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Il destino di Bonnie

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Bluebonnet Thibodeaux

Hai girovagato a lungo per le terre selvagge, scoprendo nuovi monti, altissime cascate, e fitte foreste di aghifoglie . Non hai avuto bisogno di nessuno in questo viaggio. Troppo presa dal contemplare le meraviglie che scoprivi ogni giorno con il tuo vagabondare.

Ti sei arrangiata cacciando e procurandoti tutto ciò che ti occorreva dalla natura. È il tuo mondo e tuo zio e tutto la tua tribù ti hanno insegnato quanto serve per sopravvivere nelle terre selvagge.

Il tuo viaggio ti ha condotto però al limitare delle terre civilizzate , e mentre cammini ti accorgi come cambia il territorio. I boschi cedono il passo a grandi appezzamenti lavorati dall'uomo. I sentieri si immettono in grandi viali , strade composte prima da ghiaia e poi in un lastricato di pietra che non hai mai visto prima. Ma la cosa che ti stupisce di Più è la gran quantità di viaggiatori che incontro che vanno e vengono a piedi o con dei carri lo lungo la via.

Sei distratta dalla varietà dei colori e delle tipologie delle vesti, o delle merci trasportate dai carri. Ma nonostante la tua Costante meraviglia le tue orecchie non possono fare a meno di captare che da qualche parte c'è una grande festa che chiamano fiera. E tutta questa gente proviene da lì raccontando meraviglie che ti sembrano assurde o vi si sta recando carica di aspettativa.

In lontananza vedi quella che capisci essere la città di cui tutti parlano : un grande villaggio con case di legno e pietra circondata da mura .

La tua meraviglia cresce a mano a mano che ti avvicini e scopri quanto è grande la cittadina.

La folla inizia ad accalcarsi in prossimità della porta cittadina ove quattro guardie fanno i controlli alla popolazione che entra ispezionando i carri e facendo pagare i dazi regolari.

Poco più avanti di te vedi un grosso mezz'orco, probabilmente un cacciatore che sta discutendo perché le guardie vogliono che la sua sgrossa ascia venga assicurata con un laccio di cuoio e la lama coperta da un sacco di pelle rinforzato.

Dopo un po'il cacciatore desiste di fronte all'inflessibilità delle guardie che da quattro giorni fanno lo stesso lavoro e acconsente a far assicurare le armi che trasporta.

A quanto capisco le armi devono essere trasportate nel fodero e legate con il laccio per renderne difficoltosa l'estrazione.

Tra poco toccherà a te farti ispezionare per poter accedere a questa nuova e strana realtà.

@Dardan a te.

L'ingresso per i visitatori ala fiera è gratuita, un arma assicurata richiede un azione di movimento per essere sguainata. Se si viene beccati dalle guardie con l'arma non assicurata si paga una multa. Se beccati una seconda volta si viene espulsi dalla città o arrestati se si oppone resistenza. Ho già deviato dall'avventura originale... non riesco proprio ad essere fedele a quanto scritto... spero ti divertirai. Ovvio sentiti libero di espandere le descrizioni dal Punto di vista del tuo PG.

Modificato da Monkey77

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@ Presentazione

Scheda

https://www.myth-weavers.com/idunn/sheets/?id=d350f6c6-29ac-48c4-9749-c961749cf999

Aspetto

Davanti agli occhi dei passanti si presenta una ragazza umana decisamente giovane, dall'età apparente di circa diciassette anni. Ha una corporatura minuta, è alta un metro e cinquanta e pesa meno di cinquanta chili. I suoi lineamenti del viso conservano una purezza quasi infantile, incorniciati da una pelle chiara ma leggermente ambrata, segnata dal sole d'alta quota e dal vento dei ghiacciai. Sotto un cappuccio scuro e logoro si spalancano due grandi occhi espressivi di un nocciola chiaro, costantemente sgranati in un'espressione di perenne, sognante e quasi comica meraviglia. Cammina spesso a bocca aperta, distratta da qualsiasi colore o dettaglio del paesaggio, dimostrando una sbadataggine e un'inattenzione totali verso ciò che le accade intorno.

Indossa una veste marrone grezza, rattoppata grossolanamente sulle cosce con cuciture sfilacciate, e una mantella corta i cui bordi sono ornati da piume scure e scaglie opache. Attorno agli avambracci e ai palmi delle mani porta vistose ed eleganti fasce di tessuto azzurro vivido, che creano un forte contrasto con la povertà dei suoi abiti. Nonostante l'aspetto apparentemente indifeso e le braccia esili, la ragazza trasporta con impressionante disinvoltura sulla schiena una colossale spada a due mani, racchiusa in un fodero di legno massiccio, venato e pesantissimo. Dal pomolo dell'elsa sporge una singola piuma scura che oscilla a ogni suo passo felpato, un'arma monumentale che sembra del tutto sproporzionata per la sua stazza e che suggerisce la presenza di una forza fisica nascosta fuori dal comune.

