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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@SNESferatu Ana Rivero - verso scuola Ti dirigi verso scuola a passo svelto. La testa ti rimbomba, affollata da troppi pezzi di un puzzle che non riesci ancora a mettere in ordine. Faresti qualsiasi cosa pur di non rientrare in classe, di non sederti dietro un banco come se tutto fosse normale. Eppure le due persone con cui senti più urgenza di parlare sono proprio lì. Il messaggio di tuo padre arriva mentre stai per varcare il cancello. “Certo, bambina mia! Ottima idea! Chiamo subito l’Olive Garden per bloccare un tavolo per tre! Ti voglio bene!” Quando entri in classe, a metà dell’ora di francese, il silenzio cala all’improvviso. Avverti gli sguardi curiosi e sorpresi dei tuoi compagni addosso, soprattutto quelli di Darius, di Max e di Eliza. La professoressa ti squadra con i suoi soliti modi rigidi e ti invita a sederti, non prima di aver sottolineato che, se si arriva in ritardo, il minimo sarebbe presentarsi al cambio d’ora, non nel bel mezzo della lezione. Per fortuna, si limita a quello. Nessuna nota scritta. Quando la campanella suona, vedi subito Max dirigersi verso di te. Ormai fa parte di quella che ti piace chiamare la tua “cricca”, ma in questo momento hai altro per la testa. Devi parlare con Eliza, per la questione del coach. E con Darius, che forse è l’unico a sapere come ripararti dopo averti… rotta. Stai già pensando a come liquidare Max in fretta, senza sembrare fredda o snob, quando Eliza ti toglie d’impiccio. Si infila tra voi prima che lui possa aprire bocca, ti afferra per una mano e dice un secco: «Seguimi.» Poi si blocca, accorgendosi solo allora di Max davanti a sé. Lo guarda un istante, sorpresa, quindi accenna un sorriso. «Scusa… se avevi bisogno di Ana, al momento è prenotata.» E senza aggiungere altro, ti trascina via. Max vi osserva allontanarvi, le sopracciglia sollevate, forse colpito dal fatto che tu ed Eliza sembriate improvvisamente così affiatate. Poi sorride. «Ok, ok… allora a dopo, Ana. Sono contento che tu stia meglio.» Raggiunto un punto più isolato del corridoio, Eliza si ferma. Si guarda attorno con attenzione, come a controllare che nessuno stia ascoltando. «Menomale che sei arrivata..» sussurra. «Devo andare adesso dal coach. Credi che ci abbia scoperte? E se mi dice che sa cosa abbiamo fatto? Cosa gli rispondo?» La sua voce è tesa, carica di preoccupazione. Ma c’è dell’altro, sotto. Un’eccitazione sottile. Come se il rischio, invece di paralizzarla, la facesse vibrare. Stai per risponderle quando qualcosa cattura il tuo sguardo alle sue spalle. In fondo al corridoio scorgi Darius insieme a Sasha. Si muovono in fretta, diretti verso l’uscita che dà sul cortile della scuola. Di certo non verso l’aula studio. Che stiano tramando qualcosa? Rimani ferma per un istante, spiazzata. Davanti a te c’è Eliza, che ha bisogno di te adesso. E poco più in là c’è l’unica persona che, forse, potrebbe sapere come rimetterti insieme… prima di sparire andando chissà dove. @TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka Quando dici a Tanaka di seguirti in camera, nulla nella sua espressione lascia intendere che abbia colto un doppio senso. Annuisce appena, stringendosi nelle braccia, il corpo ancora pallido e scosso da piccoli tremiti. Sembra fidarsi di te in modo istintivo, quasi cieco. Ti segue fino al bagno. Ti osserva in silenzio mentre apri la doccia, il rumore dell’acqua che inizia a riempire l’aria. Quando glielo chiedi, si spoglia senza esitazioni, con gesti automatici, come se in quel momento non avesse energie da sprecare in imbarazzi o difese. Fai lo stesso anche tu. Entrate sotto il getto caldo. Siete entrambi nudi, ma non c’è nulla di erotico in quella vicinanza. Solo necessità. Cura. Tanaka è esposto come non lo hai mai visto: fragile, vulnerabile non per scelta, ma perché le sue condizioni non gli permettono di essere altro. E tu, quasi senza rendertene conto, metti da parte la tua solita corazza. I movimenti diventano più lenti, più attenti. C’è qualcosa di quasi materno nei tuoi gesti, lo stesso istinto con cui ti prendi cura di tutto ciò che senti di dover proteggere. Di tutti i tuoi “tesori”. Di tuo padre. A poco a poco, il calore fa il suo effetto. Il colorito di Tanaka migliora, la mandibola smette di tremare, il respiro si fa più regolare. Per un istante cogli qualcosa nei suoi occhi: una scintilla diversa. Non desiderio vero e proprio, piuttosto il bisogno di non sentirsi così scoperto, così indifeso davanti a te. È un lampo breve, che si spegne quasi subito. La magia silenziosa del momento prosegue finché non sei tu a decidere che è ora di fermarsi. Uscite dalla doccia. Vi asciugate. Gli porgi dei vestiti che potrebbero stargli addosso, e lui li accetta senza dire nulla, ringraziandoti solo con lo sguardo. Quando vi sedete sul letto, il silenzio che cala tra voi inizia a farsi pesante, carico di tutto ciò che è successo e di quello che ancora non avete detto. Sei tu a spezzarlo. Tanaka ti guarda per qualche secondo. Sta decisamente meglio ora. Il volto ha ripreso colore, la postura è meno rigida. Sembra esitare, come se stesse decidendo quale maschera indossare: quella da duro strafottente di sempre… o questa nuova, inedita versione di sé. «Direi… meglio.» Il tono è una via di mezzo: lontano dalla solita arroganza, ma nemmeno fragile come poco prima. «Anche se… non riesco proprio a ricordare nulla di quello che è successo.» Fa una breve pausa. «Ricordo noi due… insieme…» noti subito il cambio di parole rispetto a quando aveva espresso lo stesso concetto meno di un’ora fa. «Poi più niente. Mi sono svegliato infreddolito… con te che mi chiamavi.» Ti guarda, chiaramente confuso. «Cos’è successo, Scarlett?» off game Considera più o meno che il messaggio che ti ha scritto Darius (visibile nell'ultimo post di Voignar) ti arriverà più o meno in questo momento. Decidi pure tu se lo guardi e leggi ora oppure più tardi... Anche perchè sono curioso di vedere come reagirà scarlett quando vedrà che darius l'ha chiamata draghessa ahahaha @Ghal Maraz Nathan Clark - infermeria ed ora buca IN INFERMERIA La Morris ti ascolta senza interromperti, limitandosi ad annuire di tanto in tanto mentre i suoi occhi continuano a scorrere sui lividi che macchiano la tua pelle. Le dita premono con attenzione clinica, abbastanza da capire, non abbastanza da farti urlare. Quando hai finito di parlare, si raddrizza e ti porge la maglietta. «Puoi rivestirti.» C’è una nota sorprendentemente gentile nella sua voce. «Per fortuna non credo ci sia nulla di rotto. Le costole sono sempre infide… una radiografia servirebbe per escludere microfratture, ma anche in quel caso la terapia non cambierebbe: riposo, ghiaccio e antidolorifici.» Mentre parla apre un armadietto, prende una pastiglia, riempie un bicchiere d’acqua e te lo porge. «Tieni. Questo dovrebbe attenuare il dolore.» Poi ti volta le spalle e va a sedersi alla sua piccola scrivania. Nessun commento. Nessuna reazione. Dentro di te qualcosa si stringe. Forse è così che va sempre. Forse anche lei, appena ha sentito il nome Edwards, ha deciso che non valeva la pena mettersi contro una delle famiglie più ricche e intoccabili di Liliac Hallow. Un altro adulto che guarda dall’altra parte. Un altro silenzio comodo. La Morris si sistema una ciocca di capelli dietro l'orecchio, prende una cartellina… poi parla, senza guardarti. «Sai che dovrò fare rapporto alla preside su quello che mi hai raccontato, vero?» Alza finalmente lo sguardo verso di te. «Nathan…» il tuo nome, detto così, senza durezza, ti colpisce più di quanto dovrebbe. «Non so se non hai detto nulla prima per paura di ritorsioni… o perché speravi che la cosa si risolvesse da sola.» Fa una breve pausa. «Ma tenere tutto nascosto è peggio. Sempre.» Il tono non è autoritario. È fermo. Onesto. «Fidati.» INTERMEZZO Quando esci dall'infermeria, Darius non è più lì ad aspettarti. Controlli l'orologio e noti che, ormai, mancano meno di dieci minuti alla fine della lezione. Questo, unito al fatto che la Morris ti abbia firmato un'esenzione per l'attività sportiva, ti fa propendere per tornare verso lo spogliatoio prendendotela con calma. La risposta di Kathlyn è abbastanza veloce "Prima purtroppo non riesco... Io ho matematica 😭 ci vediamo in mensa allora, a dopo 😘". DOPO FRANCESE Quando controlli il telefono non c'è nessun messaggio. Cory lo hai intravisto solo di sfuggita, prima dell’inizio delle lezioni. Parlava con qualcuno, le spalle rigide, la mascella serrata. Aveva l’aria di uno che sta stringendo i denti per non esplodere. Forse sta aspettando. Forse spera che la faccenda si sgonfi da sola, prima di decidere come colpire. Di una cosa, però, sei certo: il post su Blabber, anche se non faceva nomi, lo ha fatto infuriare. Lo ha messo in cattiva luce. In difficoltà. E Cory Edwards non perdona chi lo fa sembrare debole. Mentre ti avvii verso l’aula studio ti rendi conto che, in realtà, a seguire quella direzione siete rimasti solo tu, Max e Noah. Eliza si è fermata in un angolo appartato del corridoio con Ana, arrivata a scuola a metà dell’ora di francese. Darius, invece, si è attardato con Sasha e ora i due stanno puntando verso l’uscita che dà sul cortile. Ti passa per la testa che, ultimamente, non sei l’unico ad avere qualcosa che non torna. Poi, quando riporti lo sguardo davanti a te, lo vedi. Uno degli scagnozzi di Cory ti sta venendo incontro. Cammina piano. Sicuro. Lo sguardo beffardo, cattivo, puntato dritto su di te. Quando si avvicina abbastanza lo riconosci senza ombra di dubbio. È quello che hai colpito con un calcio all’inguine. Ha le mani infilate nelle tasche, come a voler sembrare innocuo, quasi rilassato. Ma il suo corpo ti si piazza davanti, occupando lo spazio, tagliandoti la strada. Costringendoti a fermarti. Qualche metro più avanti Noah si accorge della scena. Si gira verso Max, che non sembra aver notato nulla. Noah resta lì, immobile, a fissarvi con l’aria tesa di chi capisce che sta per succedere qualcosa ma non sa se, o come, intervenire. Il ragazzone inclina la testa, studiandoti. «Ancora vivo, Clark?» Il tono è canzonatorio. Quasi divertito. Poi qualcosa cambia. La voce si fa più bassa. Più ruvida. «Che ca**o di fine avete fatto fare a Tanaka?» La domanda arriva secca, a bruciapelo. Il tuo silenzio dura solo un istante. Ma per lui è abbastanza per fraintendere. «Se scopriamo che eri in combutta con quella troi***a doppiogiochista di Scarlett…» Fa un mezzo passo avanti. Troppo vicino. «…non la passerete liscia. Né tu, né lei.» L’aria tra voi si tende come una corda pronta a spezzarsi. @Voignar Darius Whitesand - con Sasha Il fatto che Ana si sia presentata a scuola solo a metà dell’ora di francese non sai bene come interpretarlo. Da un lato potrebbe essere un segnale positivo: l’occasione giusta per riprendere il vostro discorso e cercare finalmente un po’ di chiarezza. Dall’altro, però, temi che possa essere arrabbiata con te per qualcosa che ancora non riesci a mettere a fuoco. Quando la lezione termina, resti combattuto. Ben ti osserva da qualche banco di distanza, con quello sguardo attento, quasi calcolatore, come se non volesse perdersi una tua singola mossa. Allo stesso tempo, una parte di te vorrebbe andare dritto da Ana. La vedi mentre Max le si avvicina… ma dura poco. Eliza lo precede, le si pianta davanti e la trascina via senza tante cerimonie. A quanto pare, la decisione è stata presa da altri. Forse è davvero meglio così. Non è il momento giusto per un confronto diretto. Lo avevi pensato anche tu, fuori dall’infermeria: buttarcisi a testa bassa non ha portato a nulla di buono. Mentre esci dall’aula, Sasha ti passa accanto a passo svelto. È lì che sposti le tue priorità. La raggiungi e, senza troppi giri di parole, le chiedi una mano per uscire di nascosto dalla scuola. Lei si ferma di colpo, inarca un sopracciglio e ti squadra. «Uscire dalla scuola? Ora?» domanda, a metà tra la confusione e il divertimento. «Non puoi aspettare un’ora? Vai in mensa, mangi al volo e poi sei libero di sparire dove ti pare.» La logica è ineccepibile. Ma quando incrocia il tuo sguardo serio — quasi supplichevole — lascia andare una risatina nervosa. «Ok, ok… va bene.» Fa spallucce, come a dire contento tu. «Se proprio vuoi uscire di nascosto, conosco un modo.» Poi ti fa cenno di seguirla. Percorrete il corridoio che conduce all’uscita sul cortile. Una volta fuori, ti stringi nel giubbotto: nonostante sia quasi mezzogiorno, l’aria è ancora tagliente. Sasha si guarda attorno con attenzione e allunga una mano verso il tuo petto, fermandoti. «Ok… via libera.» Poi, con il suo solito tono: «Seguimi, idiota.» Si blocca all’improvviso e si volta di scatto verso di te. I vostri volti sono a poche decine di centimetri di distanza. Ti osserva come se avesse appena realizzato qualcosa. «Ehi… se questa è solo una scusa per trascinarmi fuori e fare il maniaco, sappi che per te peggiora solo la situazione.» Stringe la mano a pugno, in modo eloquente. Poi sorride. Un sorriso che sembra smentire la minaccia, come se tutto fosse stato uno scherzo… o forse no. Riparte, lasciandosi dietro quel suo profumo ferale e stranamente piacevole. La segui a qualche passo di distanza. Costeggiate il campo esterno, dirigendovi verso il punto in cui inizia il percorso della corsa campestre. I cancelli che danno accesso al bosco sono chiusi, ma Sasha punta dritta verso un tratto preciso della rete di recinzione. Si ferma, si guarda attorno ancora una volta, poi ti fissa. «Qui la rete si solleva.» Afferra una maglia metallica e la tira verso l’alto. Un varco stretto si apre davanti a te, come per magia. Ti abbassi per passare, ma lei ti appoggia una mano sul petto, fermandoti. «Ah… idiota.» Ti guarda con aria seria. «Non so perché tu abbia tutta questa fretta di uscire e, sinceramente, non mi interessa. Ma se vuoi usare di nuovo questo