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"Shogun" di James Clavell


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Un romanzo spettacolare come pochissimi ce ne sono, per la precisione nella ricostruzione storica, per la profondità dell’introspezione psicologica dei tanti personaggi, per lo spaccato della società, cultura e filosofia nipponica che offre, o più semplicemente per le straordinarie emozioni che sa suscitare.
In verità fatico anche a trovare le parole che rendano giustizia a questo capolavoro di quasi duemila pagine che ho divorato in poche settimane. Se proprio devo sbilanciarmi allora mi sento di dire che quanto ho apprezzato maggiormente è stata la costante comparazione tra la considerazione della vita, l’amore e la morte nella civiltà occidentale, che sebbene riferita al ‘600 è pressoché uguale a quella contemporanea, e in quella nipponica. La ricerca della bellezza in ogni gesto e la familiarità con la morte permeano la quotidianità di ogni uomo o donna nel “Paese degli Dei”. Il costante derogare all’attaccamento alla vita in favore dell’osservazione degli ideali di lealtà e obbedienza al proprio signore inducono ogni uomo o donna a guardare con estremo distacco la vita, a considerarla effimera come un’alba, né più o meno auspicabile della morte. Un approccio a tutte le cose degli uomini che appare perfino assurdo, disumano. E ancora: una società infinitamente più libera nei confronti del sesso o anche solo del corpo e della nudità ma che non concepisce neanche vagamente l’amore come è stato fondato in Occidente dal Cristianesimo, la cura per il prossimo, per i più deboli, la presenza nel dolore del prossimo. Tanto meno l’amore romantico, pressoché sconosciuto a meno di poche eccezioni, scaturite pure da una comune passione per l’altro tra uomini e donne, ma che comunque è sempre naturalmente assoggettata al volere del proprio feudatario che dispone matrimoni, concubine e pure divorzi. Un aspetto della società orientale a dir poco inconcepibile per noi che pure solo “recentemente” ci siamo affrancati dalla tradizioni dei matrimoni concordati tra famiglie.
Fosse anche solo per questo è un’opera che qualunque occidentale dovrebbe leggere per almeno provare ad affrancarsi dall’idea di appartenere a una civiltà superiore, di essere perfino ontologicamente superiori a qualunque uomo che non sia nato in Europa o Nord America mentre appare così evidente nel romanzo, e il protagonista ne è ben consapevole, che non siamo altro che il prodotto della nostra cultura, di circostanze più o meno favorevoli. E di come ogni cultura rechi in sé delle contraddizioni che se non viviamo come aperti conflitti, finanche laceranti, è solo per niente altro che una consuetudine, un’abitudine a non pensare, a non farci domande per non minare il fragile equilibrio che ci permette, seppure tra tanti marosi, di rimanere a galla nella tempesta della vita.

Voto: 5/5

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