BG

Cresciuta tra le vette silenziose e le valli sconfinate, lontano dalle pietre e dal baccano delle città degli uomini, la giovane Bluebonnet Thibodeaux ha sempre considerato la natura selvaggia come la sua unica, vera casa. Per tutti quanti lei è semplicemente Bonnie, una ragazza nata e cresciuta in seno ai Thibodeaux, un clan numeroso, rustico e rumoroso di boscaioli, conciatori e cacciatori del nord. La sua infanzia è stata scandita dal mutare delle stagioni, dal fischio del vento tra i pini e dal baccano costante delle risate e dei litigi dei suoi molti fratelli e cugini. Eppure, nonostante la presenza di una famiglia così grande, il destino di Bonnie ha preso una piega più solitaria e contemplativa. Un anziano zio del clan, un vecchio eremita che viveva isolato in una capanna di pietra lavica tra i ghiacciai superiori fungendo da custode e vedetta dei passi montani, vide in quella ragazzina qualcosa di speciale. Colpito dai suoi occhi sempre spalancati sul mondo e da una resistenza fisica fuori dal comune, lo zio decise di prenderla sotto la sua ala come apprendista, insegnandole a tracciare i sentieri, a prevedere il clima e a muoversi nel fitto dei boschi senza alterare l'equilibrio della vallata.

Per anni, Bonnie ha vissuto a metà tra i raduni festosi del suo grande clan e il silenzio rigoroso delle cime insieme a suo zio. Ha dovuto imparare a leggere ogni singola traccia impressa sul fango o sulla neve, sintonizzando i propri sensi sui respiri segreti della foresta. La sua veste marrone ha l'aspetto grezzo e logoro di chi passa i mesi a dormire all'addiaccio ed è stata rattoppata più volte sul campo con cuciture sfilacciate lungo le cosce, utilizzando ago e tendini di preda , le spalle e i bordi della sua mantella corta sono ornati da piume scure e scaglie opache, piccoli trofei ed elementi naturali raccolti insieme allo zio per mimetizzarsi meglio durante le lunghe ore di pattugliamento. Le fasce azzurre che Bonnie porta avvolte strette attorno agli avambracci e ai palmi delle mani richiamano cromaticamente il fiore selvatico da cui prende il nome, ma sono una protezione indispensabile per evitare che i rovi e la vegetazione fitta le graffino la pelle mentre si apre un varco nei boschi.

Invece di indurire il suo carattere, la vita trascorsa in solitudine ha preservato nel volto di Bonnie una purezza quasi infantile. Sotto il cappuccio scuro si spalancano grandi occhi espressivi di un nocciola chiaro, costantemente persi in un'espressione di genuina meraviglia e sorpresa, come se ogni dettaglio naturale fosse un miracolo da studiare per la prima volta. Questa sua perenne curiosità la porta spesso a camminare con la bocca leggermente dischiusa, del tutto distratta dalle minacce immediate perché affascinata dal paesaggio. Chi la incontra lungo i sentieri potrebbe scambiarla per una viandante smarrita e indifesa, ingannato dalla sua corporatura minuta e dalle sue braccia apparentemente esili. In realtà, quegli arti sottili nascondono fasci muscolari e tendini densi e compatti come flessibili radici di ferro, forgiati da anni di arrampicate e duro lavoro manuale.

Il vero simbolo della forza di Bonnie è la colossale arma ancorata alla sua schiena tramite una solida tracolla di cuoio. Si tratta di una gigantesca spada a due mani, racchiusa in un imponente fodero di legno massiccio, venato e pesante. Questa spada le è stata ufficialmente donata dallo zio quando ha completato il suo addestramento come esploratrice dei passi; era l'arma cerimoniale che il vecchio usava per aprirsi la strada tra i tronchi caduti o per difendere i confini del territorio familiare. Dal pomolo dell'elsa, che sporge obliquamente sopra la sua spalla destra, pende una singola piuma scura, un talismano beneaugurante legato dallo zio per augurarle un cammino sicuro...

Ora, del tutto libera di fare quello che vuole e padrona del proprio destino, Bonnie ha deciso di assecondare quell'indomita curiosità che l'ha sempre spinta a guardare oltre l'orizzonte. Ha salutato la sua numerosa famiglia e ha iniziato a camminare per il solo piacere di scoprire cosa si nascondesse al di là dei confini innevati che conosceva fin dall'infanzia. Senza ordini da eseguire o doveri da rispettare, i suoi passi l'hanno condotta per la prima volta lontano da casa, fino alle porte della civiltà. Ferma davanti alle imponenti mura bianche di una città fortificata, osserva quel labirinto di pietra con la consueta e sognante meraviglia, pronta ad esplorare questo nuovo e bizzarro mondo che si nasconde tra gli uomini...

