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Icaro110
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Ho recentemente iniziato a scrivere un libro fantasy, dopo aver fatto vari tentativi con storielle minori. L’incertezza e la paura sono forti in me, quindi pensavo di condividere in questa sezione (che mi pare di aver capito essere quella giusta) i primi estratti del racconto, per sapere un po’ di vostre opinioni e migliorie!

Spoiler

L’aria era secca e calda, tipica di una serata estiva, non la migliore per un viaggio lungo come quello che aveva appena affrontato Hell. Una settimana e mezza di cammino, o di vagabondaggio  per meglio dire. Il lato ovest di Siratur era principalmente desertico, se non per brevi tratti nella zona costiera, e per un genasi come lui era di certo impensabile  riuscire ad approfittare di una carovana per un trasporto. Niente è facile per un genasi in realtà, quale umano si fiderebbe di questo strano incrocio con un elementale? Hell aveva imparato a capirlo col tempo, nessuno si fidava di lui, lo temevano, quasi lo consideravano una maledizione; ma col tempo aveva anche imparato a darci meno peso: gli umani semplicemente avevano paura di ciò che non conoscevano, ed è molto più facile odiare che provare a mettersi in gioco. Qualche genasi era stato in grado in passato di ricoprire qualche ruolo importante, magari un famoso banchiere oppure un facoltoso mercante, e se pure per questi individui aleggiava sfiducia figuriamoci per un misero mercenario come lui. Misero non più in realtà, almeno non dopo aver stretto un patto con lui, motivo stesso del suo viaggio. Il deserto terminava man mano che si faceva più visibile la tortuosa strada battuta  che portava all’ingresso settentrionale di Destom, solchi di ruote di carro erano ancora freschi della giornata, così come innumerevoli impronte di persone dirette verso il deserto, forse un grande mercato aveva appena lasciato la città dirigendosi più a Nord.

La notte era scesa ed assieme a lei una leggera brezza dava un po’ di riposo al giovane viaggiatore, giunto ormai al termine del viaggio. Hell aveva scorto le alte mura di Destom già da qualche centinaio di metri di distanza, ma ora che si trovava così vicino rendevano la maestosità militare per cui la città era famosa. Delle guardie erano appostate sul camminatoio, armate di archi e balestre, quattro erano invece quelle di guardia al portone di ingresso, due per lato. Stavano per chiudere l’ingresso, vista l’ora tarda, quando una delle quattro, la più esile tra quelle figure, scorse Hell che si avvicinava e gli fece cenno di affrettarsi. I quattro portavano un’armatura completa, uno scudo nella mano sinistra ed una spada, al momento rinfoderata. Il falco stilizzato nero su sfondo giallo, simbolo della città, era cucito su un pezzo di stoffa che ricopriva la parte alta dell’armatura, così come ricopriva il lungo mantello, anch’esso giallo, che portavano le guardie.

La più giovane parlò nuovamente: “Siete un viaggiatore? Dovete registrarvi prima di entrare in città”. Aveva un fare altezzoso, ma la voce lasciava intuire un leggero timore; a giudicare dall’armatura nuova e per nulla ammaccata il ragazzo doveva essersi arruolato da poco, magari era addirittura il suo primo giorno. La domanda non sorprese affatto Hell, era tipico che le città tenessero un registro sulle persone che entrano ed escono, ed aveva anche poco senso mentire se gli scopi della visita non erano loschi. “Hell Ironblaze, sono qui per lavoro” gli rispose il genasi, anch’egli con un fare altezzoso che gli era tipico. A differenza delle guardie lui portava solamente una cotta di cuoio borchiato con una spada sul fianco destro, i capelli biondi ricadevano disordinati poco sopra gli occhi, rossi fuoco, traccia del suo lignaggio elementale. 

“Benvenuto in città, ragazzo” rispose un’altra delle guardie “Vedo che portate una spada, spero che non abbiate in mente di causare problemi” continuò quello. “Niente affatto, ma di questi tempi è meglio essere in grado di difendersi dai pericoli. Ma proprio perché non sono qui per questo, non è che sapreste indicarmi una buona locanda in città? Il viaggio è stato lungo, vorrei riposarmi e mangiare qualcosa” gli rispose. “Magari anche un bel bagno” rispose scherzando la guardia, con qualche risata del resto del gruppo. Effettivamente il viaggio nel deserto lo aveva impolverato non poco, e un bagno avrebbe aiutato anche a togliere buona parte della stanchezza. 

