. Cammini senza una meta precisa, cercando di rimettere ordine nei pensieri. Il tempo scorre senza che tu te ne accorga. A un certo punto ti sembra di aver intravisto Scarlett, che camminava in fretta accanto a qualcuno… un ragazzo avvolto in un giubbotto troppo piccolo per lui. Ma non ne sei certa. Eri troppo assorta per esserne sicura. Quasi senza rendertene conto, porti la mano al telefono. Forse per controllare l’ora. Ci sono due notifiche. Due. Più del normale. La sorpresa è sufficiente a riportarti almeno in parte al presente. La prima è di Max: “Ehi Ana, tutto bene sorella? Non dirmi che sei tornata nel bosco senza il resto della truppa!!” La seconda ti fa sussultare. È di Eliza. “Come stai?” Un messaggio semplice, diretto, di circa un’ora prima. Subito sotto, un altro, più recente: “Ana, ci sei? Il coach Moss mi ha appena detto che alla fine delle lezioni vuole parlarmi nel suo ufficio… Non prevedo nulla di buono.” @Ghal Maraz Nathan Clark - in infermeria... di nuovo... Quando entri in infermeria, la Morris alza lo sguardo dalle cartelle che stava sistemando. Per un istante resta immobile. «Clark?» La sorpresa le passa sul volto in modo fin troppo evidente. Non serve che dica altro: nei suoi occhi leggi chiaramente la domanda che non fa. Com’è possibile che tu sia di nuovo qui? Dopo una tua rapida spiegazione del perché sei lì, sospira piano e ti fa cenno di avvicinarti al lettino. «Va bene. Togliti la maglietta.» L’aria della stanza è più fredda di quanto ricordassi. Quando la stoffa scivola via, la Morris si avvicina e il suo sguardo indugia sui lividi che ti segnano il torso. Grossi, scuri, irregolari. Non dice nulla. Allunga una mano e inizia a visitarti con movimenti esperti, ma attenti. Quando esercita pressione in certi punti, il dolore si riaccende, improvviso e tagliente. Ti sfugge un respiro più forte, difficile da trattenere. La Morris si ferma. Il suo volto si è fatto serio, le sopracciglia leggermente corrugate. «Fa male qui?» chiede, anche se conosce già la risposta. Poi scuote appena la testa, come infastidita da ciò che sta vedendo. «Nathan…» Alza finalmente lo sguardo su di te. «Chi è stato a ridurti così?» La voce è bassa, controllata, ma carica di preoccupazione. Subito dopo aggiunge, senza lasciarti il tempo di prepararti una scusa: «E non provare a dirmi che sei caduto per caso o cose del genere. So riconoscere i segni di percossa.» Il silenzio che segue pesa più delle sue mani sui lividi. Sembra aspettare una risposta, ma anche temerla. @Ghal Maraz @Voignar @Theraimbownerd Nathan, Orion e Darius - Lezioni della mattina Il resto della mattinata scivola via senza scosse particolari, come se la scuola stesse cercando di tornare a una normalità che nessuno sente davvero sua. La professoressa Lane riprende alcuni degli argomenti affrontati lunedì, li riannoda con voce piena di passione e poi prosegue con il programma. Tra i banchi c’è chi segue con attenzione, chi prende appunti per inerzia e chi approfitta dell’ora per riprendersi dalla fatica di educazione fisica, lasciando vagare lo sguardo fuori dalla finestra o fissando il quadrante dell’orologio. La lezione di francese non va diversamente. Parole che scorrono, verbi coniugati senza entusiasmo, una noia tranquilla che riempie l’aula senza lasciare traccia. Nessun momento davvero degno di nota. Nessun incidente. Nessuna rivelazione. Quando finalmente suona la campanella ed è ormai quasi mezzogiorno, la classe si rianima quel tanto che basta. Le sedie strisciano sul pavimento, gli zaini vengono chiusi in fretta, piccoli gruppi si formano quasi per abitudine. Il gruppo si divide. Orion, Tyler, Alice, Ben, Mei-Lin, Emily e