Il suo clan

Nelle valli d’alta quota che tagliano le montagne del nord, la civiltà dei grandi regni e delle città fortificate non è altro che un’eco lontana, priva di qualsiasi importanza per la popolazione locale. Quei territori selvaggi e impervi appartengono da generazioni ai Thibodeaux, un clan umano numeroso, ramificato e tenace che vive secondo le proprie leggi ancestrali, ignorando i re, i confini e le tasse del mondo civile. Essi sono l’incarnazione dei più puri uomini dei boschi: una stirpe di boscaioli, cacciatori, conciatori e distillatori, temprati da un clima spietato e da una terra che non regala nulla a nessuno. Divisi in decine di famiglie che condividono lo stesso sangue, vivono in piccole comunità di baracche di legno massiccio e pietra lavica arroccate sui costoni di roccia, dove il fumo dei camini è l'unico segno di vita per miglia e miglia di isolamento.

La vita all'interno di questo clan è scandita da un bizzarro ma affascinante contrasto tra una rozza durezza quotidiana e un calore comunitario travolgente. I membri della comunità lavorano duramente dall'alba al tramonto nel fitto delle foreste; sono persone di pochissime parole con gli stranieri, diffidenti e guardinghe verso chiunque indossi abiti troppo puliti o armature cittadine sfarzose, che considerano simboli di debolezza. Ma tra di loro, nei raduni familiari attorno ai grandi fuochi durante i solstizi, il clan esplode in una caciara selvaggia e spensierata fatta di risate sguaiate, balli ritmati dal battito dei piedi sulle assi di legno e fiumi di un fortissimo liquore artigianale distillato segretamente con radici di montagna e grano selvatico, una bevanda capace di stordire un orco ma che i Thibodeaux bevono con allegria. Pur amando visceralmente la propria libertà individuale, la loro lealtà verso il sangue comune è assoluta e indissolubile: se qualcuno tocca un singolo membro dei Thibodeaux, l'intera vallata risponde imbracciando asce da boscaiolo e archi da caccia. Non combattono per la gloria, per il denaro o per la corona, ma per difendere la propria terra e l'autonomia della famiglia. Non hanno accademie d'arme o caserme, ma i patriarchi tramandano ai giovani come tracciare le bestie, leggere i mutamenti del vento e usare armi pesanti da lavoro con una forza tendinea spaventosa.

Il nucleo familiare più stretto di Bonnie riflette appieno lo spirito indomito e rurale di questa gente delle cime. Suo padre, un uomo massiccio e silenzioso con le mani perennemente segnate dalla resina, si chiama Gideon Thibodeaux, ed è considerato uno dei più abili tagliapietre della vallata, mentre sua madre, Maeve Thibodeaux, possiede lo stesso temperamento radioso della figlia ed è nota nel clan per la sua abilità nel conciare le pelli e preparare decotti medicinali. Bonnie è cresciuta in mezzo a una prole caotica e rumorosa, dividendo la baracca con i suoi fratelli maggiori Caleb e Silas, entrambi boscaioli già capaci di abbattere una quercia in pochi colpi, e con il fratellino minore Tobias, un bambino di soli otto anni che passa le giornate a imitare i grandi cacciando topi con una fionda. Tra le sorelle spiccano Clara, una ragazza laboriosa ed esperta nella tessitura che ha aiutato Bonnie a rattoppare la sua veste marrone prima della partenza, e la piccola Hanna, una bimba spensierata che ha intrecciato per prima i fili azzurri attorno alle sue protezioni. La guida spirituale di questa numerosa famiglia rimane tuttavia il vecchio Zio Bartholomew, l'eremita dei ghiacciai superiori e patriarca della stirpe che ha preso Bonnie sotto la sua ala, affiancato nelle decisioni importanti del clan dal burbero Cugino Jedidiah, il distillatore capo che custodisce i segreti del liquore di radici, e dall'anziana Zia Martha, una donna severa che custodisce la memoria orale e le leggende degli antichi montanari.

Le dita mi si stringono attorno alle fasce azzurre che avvolgono i miei palmi, quasi a voler cercare il contatto familiare con quel tessuto che odora ancora di muschio e del vento del nord della mia casa. Cammino a passi lenti, quasi esitanti, muovendomi con la grazia scattante e silenziosa che mio zio mi ha insegnato per non spezzare i rami secchi nel sottobosco. O meglio, mi muoverei così se la mia testa non fosse completamente altrove.