“Comunque” continuò la guardia “ci sono solo due locande in città, sai, Destom è principalmente un grande centro militare. Se siete iscritto alla Gilda c’è un loro centro ad un centinaio di metri dalla porta Sud”. Hell conosceva bene la Gilda, ma ovviamente non ne faceva parte. Era una specie di gigantesca compagnia di mercenari, o avventurieri come si facevano chiamare. L’iscrizione era semplice e non richiedeva requisiti particolari, e man mano che si otteneva successi nelle missioni si saliva di grado, aumentando di pari passo guadagni, vantaggi e rispetto. La Gilda aveva un centro in quasi tutte le città maggiori, gli affiliati potevano utilizzarli sia per ottenere incarichi sia come locanda, con prezzi agevolati per poter essere fruibili a tutti. “Non faccio parte della Gilda purtroppo” rispose il ragazzo, “Allora troverete perfetta per voi la locanda dell’Ascia Intagliata, la gestisce un mezzorco sulla mezza età, ma è molto cordiale”

Si salutò con le guardie, che fecero suonare la campana per avvisare i ritardatari come lui dell’imminente chiusura dei portoni. La strada, a differenza di quella esterna, era lastricata ed era inoltre evidente la struttura a scacchiera che formava con le numerose intersezioni con le strade secondarie. Per adesso, nella parte più esterna della città, Hell notava solo delle semplici case, due piani al massimo, completamente in pietra e con i tetti piani. L’aspetto generale era quello di un quartiere pulito, molto sobrio, non si intravedevano senzatetto per le strade e nessuno brutto ceffo che sarebbe stato meglio evitare. Destom, come già detto, è conosciuta per essere una grande città-stato militare, che si preoccupa molto dei suoi cittadini e che cerca di evitare frivolerie inutili. Al comando è presente una riunione dei quattro comandanti della città, ognuno dei quali si occupa anche di uno dei quattro quartieri dellla città, divisi a seconda dei punti cardinali. Le primarie fonti di sostentamento erano l’agricoltura e le miniere di ferro, il quale veniva poi utilizzato in gran parte per la fabbricazione di armi, armature e beni di primo utilizzo. Il commercio non è infatti molto sfruttato, tendendo ad importare solo ciò che non si può produrre direttamente in città, ed esportando praticamente nulla invece. 

Man mano che Hell avanzava per le strade iniziò a notare un cambiamento nelle strutture, ora infatti prevalevano le officine, le armerie ed i negozi di prima necessità. Un’armeria in particolare attirò la sua attenzione: la luce all’interno era ancora accesa e si sentivano rumori di metallo battuto dall’interno. La vecchia porta di legno era sbarrata con una grata metallica, che sembrava essere stata cambiata da poco. La porta, invece, presentava numerosi tagli e qualche segno di lievi bruciature. Quello che più l’aveva incuriosito era però l’insegna: un grande sorriso stilizzato svettava sotto la scritta “La morte ti sorride”, curioso come nome, pensò il ragazzo. Sotto linsegna vi erano poi scritti due nomi, uno in nanico: Dorven O’Briesky, che Hell riuscì a leggere. Il secondo era invece scritto in qualche altra lingua a lui sconosciuta. Rimase lì qualche minuto, provando a sbirciare all’interno dalle finestre ma esse erano schermate dall’interno, fino a quando una folata di vento gli fece salire un brivido lungo la schiena e decise di continuare la strada verso la locanda. Dopo un centinaio  di metri la strada si aprì in una piazzetta circolare lastricata in marmo bianco, da cui partivano altre tre strade, una centrale e le altre laterali. Al centro della piazza una inquietante statua scura ritraeva una figura incappucciata con le braccia aperte, come un invito ad un abbraccio. Svoltò a sinistra e dopo cinque minuti arrivò nei pressi della locanda. Una musica lenta proveniva dall’interno, mentre qualche risata rivelava la presenza di qualche cliente. Hell si prese un secondo prima di entrare, tirò su la sciarpa bianca che portava al collo, a coprirsi così anche la parte inferiore del volto. Fu proprio in questo momento che si accorse che qualcosa non andava. Tralasciando i suoni della taverna, non un singolo fruscio di vento gli stava facendo compagnia; nessun rumore di insetti o qualche suono in lontananza. Un brivido gli corse lungo la schiena, un silenzio del genere non era mai un buon segno, e tese l’orecchio per provare a captare qualche suono. Restò in ascolto per 5 minuti, fino a quando un cliente ubriacò aprì la porta per tornare a casa: “Permesso!” esclamò singhiozzando. Il ragazzo si riprese e lasciò passare l’alto uomo barcollante, mai infastidire un ubriaco, e si decise ad entrare.