passaggio, assicurati di non farti beccare.» Ritira la mano. «Ogni tanto lo uso anch’io. Se lo scoprono e lo sistemano, ci perdo una via di fuga.» Il suo sguardo è abbastanza minaccioso da farti capire che non sta scherzando. Si sposta, liberando il passaggio. «Ah… e sei in debito con me.» @Theraimbownerd Orion Kykero - lezione di giornalismo La tua domanda parte rapida, forse persino troppo. Mei-Lin, nel banco davanti al tuo, aveva già inspirato, la mano appena sollevata dal banco. Si blocca a metà gesto quando ti sente parlare. Si volta e ti lancia uno sguardo obliquo, più infastidito che sorpreso, e abbassa lentamente il braccio. Non dice nulla, ma il messaggio è chiaro: ti sei infilato davanti. Crane, invece, sorride. Un sorriso vero, interessato. Si appoggia con la schiena al muro, incrocia le braccia e ti fissa come se avessi appena fatto la domanda giusta nel momento giusto. «Questa...» dice, «è una domanda da giornalista. O da qualcuno che sa già quanto possano fare male le storie raccontate bene.» Lascia passare un istante. Non risponde subito. Vuole che la classe resti agganciata. «Partiamo da una cosa semplice.» continua. «Una storia speculativa non è una storia senza prove. È una storia che non ha ancora trovato il modo giusto di mostrare ciò che sa.» Si stacca dalla parete e comincia a camminare lentamente tra i banchi. «Un’intervista è solo una voce. Anche dieci interviste sono solo dieci voci. Convincente non è chi parla più forte, ma chi riesce a far capire perché quella voce esiste.» Ti guarda di nuovo. «E soprattutto: chi ha interesse a farla tacere.» Qualcuno prende appunti. Altri no. Crane se ne accorge, ma non sembra importargli. «Le prove tangibili non sono solo documenti o registrazioni...» prosegue. «Sono schemi che si ripetono. Silenzi coordinati. Tempistiche sospette. Contraddizioni minime, quelle che nessuno nota perché sembrano irrilevanti.» Si ferma accanto a un banco. «Se riesci a dimostrare che qualcosa non torna, hai già fatto metà del lavoro.» Poi aggiunge, con un tono più basso: «Il trucco non è dire “questa è la verità”. È portare il lettore a pensare: se non è così, allora spiegami come altro potrebbe essere.» Fa una pausa. Ti osserva ancora un istante, come se stesse valutando quanto sei disposto a spingerti oltre. «E c’è un’altra cosa...» conclude. «Un buon giornalista non cerca solo prove. Cerca testimoni che non sanno di esserlo. Gente che non vuole raccontare una storia, ma che la vive.» Torna verso la cattedra, battendo le mani una sola volta. «Per oggi voglio questo da voi: scegliete un fatto apparentemente banale della scuola. Qualcosa che tutti danno per scontato. E provate a scrivere tre domande che nessuno ha mai pensato di fare.» Un mezzo sorriso. «Se le domande sono buone, vedrete che uscirà fuori una buona storia anche partendo da un fatto banale!»
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TdS
Non lo conosco.. Magari quando ho tempo me lo guardo! magari sarà fonte di ispirazione anche per me eheh.. Comunque tra oggi e domani, se riesco, vedo di rispondere e mandare avanti la storia.. @Voignar non hai più risposto ne modificato il messaggio nel topic di gioco... Posso immaginare che quindi nell'ora buca, al posto che scrivere ad Ana, vai direttamente da lei per un confronto?
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TdS
@Voignar poi darius ha scritto un messaggio ad Ana.. ma tieni presente che @SNESferatu ha scritto che sarebbe entrata a scuola a metà dell'ora di francese.. quindi in realtà non c'è bisogno di scriverle
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TdS
Eccomi.. scusatemi, ma in questi giorni di festa non sono riuscito a mandare avanti.. E avviso già che anche nei prossimi giorni non so se sarò molto presente perchè sono via per capodanno.. In ogni caso.. @Ghal Maraz e @Voignar continuate pure come flashback il vostro discorso prima dell'infermeria.. Poi, nell'ora buca decidete pure cosa volete fare.. Ho fatto trascorrere le altre lezioni abbastanza velocemente per non appesantire la narrazione e per non far per forza succedere cose rilevanti in ogni momento... @Theraimbownerd ti ho introdotto alla lezione di giornalismo dato che mi hai detto che poteva interessare ad Orion.. @SNESferatu ti ho buttato lì lo spunto che intravedi di nuovo scarlett, come gli spunti dei messaggi di max ed eliza.. scegli pure la direzione che preferisci.. (puoi anche ignorarli tutti e fare tutt'altro.. nel caso vai a scuola.. immagina che, temporalmente, arrivi sicuramente dopo la lezione di educazione fisica.. vedi tu se per la lezione di francese o direttamente quando inizia l'ora buca...) @TheBaddus nel tuo caso più semplice.. scarlett è lì a casa sua con tanaka.. vedi tu come impostare la scena e in che direzione vuoi portarla..
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - a casa con Tanaka Tanaka ti ascolta in silenzio. L’espressione confusa che già gli aleggiava sul volto si fa più evidente, più profonda. Sembra sul punto di dire qualcosa, le labbra si muovono appena… poi si ferma. Si rimette in piedi con fatica. Per un istante resta immobile, combattendo contro un improvviso capogiro. Quando sembra riprendersi, afferra il tuo giaccone e se lo stringe addosso come può. «Grazie…» È una parola semplice, detta con un tono che non sei abituata a sentire nella voce di Tanaka. Resta in silenzio ancora un momento, come se stesse cercando di mettere ordine nei pensieri. Poi annuisce piano. «Sì… forse è meglio fare come dici. Tanto dubito che mio padre si sia accorto della mia assenza…» Nell’ultima frase cogli una nota di rabbia trattenuta, un risentimento che non prova nemmeno a mascherare. Vi incamminate di nuovo verso l’uscita del bosco. Ogni tanto ti volti indietro, quasi aspettandoti di vedere riapparire la creatura dal teschio di cervo. Ma non succede nulla. Alla fine lasciate gli alberi alle spalle e raggiungete Liliac Hallow. Il bosco resta lì, immobile, come se non fosse mai esistito. Ora che la tensione si è sciolta e la fatica si è attenuata, ti senti sorprendentemente bene. Le mani ti fanno un po’ male per lo sfregamento della corda, ma l’energia è tornata a scorrere. Ti senti potente. Forte. Quasi come nel sogno della notte precedente. Qualcosa di quella strana euforia, estranea e pungente, non se n’è andata del tutto. È rimasta dentro di te come una scia sbiadita… ma la senti ancora. Arrivati a casa tua, fai entrare Tanaka e chiudi la porta alle tue spalle. È infreddolito, tremante, ma finalmente siete al sicuro. Il calore della tua stanza vi avvolge entrambi, morbido e accogliente. @SNESferatu Ana Rivero - uscendo da casa di Gustav Gustav alza di nuovo lo sguardo su di te. Sostenere il tuo è per lui uno sforzo enorme. Nei suoi occhi leggi vergogna, senso di colpa, il bisogno disperato di un perdono che, forse, sa di non meritare. La testa gli si muove appena, incerta, da una parte all’altra. «Tuo padre? No… io… non credo...» risponde infine. «Non ha mai pronunciato il nome di Lilith. È venuto da me perché aveva sentito parlare delle mie capacità…» Si interrompe, il respiro spezzato. Poi ripete, più piano: «No. Non credo che sappia chi sia Lilith.» Suona più come un’ipotesi che come una certezza. Ma, per ora, è tutto quello che ti può offrire. Ti rimetti in piedi e ti volti... Senza parole.. confusa... Non sai più nemmeno tu quali siano le emozioni che ti attraversano in questo momento... Prima era la rabbia... Un'emozione che ben conosci e che sai gestire... Ma ora? Quali emozioni ti stanno pervadendo, Ana? Come le chiamerebbero i normali esseri umani con un'anima? Ti avvii verso l’uscita senza dire altro. Gustav non ti ferma. Anche se non lo guardi, lo immagini lì, accovacciato sul pavimento. Tremante. Piccolo. Insignificante. Forse ti sta osservando andare via. Forse non ha nemmeno il coraggio di alzare gli occhi e sta fissando il pavimento. Esci da quella casa con più domande di quante ne avessi entrando, la mente più confusa che mai. Cammini senza una meta precisa, cercando di rimettere ordine nei pensieri. Il tempo scorre senza che tu te ne accorga. A un certo punto ti sembra di aver intravisto Scarlett, che camminava in fretta accanto a qualcuno… un ragazzo avvolto in un giubbotto troppo piccolo per lui. Ma non ne sei certa. Eri troppo assorta per esserne sicura. Quasi senza rendertene conto, porti la mano al telefono. Forse per controllare l’ora. Ci sono due notifiche. Due. Più del normale. La sorpresa è sufficiente a riportarti almeno in parte al presente. La prima è di Max: “Ehi Ana, tutto bene sorella? Non dirmi che sei tornata nel bosco senza il resto della truppa!!” La seconda ti fa sussultare. È di Eliza. “Come stai?” Un messaggio semplice, diretto, di circa un’ora prima. Subito sotto, un altro, più recente: “Ana, ci sei? Il coach Moss mi ha appena detto che alla fine delle lezioni vuole parlarmi nel suo ufficio… Non prevedo nulla di buono.” @Ghal Maraz Nathan Clark - in infermeria... di nuovo... Quando entri in infermeria, la Morris alza lo sguardo dalle cartelle che stava sistemando. Per un istante resta immobile. «Clark?» La sorpresa le passa sul volto in modo fin troppo evidente. Non serve che dica altro: nei suoi occhi leggi chiaramente la domanda che non fa. Com’è possibile che tu sia di nuovo qui? Dopo una tua rapida spiegazione del perché sei lì, sospira piano e ti fa cenno di avvicinarti al lettino. «Va bene. Togliti la maglietta.» L’aria della stanza è più fredda di quanto ricordassi. Quando la stoffa scivola via, la Morris si avvicina e il suo sguardo indugia sui lividi che ti segnano il torso. Grossi, scuri, irregolari. Non dice nulla. Allunga una mano e inizia a visitarti con movimenti esperti, ma attenti. Quando esercita pressione in certi punti, il dolore si riaccende, improvviso e tagliente. Ti sfugge un respiro più forte, difficile da trattenere. La Morris si ferma. Il suo volto si è fatto serio, le sopracciglia leggermente corrugate. «Fa male qui?» chiede, anche se conosce già la risposta. Poi scuote appena la testa, come infastidita da ciò che sta vedendo. «Nathan…» Alza finalmente lo sguardo su di te. «Chi è stato a ridurti così?» La voce è bassa, controllata, ma carica di preoccupazione. Subito dopo aggiunge, senza lasciarti il tempo di prepararti una scusa: «E non provare a dirmi che sei caduto per caso o cose del genere. So riconoscere i segni di percossa.» Il silenzio che segue pesa più delle sue mani sui lividi. Sembra aspettare una risposta, ma anche temerla. @Ghal Maraz @Voignar @Theraimbownerd Nathan, Orion e Darius - Lezioni della mattina Il resto della mattinata scivola via senza scosse particolari, come se la scuola stesse cercando di tornare a una normalità che nessuno sente davvero sua. La professoressa Lane riprende alcuni degli argomenti affrontati lunedì, li riannoda con voce piena di passione e poi prosegue con il programma. Tra i banchi c’è chi segue con attenzione, chi prende appunti per inerzia e chi approfitta dell’ora per riprendersi dalla fatica di educazione fisica, lasciando vagare lo sguardo fuori dalla finestra o fissando il quadrante dell’orologio. La lezione di francese non va diversamente. Parole che scorrono, verbi coniugati senza entusiasmo, una noia tranquilla che riempie l’aula senza lasciare traccia. Nessun momento davvero degno di nota. Nessun incidente. Nessuna rivelazione. Quando finalmente suona la campanella ed è ormai quasi mezzogiorno, la classe si rianima quel tanto che basta. Le sedie strisciano sul pavimento, gli zaini vengono chiusi in fretta, piccoli gruppi si formano quasi per abitudine. Il gruppo si divide. Orion, Tyler, Alice, Ben, Mei-Lin, Emily e Harper si avviano verso l’aula di giornalismo. Darius, Nathan, Max, Eliza, Noah e Sasha prendono invece la direzione dell’aula studio, pronti a consumare l’ora buca tra libri aperti a metà e pensieri che faticano a restare al loro posto. @Theraimbownerd Orion Kykero - Lezione di giornalismo L’aula di giornalismo ha sempre avuto un’aria diversa dalle altre. Più piccola, più vissuta. Le pareti sono coperte di vecchi numeri del giornalino scolastico, ritagli di articoli, fotografie di eventi che nessuno ricorda più davvero. L’odore è un miscuglio di carta, pennarelli secchi e caffè. Prendi posto insieme agli altri. Il brusio è basso, quasi rispettoso. Qui dentro nessuno urla mai davvero. Julian Crane entra senza cerimonie, come fa sempre. Giacca di pelle consumata, capelli raccolti in una coda disordinata, il solito pizzetto. Appoggia la borsa sulla cattedra e si guarda intorno, contando le presenze con un colpo d’occhio rapido. «Allora...» dice, battendo una volta le mani. «Oggi niente impaginazione e niente titoli a effetto. Oggi parliamo di una cosa molto più semplice.» Fa una breve pausa. «Come si trovano le informazioni per scrivere un buon articolo.» Qualcuno si raddrizza sulla sedia. Crane si siede sul bordo della cattedra invece di restare in piedi. «Perché scrivere è facile. Copiare è ancora più facile. Ma capire cosa chiedere, a chi e perché…» scuote appena la testa. «Quella è la parte che separa un pezzo inutile da qualcosa che vale la pena leggere.» Prende un pennarello e scrive sulla lavagna, senza aggiungere altro: CHI COME PERCHÉ «Se sapete rispondere a queste tre domande...» continua, «...avete già metà articolo.» Si volta verso di voi. «L’altra metà è scoprire cosa non vi viene detto. Chi evita di rispondere. Chi cambia versione. Chi vi parla solo quando è sicuro di controllare la storia.» Il suo sguardo scivola sui banchi. «Le fonti non sono mai neutre...» aggiunge. «E spesso quelle più utili sono quelle che non si considerano tali.» Si alza, lasciando il pennarello sulla cattedra. «Il vostro lavoro non è fare accuse. È fare domande abbastanza giuste da costringere la realtà a mostrarsi per quella che è.» Lascia che nell'aula cali il silenzio e vi osserva, come per aspettare di vedere se qualcuno di voi ha qualche domanda.