Ho la bocca leggermente dischiusa e i miei grandi occhi nocciola spalancati, persi in una meraviglia così assoluta da lasciarmi del tutto scoperta di fronte a ciò che mi circonda. Per giorni ho girovagato da sola tra montagne incontaminate e fitte foreste di aghifoglie, ma questo... questo bizzarro ammasso di pietra e carne mi sta mandando totalmente in confusione. Fisso il lastricato sotto i miei piedi, affascinata da come gli uomini siano riusciti a tagliare la roccia in forme così geometriche e innaturali; poi il mio sguardo si perde verso le merci trasportate dai carri, distratta dalla varietà di colori accesi delle stoffe dei mercanti, tinte così vive che tra le mie vette semplicemente non esistono. Sento i frammenti di discorso sulla "fiera", sulle prelibatezze e sulle stranezze che vi si trovano, e nella mia mente spensierata quelle parole risuonano come le vecchie storie di spiriti che il mio clan raccontava la sera davanti al fuoco. Una fiera. Una festa gigante. La mia anima montanara, abituata ai rari ma rumorosi raduni del clan Thibodeaux dove si balla fino all'alba, si risveglia con un sussulto di pura eccitazione. Voglio vedere. Voglio scoprire tutto.

Ma la folla inizia ad accalcarsi in prossimità della porta cittadina e lo shock della realtà mi piomba addosso sotto forma di quattro uomini in armatura rigida. Guardie. Li osservo incuriosita, studiando il modo in cui il sole si riflette sul metallo delle loro corazze pulite, pensando a quanto debbano essere goffi e rumorosi nel fitto di un vero bosco.

La discussione poco più avanti tra i soldati e quel grosso cacciatore mezz'orco mi ridesta parzialmente dal mio stato di trance sognante. Vedo la sua grossa ascia da caccia venire avvolta nel sacco di pelle e bloccata con quel laccio di cuoio. Sento le parole delle guardie ed esamino me stessa. Sotto la mia tunica marrone, logora e rattoppata più volte sulle cosce con tendini di preda, il mio giaco di maglia perfetto è completamente invisibile. Il mio arco corto da caccia è saldamente ancorato di lato allo zaino, accanto alla mia unica faretra con le venti frecce. Ma poi c'è lei. La colossale spada a due mani che mi svetta oltre la spalla destra, racchiusa nel mastodontico fodero di legno massiccio, venato e pesante che mi ha donato mio zio. Una lama del genere non si può nascondere. È l'arma cerimoniale della mia gente, uno strumento nato per abbattere i tronchi e difendere i confini del clan. La piuma scura che pende dal pomolo dell'elsa oscilla pigramente nel vento, quasi a ricordarmi il mio addestramento e la mia devozione ai sentieri selvaggi nel nome di Ehlonna.

So che se dovesse scoppiare una rissa là dentro, quel legaccio mi richiederà un'intera azione di movimento solo per liberare l'acciaio, ma il mio istinto mi dice di essere paziente. Dopotutto, non ho intenzione di fare del male a nessuno; voglio solo curiosare tra le bancarelle a bocca aperta e assecondare la mia curiosità.

Quando la fila avanza e tocca finalmente a me farmi ispezionare per accedere a questa nuova e strana realtà, faccio un piccolo passo avanti. Immagino che il contrasto sia quasi comico per loro , una ragazza dall'aspetto minuto, con le braccia apparentemente esili e un'aria del tutto innocente e spaesata, che trasporta sulla schiena un'arma monumentale adatta a un veterano del doppio della sua stazza. Sollevo lo sguardo verso la guardia più vicina, regalandole un sorriso limpido e radioso privo di qualsiasi malizia o diplomazia cittadina...

Salute a voi, uomini della città di pietra...esclamo, con la mia voce limpida che porta ancora l'accento ruvido delle comunità del nord...la mia gente non usa legare il ferro quando entra in un villaggio, ma non sono venuta qui per cercare il sangue...se la legge di questo strano posto dice che la spada dello zio deve riposare legata nel suo fodero, mostratemi pure come stringere questo laccio. Voglio solo vedere i colori di questa fiera di cui tutti parlano...

Mentre parlo, faccio scivolare leggermente la tracolla di cuoio sul petto e inclino il busto in avanti per permettere alla guardia di raggiungere più facilmente l'impugnatura e il fodero di legno dello spadone, offrendo la mia preziosa arma per l'ispezione con totale e spensierata fiducia, pronta a farmi legare la lama pur di varcare quella grande porta e scoprire cosa si nasconde tra gli uomini.

Modificato da Dardan

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L' ingresso.

La guardia, un signore di mezza età che entra a malapena nell'armatura imbottita di ordinanza ,che già di prima mattina puzza di sudore e con l'alito puzzolente per i denti marci ti ride in faccia di fronte il tuo ingenuo modo di parlare.