Harper si avviano verso l’aula di giornalismo. Darius, Nathan, Max, Eliza, Noah e Sasha prendono invece la direzione dell’aula studio, pronti a consumare l’ora buca tra libri aperti a metà e pensieri che faticano a restare al loro posto. @Theraimbownerd Orion Kykero - Lezione di giornalismo L’aula di giornalismo ha sempre avuto un’aria diversa dalle altre. Più piccola, più vissuta. Le pareti sono coperte di vecchi numeri del giornalino scolastico, ritagli di articoli, fotografie di eventi che nessuno ricorda più davvero. L’odore è un miscuglio di carta, pennarelli secchi e caffè. Prendi posto insieme agli altri. Il brusio è basso, quasi rispettoso. Qui dentro nessuno urla mai davvero. Julian Crane entra senza cerimonie, come fa sempre. Giacca di pelle consumata, capelli raccolti in una coda disordinata, il solito pizzetto. Appoggia la borsa sulla cattedra e si guarda intorno, contando le presenze con un colpo d’occhio rapido. «Allora...» dice, battendo una volta le mani. «Oggi niente impaginazione e niente titoli a effetto. Oggi parliamo di una cosa molto più semplice.» Fa una breve pausa. «Come si trovano le informazioni per scrivere un buon articolo.» Qualcuno si raddrizza sulla sedia. Crane si siede sul bordo della cattedra invece di restare in piedi. «Perché scrivere è facile. Copiare è ancora più facile. Ma capire cosa chiedere, a chi e perché…» scuote appena la testa. «Quella è la parte che separa un pezzo inutile da qualcosa che vale la pena leggere.» Prende un pennarello e scrive sulla lavagna, senza aggiungere altro: CHI COME PERCHÉ «Se sapete rispondere a queste tre domande...» continua, «...avete già metà articolo.» Si volta verso di voi. «L’altra metà è scoprire cosa non vi viene detto. Chi evita di rispondere. Chi cambia versione. Chi vi parla solo quando è sicuro di controllare la storia.» Il suo sguardo scivola sui banchi. «Le fonti non sono mai neutre...» aggiunge. «E spesso quelle più utili sono quelle che non si considerano tali.» Si alza, lasciando il pennarello sulla cattedra. «Il vostro lavoro non è fare accuse. È fare domande abbastanza giuste da costringere la realtà a mostrarsi per quella che è.» Lascia che nell'aula cali il silenzio e vi osserva, come per aspettare di vedere se qualcuno di voi ha qualche domanda.
  22. Ciao ragazzi.. innanzi tutto buone feste a tutti.. volevo solo precisare alcune cose e chiedervi alcune cose per velocizzare un po la prossima risposta.. @TheBaddus per farti seguire da tanaka a casa, in queste condizioni, credo proprio che non ci sia bisogno di spendere un filo... Non credo nemmeno che, per quello che hai scritto nel post, si attivi alcuna mossa... Piuttosto.. se ti va, una volta giunti a casa tua si potrebbe ruolare le conseguenze della tua "mossa sessuale" che si era attivata ma non c'era stato il tempo di dar peso alla cosa per l'arrivo della creatura. @SNESferatu una volta che Gustav risponde alla tua ultima domanda su tuo padre poi cosa faresti? Pensi che rimarresti lì ancora con lui o ti basterebbe e te ne andresti? nel caso avresti in mente una meta? @Theraimbownerd a parte il discorso al momento in atto con Alice, vedendo anche l'orario delle lezioni, ci sarebbe qualche altro momento o interazione scolastica che ti piacerebbe giocare o preferiresti andare dritti per dritti al pomeriggio? @Ghal Maraz @Voignar a dire il vero su di voi sto aspettando che finisca il botta e risposta tra di voi per capire che direzione intendete prendere.. soprattutto per il pomeriggio.. se volete andare o no nel bosco insieme oppure fare altro... Inoltre giro anche a voi la domanda.. a scuola avete qualche altro scena o interazione che vi piacerebbe giocare?