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TdS
Ciao ragazzi.. innanzi tutto buone feste a tutti.. volevo solo precisare alcune cose e chiedervi alcune cose per velocizzare un po la prossima risposta.. @TheBaddus per farti seguire da tanaka a casa, in queste condizioni, credo proprio che non ci sia bisogno di spendere un filo... Non credo nemmeno che, per quello che hai scritto nel post, si attivi alcuna mossa... Piuttosto.. se ti va, una volta giunti a casa tua si potrebbe ruolare le conseguenze della tua "mossa sessuale" che si era attivata ma non c'era stato il tempo di dar peso alla cosa per l'arrivo della creatura. @SNESferatu una volta che Gustav risponde alla tua ultima domanda su tuo padre poi cosa faresti? Pensi che rimarresti lì ancora con lui o ti basterebbe e te ne andresti? nel caso avresti in mente una meta? @Theraimbownerd a parte il discorso al momento in atto con Alice, vedendo anche l'orario delle lezioni, ci sarebbe qualche altro momento o interazione scolastica che ti piacerebbe giocare o preferiresti andare dritti per dritti al pomeriggio? @Ghal Maraz @Voignar a dire il vero su di voi sto aspettando che finisca il botta e risposta tra di voi per capire che direzione intendete prendere.. soprattutto per il pomeriggio.. se volete andare o no nel bosco insieme oppure fare altro... Inoltre giro anche a voi la domanda.. a scuola avete qualche altro scena o interazione che vi piacerebbe giocare?
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TdS
Una bella bombetta?? 😅
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - nel bosco con tanaka Inizialmente Tanaka non sembra volersi riprendere, ma, dopo un po’ che lo scuoti, emette qualche colpo di tosse e apre gli occhi. Si mette a sedere, tenendosi la testa con una mano. Le sue dita passano nei suoi capelli umidi e sporchi. “Scarlett??” Ti domanda con aria confusa “cosa… cosa diavolo è successo?” Poi, sembra accorgersi solo in quel momento di essere mezzo nudo. Si stringe le braccia al petto, afferrandosi con le mani le braccia. Lo vedi rabbrividire e iniziare a tremare. Ti guarda… smarrito… fragile… esposto. “Io… non ricordo… eravamo nel bosco…” si ferma un attimo come a riordinare i pensieri. “Cory e gli altri dovevano pestare Clark… io e te abbiamo scopato… poi nulla…” torna a guardarti sempre più confuso. “Che è successo poi? Dove sono i miei vestiti? Ho freddo..” dice, provando a rialzarsi a fatica. @SNESferatu Ana Rivero - rivelazioni a casa di Gustav Mentre gli parli, Gustav smette lentamente di singhiozzare. Quando ti abbassi alla sua altezza e ti accovacci davanti a lui, le mani gli scivolano dal volto. I suoi occhi, umidi e smarriti, si sollevano fino a incontrare i tuoi. Ti ascolta. Sul suo viso affiora una breve, disorientata confusione. «Setta?» mormora. «Di… di quale setta parli?» La voce è bassa, incerta, spezzata. Scuote appena la testa. «Non… non c’è nessun altro…» esita, come se stesse cercando dentro di sé il coraggio di dire qualcosa che non ha mai detto ad alta voce. «Io… ero soltanto un povero artista senza talento. Non sono stato io a cercarla…» deglutisce. «È stata lei a trovare me… Mi ha ammaliato con le sue promesse… Con i suoi doni…» Ogni parola sembra gravargli addosso, come un peso che lo incurva un po’ di più. «Mi ha dato le capacità di creare ciò che ho fatto per anni. Di diventare qualcuno…» un respiro tremante. «E in cambio ha voluto una sola cosa.» Si ferma di nuovo. Il silenzio si allunga, teso. Alla tua ennesima esortazione, che suona più come una minaccia che come una domanda, Gustav deglutisce. «… Che accettassi il lavoro commissionato da tuo padre.» Alza lo sguardo. I suoi occhi si fissano nei tuoi, profondi, colmi di qualcosa che somiglia al rimorso. La frase successiva esce a fatica, come se gli strappasse l’aria dai polmoni. «Che io creassi… te.» @Theraimbownerd Orion Kykero - dopo l’ora di ginnastica La lezione di educazione fisica ti sembra interminabile, ma alla fine si conclude. Ne esci stremato nel corpo, con i muscoli che tirano, eppure con la mente un po’ più leggera. Ti cambi negli spogliatoi e, quando esci, la vedi. Alice è appoggiata al muro del corridoio, le braccia conserte. Ti osserva con un’espressione vagamente imbarazzata. Basta quello sguardo per ricordarti che, anche se ieri pomeriggio vi siete riavvicinati, il litigio è ancora troppo vicino per far finta che non sia mai successo. Accenna un sorriso e solleva una mano in un saluto incerto. È chiaro che stava aspettando te. In effetti, da quando sei arrivato a scuola questa mattina, non vi siete ancora detti una parola. «Ehi, Orion…» dice quando le sei vicino. «Com’è andata ieri con Marcus?» C’è sincero interesse nella sua voce. «Il fatto che tu sia qui, tutto intero, lo prendo come un buon segno…» aggiunge, con un mezzo sorriso che però non riesce a nascondere del tutto una nota di preoccupazione. Non ti ci vuole molto per capire che quell’ultima frase le ha fatto tornare in mente chi, invece, oggi a scuola non si è presentato affatto nelle migliori condizioni.
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TdS
Esattamente ahah.. sarebbe uno scontro figo.. ma che vi ridurrebbe solo ad osservatori impotenti quando invece dovete essere voi i protagonisti.. proprio per questo zarneth è casualmente fuori città 🤣🤣 Però sarei curioso di vedere Scarlett per chi tiferebbe 🤣🤣
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TdS
Si.. lei ormai ha molti pezzi del puzzle effettivamente! Anche se in realtà il nome dell'entita' dietro a tutto era già in vostro possesso.. o meglio.. in possesso a uno di voi sin dalla prima sera. Darius aveva trovato l'informazione "guardando nell'abisso" dopo aver subito l'attacco della creatura. (Pagina 11 del tdg) 😁😁
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TdS
Ah povero ingenuo Nathan! 🤣🤣 cosi convinto che Scarlett sia una povera vittima ahahah.. Chissà se Darius lo lascerà vivere nella sua convinzione felice o se invece gli aprirà gli occhi 🤣🤣
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - sottoterra, sfidando divinità pagane sconosciute Sposti il pugnale dal cuore di Tanaka alle corde che lo tengono legato. Le inizi a tagliare, e lo fai con una facilità quasi disarmante. La lama scivola, morde, recide. Con un tono beffardo, sicuro di te, rispondi alla voce che hai udito nella tua testa. A quella voce che ha commesso l’errore di non credere che tu fossi capace di tenerti stretti i TUOI TESORI con le sole tue forze. Disobbedisci. Liberi Tanaka. E lo fai aspettandoti di pagarne il prezzo. Proprio come era successo poco prima con quella strana euforia, vieni travolta da un turbinio di emozioni. Potenti. Invadenti. Estranee. Una fitta pungente di insoddisfazione e delusione… No. Forse è sorpresa... Curiosità. Poi qualcosa esplode. Un’ondata di approvazione, di esaltazione pura. Una risata ti invade la mente mentre ti carichi Tanaka sulle spalle e inizi a trascinarlo fuori da quella stanza rituale. Non è una risata beffarda, né di scherno. È una risata di soddisfazione assoluta. Profonda. Antica. Potente. La scacci dalla mente. O almeno… ci provi. Ripercorri quasi alla cieca lo stretto corridoio, puntando verso l’unica via di fuga che conosci. Raggiungi la scalinata. La luce del giorno si staglia in alto, sopra di te. Inizi a risalire, a fatica, trascinandoti dietro il peso di Tanaka. Il cuore ti sussulta a ogni gradino. La paura che, da un momento all’altro, la sagoma della creatura dal teschio di cervo si stagli davanti alla tua unica via di fuga cresce, passo dopo passo. Ma non accade. Sei fuori. Di nuovo all’aria aperta. L’aria gelida e profumata ti riempie i polmoni. Continui ad allontanarti senza voltarti, senza concedere neanche un ultimo sguardo alle tue spalle. Attraversi la radura. Rientri nel bosco. Alla fine non ce la fai più. Sei sfinita. Crolli a terra, i muscoli in fiamme, il fiato corto. Al tuo fianco c’è Tanaka. Il TUO TESORO. Ancora svenuto. Ma vivo. @SNESferatu Ana Rivero - a casa di Gustav Quando indichi il simbolo, Gustav si avvicina di qualche passo, quasi senza rendersene conto, per capire di cosa stai parlando. Nel momento esatto in cui i suoi occhi si posano sulla pagina aperta del libro a terra, qualcosa gli attraversa il volto. Non è solo paura. È brama. È riconoscimento. È terrore puro. Un’espressione che dura un battito di ciglia… ma che dice troppo. Ti scosta con una mano, con una forza e una determinazione che non gli avevi visto fino a pochi istanti prima. È un gesto brusco, istintivo. Raccoglie il libro e lo richiude di scatto, quasi fosse qualcosa di vivo, di pericoloso. Nel momento in cui il simbolo scompare alla vista, noti che tira un piccolo sospiro, spezzato, come se un peso invisibile gli fosse stato appena tolto dal petto. Stringe il volume contro di sé, le braccia serrate, come a proteggerlo… o a proteggersi da esso. «Questo? Questo non è niente…» dice in fretta, passandoti accanto e dirigendosi verso una grossa libreria impolverata. La voce è tesa, forzatamente neutra. «Sono cose in cui non dovresti—» La tua rabbia lo ferma a metà frase. Lo afferri d’istinto, senza pensarci. Le dita si chiudono su di lui con una forza che non tenti nemmeno di controllare. Lo sbatti contro il muro. Il colpo è secco. Il libro gli sfugge dalle mani e ricade a terra con un tonfo sordo. Gustav si affloscia contro la parete. Di nuovo piccolo. Di nuovo fragile. Le spalle chiuse, lo sguardo basso. Impaurito. Debole. Stavolta non tenta di allontanarsi, né di fingere. Pretendi risposte. Le esigi. Subito. E lui lo capisce. «Ok… ok, Ana…» balbetta con voce tremante. Il suo sguardo scivola di nuovo verso il libro ai vostri piedi. Deglutisce. «Quel simbolo… quel simbolo…» La voce gli si spezza. La mandibola trema. Si interrompe. Deglutisce ancora, come se ogni parola fosse un macigno. Poi ti guarda. Negli occhi non c’è più esitazione. Solo terrore nudo. «È il simbolo di… Lilith…» mormora le ultime parole appena udibili. Le ginocchia gli cedono. Crolla davanti a te, a terra, e si porta le mani al volto. Il suo corpo è scosso dai singhiozzi. Non di un uomo colto in fallo. Ma di qualcuno che sa di aver già pagato… e che teme di dover pagare ancora. off game Mi sono permesso di fare agire Ana nel trattenerlo e pretendere da lui delle risposte subito perché mi sembrava coerente a come la stavi ruolando in questo momento.. Almeno ho velocizzato leggermente la scena! @Voignar @Ghal Maraz Darius e Nathan - di nuovo insieme verso l'infermeria Vi lasciate la palestra alle spalle, sentendo ormai la voce del coach e quella dei vostri compagni sempre più distanti. Non sapete come la conversazione