Ha ha ha..ragazzina sei molto divertente. Dai mi raccomando fai che quando ridarai la spada a tuo zio i legacci restino ben serrati. Se tuo zio è grosso come questa spada c'è nece ne accorgeremo subito se non la porta assicurata. E poi divertiti alla fiera, capito bimba?

Senza lasciarti modo di replicare ti mostra l'ingresso libero e passa a visionare la coppia di viandanti successiva.

La via principale si dischiude dinnanzi a te nel quarto ed ultimo giorno della fiera. Banchi dai tendaggi multicolori sono posizionati ai lati della larga via principale mentre, piccoli venditori ambulanti, acrobati e circensi occupano il centro.

Armi, ceramiche, stoffe, oggetto intagliati, gioielli... sono solo alcuni degli articoli a disposizione per chi gira tra i banchi. Invece venditori ambulanti di panini, focacce e dolcetti al miele vendono da mangiare a chi vuole mangiare mentre osserva gli spettacoli di mangiafuoco, acrobati, trampolieri ed altri artisti dalle vestii multicolore.

Stai girando osservando meravigliata questo spettacolo multicolore quando urti ( o vieni urtata) da un ometto più piccolo di te vestito in modo bizzarro che si schianta ai tuoi piedi rotolando sul selciato.

Haaarg! Guarda dove vai!

Esclama sgorbutico dopo il sonoro crack del banco portatile che porta al collo indica che ha subito un qualche tipo di danno.

Si rotola stringendosi il braccio prima di alzarsi mostrando un forte dolore

Ecco!.... l'hai rotto e ora come faccio a guadagnarmi da vivere? Aspetta non commentare..sono un potente mago...se vuoi e paghi ti posso leggere il futuro nelle carte. Non sei curioso quale amore destino e fortuna ti spetta ragazza? Per 10 monte d'argento posso farlo. Oppure possiamo scommettere a trova la carta, se indovino mi dai tu i soldi altrimenti te li do io, hai 59 possibilità di vincere contro 1 ci stai? Dai me li devi dopo lo spintone che mi hai dato?

Il piccolo uomo dalla pelle grigiastra e la lingua lunga ti guarda con uno sguardo carico di aspettativa dall'alto del suo metro e venti.

Non conosci i giochi di carte, ma il tipo sembra molto convincente nell'affermare le sue ragioni...come comportarsi???

@Dardan a te

Modificato da Monkey77

Rimango un attimo a bocca aperta a guardare la guardia che mi ride in faccia con i suoi denti marci, ma prima che io possa rispondergli che mio padre Gideon dice sempre che le risate allungano la vita, l'uomo mi ha già spinta avanti. Sento il peso dello spadone dello zio Bartholomew sulla schiena, stretto e impacciato da quel legaccio di cuoio cittadino che mi hanno messo attorno al fodero di legno ferreo. Mi sembra una regola che vale meno del fumo di un camino spento, ma per come la vedo io, se serve a non far agitare questi uomini di pietra con le armature strette, posso anche tenermelo.

Farsi solo tre passi oltre la grande porta e la testa mi inizia a girare per la troppa caciara. C’è più movimento qui che nel bosco profondo quando i lupi si contendono una cerva! Sbatto le palpebre, con gli occhi sgranati e la bocca leggermente dischiusa, del tutto rapita dai tendaggi multicolori, dal profumo dolce delle focacce al miele che solletica il mio naso da montanara e dai trampolieri che camminano alti come giovani pini. Sono così del tutto distratta a fissare un mangiafuoco, cercando di capire se stia usando la resina o qualche strano misticismo cittadino, che le mie orecchie non sentono il rumore dei passi che si avvicinano...

CRACK.

Ooh!...esclamo, facendo un balzo all'indietro con grazia, mentre un bizzarro ometto grigiastro, piccolo quasi come i cuccioli del mio clan, rotola sul lastricato proprio davanti ai miei piedi.

lo guardo rialzarsi tutto sgangherato, stringendosi il braccio e urlando contro di me...quando sento il sonoro rumore del suo banco di legno spaccato, il mio cuore si stringe per il dispiacere...mio zio mi ha insegnato a rispettare il lavoro di chiunque, e vedere gli attrezzi di questo piccoletto ridotti in pezzi mi fa sentire proprio in colpa, anche se io suppongo di averlo urtato solo perché avevo gli occhi persi a guardare altrove.

Mi inclino in avanti, abbassando il busto e portando le mani avvolte nelle fasce azzurre verso le ginocchia per guardarlo dritto in faccia, studiando la sua bizzarra pelle grigia con sincera e ingenua curiosità.