Come chiuse la porta due ombre scattarono veloci per i tetti della città, leggeri e senza emettere nemmeno un rumore, se non quando uno disse in tono roco “Sta cominciando

 

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2 ore fa, Icaro110 ha scritto:

i primi estratti del racconto, per sapere un po’ di vostre opinioni e migliorie!

Letto, le critiche te le ho messe in spoiler divise per paragrafo.

Usi troppo infodump.
 

Spoiler

 

primo paragrafo: ripetizione di genasi. Spero che Hell non sia l'incrocio con un elementale del fuoco. Un po troppo infodump

secondo paragrafo: distanza, se sono maestose le vedi anche a 1 km di distanza, e man mano che avanza ne coglie i particolari: torri, feritoie, camminamenti, eccetera. Sull'invito ad entrare: un po' frettoloso e lascia un po perplessi: una cittadella militare che invita il primo che passa ad entrare?

terzo paragrafo: quale ragazzo?. Nome: sarebbe bene evitare nomi in inglese se non sei in inghilterra e il personaggio non è inglese (di lingua/cultura)

quarto paragrafo:  :)

quinto paragrafo: troppo infodump

sesto paragrafo: 

2 ore fa, Icaro110 ha scritto:

già detto, è conosciuta per essere

illeggibile! Troppo infodump. Tutto all'imperfetto non è un gran chè. 

settimo paragrafo. Perchè la statua è inquietante? Parli del silenzio, ma è una cosa nuova (magari era presente in parti che non hai postato), non c'è un contrasto con un qualsiasi suono precedente, al di là di quello dell'officina.  


 

 

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  • 5 months later...

Non so se si tratti di necroposting ma dovrei aver letto nelle regole che non è considerato tale se viene semplicemente usata una discussione a tema esaurito, senza rispondere ad alcun messaggio.

Ho continuato con alcune storielle minori, e sopratutto a giocare di ruolo, da aprile inoltre mi sono capitate davvero molte esperienze che hanno permesso di espandere il mio panorama da scrittore, volevo quindi qui esporre il libro che ho iniziato quest'oggi (quello precedente fu completamente abbandonato). Da solo noto un'enorme differenza coi precedenti, con un immenso salto di qualità, spererei che le vostre critiche confermino le mie intuizioni. Metto sotto spoiler per evitare wall of text.

 

Spoiler

 

Realtà e fantasia, cosa sono se non due facce della stessa medaglia? Fin dagli albori della nostra storia l’uomo ha sempre cercato una sola cosa, in tutti i modi e in qualsiasi tempo: evasione. Droghe, musica, lettura, l’importante è andarsene e lasciare che la mente prenda il volo, librandosi leggera come un gabbiano che si lascia trasportare dalle correnti d’aria sull’oceano. E anche il problema rimane lo stesso, non ci sono altre pagine da leggere, la musica finisce e l’effetto di quella pillola che hai ingoiato in discoteca termina, facendoti tornare a quella vita che anche se per poco hai cercato di dimenticare. Realtà e fantasia non potrebbero sembrare più lontane, ma se esse venissero mescolate assieme come i colori sulla tavolozza di un pittore, chi distinguerebbe più tra l’una e l’altra?

La nostra storia inizia qui, in un seminterrato di periferia in un giorno di metà inverno, con il fuoco scoppiettante di un camino, qualche birra fredda e degli amici che giocano ad un gioco di un ruolo; anche loro come molti là fuori, nel tentativo di evadere un po’ dalle loro vite e diventare per un paio di ore quello che sognano di essere. “Allora ci vediamo la settimana prossima a casa mia” disse Nicola, mentre sistemava con calma il materiale da gioco all’interno di uno zainetto verde. Il ragazzo era alto e robusto, con i capelli castani che cadevano a coprire l’occhio sinistro, di un castano scuro che ricordava il vuoto. “Ci hai fatto finire sul punto più bello!” si lamentò l’amico biondo, con fare scherzoso. Anche Ivan era alto, ma un po’ più magrolino, seppur con le spalle larghe; a differenza dell’amico aveva i capelli biondi tagliati corti, in stile militare, e gli occhi molto chiari. “Avete visto come ho ucciso quel drago?” continuò lui. “Certo che l’abbiamo visto, ma non avresti fatto nulla senza di noi” lo redarguì Niccolò. Il terzo amico era, per quanto riguarda l’aspetto, un po’ il mix dei primi due, alto e magro, teneva i capelli marroni di media lunghezza, ma lasciavano scoperti il paio di occhi azzurro chiaro che lo contraddistinguevano.  A completare il numeroso gruppo vi erano altri 6 membri, ma quel giorno dei rimanenti era presente solo Francesco, il fratello di Nicola, che a parte statura, colore degli occhi e dei capelli era completamente diverso dal maggiore, tant’è che difficilmente chi non li conosceva li considerava fratelli. “Siete stati bravi” ricominciò Nicola “ma è ora che l’avventura entra nel vivo” scandì quelle parole per bene, un po’ per farle assaporare ai ragazzi dandogli suspense, un po’ sperandoci davvero. “Finora la storia è fantastica” si complimentò Niccolò, chiamato dagli amici Zaghe, mentre gli altri annuivano concordando “Non vedo l’ora di vivere un’avventura così”.

