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The Hourglass we're in.


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Tornando a casa, oggi, uno dei miei giocatori, uno dei miei migliori amici da sempre, mi fa - così di punto in bianco - "sarebbe bello se tu la scrivessi, la tua campagna."

Ora sono davanti al pc. Guardo l'orologio. 22:30. Giornata partita inaspettatamente presto, con Irene che mi chiama per venirmi a trovare, e che non vedevo da un bel po'. Felice, ma un po' malinconico del fatto che non ci vedremo molto spesso. Storia lunga, e direi che a voi interessa più quella dei dadi, e a me anche.

Volevo giusto fare un incipit, che vi faccia capire che, se sto scrivendo, è per quel senso di soddisfazione che si ha quando, da master, vedi che le cose stanno venendo bene. E' una bella storia che sta venendo su. Vissuta da una compagnia di giocatori che oltre ad essere amici secolari sa anche DAVVERO il fatto suo nel gioco di ruolo, e si diverte. E intanto vive.

Quindi ho messo su una radio jazz non so neanche perchè. Mi sono munito di estathè e cannino d'ordinanza (moderatori siete liberi di omettere questa parte :P). E mi sono detto. "Hai ragione, sarebbe bello."

Un brindisi alle braghette. E cominciamo.

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- Caso 13705 -

Il funzionario alzò gli occhi stancamente, mentre riceveva il fascicolo rilegato da una sottile lamina d'argento.

- Positivo. -

K avrebbe sorriso, se mai l'espressione del proprio compiacimento avesse avuto una qualche importanza. Posò la valigetta, allineandola quasi inconsapevolmente alle piastrelle di marmo nero, e attese, braccia conserte. L'altro iniziò a scorrere le pagine del rapporto a velocità regolare, come sempre accadeva, lo sguardo fisso sulla sua calligrafia fitta e tipografica.

Era impossibile, per K, valutare qualcosa come la fatica. Richiede, quasi per definizione, notare di essersi impegnati per diverso tempo per raggiungere un obiettivo, e uno dei parametri dell'equazione per lui non aveva alcun significato. Eppure, altri 13704 fascicoli erano stati inghiottiti dagli archivi del settore 24 di Ucronia, senza mai fare ritorno. Tanti piani elaborati al millimetro, ed altrettanti fallimenti. Alcuni si erano inceppati molto presto, troppo diretti, troppo evidenti, o semplicemente viziati da errori che le razze mortali erano purtroppo solite commettere. Altri, come quest'ultimo, reggevano fino alla sincronia planare, e poi crollavano sepolti dal caos di Xoriat.

Le incognite erano innumerevoli, e K ne era conscio. Un semplice funzionario di sesto grado come lui non aveva i permessi necessari per scremare quelle inutili, o nocive, nè poteva forzare la mano e intervenire in maniera troppo diretta. Per quanto l'incidente su Eberron avesse avuto conseguenze apocalittiche, tali conseguenze si erano fortunatamente limitate a quella infinitesima porzione del multiverso. Ucronia aveva risolto l'inghippo semplicemente bloccando quella realtà, fino a che non si fosse trovata una soluzione congrua.

Tuttavia, K aveva conosciuto Eberron. Ne aveva visto la vita, l'irrefrenabile e caotica volontà delle razze mortali, e ne aveva vissuto la distruzione, per opera di Xoriat, ormai migliaia di volte. Aveva assaporato la passione e il dolore, l'ingenuità e la disperazione. Aveva conosciuto piccoli eroi come Mubai, Venegoor, Luke, Raven. E Benedict, e Otto, e Calistar. Ed Alshvira, Silgir, Aida, Albasiar, Magnissar, Frederick, Josef, Zeto, i Dodici. Tutti nomi in un rapporto che solo per quella che su Eberron chiamano fortuna avrebbe potuto, finalmente, non finire il proprio destino insieme agli altri fascicoli, insieme ad altri, infiniti nomi, ormai epitaffi persi letteralmente negli archivi del tempo.

- Bene. Procedete. -

Il funzionario chiuse il fascicolo e lo riconsegnò a K, che si congedò.