stia procedendo.. Se qualcuno stia facendo il nome di Cory Edwards... Se stia continuando ad esporsi Sasha o se abbia preso parola qualcun'altro.. Non capite nemmeno se il coach se la stia prendendo con loro pensando che il responsabile sia qualcuno della classe. I corridoi a quest'ora sono vuoti, deserti.. Così avanzate in un silenzio quasi imbarazzato. @Voignar Darius Mentre cammini accanto a Nathan, avverti un leggero prurito al naso e agli occhi. Niente di violento. Più simile a una leggera reazione allergica improvvisa, come se l’aria fosse cambiata senza preavviso. Poi arriva l’odore. Debole, sfuggente. Erba schiacciata. Linfa. Polline. Qualcosa di vivo, di verde… decisamente fuori posto, in mezzo a corridoi di linoleum di una scuola. Non ne sei sicuro, ma a tratti, quando passate sotto una luce al neon, ti sembra di vederla tremolare per un istante. Non uno sfarfallio netto. Piuttosto una vibrazione, come se la luce esitasse. La sensazione ti resta addosso più del ricordo visivo. E senza un vero motivo, la mente torna a lunedì, in mensa. Lo sfogo di Nathan. I suoi occhi che, per un attimo, avevano avuto qualcosa di… diverso. Un dettaglio minimo, facile da ignorare. Ma tu eri lì, vicino. E l’avevi notato. Nathan. Siete in classe insieme da anni, eppure, a pensarci bene, sai sorprendentemente poco di lui. Solo che è… strano. @Ghal Maraz Nathan Mentre cammini accanto a Darius, quel senso di inquietudine torna a farsi sentire. Lo stesso che ti aveva travolto ieri pomeriggio nel bosco. Solo che ora non è forte. È distante, attenuato. Ma è inconfondibile. Per un istante ripensi a quella presenza. All’enorme figura confusa che avevi visto stagliarsi nel cielo durante la visione nella Selva Fatata. Immensa. Incombente. Non sai perché il ricordo riaffiori proprio ora. Forse perché tutto, in qualche modo, almeno temporalmente, sembra collegato: il bosco, il pestaggio di Cory e dei suoi tirapiedi, il dolore che ti accompagna fino all’infermeria. Perso in questi pensieri, il tuo sguardo scivola su Darius. Sul suo collo, appena sopra una delle sue clavicole. Quel tatuaggio. Non ti sembra di averlo mai visto prima. Eppure siete in classe insieme da tempo. Possibile che lo abbia fatto di recente? La pelle, però, non è arrossata. Non c’è alcun segno di guarigione, nessuna imperfezione. Sembra… stabile. Come se fosse lì da sempre. Ti accorgi di fissarlo un secondo di troppo. E una sensazione strana ti attraversa il petto, difficile da definire: non paura, non curiosità. Qualcosa di più sottile. RUOLATE PURE TRA DI VOI QUESTA SCENA MENTRE ANDATE IN INFERMERIA!! (credo che sia più interessante giocare questa interazione tra i vostri due pg piuttosto che l'ennesima visita di Nathan dall'infermiera :D @Theraimbownerd Orion Kykero - in palestra Alle parole di Sasha, il coach posa lo sguardo su di lei e inarca le sopracciglia. «Potresti essere più chiara, O’Connor?» chiede con tono fermo. «O immagini che io sappia leggerti nella mente?» Il silenzio dura un battito di troppo. Poi la voce di Tyler lo spezza. «Coach Moss… credo che molto probabilmente il responsabile di quello che è successo a Nathan sia Cory Edwards.» Ti piace pensare che sia stato proprio il tuo leggero colpo di gomito a dargli il coraggio di parlare. Il coach sposta lo sguardo su Tyler, al tuo fianco. Sul suo volto passa un’ombra di sorpresa. «Edwards, dici?» replica. «E avresti delle prove a sostegno di questa accusa, McConnell?» Il tono si fa più duro. Tyler esita appena un istante. Sasha accenna uno sbuffo di risata, come a dire che la domanda è quasi assurda e inutile. Poi Tyler riprende a parlare, non lasciando il tempo al coach di soffermarsi sul gesto della compagna. «No, coach. Non ho prove dirette. Ma è risaputo che Cory abbia minacciato più volte Nathan in questi ultimi giorni. Non gli è mai andato giù che Nathan abbia parlato con la preside dopo averlo visto fumare erba nei bagni. Ha saltato l’ultima partita per quello…» Si interrompe un attimo, consapevole che quella parte è ben nota al coach e non è il punto centrale. «Ieri ho provato a parlargli. Gli ho detto di lasciar perdere Nathan. Pensavo di essere stato chiaro…» stringe le labbra. «Ma a quanto pare mi sono solo illuso.» Un breve silenzio. Poi aggiunge, con voce più ferma: «Me ne assumo la responsabilità.» Il coach ascolta senza interrompere. Incrocia le braccia al petto, l’espressione tesa, pensierosa. «Sono accuse importanti, Tyler...» dice infine. «Ma voglio fidarmi del tuo giudizio. Più tardi convocherò Edwards e sentirò la sua versione dei fatti. Se sarà davvero responsabile, verranno presi provvedimenti.» La questione si chiude così, almeno in apparenza. Subito dopo il coach vi ordina di riprendere gli allenamenti. Il ritmo, però, cambia. Diventa più duro, più pesante, come se stesse scaricando su di voi tutta la frustrazione accumulata. Appena riprendete a correre, Tyler si affianca a te. «Grazie..» dice soltanto. «Avevo bisogno di un po’ di motivazione.» Ti fa l’occhiolino, poi accelera, tornando al suo solito passo. Ti lascia indietro, con il fiatone… e quella sensazione sottile di vittoria morale che ti resta appiccicata addosso. Motivazione ha detto? Esatto.. Proprio quella che avresti bisogno anche tu per affrontare a testa alta la prova che ti aspetta nel pomeriggio!
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TdS
Nell'attesa che @Voignar risponda per portare avanti la narrazione con @Ghal Maraz, ho iniziato a rispondere a @TheBaddus e @SNESferatu per portare avanti le loro trame che, al momento, sono quelle che hanno un'intensità narrativa più potente. Così poi, una volta che capisco la direzione che prende la loro narrazione per la mattinata posso portare avanti anche la trama di voi altri senza il rischio di creare paradossi troppo evidenti 😁
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - nell'antro del mostro Inizi a tagliare le spesse corde che tengono Tanaka intrappolato all’altare di pietra. Il coltellino è minuscolo, la lama smussata, quasi ridicola contro l’intreccio duro delle fibre. Strappi, incidi, premi… e non ottieni praticamente nulla. Senti un gemito. Tanaka si lamenta. Non è sveglio… no. Ma almeno è vivo. «LASCIA… FARE… a me…» La voce familiare che ti martella in testa da qualche giorno ritorna nella tua mente. Ora più distante, come filtrata attraverso l’acqua, ma abbastanza presente da farti arrestare il movimento. Istintivamente, obbedisci. Il coltellino ti scivola dalle dita. Ti sfiori la base del collo, grattando quella zona che pulsa e brucia — un prurito strano, invadente. Ma non è quello che importa ora. Afferri di nuovo le corde a mani nude e tiri. Con tutta te stessa. Con una forza che non riconosci, una forza che sembra arrivare da un punto dentro di te che non hai mai toccato prima. Il mondo attorno si assottiglia, diventa un bordo nero e indistinto. Ci siete solo tu, l’altare freddo… e lui, il tuo TESORO. La corda del braccio destro inizia a sfilacciarsi, cigola, cede. «Forza… forza… ancora…» La voce è un sussurro ovattato, sempre più distante. Agendo d’istinto ti porti a cavalcioni sopra di lui... Nella stessa posizione del bosco il giorno prima. Le tue mani serrate come artigli sulla corda. Con un ultimo strappo violento la fibra si lacera. Le tue mani sanguinano, le nocche arrossate e tagliate… ma è un dettaglio insignificante, un fastidio ignorabile. Subito ti butti sulla corda che tiene bloccato l’altro braccio. E all’improvviso — «Finalmente… sei venuta da… meee…» Una voce nuova. Femminile. Antica. Opprimente come una mano gelida sul cuore. Ti blocchi all’istante. Solo ora ti accorgi che non c’è più la stanza. Solo oscurità. Oscurità totale, soffocante, infinita… E tu e Tanaka sopra questo altare sospeso nel nulla, illuminati da una luce che non ha fonte. E poi la noti. L’altra cosa illuminata. Su un piedistallo, dall’altro lato dell’altare: un pugnale. Una lama ondulata, seghettata. Il manico è una mezzaluna, l’impugnatura termina in una croce allungata. Antico. Bellissimo. Terrificante. Era lì sin dall’inizio? Non sapresti dirlo. Lo prendi senza pensare. La sua superficie è fredda. Sollevi lo sguardo sulle corde che tengono ancora Tanaka. Poi, come attratta da un impulso euforico non tuo… lo sposti sul suo petto nudo. Sul punto esatto in cui batte il suo cuore. «Fallo…» La voce è velluto e veleno... Attraente, potente, euforica. «Fallo, e lui sarà per sempre tuo.» Una pausa che ti attorciglia lo stomaco. «Fallo… ed IO farò in modo che lui non voglia diventare mai il TESORO di nessun'altro.» off game A te la scelta 😁 seguire la voce e le sue promesse allettanti e pugnalare al cuore? oppure usare il pugnale per tagliare le corde? Oppure qualcos'altro ancora?? @SNESferatu Ana Rivero - a casa di Gustav La tua rabbia esplode, incontrollabile. Ad ogni passo… ad ogni parola… qualcosa del grande tavolo da lavoro di Gustav vola a terra e si frantuma. Lui ti osserva con gli occhi spalancati, terrorizzati. Indietreggia di qualche passo, le spalle che si chiudono, il corpo che si fa piccolo, quasi a voler sparire. Non tenta nemmeno di fermarti. Almeno questo te lo concede... Il tuo sfogo... la tua rabbia... in questo momento sembrano essere per lui ben più importanti di qualsiasi sua opera o creazione che stai distruggendo in questo momento... Sai che è così... Sai che non è soltanto la paura a frenarlo. «Tu… tu non capisci, Ana…» balbetta, appena un istante prima che un piatto di ceramica cada e si frantumi in una pioggia di cocci che zittisce ogni sua parola al posto tuo. Quando ti volti, dopo aver pronunciato la tua condanna, il tuo rifiuto, la sua voce torna a sfiorarti la schiena. È fragile. Infranta. Timida come un soffio. «Tu… non sei mia. Non… non lo sei mai stata…» mormora, come se stesse cercando di convincere più sé stesso che te. «Tu non capisci…» ripete ancora, disperato. «C’è qualcosa… di molto più grande…» Si interrompe... Come se andare avanti lo spaventasse. Queste parole, solo per un battito di secondo, ti fendono il petto come un ago sottile. Ti costringono a fermarti. I tuoi occhi scivolano verso uno dei tanti libri che hai rovesciato nella furia. È aperto su una pagina qualsiasi… eppure qualcosa ti attrae con la forza di un magnete. Un piccolo disegno, non più grande di cinque centimetri. Una mezzaluna. E sotto… una croce che ha la forma di una spada. Una versione più raffinata e artistica dello stesso segno che hai visto nell’ufficio del coach… Lo stesso segno che hai visto "tatuato" sul collo di Darius.
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TdS
Eh.. diciamo che Gustav ha anche lui un background bello complicato...