Più tardi, quella sera, Nicola perdeva del tempo in camera sua. I pensieri viaggiavano veloci senza sosta, passando da poche parole rinfrancanti a prospettive preoccupanti. La vita per lui aveva poco senso, paragonabile ad un gioco da tavolo a cui siamo costretti dai parenti a Natale. Una routine giornaliera iterata al punto da non aver più alcun significato, perché, come diceva spessa, c’è una gran differenza tra l’essere abituati a qualcosa ed esserne felici. Tra questi mille misteri che gli ronzavano attorno decise di mettersi a letto. Una brezza leggera gli accarezzava il viso e i rumori ovattati di persone in festa lo costrinsero ad aprire gli occhi. Una grande tavolata bianca apparecchiata per diverse persone si stendeva davanti a lui, al centro di un grande prato verde. Il sole era alto nel cielo, sicuramente dopo l’ora di pranzo, possibile che fosse andato in una specie di modalità pilota automatico e non si fosse reso conto di nulla fino a quel momento? Non ne era sicuro, ed in più non gli pareva di certo di avere alcun matrimonio in programma, o almeno quello sembrava un matrimonio. Qualcosa non tornava, la luce, seppur di primo pomeriggio, sembrava soffusa e anche il venticello sembrava come distante, quasi non lo toccasse veramente. Un sogno? Di sicuro il più reale che avesse mai avuto. Gli tornarono quindi in mente alcuni articoli che aveva letto sui sogni lucidi, leggeva spesso articoli di quel genere dal momento che si stava laureando proprio in medicina. Un sogno lucido quindi pensò il ragazzo, rilassandosi sulla sedia. Notò allora che non era solo, un’altra ragazza sedeva con lui al tavolo, leggenda con aria accigliata un libro dall’aspetto molto antico, ma di cui Nicola non riusciva ad intravedere il titolo. I capelli di un nero scuro come la notte le ricadevano sulle spalle in modo morbido, e un paio di occhi verdi accesso scorrevano sulle righe; ma per quanto belli non erano di certo quelli ad aver attirato l’attenzione del giovane: le orecchie, lunghe e a punta, come quelle di cui Nicola aveva letto tante volte nei libri, orecchie di un’elfa. In un sogno, pensandoci bene, non era poi così strano, e decise di parlarle. “È interessante quel libro che leggi?” le chiese. Per la prima volta quindi la ragazza stacco gli occhi dal libro e li posò su di lui, e lo guardò per almeno una decina di secondi. “Ti chiedo perdono” rispose poi imbarazzata, mentre un leggero rossore le pervadeva le guance “è scortese fissare le persone. È solo che non ti avevo notato, sei come apparso da nulla” gli rispose ora sorridendo, e che sorriso, come mai ne aveva visti.  “Il mio nome è…” e il ragazzo tentennò per un secondo, se si trovava in una sorta di sogno fantastico perché non usare anche un Alter Ego fantastico “Felgrand”, aveva preso ispirazione da una delle tante storie che aveva scritto per le partite a D&D coi suoi amici. L’elfa invece scoppiò immediatamente a ridere “Scusami ancora sono stata di nuovo sgarbata” rispose lei, finendo di ridere ma continuando a sorridere al ragazzo “solo che non mi sarei mai aspettata di conoscere qualcuno che si chiama come il Lupo Alato. Mi raccontavano sempre quella storia da bambina”. Nicola gelò al suono di quelle parole: lei come faceva a conoscere i suoi racconti? Poi si calmò, se si fosse effettivamente trattato di un sogno lucido era tutto nella sua testa, quindi non era poi così strano che quella straniera conoscesse queste informazioni. “Io invece sono Alice, piacere mio”. I due continuarono a parlare per un po’, la ragazza gli rivelò di essere la figlia del Duca Zandarius, anch’esso proveniente dal mondo creato su misura da Nicola, anche se lui mai aveva scritto o pensato alle due figlie del duca, e soprattutto mai aveva progettato il matrimonio della maggiore, Sarah, con il primogenito della casata Bractius. Imparò anche quindi che Alice era la minore delle due, e si trattava quindi di una nobile, al momento lontana dai festeggiamenti, in quanto si sentiva stanca dei discorsi politici degli altri invitati, o almeno aveva rivelato al giovane. Nicola non cambiò atteggiamento alla scoperta di trovarsi di fronte ad una nobile, del resto era il creatore di quel mondo, cosa aveva da temere? Le raccontò di essere un cavaliere ed un cantastorie errante, che aveva vagato il mondo in lungo ed in largo, conoscendolo quindi praticamente come se l’avesse scritto lui stesso, in una delle sue storie. Le raccontò anche di come era stato invitato al matrimonio dalla famiglia Bractius, avendola una volta aiutata salvando il primogenito da una forte febbre, grazie ad un’erba che aveva raccolto nelle terre orientali. Le storie dei due continuavano a susseguirsi veloci, era come se a parlare fossero due persone che si conoscono da una vita, qualcosa era scattato Nicola ne era certo. Quando normalmente parlava con le persone gli cadevano le braccia, a volte dalla stupidità, a volte da pensieri talmente arretrati da essere superati nel medioevo. E per molti motivi ancora, ma insomma aveva ben poco piacere a parlare con gli altri normalmente, ma lei era diversa, lei era la ragazza dei suoi sogni, letteralmente a dire la verità. E fu in quel preciso momento pensò Devo buttarmi e la baciò. Stranamente la sensazione non era ovattata, il caldo delle labbra, il contatto estemporaneo dei due corpi per un attimo lo pervase, percepiva chiaramente il suo profumo, il vento che lo accarezzava non era più leggero, i rumori dei festeggiamenti in lontananza si fece più intenso. Lei, dopo una decina di secondi si stacco, e sorridendogli con affetto disse “Non così in fretta” e di colpo tutto tornò distante. Lui le sorrise a sua volta, senza dar penso a quella sua presenza come eterea, “Ma se sei stata tu a cominciare” le rispose, ma non fece in tempo a finire la frase che si svegliò. Con lacrime che gli bagnavano il viso.