//////////////////////////////

Ad attenderlo al suo ritorno su Eberron, i quattro dell'agenzia Callisto. Fuori della nebbia che avvolgeva l'isola di Nemata, K osservò i segni inconfondibili della sincronia planare ormai in atto, anche se per ora appena percettibili, come semplici distorsioni della materia, onde marine che qua e là si frantumavano in vetri violacei, cicatrici iridescenti che fugacemente attraversavano il cielo, bestie mutate che agonizzavano, contorte dalla propria anatomia innaturale. Segni, o presagi, come in questo mondo erano stati educati a chiamarli, che finora, per fortuna, si erano limitati a mettere in allarme le coscienze più erudite.

Vescovi e prelati interrogavano le divinità, le quali - come da accordi - stavano mantenendo il silenzio. Re e reggenti, capi ed autorità si preparavano, più o meno apertamente, a qualunque imminente incognita. La gente comune adduceva la colpa alla magia, o a qualche divinità irata, si copriva di presentimenti e faceva fiorire le superstizioni, ma era ben lontana dal capire cosa stava realmente accadendo.

Raven si svegliò per primo, seguito dagli altri. Giacevano sulla collina da cui si accedeva al Mausoleo, circondati dai bianchi monoliti dei Dodici. K attese che riprendessero conoscenza. La stasi da cui stavano uscendo era durata più di quanto le razze meno longeve potessero sperare di vivere, e per quanto la custodia dei Dodici avesse preservato le loro identità e le capacità intellettive, il corpo mortale richiedeva tempo per riconnettere i propri sensi.

- Bentornati. - esordì K. Scrutò i loro sguardi, cercando di intuire se si riconoscessero. - Raven, Luke, Venegoor, Mubai. -

Ad uno ad uno, si misero a sedere sull'erba. Venegoor, quasi istintivamente, portò la mano al pugnale, poi la ritrasse. Luke si prese qualche istante, richiudendo gli occhi e stringendosi le tempie, come a ricontrollare le proprie facoltà mentali. Raven richiamò Nat, il gufo, che lo raggiunse dalla cima di uno dei monoliti. Mubai si alzò, stirando i muscoli, e vide delle cicatrici che non ricordava di avere.

Posò lo sguardo sugli altri... quanti anni erano passati? Che cosa era successo?

- Lo saprete presto, compagni. - K precedette la sua domanda. - Vi aiuterò a ricordare. -

- Ricordare? Che cosa significa? - Venegoor si alzò di scatto. - Siamo... ci hai ridotto tu così? -

- No. - la voce di K, come sempre, era pacata ma solida. - E' stato il tempo di questo mondo. -

K posò la valigetta, e forse per la prima volta nella sua esistenza, si sedette in mezzo a loro.

- Quanti anni? - Luke si accorse che i suoi poteri mentali erano come... acuiti. E uno psicristallo che riconobbe immediatamente come suo, del quale aveva già sentito la voce risonante, ma che giurò, allo stesso tempo, di non ricordare, levitava a pochi centrimetri dalla sua nuca.

- Sarà bene che mi ascoltiate, ora. - Riprese K, senza rispondergli. - Devo ancora contare su di voi, e credo anche buona parte di questo mondo lo stia facendo senza saperlo.

Vi ho raccolto dal futuro che voi stessi avete creato, riportandovi qui. Voi soli sapete cos'è accaduto, e solo voi dovete saperlo. Gli anni in più nelle vostre vite vi daranno l'esperienza necessaria per quello che dovrete affrontare, e il fatto di esserci già riusciti nutrirà quella che voi qui chiamate speranza. -

- Come sarebbe a dire, che ci siamo già riusciti? - chiese Raven.

- Se ci siamo già riusciti perchè siamo qui, allora? - fece eco Venegoor. - Riportaci avanti ed è fatta, no? -

K scosse la testa. Quasi sorridendo. - No. Non riuscite a pensare quadridimensionalmente. E soprattutto, "riportarvi avanti" risolverebbe soltanto le vostre esistenze, ma non il destino di questo mondo. -

Ne seguì un lungo silenzio.

- Io ho mal di testa, K. -

- E tu non pensare quadridimensionalmente, Luke. Fa male. -

- Sarò più chiaro, ma per farlo gradirei partire da lontano. Fortunatamente, posso concedermi tutto il tempo che voglio. -

///////////////////////////////

- Novecento anni fa, nelle terre dell'Eldeen, sfruttando una particolare congiuntura planare, e una peculiare risonanza che quei luoghi hanno con il piano di Xoriat, le creature del caos si riversarono su Eberron. E fu la fine.