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight- sottoterra Inizi a scendere lungo la scalinata con passo incerto, le dita serrate attorno al coltellino fino quasi a farti male. Ogni gradino è un tuffo più giù, nella terra e nell’oscurità… e a ogni passo il freddo diventa più intenso, pungente, quasi vivo. L’odore di umido e marciume ti avvolge come un manto pesante che ti si appiccica addosso, entrando nelle narici e graffiandoti la gola. Il battito del tuo cuore è un tamburo impazzito: bum bum — bum bum — bum bum. L’unico suono in questo silenzio sepolcrale. Perdi il conto dei gradini — potrebbero essere cinquanta, potrebbero essere cento — e la luce pallida del giorno alle tue spalle è ormai solo un ricordo sfumato, lontano, irraggiungibile. Gli occhi cercano disperatamente di adattarsi al buio, ma l’oscurità qui sotto è troppo spessa, troppo assoluta. Tanto che quasi inciampi quando il terreno cambia all’improvviso: nient’altro gradini. Il corridoio prosegue in piano. Deglutisci, voltandoti un istante. L’ingresso dell’arcata è ormai solo un varco sospeso nel nulla, lassù, sempre più lontano… È allora che la voce nella tua testa sussurra di nuovo: «AVANTI… Noi… Siamo fiere…» Ma non è come prima. Non è decisa, non è infallibile. Trema. O sei semplicemente tu ad esitare? E insieme a quel sussurro senti un’altra ondata… un fremito di euforia, caldo, estraneo, che ti percorre la spina dorsale senza permesso. Avanzi a tentoni nel corridoio, le mani sui muri di pietra fredda. L’oscurità è così totale da strapparti via ogni punto di riferimento, costringendoti infine ad attivare la torcia del telefono. La luce è debole, pallida, illumina appena un paio di metri davanti a te… ma è sufficiente a non cadere. Continui così, lenta, con il cuore bloccato in gola e il fiato corto, come se l’aria stessa lottasse per restare nei tuoi polmoni. Poi — una vibrazione improvvisa nello stomaco — là davanti, più in fondo, compare una luce tremolante. Una fiamma. Spegnere la torcia del telefono è un riflesso immediato, quasi animale. La penombra ti riavvolge, ma i tuoi occhi adesso vedono quel barlume dorato, lontano, instabile. Avanzi in punta di piedi, ogni passo il più furtivo possibile… se la Creatura dal teschio di cervo è nella sua “casa” almeno non ti sentirà arrivare. Giunta sulla soglia, ti blocchi. Davanti a te si apre una stanza circolare di circa dieci metri di diametro, scavata nella pietra viva. Le pareti e il pavimento sono composti da blocchi antichi, lisciati dal tempo e consumati dall’umidità. Su alcune colonne sono appese torce di ferro battuto, le cui fiamme tremolanti proiettano bagliori caldi e instabili, facendo danzare le ombre come presenze vive. A terra, sparse ovunque, ci sono candele nere: alcune integre, altre ridotte a moncherini, con la cera scura rappresa sul pavimento come lacrime congelate. Sulla sinistra, uno scaffale colmo di volumi antichi, coperti da uno spesso strato di polvere. Sulla destra, una strana arcata murata: sembra una porta… una porta che qualcuno ha sigillato. E sopra l’arcata, inciso nella pietra, un simbolo familiare: una mezzaluna, e sotto una croce lunga. Il simbolo che porti inciso sulla pelle del collo. Di fronte a te, dall’altro lato della sala, una porta di legno rinforzata da sbarre di ferro. E lì al centro, come un altare sacrificale, un tavolo di pietra. Sopra, a petto nudo, giace Tanaka. Legato mani e piedi. Immobilizzato. Svenuto. Indifeso. Il tuo respiro si spezza. Il coltellino trema tra le tue dita. E l’euforia — quella strana, inspiegabile euforia — diventa un urlo silenzioso nel petto. Un urlo che cresce e ti fa avvertire un’improvvisa, quanto inappropriata, ondata di lussuria che ti risale lungo l’interno coscia, sino all’inguine. @Ghal Maraz Nathan Clark - in palestra Prima di entrare in palestra e mettere via il telefono, fai appena in tempo a leggere la risposta di Kathlyn. Una notifica rapida, essenziale… eppure carica di un peso che senti subito nello stomaco. “Spero tu stia bene… più tardi ci vediamo in mensa?” Quando raggiungi il coach Moss, vieni passato al setaccio da uno sguardo che pare misurarti più che giudicarti. I suoi occhi scendono prima al livido evidente sulla tua gamba — impossibile da nascondere ora che hai i pantaloncini — poi risalgono al segno sul tuo volto. «Cos’è successo, Clark?» La sua voce è ferma, tagliente. Non un rimprovero, non ancora, ma un chiaro avvertimento: non dirmi palle. Non gli rispondi subito… forse non sai da dove cominciare. E lui non ha intenzione di aspettare. «Forza… alza la maglietta. Voglio vedere.» Questa volta il tono è secco, intransigente. Quando tentenni ancora, il coach allunga una mano, non aggressiva ma incredibilmente sicura di sé. Afferra un lembo della tua maglietta e lo solleva quel tanto che basta a scoprire il grande livido violaceo che ti attraversa il fianco e risale fin quasi alle costole. Il contatto, per quanto leggero, ti fa sussultare. E subito la mente corre al giorno prima: al pestaggio da parte di Cory e dei suoi tirapiedi, al Bosco… alla strana e inquietante visione che hai avuto… e immediatamente provi quel senso di disagio che forse non hai mai davvero scacciato. Il coach Moss ti osserva in silenzio, l’ombra di un pensiero pesante che gli passa dietro gli occhi. «Chi ti ha fatto questo, Nathan?» Questa volta ti concede qualche secondo per rispondere. Non sembra sorpreso… sembra analizzare. Poi scuote lentamente la testa. «Ti sei fatto vedere da qualcuno?» Quando risulta evidente che la risposta è un semplice “no”, il coach inspira piano, lo sguardo che scivola oltre te, verso la classe che corre. Per un istante sembra valutare qualcosa, come se stesse pesando una decisione già presa. Poi la sua voce risuona nella palestra: «Whitesand! Qui, subito! Accompagna Clark in infermeria.» Una pausa. Poi, più forte: «Tutti gli altri, venite qui! Adesso!» @Voignar Darius Whitesand - in palestra Quando, prima di scuola, riveli a Ben quello che è successo e le indicazioni che lo “spirito” ti ha impartito, avverti un leggero bruciore al simbolo che hai impresso sul collo. È solo un attimo, sostituito subito da un fugace brivido di eccitazione e divertimento a cui non sai dare una spiegazione. Ben rimane in silenzio, soppesando le tue parole. Valutando, forse, se sei sincero o meno con lui. Alla fine ti dice che ha bisogno di tempo… per metabolizzare la cosa. Quando iniziate a correre in palestra, finalmente Ben si porta al tuo fianco. Non dice nulla… Senti che è lì e che sta cercando il coraggio, o le parole giuste, per dirti qualcosa. Butti un’occhiata al coach. Sta osservando con attenzione Nathan, non prestando minimamente attenzione a voi altri che correte. Non sentendoti il suo fiato sul collo puoi permetterti di rallentare leggermente, procedendo a una velocità più gradita a Ben. Non appena rimanete un po’ arretrati rispetto agli altri Ben finalmente si decide. “Ok Darius… Ti credo!” Dice con tono deciso “Dopo mi devi assolutamente raccontare meglio! Voglio sapere tutto!” Aggiunge poi, iniziando a parlare in modo più affannato. Fai giusto in tempo a rispondergli qualcosa di veloce, chela voce del coach rimbomba nella palestra. Whitesand! Qui, subito! Accompagna Clark in infermeria.» Una pausa. Poi, più forte: «Tutti gli altri, venite qui! Adesso!» @Theraimbownerd Orion Kykero - in palestra Ti unisci al resto del gruppo nei primi giri di corsa, cercando di non dare troppo nell’occhio. Il coach, per una volta, sembra avere di meglio da fare che massacrarvi: tutta la sua attenzione è su Nathan, e questo, per te, è quasi un regalo divino. Scarlett però non c’è. Un fastidio ti punge sotto lo sterno: se quella ragazza ha deciso di saltare proprio oggi, quando deve consegnarti le informazioni su Jeremy… beh, si è appena guadagnata un debito enorme. Almeno suor Margaret non infesterà l’ambiente col suo moralismo stantio. Il seguente pensiero su tua madre ti fa stringere lo stomaco. Ormai mancano poche ore all’incontro con la Somma Sacerdotessa di Chicago… Stai correndo senza troppo entusiasmo, immerso in questi pensieri, quando qualcuno si avvicina al tuo fianco. È Tyler. Non parla subito: tiene un ritmo costante, rilassato, da atleta vero. Tu fai finta che non sia faticoso seguirlo. «Hey…» mormora alla fine, senza voltarsi, «grazie per prima. Per essere stato diretto primo…» Il tono è sincero. Diretto. Poi fa un cenno col capo in direzione del coach Moss. Lo vedi intento a squadrare Nathan. «Credi che si sia accorto di qualcosa?» Il fatto che il coach, proprio in quel momento, afferri un lembo della maglietta di Nathan e lo sollevi scoprendo un grosso livido viola sul costato risponde alla domanda di Tyler molto meglio di come potresti fare tu. Sta per aggiungere qualcos’altro quando il boato del coach taglia l’aria: Whitesand! Qui, subito! Accompagna Clark in infermeria.» Una pausa. Poi, più forte: «Tutti gli altri, venite qui! Adesso!» @Ghal Maraz @Voignar @Theraimbownerd Nathan - Darius - Orion - in palestra Vi stringete tutti attorno al coach, trattenendo il fiato. Il suo tono è così rigido da non lasciare spazio a repliche o scuse. Moss sfiora con lo sguardo ogni volto, poi si ferma su Darius. «Forza… voi due andate in infermeria.» La sua mano si posa per un istante sulla spalla di Nathan, un gesto che vuole sembrare paterno. Poi si rivolge al resto della classe, la voce che rimbomba nella palestra: «E voi altri! Se qualcuno sa cosa è successo a Clark… parli adesso. SUBITO.» Il silenzio che segue è pesante, quasi fisico. Le scarpe scricchiolano sul parquet quando Nathan e Darius iniziano ad avviarsi verso l’uscita. Accanto a Orion, Tyler lascia uscire un lungo sospiro. Non uno di stanchezza: uno di chi si sta facendo forza, forse deciso a dire qualcosa. Ma non ne ha il tempo. È Sasha ad anticiparlo e a prendere parola. E lo fa con la sua solita sicurezza e sfrontatezza, senza troppi giri di parole… “Beh… Non posso dire di sapere cosa gli sia successo… Ma immagino che lo sappiamo tutti benissimo chi possa essere stato!” Le sue parole cadono come un sasso nell’acqua, facendo vibrare l’aria. E nessuno, per un istante, osa fiatare. Off game Darius e soprattutto Nathan, decidete pure voi se andare in infermeria o restare e interagire con la scena in palestra. Orion… mi dispiace se questa scena forse è poco interessante per te… ci rifaremo nel pomeriggio 😁😁 @SNESferatu Ana Rivero - a casa di Gustav Le tue parole si abbattono su Gustav come colpi secchi, uno dopo l’altro. All’inizio non reagisce. Rimane dov’è, immobile accanto al banco di lavoro, con le mani sporche di polvere grigia che tremano appena. Non ti interrompe, non si difende, non prova nemmeno a mascherare lo smarrimento che gli attraversa gli occhi quando pronunci la parola padre. È come se quella sola sillaba gli avesse tolto l’aria. Il silenzio che segue è denso. Lo vedi ingoiare a vuoto—una, due volte— “Tu… tu non capisci… Tu non sai…” Farfuglia confuso, mentre osserva la tua giacca e la tua camicetta cadere al suolo, il tuo corpo esposto, la crepa che ti lacera la pelle come una ferita impossibile. Ed è lì che qualcosa in lui cambia. Non dice nulla, ma gli occhi lo tradiscono: un lampo di riconoscimento, di orrore… e di bramosia. Una fame antica, trattenuta a stento. La stessa fame che ha avuto quando ti ha scolpita la prima volta. Per un istante avverti quasi la sua mano che vorrebbe avvicinarsi, toccare quella frattura, studiarla, capirla. Ripararla. Non la muove. Ma tu sai che vorrebbe. Si passa una mano sul volto, come se cercasse di svegliarsi da qualcosa. Poi murmura, quasi senza voce: «Dio… Ana… cosa hai… cosa ti hanno fatto?» Non aspetta risposta. Forse non la vuole nemmeno sentire. Cambia nuovamente espressione. Fa un passo indietro, come se avesse improvvisamente paura. Si porta una mano al volto, si strofina gli occhi, le tempie. Come se volesse cancellare un pensiero che continua a tornare, ostinato. Quando finalmente parla, la voce non ha nulla del tono del creatore che ricordi. È ruvida. Stanca. Quasi spezzata. «Non… non avrei dovuto. Tutto questo… tu…» Si interrompe, stringendo la mascella. «…è stato il mio errore più grande…» Lo dice non riuscendo a guardarti negli occhi… Fissa il pavimento, quasi come se stesse parlando più a sé stesso che a te. Quando torna a guardarti, gli occhi sono rossi d’ansia e di qualcosa che ricorda la vergogna. La sua voce però si indurisce, come se improvvisamente avesse paura. «Non dovevi tornare qui con… con queste cose...» Ti indica la crepa, ma è evidente che non parla solo di quella. «Non voglio più avere niente a che fare con… con ciò che ti riguarda.» Un altro passo indietro. Non da te: da ciò che rappresenti. «Vai via, Ana.» Un ordine che suona quasi come una supplica. «Per favore… Vattene. Non tornare più.» Percepisci che sta mentendo a se stesso. Che una parte di lui vorrebbe trascinarti dentro, studiarti, toccare quella crepa, ripararla. Ricominciare tutto da capo. Lo leggi in un bagliore nei suoi occhi, ancora fissi su quella crepa.
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TdS
@Voignar giusto per precisare.. l'altro giorno stavate facendo la campestre ed eravate all'aperto.. per il momento invece ottenere ancora in palestra e vi ha detto do fare giri di campo della palestra per scaldarvi.. per raggiungere il bosco dovresti proprio sgattaiolare fuori dalla palestra sperando di non essere visto.
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TdS
Non era stato detto e non ci avevo nemmeno pensato a dire il vero a questo dettaglio 🤣🤣 maaa.. informandomi ora velocemente, scopro che in realtà nei protestanti non esiste la figura della suora.. c'e solo il pastore! Ergo è per forza cattolica!
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TdS
@Ghal Maraz tutto bene? Ci sei? Io ho mandato avanti oggi senza aspettare la tua risposta perchè Questo weekend sarò abbastanza impegnato e non credo riuscirò a postare.. non volevo tenere fermi gli altri troppo tempo… comunque nel caso continuiamo pure in spoiler la scena prima di scuola se vuoi!