Oh, per tutti i furetti della foresta, mi dispiace un sacco, piccolo uomo!...esclamo, la mia voce limpida dal ruvido accento del nord che risuona genuina e senza un briciolo di malizia...Mio fratello Caleb dice sempre che chi cammina guardando le cime degli alberi finisce sempre per calpestare i nidi a terra...non volevo spaccare il tuo vassoio di legno, davvero.

Lo ascolto mentre si proclama un potente mago, parlando di carte, futuro, destini e scommesse bizzarre. Non ho mai visto un mazzo di carte in tutta la mia vita sulle montagne; la mia gente si sfida a chi solleva i ceppi di quercia più pesanti o a chi beve più distillato della notte senza cadere dalla panca, non con questi pezzetti di carta colorata...non ho mai visto un mazzo di carte in tutta la mia vita sulle montagne e, a essere sincera, tutte quelle parole e quei numeri bizzarri mi scivolano addosso senza che io ci capisca un granché , ma la sua parlantina è così fluida e convincente che mi sembra un tipo bizzarro ma amichevole...eppure, l'onestà dei Thibodeaux viene prima di tutto...

Un mago, dici? Beh, per come la vedo io, hai un aspetto davvero stravagante per comandare i misticismi della terra!...gli rispondo regalandogli un sorriso radioso e amichevole, del tutto ignara del fatto che stia cercando di imbrogliarmi...io non ne so nulla di carte e di fortune, e l'argento nel mio borsello preferisco tenerlo per comprare del cibo vero prima di rimettermi in viaggio , ma sono una ragazza onesta, e visto che il tuo banco si è preso un brutto spintone per colpa della mia sbadataggine, non mi sembra giusto andarmene senza rimediare...

Mi raddrizzo, infilo le dita sotto la tunica marrone logora e apro il mio borsello di cuoio, tirando fuori una singola, lucente moneta d'argento, mostrandogliela sul palmo della mano con assoluta trasparenza.

Non voglio scommettere sul mio destino, piccolo mago, perché mi piace essere libera come il vento che soffia sui ghiacciai e decidere da sola dove posare i piedi. Ma ecco, prendi questa moneta d'argento. Spero che ti basti per comprare dello spago robusto o della resina di pino per rimediare al crack del tuo legno. E se il tuo braccio fa ancora male, posso mostrarti come ci prendiamo cura dei tagli noi montanari, ci scommetto che tornerà solido come prima in un attimo!

  • Autore

... Lo gnomo dalla pelle smunta ti guarda deluso per un frammento di secondo prima di tornare alla carica. Oh non è un problema ti ringrazio comunque guarda che belle le mie carte... Ti si avvicina mostrandoti i tarocchi laminati in avorio, mentre li fa scorrere veloci tra le dita gli cascano su pavimento, hooops... Si china a raccoglierle poi si rialza e con una certa fretta si congeda.

Rapidità di mano 24 vs osservare 3 non so se ti interessa che mostro i tiri dimmi tu.

Mi è andata male questa volta ti saluto ragazza...

Si gira per andarsene quando vedi un crepitio scintillante e il suo viso muta per alcuni secondi in una espressione inebetita.

Una voce minacciosa proveniente dalle tue spalle ti fa sobbalzare.

Restituisci alla ragazza la scorsella con le monete se non vuoi finire incenerito all'istante.

Ti volti e vedi un uomo di mezza età, fai lunghi capelli biondo cenere e un'espressione poco rassicurante. I suoi abiti sono eccentrici ricoperti di scaglie colorate di un qualche rettile sconosciuto.

Sai cosa odio di più di voi mezzuomini dalla lingua lunga? I mezzuomini imbroglioni.

Lo gnomo ripresosi dallo stordimento scruta un secondo il pericoloso individuo che noti avere una mano con indice e anulare legati assieme da un laccio di cuoio mentre l'altra è libera da impedimenti , con le dita posizionate a toccarsi in modo strano.

Dopo aver analizzato la situazione il piccolo imbroglione lancia ai tuoi piedi il sacchetto in cui tenevi le monete e sbuffando si regola tra la folla.

Il misterioso arcanista osserva il ladruncolo sparire poi rilasa la mano ed inizia a riannodare le dita come prevede la legge cittadina.

Sbriga i tuoi affari e poi tornare e nei tuoi monti ragazza della foresta, le città nascondono bestie peggiori di lupi e orsi. E non pensare che io sia intervenuto per aiutarti, semplicemente odio i piccoli imbroglioni, e tutti coloro che manipolano ed ingannano. Tornatene di tui lupi e le tue alci.

Detto questo si volta e se ne va sparendo tra la folla lasciandoti sola in mezzo ad una fiera che non appare più così meravigliosa.

Comunque sei libera di esplorarla ed acquistare qualunque cosa desideri, dai vetri colorati alle piume di aquila gigante, ad armi di ottima fattura.

