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Capitolo 0: Il profumo del pericolo

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Sophie

Kerek dice che l'uccello fa Karak... No cioè Craaaak.

E se si chiamava Peren, l'uccellino avrebbe fatto Perepè?

Sono persa in pensiero di questo tipo, quando forse si trova una quadra sulla direzione da prendere.

"Bene! Allora avanti tutta! Dobbiamo impegnarci a fondo per prendere l'uccello! Fino in fondo!"

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Esatto, ragazzina! Esclamo mentre ripongo il mio prezioso strumento nell’apposito fodero. Con la giufta dofe di impegno, fono certo che riufirai a prendere quell’uffello fenfa fatica!

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Seguite il gigante che segue il canto del piviere lungo sentieri quasi invisibili. L’ultima cosa “umana” è una staccionata scheggiata, coperta di muschio. Davanti a voi, il Bosco del Piviere si apre su una bocca irregolare nella roccia della collina, un arco naturale dove radici contorte scendono come tende di corda. Tra le radici sono intrecciate piume chiare e nastri scoloriti: antiche offerte, o auguri di buona caccia lasciati da mani ormai dimenticate. L’aria è più fresca, e porta con sé un odore misto di terra bagnata, pietra fredda e… qualcosa di dolciastro, che ricorda il gelsomino ma è più selvatico, più profondo. Il canto dei pivieri canori che avete seguito si spegne man mano che vi avvicinate: non è più il trillo limpido degli uccelli in superficie, ma un suono distorto dall’eco, spezzato, moltiplicato dalle pareti della grotta, come se decine di voci rispondessero da corridoi nascosti. Ogni nota rimbalza, si spegne, poi ritorna da un’altra direzione, rendendo impossibile capire da dove provenga davvero. Appena fate un passo oltre la soglia, i rumori del mondo esterno si attutiscono. I colori del giorno restano alle vostre spalle, schiacciati in un ovale di luce che pian piano si restringe. Davanti, la roccia brilla di vene umide, dove piccole gocce d’acqua scendono come lenti lucernai liquidi. In alcuni punti, minuscoli licheni bioluminescenti punteggiano le pareti, come se una mano distratta avesse seminato stelle sul soffitto. Il pavimento scende in un pendio naturale, liscio in alcuni tratti, scivoloso in altri, consumato da secoli di passi: animali, esploratori, cose che forse non hanno nemmeno un nome. Qua e là, ossa sbiancate e frammenti di vecchi oggetti – un bottone, un pezzo di cuoio, un gancio arrugginito – spuntano tra la ghiaia come conchiglie sulla riva di un mare sotterraneo.E mentre l’odore di gelsomino si fa più marcato, una corrente d’aria fredda vi sfiora il viso, portando per un istante un altro profumo, diverso, più pungente. Solo un istante, come un avvertimento.

La bocca delle Caverne del Piviere vi guarda. E, per la prima volta da secoli, sembra… affamata.

Le reazioni dei vostri compagni di viaggio sono tutte molto simili e... Molto diverse: sorpresa, dubbio, curiosità, inquietudine. Fissano l'ingresso come se stesse per divorarvi. Un suono interrompe il silenzio, ed è il nano che si schiarisce la gola. Eh-ehm... Andiamo?

Modificato da Daimadoshi85

Einor Eidor

Conduco con sicurezza i miei compagni fino all' entrata della grotta seguendo il canto degli uccelli, finché non riusciamo finalmente a entrare. Quando vedo l' acqua gocciolare però mi fermo, costernato. Un' espressione di paura, disgusto e rifiuto mi attraversa il volto.

Oh no, se l' acqua gocciola...questo vuol dire...stalattiti! Le peggiori nemiche dei giganti, causa di innumerevoli bernoccoli nella mia famiglia. Almeno per ora non sembrano esserci stalagmiti, che in lingua Gigante si traducono come Maaanagh Amamt , Il dolore che viene da sotto (da non confondere con le stalattiti Maaanagh Apa-t-t, il dolore che viene da sopra)

Modificato da Theraimbownerd

Sir Otis Mutreaker, anziano Galapa Bardo e Barbiere (Speranza 3)

Andiamo, mio buon amico! rispondo al nano. Noto la titubanza del gigante, che si ferma pensieroso sulla soglia della caverna osservando con diffidenza le stalattiti che pendono minacciose. Forza Einor, non temere: siamo appena all'ingresso, nulla può accadereeeeeeeeeeeeeeeeEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE... l'ultima vocale diventa un urlo di sorpresa quando, dopo aver messo malamente la zampa su uno di quei licheni schifosamente infidi, scivolo all'interno sfrecciando verso il centro della grotta. Il mio ingresso trionfale si conclude quando vado a cozzare contro qualcosa di duro che mi arresta. Ohi ohi, fira fuffo! esclamo guardando l'oscurità vorticare sopra la mia testa: sono infatti riverso pancia all'aria, e roteo sul guscio come una trottola. Il contenuto del mio zaino si è sparpagliato dappertutto e la dentiera mi è stata sbalzata dalla bocca durante la caduta.

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