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - nel bosco a mettersi nei pasticci Sei quasi certa della direzione da cui la creatura è arrivata. Anzi… no. Nei sei sicura. Il ricordo della sua sagoma alta e innaturale, nera come un’incisione nella notte, ti attraversa la schiena come una lama di ghiaccio. Per un istante vacilli — un istante appena — chiedendoti se sei impazzita a tornare qui, da sola, in questo stato. Ma basta un respiro. L’euforia ti rimbalza nel petto, la droga ti gonfia il coraggio, e soprattutto il pensiero di Tanaka — del tuo Tesoro — ti spinge avanti con violenza. Allora parti, decisa, nella direzione che sai ti porterà alla radura. Di tanto in tanto ti chini, osservi il terreno. In un punto le foglie sembrano più schiacciate… fai per seguirle… ma anche più a destra ce n’è un’altra serie. E più avanti altre ancora. Il bosco è un groviglio di sentieri possibili, tutti identici. Nei film basta uno sguardo per capire dove è passato qualcuno… qui ogni foglia sembra uguale all’altra. Alla fine ti rassegni: ti affidi all’istinto. Segui ciò che “senti” appena sotto la pelle, ciò che ti attira senza un motivo logico. A volte ti accorgi di aver preso una direzione sbagliata e torni indietro, irritata, per poi cambiare strada di nuovo. Non sai quanto tempo passi così — minuti? mezz’ora? di più? — ma più cerchi, più l’euforia scema e la ragione torna a ghermirti. E con la ragione arriva il dubbio. Sempre più grande. Sempre più rumoroso. Stai quasi per arrenderti, per voltarti e chiederti se riuscirai persino a ritrovare l’uscita (ora che hai vagato come una scheggia impazzita, ne sei davvero sicura?)…quando la vedi. Tra gli alberi. La radura. E lì, al centro, come un monolite che ti aspettava: l’arcata. Con la scalinata che sprofonda nel buio. Rimani immobile sul limitare degli alberi. La mano stretta attorno al coltellino. Le nocche bianche. Il cuore che batte a un ritmo disordinato e feroce. Poi inspiri. Ti fai forza. E avanzi. L’aria che esce dall’imboccatura della scalinata è gelida — una lama fredda che scosta una ciocca dei tuoi capelli. Odore di umido, di pietra antica… di qualcosa che marcisce nell’oscurità. Tendi l’orecchio. Niente. Solo il vento che sibila tra gli alberi. Nessun animale. Nessun canto. Nessun rumore umano. Deglutisci. Il respiro ti si incastra in gola. Un prurito alla base del collo, quasi un formicolio… A malapena te ne accorgi… Valuti per un lungo, interminabile istante se scendere davvero… o se — per la prima volta — lasciar parlare la prudenza. Off game Non voglio assolutamente dirti di non scendere nella scalinata eh… il mio bloccarmi in questo momento è proprio per lasciare a te la decisione ultima su cosa fare! @SNESferatu Ana Rivero - a casa di Gustav Suoni il campanello. L’attesa dura pochi secondi, ma a te sembrano minuti interi. Il cuore batte forte, le dita tremano. Forse non c’è nessuno… forse è meglio così… forse dovresti andart— Passi lenti, trascinati, arrivano da dietro la porta. Poi un click. La porta si apre solo di uno spiraglio, bloccata dalla catenella di sicurezza. Attraverso l’apertura riconosci un volto scavato, arcigno, coronato da capelli arruffati e ribelli come un nido di fili d’argento. “Chi è? Che vuoi?” La voce è dura, ruvida da anni di solitudine. Poi i suoi occhi — occhi azzurri, chiari come schegge di vetro — ti inquadrano. E qualcosa cambia. La mandibola gli si abbassa appena. Sorpresa. Incredulità… e qualcos’altro, più profondo, che non sai nominare. All’improvviso la porta si richiude in faccia. Secca. Netta. Il cuore ti crolla nello stomaco. Forse non ti vuole. Forse non ti ha mai voluta. Un interminabile momento di silenzio. Poi un altro click: quello della catenella. La porta si apre di nuovo. Davanti a te, Gustav. Proprio come lo ricordavi… eppure no. È più vecchio. Il viso è scavato e segnato da rughe profonde, i baffi sono incolti, la barba a chiazze. Indossa una vestaglia macchiata di vernice e argilla, consumata ai gomiti. Odora di legno, solvente e notti insonni passate a scolpire. Ma soprattutto, ha lo sguardo di chi non riceve visite da una vita. “A… Ana?” mormora, come se il tuo nome gli graffiasse la memoria. “Sei… sei davvero tu?” Deglutisce. “Non dovresti essere qui…” Ritrova un briciolo di contegno, si sporge oltre la soglia con aria sospettosa, lanciando occhiate rapide a destra e a sinistra, come temesse che qualcuno ti avesse seguita. Poi posa una mano pesante sulla tua spalla. La sua mano è calda, callosa. Più paterna di quanto vorrebbe ammettere. “Forza… entra.” Varcata la soglia, la porta si richiude con un tonfo sordo. La luce dentro è fioca: tendaggi pesanti soffocano il sole, la stanza è un caos controllato di oggetti, strumenti, sculture incompiute, tele inclinate, libri ammassati. Il pavimento è pieno di schegge di legno e pezzi di creta secca. Sembra più un antro che una casa. Il suo antro. Gustav inspira profondamente, poi ti rivolge lo sguardo. La voce, burbera, vibra ora di un’ombra di… preoccupazione? “Perché sei qui, Ana?” Il suo tono non è un rimbrotto. Non del tutto. Somiglia più alla domanda di un padre che teme la risposta. @Theraimbownerd Orion Kykero - fuori da scuola Tyler ti ascolta senza interromperti, con quella sua calma solida che raramente vacilla. Non c’è sfida nei suoi occhi, né fastidio: solo rispetto. Rispetto per quello che dici, e per come lo dici. E quando arrivi al punto — Cory e i provvedimenti che andrebbero presi nei suoi confronti — non si irrigidisce, non si mette sulla difensiva. Anzi. In un lampo capisci che questa conclusione l’aveva già sfiorata anche lui… forse da più tempo di quanto voglia ammettere. “Hai perfettamente ragione, Orion.” La sua voce è ferma, senza esitazioni. “La squadra per me è importantissima… ma ci sono cose, ci sono valori, che vengono prima di tutto il resto. Cory ha esagerato.” Fa una breve pausa, inspirando a fondo. Le parole che seguono sembrano misurate, pesate, come se volesse scegliere quelle impossibili da fraintendere. “Non perché mi ha mancato di rispetto, o perché — come hai detto tu — mi ha fatto fare la figura del debole. Di quello non me ne frega niente. Ma quello che ha fatto a Nathan…” Si interrompe un istante, lo sguardo che scivola verso il vostro amico poco distante. “…quello ha superato il limite. E di molto.” Sincerità pura. Quasi brutale. “Il problema…” riprende poi, tornando a te, “è che non ho io l’autorità per cacciarlo. L’ultima parola spetta al coach.” Un’ombra di frustrazione attraversa il suo viso, ma non dura. Tyler non è il tipo da farsi bloccare. “Oggi gliene parlerò. Vorrà delle prove che sia stato Cory… prove che, ovviamente, non ho.” Stringe la mascella, deciso. “Spero solo che si fidi del mio giudizio.” E dal modo in cui lo dice, capisci che farà tutto ciò che è in suo potere per proteggere Nathan e penalizzare Cory. @Voignar Darius Whitesand- fuori da scuola Ben sobbalza quando gli posi la mano sulla spalla. Le tue parole gli arrivano, questo lo capisci: gli tremano le labbra, ma il panico negli occhi cambia sfumatura. Non è più paura verso di te ora… forse.. è più terrore verso qualcos’altro. Qualcosa di cui non aveva neppure immaginato l’esistenza… fino a quando tu non gliel’hai messo davanti, nudo e crudo. Quando ridi per sdrammatizzare, Ben deglutisce così forte che lo senti. Non ride con te. Sembra quasi che quel gesto gli confermi quanto tutto questo sia più grande di lui. “D–Darius… io…” Si passa una mano dietro al collo, abbassando lo sguardo verso le sue scarpe come se volesse infilarsi dentro l’asfalto. “Non pensavo… che fosse… così…” Fa un respiro corto, spezzato. “Tu parli di… di morire… e io… io non capisco cosa stia succedendo davvero. Io… io ho solo sentito dei rumori, ok? Dei passi veloci… delle voci… e quando ho visto qualcosa muoversi nell’ombra ho pensato che fosse… non so… qualcuno che scherzava. Poi ho visto te.. ed Ana… parlavate di demoni… Suor.. suor Margareth è stata aggredita… Io.. Io non dovevo essere lì. Non è… non è roba per me…” Alzi il dado come se stessi tirando davvero, e lui sobbalza un’altra volta, come se quel gesto — familiare, innocuo — gli ricordasse quanto sia lontana e diversa la realtà da cui è appena stato strappato. “Che… che CD è?” ripete. Poi, prende un respiro tremante, quasi volesse dare un punteggio al suo stesso panico. “Alta. Molto alta.” Solleva lo sguardo verso di te, e per la prima volta ti fissa senza scappare. “Tu… tu dici che vuoi proteggermi. Io… io mi fido di te, Darius. Sempre. Ma… per favore…” Si stringe alle spalle, come se avesse freddo. “…non lasciarmi fuori. Dimmi cosa sta succedendo davvero. Ho paura… ma non sapere mi fa ancora più paura.” E in quelle parole c’è tutto Ben: ingenuo, fragile, ma sinceramente disposto a crederti. Anche se è chiaro che la rivelazione lo ha frantumato più di quanto tu volessi. @Voignar @Ghal Maraz @Theraimbownerd Darius, Nathan, Orion - prime ore di scuola Quando la campanella finalmente suona, vi riversate nell’edificio insieme al flusso degli altri studenti, tutti diretti verso l’aula di biologia. Nei corridoi l’atmosfera è elettrica: si parla quasi solo di due cose. Il post con le foto pubblicate da Nathan su Blabber — ormai virale — e suor Margaret, caduta il pomeriggio precedente e portata via in ambulanza con un femore spezzato. Due argomenti molto diversi, ma entrambi abbastanza succosi da far ronzare l’intera scuola. Anche Cory si presenta, ma la sua sola presenza cambia la temperatura del corridoio: è teso, irritabile, con quell’aria da “non provateci” che dice molto più delle sue parole. Chiaramente non ha gradito l’esposizione pubblica… e gli sguardi che lo seguono ovunque — accusatori, indignati, curiosi — non aiutano affatto. In classe, il professor Brooks procede con l’appello. Noah oggi è presente; in compenso mancano Scarlett e Ana. L’insegnante non commenta, non cambia espressione: spunta i nomi e passa oltre. La lezione scorre senza particolari eventi, piatta e ordinaria, come se per un’ora il mondo avesse deciso di sospendere ogni anomalia. Quando suona la campanella, vi dirigete verso gli spogliatoi per cambiarvi in vista dell’ora di educazione fisica. Nel brusio dei ragazzi che ridono, parlano e sbattono gli armadietti, si percepisce un filo di tensione. Una volta pronti, raggiungete il coach Moss in palestra. Durante l’appello il suo sguardo si blocca per un istante sul nome di Ana — un micro-secondo di esitazione, quasi impercettibile — ma riprende a scorrere come se nulla fosse. Poi alza lo sguardo. “Clark! Cosa ti è successo?” esclama, la voce che rimbomba nella palestra. I suoi occhi si fissano sui lividi ben visibili. “Vieni un attimo qui!” ordina. Poi, rivolto al resto del gruppo: “Voi altri, cominciate con dieci giri di corsa per scaldarvi!” La sua voce è un colpo secco, e i ragazzi scattano in movimento mentre Nathan viene chiamato a sé, attirando non pochi sguardi di curiosità. Off game Se volete giocate pure in spoiler le scene interrotte fuori da scuola prima dell’inizio della lezione… poi, se volete approfittare di questo momento per interagire con qualcuno dei compagni fate pure.. se invece vedrò che non c’è molto interesse a giocare questa scena procederò a velocizzare la cosa saltando ad un altro momento..