 

 

 

 

 

Nota: Alice viene pronunciato all’inglese, æ.lɪs

 

 

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      Qui metto i link per i principali distributori, ma la trovate anche su tanti altri siti
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      “Se sono rimasto qui a leggere trenta pagine, ci avrò messo un po’, di sicuro più di qualche memne. Facciamo … tre memne per pagina, per un totale di novanta memne. Quindi sono rimasto qui a leggere indisturbato per un centinaio di memne.
      Nessuno è venuto a uccidermi, ferirmi, torturarmi o intrappolarmi”. E poi pensò:“E perché qualcuno dovrebbe venire a uccidermi?”. La sensazione di essere braccato lo braccò. Iniziò a inseguirlo come una preda nel buio, mentre era lì fermo e avrebbe voluto iniziare a correre a perdifiato. Lasciò il libro sul letto.
      Strinse il pugno destro, se lo portò al mento e poi aprì le mani davanti al suo sguardo. Erano mani affusolate, giovani, leggermente abbronzate, senza segni di alcun tipo.
      Si guardò attorno nervoso, cercando nella stanza qualcosa di familiare. Qualcosa da ricordare.
      Quadri e libri impilati indistintamente l’uno sull’altro. Mucchi di vestiti e qualche pelliccia folta e scura buttata in un angolo.
      Un alto mobile in legno di ciliegio alla sua destra con tanti cassetti, il primo in alto dei quali aperto al massimo della sua estensione, un po’ inclinato verso il basso.
      “Ma che disordine, io non vivrei mai in una stanza così … eppure sono stato sul letto a leggere, come se fosse casa mia. Sono in casa mia, oppure in casa di qualcuno che conosco bene”.
      La notte dalle grandi ombre non aiutava. Noro guardò alla sua sinistra e vide una grande porta a vetri aperta, decorata con sottili forme in legno raffiguranti rampicanti. Dava su un balconcino in pietra scura.
      Lui si affacciò acquattandosi per non essere visto e con le scarpe nere che indossava calpestò dei pezzi di vetro. L’oscurità sembrò prendere consistenza, come una grossa nube di fumo nero che circondava l’edificio in cui lui brancolava. Là fuori non vide luci né persone. Solo il buio.
      I suoi occhi si abituarono alla mancanza di luce e lui vide la cima di qualche eucalipto poco lontano illuminato appena dalla candela. Si voltò e guardò in alto. La facciata della torre su cui lui era si perdeva nel buio dei piani superiori. E il cielo era tutto nero. Lui ebbe la sensazione di doversi trovare almeno al terzo piano.
      Iniziò a dire a bassa voce «Aiuto …», poi appena un po’ più deciso «C’è nessuno?», poi prese un grosso respiro per urlare aiuto, ma all’interno della stanza il cassetto aperto che sporgeva dall’alto mobile in legno di ciliegio cadde, sbatté per terra e fece un fragoroso rumore di ferraglia.
      Quel rumore lo fece paralizzare per un attimo, ma lui si sforzò di reagire e sgattaiolò silenzioso verso l’angolo della stanza al lato opposto al balcone, vicino al letto, dietro a un paravento di pergamena chiara, nell’ombra.
      Il rumore percorse la torre echeggiando. Primo rimbombo. Secondo rimbombo. Un ultimo, tenue rimbombo lontano.
      Nello spazio racchiuso dal paravento, egli intravide uno specchio tondo, grande due palmi, di fattura imperfetta, dalla cornice in avorio su cui si intravedevano dei rilievi raffiguranti piccole ballerine con lunghe gonne.
      Noro tenne lo specchio in una mano e, a passi leggeri e veloci, scavalcando gli oggetti accatastati nella stanza e il cassetto appena caduto, andò a chiudere la porta. Un cigolio grave. La porta era in legno spesso, e Noro non guardò al di fuori per la fretta, mentre la chiudeva. Una volta chiusa, essa fece un piccolo scatto rassicurante.