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@Dardan a te. I png tengo a farli parlare più con le azioni che con le descrizioni, non vorrei che pensassi che possano mettere in ombra il PG perché non è quella l'intenzione lo dico in anticipo anche se non credo che serva. Sei libero di esplorare fiera e città come desideri.

Modificato da Monkey77

Rimango lì a battere le palpebre per qualche istante, guardando lo gnomo che fa cadere le sue carte d'avorio e si congeda in tutta fretta. Sto ancora pensando a quanto siano goffi questi cittadini persino a tenere in mano dei pezzi di carta, quando la terra sembra quasi tremare sotto i miei stivali scamosciati.

Un crepitio di scintille, la faccia del piccolo mago che diventa tutt'a un tratto inebetita e, subito dopo, una voce che sembra il rombo di un tuono estivo proprio sopra le mie spalle mi fa fare un balzo che quasi mi porta a sbattere contro un banco di dolciumi.

Mi volto di scatto, con la bocca spalancata e il cuore che batte forte, non per la paura, ma per la pura sorpresa di quel misticismo improvviso. Davanti a me c'è un uomo biondo cenere che sembra uscito da una delle leggende più cupe dello zio Bartholomew: abiti eccentrici ricoperti di scaglie lucide come quelle di un rettile mostruoso e lo sguardo di chi non ha mai sorriso in tutta la sua vita. Osservo le sue mani, notando il laccio di cuoio che gli stringe le dita proprio come la legge di questo posto impone per le armi e gli incantesimi, e per un attimo mi domando se tutti i cittadini abbiano l'abitudine di legarsi i pezzi del corpo pur di vivere insieme.

Poi, con un sonoro rumore sulla pietra del lastricato, il mio borsello di cuoio ricade proprio tra i miei piedi.

Abbasso lo sguardo, confusa, e solo in quel momento realizzo quello che è appena successo. Mi tocco il fianco con le mani avvolte nelle fasce azzurre, scoprendo che la tasca della tunica è plumb vuota. Quell'ometto grigio mi aveva ripulito le tasche mentre raccoglieva le sue carte colorate, e io, con la testa persa tra le nuvole del mercato, non me n'ero accorta minimamente! Mi sento un furetto sciocco, una cucciola distratta che si è fatta distrarre dal luccichio di un falò.

Mi chino a raccogliere il borsello, stringendolo al petto, mentre lo gnomo sparisce tra la folla e l'arcanista biondo si volta per andarsene, sputando parole dure come pietre di fiume. Dice di tornarmene tra i miei monti, tra i miei lupi e le mie alci, perché la città nasconde bestie peggiori dei mostri dei boschi. Dice che non lo ha fatto per me.

Ma la gente del clan Thibodeaux non lascia mai un debito scoperto, e un avvertimento sincero per quanto ruvido merita sempre un ringraziamento , faccio due passi rapidi in avanti per non perderlo nella calca, parlando a voce alta per farmi sentire sopra il baccano dei venditori ambulanti.

Ehi, uomo con le scaglie di rettile!...esclamo, con la mia parlata lenta e l'accento ruvido del nord che taglia l'aria della fiera...Mio padre Gideon dice sempre che non importa se raccogli una mela caduta perché hai fame o solo perché odi vederla marcire a terra, l'albero ti è grato comunque! Io suppongo di essere stata una sciocca con la testa tra le nuvole, ma le tue scintille hanno salvato l'argento della mia famiglia, e questo per me vale molto di più delle tue parole da temporale.

Lo guardo sparire tra la folla, mentre le sue parole sull'oscurità di questo posto mi rimangono impresse nella mente. Abbasso lo sguardo sulla fiera. Per un momento, i colori dei tendaggi e il profumo delle focacce al miele sembrano meno luminosi, macchiati dalla consapevolezza che qui gli uomini usano la destrezza delle dita per rubarsi il pane a vicenda invece di aiutarsi...

Ma la spensieratezza dei Thibodeaux non è un ramoscello che si spezza al primo soffio di vento. Stringo la tracolla di cuoio del mio spadone, raddrizzando le spalle sotto la mantella di piume. Lo zio mi ha mandata a scoprire il mondo, e non sarà certo un piccolo imbroglione grigio a farmi scappare di nuovo verso i ghiacciai superiori prima ancora di aver visto cosa c'è oltre queste mura bianche. Anzi, ora la mia curiosità è ancora più grande: se questo posto nasconde bestie peggiori di lupi e orsi, allora significa che dovrò tenere gli occhi un po' più aperti e la mano vicina al ferro dello zio, legaccio o non legaccio.

Apro il borsello per controllare che le mie monete d'oro e d'argento siano tutte al loro posto, rassicurata dal loro tintinnio rurale. Ho ancora settanta monete che pesano sul fianco e un intero mercato da esplorare. Mi rimetto a camminare, muovendomi con un pizzico di attenzione in più tra i carri e la folla, ma lasciando che lo sguardo torni a farsi rapire dalle merci stravaganti.