Le razze mortali non avevano mezzi per ricacciare esseri tanto innaturali da dove erano venuti. Nè la magia, nè la spada, erano sufficienti. Le leggi della vita che le vostre divinità avevano concordato furono piegate e derise. Piaghe, mutazioni, orrori divennero la consuetudine, e l'umanità, repentinamente, scomparve, lasciando pochi gruppi superstiti barricati in luoghi impervi ed inaccessibili, ad avvizzire lentamente nella speranza che qualcosa accadesse.

Ora, qualcosa accadde. Ucronia valutò le forme in cui avvenne tale conquista, e ne decretò l'irregolarità. Sigillò l'avvenimento, e il conseguente futuro, al di fuori della linea temporale unitaria, affinchè quanto successo non creasse conseguenze non desiderate nel multiverso.

Da quel momento, la vostra storia riporta correttamente che vi fu soltanto un tentativo, fortunatamente non riuscito, di invasione dal piano di Xoriat. I portali che avrebbero consentito il passaggio furono sigillati in tempo, e il futuro susseguente divenne il passato che ora conoscete. Tuttavia, la realtà reale - se mi passate il termine - parla ancora di un Eberron completamente distrutto, una propaggine di Xoriat dove le razze mortali sono quasi completamente perite. Voi, qui, siete solo una parentesi, creata al solo scopo di risolvere il problema. -

- Cioè, questo mondo non è reale? Saremmo solo una creazione di Ucronia, uno strumento in mano vostra? -

- Conoscere la vostra origine non rende questo mondo meno reale. L'erba sotto di noi è la stessa, ed è lo stesso vapore a creare questa nebbia. I vostri dubbi e le vostre risposte avrebbero lo stesso peso nell'altra esistenza. Ma la linea temporale primaria, senza il vostro intervento, sarà per sempre compromessa. E con essa, inevitabilmente, ogni altra linea temporale che ne deriva. -

- Che vuoi dire? -

- Voglio dire che anche questa realtà sta per diventare preda del Caos. Perchè così deve essere, e così è sempre stato. Xoriat tenterà di colonizzare anche di questo mondo, ed è previsto che accada, perchè altrimenti non avreste modo di sconfiggere il Caos. Ed è qui che entra in gioco la Clessidra.

Nella mitologia di Eberron, la Clessidra Eterna è uno strumento in grado di controllare e modificare il corso degli eventi in una determinata linea temporale. Studiosi ed arcimaghi di ogni continente hanno provato a trovarla, o a riprodurla, seguendo nozioni ed istruzioni disseminate in antichi manoscritti.

In realtà, la sua esistenza in questo mondo è soltanto una mia opera. Gli indizi relativi alla sua funzione, e a come costruirla, li ho riposti personalmente dove raggiungessero gli occhi dei mortali che erano destinati a conoscerla.

Veniamo all'Arcimago, e capo del Consiglio di Korth, Albasiar. Dalla scomparsa di sua figlia Aida, e la distruzione della sua famiglia, divenne un uomo solo, e per quanto tutt'altro che sprovveduto, comunque ossessionato dal cercare il modo di tornare indietro, a quando ancora quella dolce creatura lo riempiva d'orgoglio e d'amore. Dei pazzi disposti a prendersi carico del potere della Clessidra, lui era il più adatto. Gli diedi in mano elementi sufficienti a riprodurre l'artefatto, ed a capire che da solo non sarebbe stato sufficiente. Aveva bisogno di informazioni, informazioni sul passato contenute nella Stele del Mausoleo, e sul presente, date dall'Idxitaolath, il macchinario che gli Illithid avevano creato per l'individuazione dei pensieri a larghissimo raggio.

Per raggiungerli, Albasiar chiese aiuto a Lord Magnissar, uno dei più alti esponenti del casato Thuranni, che affidò il compito alla promettente nipote, Alshvira.

Alshvira riuscì ad organizzare l'acquisto del macchinario con degli emissari Illithid, ma durante l'incontro venne a sapere qualcosa che cambiò i propri obiettivi: Aida era viva; qualcuno la stava tenendo nascosta, al riparo anche dagli strumenti arcani del padre. Forte di questo, ricattò Albasiar, costringendolo ad uccidere Josef, e ad agire contro di voi, per fortuna invano.

Dopo il vostro scontro nella baia di Skullclutch, insieme al contrabbandiere Zeto, Alshvira vi convinse che Albasiar stesse creando un pericolo tanto a voi quanto a lei, e vi chiese di unire le forze contro di lui. Vi dirigeste sull'isola di Nemata, in cerca di Naxa e della Stele, e del Mausoleo al quale soltanto lei sapeva come accedere.