      Una piccola chiave, come una chiave che chiude un piccolo scrigno, era nella toppa. Lui fece scattare la serratura bloccandola. Si mise con la schiena contro la porta e rifiatò.
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      In quella situazione di illuminazione incerta, lui guardò il suo volto nello specchio. Era bello? Era brutto? Non riuscì a capirlo. La sua pelle liscia non presentava imperfezioni né rughe né barba né baffi. Aveva capelli corti biondo cenere leggermente ricci e sopracciglia leggermente più scure di essi. Ebbe la sensazione di non avere alcun concetto di bellezza in mente.
      Si guardò nei suoi occhi verdi “Almeno i colori li ricordo” e iniziò a ricordare tutti i colori che poté, per aggrapparsi a qualcosa, per evocare altri ricordi, come quando in una musica si sentono poche note e si inizia a sentire il flusso della melodia.
      “Verde, nero, grigio, bianco, crema, beige, color legno … azzurro, blu, lilla, magenta, giallo, verde limone, arancione, rosso … e specchio”.
      Per qualche motivo pensò che “specchio” fosse uno dei tanti colori.
      Ricordò il rosso e sentì un sapore sulle labbra. E visse una sensazione di calore, di passione. Poi ci fu una leggera folata di vento che fece ondeggiare la porta a vetri. Un odore di carne arrosto e di peli bruciati fu portato nella stanza dal balcone.
      E polvere, polvere giallina dappertutto. La stanza ne fu invasa ed egli si portò una mano alla bocca e tossì. Strizzò gli occhi, andò a chiudere la porta a vetri e vide i granelli di polvere depositarsi a mucchietti sul lato esterno delle decorazioni in legno.
      Guardò il letto. “Sicuramente un letto di donna. Chi mai userebbe tali intarsi e lenzuola di seta nera? E poi i cuscini arabescati e la cornice dello specchio non lasciano dubbi”. Si lasciò cadere pesante col sedere sul letto e i suoi vestiti tintinnarono.
      Abbassò lo sguardo per vedere che cosa indossava. Una cotta di maglia. All’altezza del fegato c’era una striscia di anelli rotti. Ricordò all’istante una donna dall’aspetto indefinito. Ricordò che lei gli aveva tirato un fendente, per attacco o per difesa, con una spada dal manico rossastro. Nulla di più.
      “Un po’ rumorosa questa maglia. Ma forse, se mi hanno tirato un fendente farei meglio a tenerla”. Mosse lentamente le braccia e pensò “Ma prima non faceva rumore. Adesso sì. Va bene, basta”. E se la tolse gettandola dietro al paravento, rimanendo così vestito di una maglia nera a maniche corte, pantaloni neri lunghi e stivaletti neri.
      “Strano, qualcuno ha tolto i tacchi a questi stivaletti. Certo che sembrano proprio da donna”.
      La sensazione di essere totalmente solo lo attanagliò per un istante.
      Un rumore. Da oltre il soffitto. Un rumore stridente, come di una sedia fatta strisciare su un pavimento in modo maldestro. Il rumore si fermò, e Noro fissò il soffitto con orecchio teso. Di nuovo quel rumore. E poi un tonfo.
      Noro passò qualche istante a pensare o, meglio, a farsi sopraffare dall’istinto. Per un miscuglio di curiosità e di incoscienza si alzò dal letto e iniziò a camminare lento e tremante verso la porta.
      Fece girare la chiave con lentezza senza fare alcun rumore e aprì l’uscio di appena una spanna. Guardò fuori.
      Davanti a sé vide nella penombra una scala in roccia a sezione quadrata le cui rampe correvano lungo le pareti attorno a una tromba il cui raggio era di circa due metri. Corrimano in ferro battuto spartano. La luce di una lanterna proveniva da un qualche piano più in alto, riflettendosi sui larghi mattoni biancastri delle quattro pareti.