Cammino lentamente tra i banchi, lasciando che la spiacevole sensazione del borseggio scivoli via come l'acqua piovana sulle piume della mia mantella. Questa città sarà anche pieno di insidie, ma io suppongo che ci sia ancora troppa bellezza da scoprire per starsene con il muso lungo.

I miei stivali scamosciati mi portano prima verso la bancarella dei vetri colorati , mi fermo lì davanti a bocca aperta, incantata da come quelle boccette e quelle lastre sottili riescano a intrappolare la luce del sole, spaccandola in frammenti azzurri, rossi e verdi che sembrano gemme di ghiaccio lavico. Ne sfioro una con le dita avvolte nelle fasce, chiedendomi se in città usino queste magie trasparenti per bere il distillato o solo per abbellire le finestre delle case.

Poi, un profumo selvaggio e familiare attira la mia curiosità di montanara verso una bancarella decisamente insolita, dove un mercante espone delle enormi piume di aquila gigante. Mi avvicino stiracchiando il collo, con gli occhi nocciola spalancati per la sorpresa. Guardo le piume scure cucite sulla mia mantella e poi guardo quelle: sono monumentali, larghe quanto la lama del mio spadone! Mi viene subito da pensare allo zio Bartholomew e a come gli brillerebbero gli occhi se potesse vederle...chissà da quale nido sperduto tra le vette più impervie provengono, o se appartengono a qualche rapace mitico benedetto da Ehlonna.

Infine, quasi per istinto, i miei passi si arrestano davanti a un banco pesante, carico di armi di ottima fattura. Non guardo le spade corte o i pugnali da cittadini, ma i grandi ferri da battaglia. Mi metto a osservare le asce bipenni e i grandi spadoni d'acciaio lucido esposti, confrontandoli mentalmente con l'arma che porto ancorata sulla schiena, stringendo per un riflesso protettivo la tracolla di cuoio ed penso a mio padre Gideon e ai miei fratelli Caleb e Silas, a quanto riderebbero nel vedere queste lame cittadine così lucide e senza neanche un graffio , e mi scappa un sorriso sincero mentre allungo il collo per spiare come sono fatti i pomoli delle spade degli uomini del sud.

Modificato da Dardan

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... mentre osservo l'incredibile varietà di armi da guerra esposte, notando la semplice, ma ottima fattura . Ti accorgi che dietro il pesante carro che espone la merce c'è un negozio con una insegna su cui è città la parola Fucina. Dall'interno senti un vociare di una lingua dura come la pietrame il rimbombo di un martello che Picchia con forza contro un incudine. Ma non è questo che ti spinge a varcare la soglia fumosa del negozio, quanto un disegno sbiadito sul portone spalancato di uno spadone fiammeggiante su campo rosso. È lo stesso simbolo inciso in piccolo nell'elsa del tuo gigantesco spadone. Hai passato ore su ore a prenderti cura dell'arma dello zio lucidando quel piccolo blasone immaginando l'enorme lama prendere fuoco.

I tuoi passi ti conducono fino al portone, dove la tua mano accarezza il legno ormai vecchio osservando da vicino il disegno sbiadito che tanto ti ha colpito. All'interno della stanza vedi un bancone che divide a metà la sala e dall'altra parte un nano muscoloso dai capelli rossi battere il martello su un incudine gigante, alternando la battitura al riscaldare il pezzo nella forgia rovente per evitare che l'acciaio diventi fragile.

In mezzo a quel calore c'è anche la figura di una vecchia nana, seduta su una sedia con piccole rotelle sotto i piedi. Il corpo e ormai gobbo, piegato da una vita dura di sacrifici, ma gli occhi sono due pozzi neri come caverne luccicanti di una lucida vitalità.

La sua voce, roca ma ancora potente ti risveglia dal tuo mondo di contemplazione.

Hei tu, bambina! Vieni da me e fammi vedere lo spadone che grava sulla tua schiena. Horglan fermati un momento abbiamo ospiti.

Nonostante la fragilità del corpo si pone come una donna forte abituata a dare ordini e vedere eseguito quanto dice senza essere contraddetta.

Il nano dai muscoli mantidi di sudore obbedisce all'ordine senza discutere e si mette da parte bevendo da un otre lasciando passare l'anziana nana che si avvicina al bancone con la sua sedia mobile.

Hai appena subito una truffa, ma l'anziana nana non sembra avere cattive intenzioni. Se assecondare la sua richiesta o meno è una decisione che potrebbe rivelarsi determinante per il tuo cammino.

@Dardan a te.

Modificato da Monkey77

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