Qui, i Dodici Custodi vi accolsero spiegandovi che dall'arrivo di Naxa la Stele era stata sigillata, e non era più accessibile loro. Qualcosa, o qualcuno, li aveva divisi, e Torgath, Custode dello Scorpione di Xoriat, si stava preparando in forze per tornare in superficie con la propria armata. Riusciste a convincere Uno a rimuovere i sigilli, e ridare pieno potere a Luxifer, Grishkarath e gli altri Custodi. -

[NdA – probabilmente questo riassunto sarà da scrivere per esteso, ma per il momento mi sto limitando a correggere e postare il riassunto della campagna che avevo spedito alle Braghette tempo fa. Sì sono pigro.]

//////////////////////////////

Mentre parlava, le immagini degli eventi si formavano come dei ricordi da tempo rimossi. Le voci, i luoghi, le sensazioni riaffioravano vivide, eppure nessuno di loro potè evitare di sentirsi in qualche modo estraneo a tutto ciò, come se quella storia fosse in realtà l'eco di una fiaba o una canzone tanto familiare, ma mai veramente vissuta. Neppure le facoltà di autoipnosi di Luke, tuttavia, riuscivano a cogliere la differenza.

- Sulla via del ritorno, Raven si unì alla vostra compagnia, e raggiungeste Sherak Cove, dove trovaste Aida - K sospirò - o almeno, ciò che di più somigliante a lei c'era al mondo.

Ella è, ormai, soltanto per metà umana. Non ho idea di quanto i mezzi mortali potranno ridarle la vita che Albasiar sogna per lei. Fu rapita, condotta su Xoriat, e sottoposta ad esperimenti di cui, purtroppo, ignoro lo scopo. -

- Ne ignori lo scopo? Non prenderci in giro, K. - inveì Venegoor. - Fino a questo momento, mi è sembrato che tu sia in grado di fare e sapere un po' quello che ti aggrada, su Eberron -

- Ne sono lusingato, ma non è così. Sono un semplice funzionario, non una divinità. Posso provare a far sì che le cose vadano come dico io, ma in un mondo come questo ogni singola persona è una variabile che a stento riesco ad inquadrare. Questo, perchè una persona non sempre agisce secondo criteri di cause ed effetti. Posso prevedere quale sarà la prima foglia a cadere il prossimo autunno, ma non chi la calpesterà. -

- Come diceva sempre Maestro Aquila dei Peschi, peraltro. - Intervenne Mubai. - E diceva anche “Se sei in un bosco, e calpesti una foglia, ... se sei il primo ... ” aspettate. “se è autunno...” ... dai, ve ne avevo parlato. Va bè, aveva a che fare con gli uragani. Vai avanti. - Mubai tossicchiò.

- Gli Illithid, per quanto alieni ai vostri occhi, hanno simili volontà e identiche paure, anche se mosse da scopi diversi. Ed anch'essi sono quindi imprevedibili, come voi. Posso soltanto aprire la strada, ma non percorrerla con voi. E' un lavoro lungo, oscuro, difficile, e non privo di fallimenti. -

- Aida, dicevamo. Metà umana e metà Illithid. E apparentemente con un padre in ognuno dei due mondi. Avete penetrato la sua mente, e colto quanto di terreno è ancora rimasto, i suoi ricordi, i suoi sogni, ed eppure avete anche sperimentato quanto il Caos l'abbia in pugno.

L'avete portata ad Albasiar. Forse non era il momento adatto, ma è comunque servito ad attirare gli Illithid, ed il suo secondo genitore, Voexu, le cui armate stanno ora assediando la Fortezza di Duskhold, dove l'Arcimago risiede, e dove la Clessidra è rinchiusa. Voexu sta ora evocando il potere di Aida, e sta creando la sincronia planare. Fuori da questa nebbia, infatti, le due realtà sono ormai tangenti.

Questo è il vostro momento, di nuovo. Aida si fida di voi: usatela per oltrepassare questo mondo e scendere sulla vera Eberron. Giunti lì, tornate nell'Eldeen, cercate i portali e studiateli. Ogni informazione che troverete sull'accaduto servirà agli altri voi, qui, per manovrare la Clessidra, e chiudere l'incidente di novecento anni fa. Una volta per tutte.

Tutto chiaro? -

Luke rovistò nelle tasche. Offrì cura mal di testa minori a tutti, e si sedette.

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