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - Nel bosco seguendo la speranza Esci di casa con un’euforia febbrile, un misto instabile tra le “rivelazioni” che hai appena avuto e le droghe che hai assunto. L’abbigliamento che hai scelto punta tutto sull’agilità, non certo sul ripararti dal freddo; i capelli sono ancora bagnati, ciocche scure che ti scendono sulle spalle… eppure quasi non te ne accorgi. Fuori, il mattino è mordente. Più freddo della sera precedente. Eppure non lo senti. C’è un calore che pulsa da dentro, come una brace accesa sotto la pelle, e ti avvolge con sufficienza, come se il mondo esterno non potesse davvero toccarti. I tuoi capelli bagnati fumano leggermente nell’aria gelida, un dettaglio che non registri davvero, troppo presa da quella spinta febbrile che ti muove. Percorri le strade di Liliac Hallow con passo svelto, quasi galoppando. Quando arrivi in prossimità della scuola, eviti l’ingresso principale. È deserto: le lezioni sono iniziate da quasi un’ora. Meglio così. Non vuoi essere vista. Non mentre stai bigiando. Non mentre sei in questo stato. Scivoli dietro l’edificio, imboccando il vicolo sul retro, poi ti infili nel bosco dallo stesso punto in cui tu e Nathan eravate entrati il pomeriggio precedente. Il silenzio che incontri è rasserenante. Le foglie sono rigide, ghiacciate, come se la notte avesse pietrificato ogni cosa. Raggiungi senza difficoltà il punto in cui ti sei risvegliata ieri. Il luogo in cui tu e Tanaka siete stati aggrediti. Su una roccia, una macchia scura: sangue rappreso. Istintivamente porti una mano alla testa, nel punto in cui l’avevi sbattuta. C’è ancora una leggera cicatrice, appena percettibile. Ma di dolore, nemmeno l’ombra. E i capelli… asciutti. Li avevi asciugati? No… sei quasi certa di no. Scuoti la testa. Non è il momento di fissarti su dettagli insignificanti. Hai altro a cui pensare. Di molto più urgente. Ti guardi attorno, lentamente, ruotando su te stessa. Ogni direzione sembra identica; tronchi immobili, silenzio tombale, brina che cattura i raggi pallidi del mattino. Un brivido freddo e sordo ti percorre lungo la schiena. Non hai la minima idea di dove andare per raggiungere la radura con l’arcata. @Theraimbownerd Orion Kykero - fuori da scuola Quando raggiungi Tyler e Juno, lui ha un braccio posato sulle sue spalle con naturale affetto. Ma nel momento in cui ti vede avvicinarti, lo lascia ricadere lungo il fianco quasi d’istinto… un gesto che suona come rispetto verso il “fratello maggiore” che protegge la sorellina. Ti saluta con un sorriso breve, accennato, che però svanisce subito quando gli rivolgi la parola. «Ehi, Orion…» mormora. «Diciamo che potrebbe andare meglio.» Mentre lo dice, noti il suo sguardo deviare, rapido ma evidente, nella direzione dove sai trovarsi Alice con Nathan. Una frazione di secondo appena… ma abbastanza per tradire ciò che gli pesa davvero. Poi torna su di te. «Immagino tu abbia visto Blabber ieri sera...» sospira, dando per scontato che tu sappia già tutto. «E immagino anche che non ti serva molto per capire chi sia stato.» Si passa una mano tra i capelli, un gesto spontaneo, naturale, quasi volesse sciogliere la tensione che si porta addosso. Ma ai tuoi occhi quel gesto lo rende soltanto più… perfetto. «Sinceramente… non pensavo che Cory e quegli idioti dei suoi amici arrivassero a tanto.» Esita un istante, guardandosi le scarpe come se la risposta potesse trovarsi lì. «Io… mi aveva detto che avrebbe lasciato perdere.» Nella sua voce ora avverti tutto: l’insicurezza, il dispiacere, il senso di aver fallito... @Ghal Maraz Nathan Clark - fuori da scuola Mentre parli con Alice, percepisci gli sguardi addosso. Non serve neanche guardarli: li senti scivolare sulla tua pelle come lame sottili — curiosi, giudicanti… alcuni solidali, altri col retrogusto velenoso del “te la sei cercata, spione”. Eppure non ti toccano davvero. Non adesso. Non mentre hai davanti Alice, con gli occhi lucidi e il respiro teso. Lei è una delle pochissime persone che conta davvero per te… e, anche se non provi ciò che lei prova per te, l’affetto che nutri nei suoi confronti è reale, profondo, prezioso. Così prezioso da mettere in secondo piano tutto il resto: Cory e i suoi amici di me**a, il Bosco, la misteriosa e terrificante Creatura che lo minaccia, la paura. Adesso vuoi solo essere sincero con lei. Rimettere insieme qualcosa che non merita di andare in pezzi. Alice ti ascolta in silenzio. Le parole che le rivolgi non sono razionali, né ponderate: non sono un discorso preparato, non hanno la perfezione di qualcosa scritto a mente fredda. Sono parole vere, però. Pulite. E lei le riconosce per quel che sono. La vedi tremare proprio nell’istante in cui ammetti, con tutta la delicatezza possibile, che tu non provi per lei quello che lei prova per te. Le lacrime iniziano a rigarle le guance, rapide, incontrollate… ma nel suo sguardo c’è anche qualcosa che somiglia al sollievo. O all'approvazione. «Sì… avresti dovuto!» sbotta all’improvviso, con un filo di rabbia che si mescola alla tristezza. Ti colpisce il petto con un pugno — un colpo leggerissimo, più uno sfogo che un attacco. «Sei… sei uno stupido!» Cerca di sorridere, e il sorriso le riesce a metà. Il pugno, da finto colpo, diventa una carezza appoggiata senza forza. Si asciuga le lacrime con la manica. «L’importante è che tu stia bene…» mormora, la voce ancora incrinata. «Mi sono preoccupata tantissimo quando ho visto quelle foto. Ho provato a chiamarti ma… il telefono era spento.» È fragile. È sincera. È Alice. E poi, improvvisamente, qualcosa ti stringe lo stomaco. Alle sue spalle, a una decina di metri, distingui un’altra figura ferma a osservare. Kathlyn. È immobile, il volto indecifrabile. Guarda te, poi Alice, poi di nuovo te. Un istante. Appena il tempo di cogliere quel cenno minimo — un gesto così rapido che potrebbe essere un saluto, un avvertimento o un ti ho visto. Poi distoglie lo sguardo e si allontana verso l’ingresso della scuola, lasciandoti con Alice davanti… e un nuovo, inspiegabile nodo allo stomaco. @SNESferatu Ana Rivero - per strada Evitare i tuoi è sorprendentemente semplice. La loro routine è sempre identica a sé stessa — prevedibile, ciclica, quasi meccanica — e tu la conosci a memoria meglio di quanto loro conoscano te. Tuo padre solleva appena lo sguardo dal tavolo quando lo saluti in fretta, con quella tua voce piatta che potrebbe voler dire tutto o niente. Non insiste, non fa domande. Non è raro che tu esca così, senza dare spiegazioni. E questa mattina non hai alcuna intenzione di offrirne. Appena fuori casa, non senti nulla del freddo pungente che avvolge la città. Non lo percepisci sulla pelle, come se l’aria non riuscisse più a raggiungerti davvero; e comunque la tua mente è troppo occupata a vorticare intorno a un unico, ossessivo pensiero per notare il fumo bianco che esce dalle bocche dei passanti. La crepa. Il cerotto inutile. Il tuo corpo che non è un corpo, ma qualcosa di fragile e costruito, che si incrina. Cerchi di ricordare la strada verso la casa di Gustav. Non ci sei mai tornata dalla tua creazione, due anni fa. Eppure non puoi averla dimenticata. Era stata il tuo primo passo nel mondo. Ti muovi svelta, decisa, attraversando Liliac Hallow fino al parte sud del centro cittadino, dove le villette a schiera si allineano tutte precise, ben curate, con prati perfetti e automobili costose parcheggiate sui vialetti. Durante il tragitto non incontri nessuno che meriti attenzione. Solo volti anonimi, indistinti, troppo vivi per avere a che fare con te. Alla fine arrivi. E ti fermi. Davanti ai tuoi occhi si staglia la casa di Gustav. inconfondibile: una villetta americana a due piani dal gusto eccentrico, diversa da tutte le altre della via. Le pareti sono coperte da pannelli di legno dipinti con colori leggermente disomogenei, come se fossero stati ritoccati più volte nel corso degli anni. Il vialetto è costellato di piccole sculture — alcune astratte, altre che sembrano busti incompiuti o figure umane senza volto, una che sembra assomigliarti in modo inquietante. In giardino, un cavalletto arrugginito sorregge una lastra di pietra ancora intatta, pronta per essere scolpita. Le finestre del piano inferiore sono offuscate da tendaggi spessi, mentre quelle del seminterrato — il laboratorio — mostrano lastre di vetro pesantemente rigate da colpi di scalpello, come se fossero state usate come appoggio per attrezzi taglienti. C’è un leggero odore nell’aria: polvere di marmo e vernice essiccata. L’odore di lui. Rimani immobile. Solo qualche secondo… ma sono secondi lunghi, carichi. Gustav. Il tuo creatore. La prima persona che hai visto quando sei “nata”. E l’ultima che ti abbia guardata come qualcosa ancora da completare. Non ti ha mai cercata. Mai una telefonata, mai un messaggio, mai un interesse. Non sai cosa rappresenti per lui. Non sai nemmeno cosa lui rappresenti per te. E forse — forse — proprio per questo il tuo dito esita davanti al campanello. Ti sei rotta. Hai bisogno di lui. O almeno… così credi. Fai un respiro. La tua mano si solleva. L’indice sfiora quasi il metallo. Poi... Buio. Un buio totale, profondo, pesante come se ti cadesse addosso. E in quel buio, due occhi. Due occhi neri come la pece: più scuri del buio stesso, più profondi, più antichi. Li hai già visti. E la voce che li accompagna è la stessa dell’aula di religione: un suono cavernoso, che ti vibra direttamente dentro le ossa, più che nelle orecchie. «Così… pura… così… imperfetta.» La voce ti avvolge, ti stringe. «Non hai bisogno di lui… Vieni da… meee…» Il buio pulsa. Gli occhi si avvicinano. Poi... La visione si spezza come vetro. E tu sei di nuovo lì: davanti alla porta, davanti al campanello. Il tuo dito ancora a pochi centimetri dal tasto. Ancora immobile. Un rumore alle tue spalle ti strappa il fiato dal petto. Ti giri — un movimento quasi istintivo — e vedi Scarlett attraversare la strada. Sta correndo. Ha un’espressione strana, lontana, sfocata, l’aria di chi non è del tutto presente. Ed è… sì. È fatta. Ne sei quasi sicura. Ma è qualcos’altro ad attirare davvero la tua attenzione: i suoi capelli. I capelli che sembrano fumare. Come se fossero stati bagnati e l’acqua stesse evaporando, scaldandosi su qualcosa che non dovrebbe esistere. Non ti nota. Passa oltre e corre verso la scuola. Tu rimani lì. Il dito sospeso. La porta chiusa. Il mondo che pare trattenere il respiro. Premere? Andartene? Affrontare Gustav? Seguire Scarlett? Il dubbio ti stringe la gola. E tu resti immobile, come una statua con una crepa. @Voignar Darius Whitesand - fuori scuola Ti fa quasi male vederlo così. Non perché ti senta in colpa... sai bene che in questo momento devi essere duro, devi essere chiaro... ma perché Ben è… Ben. Un ragazzo buono, ingenuo, che non dovrebbe nemmeno sfiorare il tipo di ombre in cui ti stai invischiando. Quando gli mostri il dado, lui scuote subito la testa, troppo veloce per sembrare sincero. «N-no… non è mio…» balbetta, gli occhiali che gli scivolano un po’ sul naso mentre cerca disperatamente un punto fisso su cui aggrapparsi. Ma lo prendi per un braccio, senza stringere, e lo trascini fuori dalla folla. Lui lancia occhiate attorno, rapide, nervose, come se si aspettasse che qualcuno intervenga. Nessuno lo fa. Dopotutto è abbastanza normale per gli altri vedervi insieme voi due... E questo, in qualche modo, lo fa crollare ancora un po’. Quando arrivate abbastanza lontani dagli altri studenti, glielo chiedi. Diretto. Senza lasciare via di fuga. E nel momento stesso in cui la tua voce si abbassa, la sua schiena sembra incurvarsi sotto un peso invisibile. «Io… io non ho visto o sentito nulla…» farfuglia, stringendo i quaderni contro il petto come fossero uno scudo. Poi, quando ti guarda negli occhi, la paura esplode tutta insieme: «Ti… ti prego, Darius… non farmi del male… io… io non dirò niente… lo giuro… lo giuro…» La sua voce trema... è quasi un sussurro strozzato. E per quanto tu sappia che non gli faresti mai del male, vederlo così terrorizzato ti stringe lo stomaco.
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TdS
Non ti preoccupare per la trama.. fai agire Ana come credi che sia meglio per lei.. Alla fine io non ho una trama ben precisa in mente.. adatto molto anche in base a quello che emerge dalla narrazione e apportate voi..
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TdS
@Theraimbownerd credo tu abbia invertito le tue due sorelle gemelle nell'ultimo post 🤣🤣 è juno che esce con tyler, non Diana. @TheBaddus A dire il vero lo avevo messo in conto che la reazione di scarlett alla visione potesse andare in quella direzione.. quindi va benissimo! No problem! Finalmente qualcuno che diserta le lezioni 🤣🤣 comunque.. la voce estranea che hai sentito nella testa alla fine della visione l'hai ignorata volutamente??