      Verso il basso tutto diventava buio. Scivolò oltre la porta. Si sforzò di calmarsi per essere il più silenzioso possibile. Per qualche motivo si immaginava nascosto in un armadio in attesa che un mostro nero al di fuori di esso se ne andasse.
      Si immaginava impegnato a calmare il proprio respiro, in modo che esso fosse via via meno rumoroso. Scacciò quei pensieri dalla testa e mise il piede destro sul primo gradino, poi il sinistro. Niente. Nessun rumore. Nessun mostro. “Bene”.
      Salì lentamente per la scalinata guardando verso l’alto, poi guardò alle sue spalle e poi verso il fondo della tromba delle scale. Le lontane mattonelle in madreperla del pavimento del pianterreno riflettevano debolmente la luce della lanterna e su di esse lui vide la grande ombra proiettata dalla sua testa.
      Lui si grattò lo stinco destro e sentì qualcosa di duro. Fece scivolare le dita in una tasca e con sua sorpresa toccò l’impugnatura di una lama. La estrasse. Era una bella lama incisa con motivi che ricordavano onde marine. Era lunga quanto il suo avambraccio ed era tutta di metallo nero.
      Noro giunse al pianerottolo superiore illuminato da quella lanterna appesa al soffitto. Lui aveva la lama nella mano destra e si ritrovò di fronte a tre porte di legno chiaro. Due di esse, alla sua sinistra, avevano la maniglia impolverata.
      Alla sua destra, invece, la terza aveva segni di ditate sulla maniglia. Noro diede un colpetto alla porta facendola aprire lentamente. Il cuore gli batteva rumorosamente, sempre più veloce. Aveva gli occhi spalancati e la lama gli tremava in mano. La stanza fu illuminata dalla lanterna appesa sul soffitto, sotto cui Noro stava in piedi in posizione d’attacco.
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    • By MadLuke
      Le zecche avevano reso la vita impossibile a tutti nel sistema. Non era la considerazione di pochi soliti agitatori, bensì una consapevolezza che via via crescrendo, aveva raggiunto strati sempre più ampi tra gli abitanti, fino a diventare pressoché unanime. Si, qualche zecca c’era sempre stata, ma non aveva mai costituito un problema realmente degno di nota. Qualche comare se ne lamentava, ma a qualcun altro finivano per dare pure da mangiare, cosicché al netto di qualche borbottio, la questione tornava puntualmente sotto il tappeto. Da qualche tempo però la situazione si era fatta ben diversa: non c’era creatura che non se ne lamentasse; erano ovunque a dar tormento a ogni ora del giorno, qualunque cosa si facesse, che le s’ignorasse o si cercasse di scacciarle. E a dimostrazione del fatto che fosse stata inequivocabilmente passata la misura, una certa voce aveva preso a circolare tra tutti gli animali. Per la verità qualcuno l’auspicava da tempo, qualcun altro si limitava a sperarlo segretamente, altri avevano avuto l’audacia di reclamarlo a gran voce (ancorché a nessuno era mai parso che tali invettive sortissero alcuna conseguenza di sorta) e ovviamente altri paventavano che la toppa si sarebbe alla fine rivelata peggio del buco. In ogni caso non c’erano più dubbi ormai che l’uomo sarebbe intervenuto nella questione. L’uomo era una creatura estremamente particolare, perlopiù indecifrabile. Taluni lo ritenevano in qualche modo “uno di loro”, altri giuravano non avrebbero mai avuto nulla a che spartire con lui. Certo era che lo si vedeva molto raramente, ancorché quasi tutti erano pronti ad assicurare di averlo osservato dal vivo almeno una volta nella loro vita, o quanto meno di esserselo fatto raccontare da un vicino congiunto che aveva avuto più fortuna di lui. Ora l’uomo sarebbe intervenuto, e per le zecche non ci sarebbe stato scampo, finalmente sarebbero