  23. Una bella bombetta?? 😅
  24. @TheBaddus Scarlett Bloomblight - nel bosco con tanaka Inizialmente Tanaka non sembra volersi riprendere, ma, dopo un po’ che lo scuoti, emette qualche colpo di tosse e apre gli occhi. Si mette a sedere, tenendosi la testa con una mano. Le sue dita passano nei suoi capelli umidi e sporchi. “Scarlett??” Ti domanda con aria confusa “cosa… cosa diavolo è successo?” Poi, sembra accorgersi solo in quel momento di essere mezzo nudo. Si stringe le braccia al petto, afferrandosi con le mani le braccia. Lo vedi rabbrividire e iniziare a tremare. Ti guarda… smarrito… fragile… esposto. “Io… non ricordo… eravamo nel bosco…” si ferma un attimo come a riordinare i pensieri. “Cory e gli altri dovevano pestare Clark… io e te abbiamo scopato… poi nulla…” torna a guardarti sempre più confuso. “Che è successo poi? Dove sono i miei vestiti? Ho freddo..” dice, provando a rialzarsi a fatica. @SNESferatu Ana Rivero - rivelazioni a casa di Gustav Mentre gli parli, Gustav smette lentamente di singhiozzare. Quando ti abbassi alla sua altezza e ti accovacci davanti a lui, le mani gli scivolano dal volto. I suoi occhi, umidi e smarriti, si sollevano fino a incontrare i tuoi. Ti ascolta. Sul suo viso affiora una breve, disorientata confusione. «Setta?» mormora. «Di… di quale setta parli?» La voce è bassa, incerta, spezzata. Scuote appena la testa. «Non… non c’è nessun altro…» esita, come se stesse cercando dentro di sé il coraggio di dire qualcosa che non ha mai detto ad alta voce. «Io… ero soltanto un povero artista senza talento. Non sono stato io a cercarla…» deglutisce. «È stata lei a trovare me… Mi ha ammaliato con le sue promesse… Con i suoi doni…» Ogni parola sembra gravargli addosso, come un peso che lo incurva un po’ di più. «Mi ha dato le capacità di creare ciò che ho fatto per anni. Di diventare qualcuno…» un respiro tremante. «E in cambio ha voluto una sola cosa.» Si ferma di nuovo. Il silenzio si allunga, teso. Alla tua ennesima esortazione, che suona più come una minaccia che come una domanda, Gustav deglutisce. «… Che accettassi il lavoro commissionato da tuo padre.» Alza lo sguardo. I suoi occhi si fissano nei tuoi, profondi, colmi di qualcosa che somiglia al rimorso. La frase successiva esce a fatica, come se gli strappasse l’aria dai polmoni. «Che io creassi… te.» @Theraimbownerd Orion Kykero - dopo l’ora di ginnastica La lezione di educazione fisica ti sembra interminabile, ma alla fine si conclude. Ne esci stremato nel corpo, con i muscoli che tirano, eppure con la mente un po’ più leggera. Ti cambi negli spogliatoi e, quando esci, la vedi. Alice è appoggiata al muro del corridoio, le braccia conserte. Ti osserva con un’espressione vagamente imbarazzata. Basta quello sguardo per ricordarti che, anche se ieri pomeriggio vi siete riavvicinati, il litigio è ancora troppo vicino per far finta che non sia mai successo. Accenna un sorriso e solleva una mano in un saluto incerto. È chiaro che stava aspettando te. In effetti, da quando sei arrivato a scuola questa mattina, non vi siete ancora detti una parola. «Ehi, Orion…» dice quando le sei vicino. «Com’è andata ieri con Marcus?» C’è sincero interesse nella sua voce. «Il fatto che tu sia qui, tutto intero, lo prendo come un buon segno…» aggiunge, con un mezzo sorriso che però non riesce a nascondere del tutto una nota di preoccupazione. Non ti ci vuole molto per capire che quell’ultima frase le ha fatto tornare in mente chi, invece, oggi a scuola non si è presentato affatto nelle migliori condizioni.
  25. Esattamente ahah.. sarebbe uno scontro figo.. ma che vi ridurrebbe solo ad osservatori impotenti quando invece dovete essere voi i protagonisti.. proprio per questo zarneth è casualmente fuori città 🤣🤣 Però sarei curioso di vedere Scarlett per chi tiferebbe 🤣🤣

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