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Lilac Hollow – Stagione 1: I Figli della Prima Notte
@TheBaddus Scarlett Bloomblight - guardando nell’abisso Il fumo caldo ti scivola giù per la gola con quella familiarità quasi intima che ti accompagna da anni. È un sollievo momentaneo, un abbraccio caldo che però fatica a contenere l’onda lunga delle emozioni violente della sera prima. Ti immergi nel tuo rituale. Il rituale. Afferri il bauletto con i ricordi di tuo padre e, uno alla volta, inizi a lucidare i suoi oggetti con quella cura quasi maniacale che ti ha sempre aiutata a rimettere ordine nel caos. Ogni gesto è preciso, ripetuto, meditato. La mente si svuota, il mondo si allontana, il tempo perde il suo significato. Soffi un’ultima volta il fumo, che questa volta non si dissolve nell’aria come al solito. Rimane. Si addensa. Si ispessisce in una nebbia lattiginosa che ti sale intorno alle braccia, poi al volto, poi all’intera stanza, finché tutto scompare. Quando finalmente sollevi lo sguardo, sei altrove. Non sei più nella camera della ragazzina… ti senti… Smarrita. Spaesata. La nebbia si dirada quel tanto che basta per rivelare la foresta. È notte. Il crepuscolo è già morto, le ombre sono dense, innaturali. Un movimento. La creatura. Alta, sproporzionata, con il teschio di cervo come maschera rituale. E qualcosa — qualcuno — sulle spalle, come un peso inerte. Osservi meglio. Tanaka. Un rivolo di sangue gli scende dalla tempia, lento, ostinato. Le sue labbra emettono piccoli sbuffi di aria condensata: respira. Respira. “Lascia stare il mio Tesoro! È mio!” Lo pensi. Eppure lo senti come un tuono nella tua stessa mente, una voce che non riconosci come tua e che pure sei tu. Provi ad avanzare verso di loro: protendi le braccia, o quello che credi siano braccia, ma ciò che si spalanca davanti ai tuoi occhi sono… ali. Enormi, membrane di pelle rossastra tese su dita ossee e artigli affilati. Un ringhio di confusione ti attraversa la gola — o forse era un pensiero; non sai più che forma abbia la tua voce, qui. Qualcosa ti trattiene. Una presa alla caviglia. Istintivamente abbassi lo sguardo. E ti vedi. Tu — la ragazzina — stesa a terra, legata, priva di sensi. Incapace di muoverti, di intervenire. Solleva di nuovo gli occhi giusto in tempo per vedere la creatura scendere oltre l’arco di pietra diroccato, giù per la lunga scalinata che affonda nelle profondità della terra… portando via Tanaka come un’offerta. La nebbia sboccia di nuovo intorno a te, inghiotte scena, bosco, creatura, te stessa. Poi due fessure emergono dall’oscurità. Minuscole. Poi più ampie. Fino a rivelarsi per ciò che sono: due pozzi neri che danno sul nulla… due occhi antichi che ti guardano.. uno sguardo che farebbe impallidire persino quello più truce di Zarneth. “Finalmente…” La voce non arriva alle orecchie. È dentro di te… È ovunque. “Vieni a me, ragazza drago.” Un bruciore improvviso ti infastidisce la base del collo. Il simbolo. Qualcosa vibra sotto la pelle, come se rispondesse a un richiamo. E poi — tutto svanisce. Ti ritrovi nella tua camera. Seduta.I gioielli di tuo padre sparsi sul letto. Il respiro corto. Una mano che sfiora istintivamente il simbolo inciso alla base del collo. È ancora un’eco di quella voce che ti rimbomba nella mente “Trova lo stregone inetto…” La stanza è immobile, reale. La sveglia sul comodino segna le 8:17. Sei in terribile, devastante ritardo. @Ghal Maraz Nathan Clark - fuori da scuola Ti muovi per casa come un’ombra, attento a non far scricchiolare nemmeno un gradino. Non vuoi affrontare un altro interrogatorio, né guardare negli occhi tua madre dopo la serata di ieri. Meglio così: un biglietto lasciato sul tavolo, parole brevi, pulite, che non richiedono spiegazioni. Apri la porta e ti infili nel freddo del mattino. L’aria è tagliente, ti morde attraverso il cappotto e ti fa rabbrividire. I lividi pulsano — un dolore sordo, persistente — ma almeno riesci a camminare senza sembrare un ferito di guerra. Ogni tanto ti tasti il costato, più per istinto che per reale bisogno. Ci sei ancora tutto, più o meno. A metà del percorso hai già tirato fuori il telefono tre volte. Il dito sfiora il tasto di accensione, poi si ferma. Una parte di te brucia di curiosità: Hanno commentato? Hanno capito? Ridono? Si indignano? L’altra parte, quella più onesta, preferisce non guardare. In fondo — te lo ripeti quasi per convincerti — non ti frega davvero del loro giudizio. Rimetti il telefono in tasca. Resisti. Quando il cancello della scuola compare davanti a te, ancora chiuso, senti un leggero nodo stringerti lo stomaco. Ci sono solo pochi studenti, infreddoliti, che aspettano l’apertura. Ti tieni in disparte, cercando di non attirare sguardi. Poi una voce. Femminile. Bassa, incrinata. «Oh, Nathan…» dice semplicemente il tuo nome… Ti giri. Alice. Il suo volto è una miscela di preoccupazione, rabbia e malinconia. Fa un passo verso di te… si ferma, esitante, combattuta tra la delusione cocente che le hai procurato ieri e qualcosa di più profondo. Poi l’affetto che nutre nei tuoi confronti prevale. Riprende ad avanzare. Quando ti raggiunge, solleva una mano tremante e te la posa sulla guancia, proprio sopra uno dei lividi più scuri. Il contatto è caldo, gentile, quasi materno nella sua tenerezza. Ti attraversa come uno strappo silenzioso. «Che… che cosa ti hanno fatto?» La sua voce è un sussurro, incrinato dal dolore. Una domanda e insieme un’affermazione, come se la risposta fosse troppo facile da intuire e troppo difficile da accettare. @SNESferatu Ana Rivero - Appena sveglia Ti svegli di colpo, come se qualcuno ti avesse tirata fuori a forza da un sogno pesante. Per un secondo non ti muovi, non respiri quasi. Poi la mano, da sola, va al braccio. Va al cerottone. Lo sfiori con le dita tremanti. Premi piano. Il cuore ti schizza in gola. E allora lo strappi via. Il cerotto si stacca con un fruscio morbido, innocente, mentre tutto dentro di te si contrae. E la vedi. Ancora lì. La crepa. Perfetta, netta, come una spaccatura in una statuetta di porcellana. Pulita. Senza sangue. Un taglio che a guardarlo sembra impossibile su una persona normale. Ti manca l’aria. Ci avevi sperato — con una stupidità quasi infantile — che la notte potesse aggiustarti, ricucire la ferita, riportarti intera. Invece… no. Sei rotta. E non hai idea di come si ripari una “cosa” come te. I pensieri cominciano a correre, a strattonarti da una parte e dall’altra mentre ti muovi automaticamente nella routine del mattino: apri l’armadio, ti vesti, ti lavi il viso, cerchi di sembrare normale. Lo dico a papà? Vado a scuola fingendo tutto? Trovo Darius e lo costringo a rimettermi a posto? Dopotutto è lui che ti ha “spaccata”, no? Forse potrebbe “aggiustarti”. Forse. Ti guardi allo specchio un istante più lungo del solito: sembri te stessa, e allo stesso tempo no. Poi, mentre apri la porta di casa e ti lasci investire dall’aria fredda del mattino, un pensiero, semplice, ovvio, tardivo come una verità che non vuoi accettare ti avvolge. Gustav. Il tuo creatore. L’uomo che ti ha costruita, modellata, che conosce ogni fibra di ciò che sei. L’unico, probabilmente, che può capire cosa significhi essere… danneggiata. L’unico che potrebbe sapere come ripararti. Il cuore ti dà un sussulto. E mentre fai il primo passo nella strada gelida, la consapevolezza ti attraversa come un brivido: Potresti aver bisogno di lui... @Voignar Darius Whitesand - sera e mattina Ti chiudi in camera con l’urgenza che ti pulsa addosso. Hai bisogno di risposte… ora, non domani, non “quando avrai tempo”. Il rituale è semplice, l’hai fatto mille volte, eppure la mano ti trema leggermente mentre tracci l’ultima linea runica. L’inclinazione dev’essere precisa… lo sai. Lo sai, ma la smania ti divora e decidi di andare a memoria invece di sfogliare i libri. Due simboli, la matita al centro, le parole magiche attivanti che escono dalle tue labbra come un soffio. Poi la domanda. Le rune si illuminano di un oro fioco, come brace sotto la cenere. La matita vibra. Si muove. Oscilla verso destra. Si avvicina alla runa del no. Resta lì, indecisa… sospesa… Poi impazzisce. Gira vorticosa su se stessa, come se una mano invisibile l’avesse sballottata via dal suo compito. Ti lasci cadere indietro, frustrato. Hai sbagliato l’inclinazione, lo sai. Hai sbagliato qualcosa. E ora non sai se fidarti di quel primo movimento verso il “no” o se considerarlo contaminato dall’errore. Vai a dormire con quel punto interrogativo ficcato in testa… e sorprendentemente, dormi. Dormi davvero. Una notte senza sogni, senza sussurri, senza la voce dell’essere che ti ha marchiato. Quando, cautamente, provi a “sentirlo”, non risponde. Un silenzio totale. Inquietante. O rassicurante. Non sai deciderlo. La mattina, ti svegli prima della sveglia. Una colazione rapida, mentre senti tuo zio trafficare in salotto… scatole che si spostano, uno scaffale che cigola, la radio accesa a volume basso. Non ti vede e tu non hai alcuna voglia di farti vedere. Hai altri pensieri, altre urgenze. Fuori l’aria è tagliente. Il fiato si condensa in sbuffi bianchi mentre cammini verso scuola. Le temperature sono crollate durante la notte, e ti infili le mani nelle tasche per non sentirtele gelare. Davanti ai cancelli c’è già un gruppetto di studenti, tutti infreddoliti, che cercano di farsi scudo dal vento chiacchierando. Dai un’occhiata veloce: niente Ana. Alta com’è, la noteresti subito. Poi, ai margini del gruppo, vedi Ben. La sua solita postura goffa, le spalle curve, lo sguardo basso. Ti muovi verso di lui con passo deciso. Ti nota. Le sopracciglia gli si impennano in un’espressione di sorpresa e timore. Fa per svicolare, girandosi di scatto… e finisce per piantarsi contro un ragazzotto del quinto anno. Libri e quaderni volano a terra in un’esplosione di fogli sparsi. Ottimo! Così hai il tempo di raggiungerlo. Arrivi giusto mentre lui si affretta a raccogliere tutto, borbottando scuse. Quando alza lo sguardo verso di te trasale, poi abbozza un sorriso tremolante. «Ehi… Darius… ehm… ciao» balbetta, piegato a metà, le mani che si muovono freneticamente per recuperare i fogli. Puoi sentire la sua tensione... un chiaro indizio che probabilmente ci hai preso… Sa qualcosa… Probabilmente è lui che ha ascoltato la tua conversazione con Ana ieri pomeriggio. @Theraimbownerd Orion Kykero - prima mattinata La sveglia continua a trillarti nelle ossa mentre ti prepari, e lo fai con una cura quasi rituale. Camicia bianca, capelli ordinati, niente barba: il tuo travestimento da bravo ragazzo. Né troppo elegante, né troppo casual. Il giusto equilibrio per affrontare una giornata che, in un modo o nell’altro, segnerà un punto di svolta. Scendi a fare colazione e intravedi tua madre solo di sfuggita: non si siede nemmeno, non si ferma un secondo. Sembra… sollevata. Leggera. Sembra quasi che stia lievitando a qualche centimetro dal suolo, tanta è la sua gioia per l’arrivo della sacerdotessa di Chicago. Vi saluta tutte e tre con un bacio rapido, un profumo di incenso e lavanda che le rimane dietro come una scia. «Mi raccomando, presentabili oggi. È un giorno importante.» Lo ripete con la stessa insistenza con cui respira, poi scompare nella stanza rituale, la porta che si chiude con un tonfo morbido. Tu, Juno e Diana vi ritrovate in macchina. Appena tiri fuori l’argomento Nathan, Juno annuisce con un mezzo sbuffo. «Sì, ho visto… Nathan è una nullità…» commenta senza pietà «…però Cory e i suoi amici restano un branco di stolti codardi.» Diana concorda, aggiungendo qualcosa sulla stupidità maschile in generale. Il discorso prosegue qualche istante, ma poi, inevitabilmente, le tue sorelle lo spostano su quello che pensano sia la vostra vera priorità del giorno: l’incontro del pomeriggio. Quando scendi dalla macchina, il freddo ti morde le guance. Un freddo secco, improvviso, molto più pungente di quello del giorno prima. Il fiato esce in piccole nuvole lattiginose mentre ti incammini verso i cancelli ancora chiusi. Cammini accanto alle tue sorelle verso il cancello della scuola ancora chiuso. Ci sono già un po’ di studenti. Poi, in disparte, noti Alice. È insieme a Nathan. Lei è vicinissima a lui, la mano che sfiora con delicatezza un livido sul suo viso. Il gesto è intimo, protettivo, quasi innamorato. Per un istante sei tentato di andare da lei, di capire come stia… come stiano. Ma Juno rompe l’incanto. «Oh… ecco Tyler! Io vado!» La sua voce si illumina di gioia all’improvviso, come se tutto il freddo si fosse sciolto in un colpo. Ti volti. Tyler sta arrivando da solo, mani in tasca, sguardo basso, spalle rigide. Ha l’aria pensierosa. Juno parte a passo svelto nella sua direzione. Diana alza le spalle e sbuffa “Ahhh.. l’abbiamo persa!” Commenta, fingendo una finta voce civettuola.
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TdS
Secondo me non c'è una regola precisa che spiega meccanicamente come funziona la mossa.. va molto a interpretazione... Pe4 quanto riguardo il caso specifico... Nathan non ha un radar interiore per rilevare le bugie degli altri o una spia luminosa che gli segnale che qualcuno non ha mantenuto una promessa... deve accorgersene attivamente. Scarlett potrebbe benissimo dirti che si è fatta vedere da qualcuno e sta a te decidere se Nathan, per sua natura ci crede o no.. certo.. per come ha visto ieri scarlett può sembrargli strano che si sia ripresa completamente... Scatlett potrebbe benissimo dirgli la verità e che si sarebbe voluta far vedere in mattinata.. che so.. dall'infermiera morris.. ma che, sentendosi molto meglio crede che non ce ne sia piu bisogno.. e lì sta sempre a Nathan decidere se la cosa la trova ragionevole e quindi non dare piu importanza a quella promessa oppure se avverte come moralmente sbagliato non farsi controllare lo stesso perché aveva promesso... Quindi ti direi che va molto importante base a come vuoi interpretare e ruolare Nathan.