state fatte fuori, e la calma e l’ordine sarebbe tornata a regnare. Sul come ci sarebbe riuscito però, le voci erano ancora un poco confuse, talvolta in contraddizione tra loro, ma la tesi più accreditata era quella secondo cui egli aveva disposto un prodigioso dispositivo, in grado di attirare su di sé tutti quegli odiosi parassiti, quindi “farli morire”. Proprio su questo si spendevano le congetture più disparate, qualcuno sosteneva doveva trattarsi di un richiamo visivo, altri vagheggiavano si sarebbe udito un particolare verso, altri ovviamente pensavano le avrebbe attirate con un aroma specificatamente studiato allo scopo. E poi “come” sarebbero morte? Intrappolate fino alla morte per fame, per sete? Forse schiacciate o ingoiate? Travolte dall’acqua o bruciate? Non era dato sapere quando il fantomatico dispositivo sarebbe stato azionato, certo a breve, ma almeno un poco di tempo doveva esserci ancora. Per poter andarlo a vedere. Capire. Vedere un po’ come funzionava. Doveva trattarsi di qualcosa eccezionalmente complesso, incredibilmente potente, qualcosa cui non sarebbe più capitato di poter assistere poi per chissà quanti anni. Certo non avrebbero mai dovuto interferire, non potevano rischiare di far insospettire, spaventare, le zecche, altrimenti tutto sarebbe stato compromesso e nessuno desiderava una cosa del genere, ovviamente. Ben si guardava dal compromettere l’operazione il leone, il re, che per troppo tempo aveva dovuto sopportare l’insolenza delle zecche. Ma allo stesso modo non volevano rovinare tutto proprio ora i bufali, così docili e mansueti, non potevano non chiedersi che avessero mai fatto di male per meritarsi una simile seccatura. Al contrario erano invece convinte che le zecche meritassero la morte le formiche, loro così laboriose avevano dovuto fare buon viso a quei parassiti che impunemente avevano invaso il loro territorio, e preso ovunque capitasse senza alcun criterio. Ma a dire il vero per quelle “scroccone” ne a avevano anche le cicale. E i nobili cavalli allora? Un intera comunità oppressa da quelle inestetiche creature. Le volpi erano forse quelle che meno di tutti avevano speso parole sull’incresciosa situazione, ma se non ti fai un po’ furbo è inevitabile che prima o poi finirai per metterti di traverso a quelli sbagliati, pensavano. Gli elefanti non avevano mai smesso di dichiarare che erano troppo grossi perché quelle minuscole pulci potesseo dargli noia, eppure anche loro non potevano negare gli avrebbe procurato una sottile soddisfazione, vedere quei petulanti insetti schiacciati una volta per tutte. E si sarebbe potuto andare avanti a parlare anche degli ippopotami, delle iene e dei canguri. A voler ben vedere non c’era creatura del sistema che più o meno palesemente non desiderasse la fine delle zecche, che fossero sterminate. E non a caso ivi si trovavano infatti tutti, chi in fervida attesa, chi con aria di falsa indifferenza, ad aggirarsi nei paraggi nell’attesa che il dispositivo si azionasse. Non doveva mancare molto ormai, una volta acceso le zecche vi sarebbero piombate sopra da ogni dove, e sarebbero morte. Così almeno si supponeva dovesse andare, qualcosa del genere insomma. Doveva essere questione di poco ormai, da un momento all’altro sarebbe successo. Il tempo di dare solo un’occhiata, vedere l’inizio, e poi si sarebbero ritirati tutti, ognuno per le sue faccende. Solo un momento ancora, e poi sarebbero andati via, per tornare a dedicarsi a ben più importanti faccende. Stavano già avviandosi verso casa sebbene con la coda dell’occhio ancora indugiassero. E un momento dopo furono tutti morti. Tutte.
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