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Tesori dal Multiverso

Risposte in primo piano

Butto qui un po' di idee su raccolte di oggetti in vari gdr, forse le metterò in un download nel sito, se volete potete usarli nelle vostre campagne, se mi scriverete osservazioni, suggerimenti e critiche mi farete contento.

La Cassapanca del Nefando (Mondo di Tenebra Edizione del Ventennale)

Contiene vecchi libri di Huysman e Théophile Gautier. C'è un doppio fondo. Nel doppio fondo c'è un libro di carta pergamena coperto con una copertina di cuoio scuro senza titolo né illustrazione.Il De Vita Qliphotica et Dissolutione Formae non si presenta come un normale grimorio medievale. Chi lo apre per la prima volta prova quasi una sensazione di sollievo nel vedere che il frontespizio è scritto in un latino leggibile. Il titolo occupa il centro della pagina in una magnifica gotica textualis, tracciata con un inchiostro ormai virato verso il bruno. Le lettere sono eleganti, opera evidente di uno scriba esperto, ma gli ornamenti che le circondano risultano inquietanti. Le iniziali filigranate si trasformano in radici, tendini e nervature vegetali; figure che, a uno sguardo distratto, sembrano semplici decorazioni monastiche, ma che osservate più attentamente rivelano forme umane intrappolate nella crescita organica.

Voltata la pagina, il lettore non trova l'inizio del trattato. Trova invece ciò che l'autore chiama la Clavis, la chiave. È una sorta di lessico preliminare, indispensabile per affrontare il resto dell'opera. Il testo spiega che il libro non è stato scritto con lettere ordinarie, ma in una scrittura artificiale composta da simboli che sostituiscono sillabe, desinenze e gruppi di lettere ricorrenti del latino medievale. Alcuni segni corrispondono a semplici vocali; altri rappresentano intere terminazioni grammaticali. Altri ancora condensano parole molto frequenti nei capitoli successivi, specialmente quelle relative alla carne, alla trasformazione, alla corruzione e alla vita.

La pagina della chiave è sorprendentemente ordinata. I simboli sono disegnati con precisione geometrica e ricordano una fusione impossibile tra caratteri astrologici, rune, segni alchemici e diagrammi anatomici semplificati. Alcuni appaiono come triangoli attraversati da linee sottili; altri come cerchi incompleti dai quali sporgono uncini, spine o piccole appendici simili a vertebre. A prima vista sembrano figure decorative prive di significato. Solo studiandole a lungo emerge il sistema nascosto che le governa.

Le pagine successive insegnano gradualmente il metodo di lettura. Il lettore principiante è costretto a consultare continuamente la chiave, traducendo ogni simbolo nella sillaba corrispondente e ricomponendo lentamente le parole. Le prime righe richiedono minuti interi per essere comprese. Dopo alcune ore emerge una certa fluidità. Dopo settimane di studio accade qualcosa di più strano: il cervello smette di percepire i simboli come immagini e inizia a riconoscerli immediatamente come suoni e significati. La traduzione mentale diventa automatica. Le pagine sembrano allora scritte in una lingua familiare, come se la scrittura non fosse mai stata cifrata.

L'inizio del vero trattato occupa la quarta pagina. L'effetto visivo è impressionante. Dove normalmente ci si aspetterebbe colonne di testo latino compaiono fitte successioni di segni neri. Non esistono lettere dell'alfabeto. Le righe assomigliano più a formule alchemiche che a scrittura. Eppure l'impaginazione è quella di un manoscritto universitario del Trecento: margini ampi, rubricature in rosso, iniziali miniate e annotazioni laterali.

Le miniature delle prime pagine accompagnano il testo in modo sottile ma disturbante. Una mostra un albero la cui corteccia presenta lineamenti umani appena accennati. Un'altra raffigura un monaco intento a studiare un libro simile a quello che il lettore tiene tra le mani, creando una sorta di vertigine narrativa. In una terza immagine una vite cresce da una tomba e si intreccia con uno scheletro fino a renderne indistinguibili le ossa e i rami.

L'aspetto più inquietante della Clavis emerge però nelle sue ultime sezioni. Tra i simboli spiegati ne compaiono alcuni privi di significato dichiarato. Lo spazio destinato alla loro interpretazione è stato lasciato vuoto. Non sembrano omissioni o danni del tempo; sembrano attese deliberate. Le pagine successive continuano normalmente, come se il lettore dovesse ignorare quelle lacune.

Molti studiosi occulti sostengono che tali segni non siano realmente incomprensibili, ma semplicemente non ancora comprensibili. L'idea è che la chiave stessa si completi attraverso l'esperienza del lettore. Più si approfondiscono i segreti contenuti nel tomo, più quei simboli sembrano acquisire sfumature di significato. Alcuni giurano di averli interpretati spontaneamente dopo mesi di studio, senza sapere spiegare come. Altri affermano che la forma stessa dei caratteri abbia iniziato a mutare davanti ai loro occhi.

A quel punto il libro cessa di apparire come un semplice codice cifrato medievale. Assume l'aspetto di una lingua viva, o forse di una lingua che sta ancora nascendo, e il lettore inizia a dubitare di stare apprendendo un sistema di scrittura. Potrebbe invece essere il libro a star insegnando al lettore un nuovo modo di pensare.

La cassapanca è di quercia scura, rinforzata da fasce di ferro ormai macchiate di ruggine antica. L'odore che ne esce quando viene aperta non è quello della muffa o del semplice abbandono. È una miscela più complessa di pergamena secca, cera, erbe medicinali dimenticate e legno vecchio. Gli oggetti all'interno non sembrano appartenere alla stessa epoca né allo stesso proprietario. Danno l'impressione di essere stati raccolti nel corso dei secoli da mani diverse, accomunati soltanto dal fatto di essere considerati troppo importanti o troppo pericolosi per essere lasciati altrove.

Accanto al tomo si trova una piccola ampolla di vetro spesso, sigillata con ceralacca annerita. Il liquido al suo interno è così scuro da sembrare nero, ma quando la luce lo attraversa rivela sfumature violacee e verdastre. Non si comporta esattamente come sangue normale. La viscosità appare eccessiva e sulle pareti del vetro restano tracce filamentose che tardano a scendere. Sul collo dell'ampolla è avvolta una striscia di pergamena sulla quale qualcuno ha tracciato una sola parola in francese arcaico, ormai quasi illeggibile. Chi possiede percezioni soprannaturali potrebbe avvertire un'impressione di umidità stagnante, di terra cimiteriale e di decomposizione controllata. È il genere di reliquia che sembra appartenere più alla tomba che al mondo dei vivi.

Poco più in là riposa una scatoletta di teak lucidata con estrema cura. Nonostante l'età del contenitore, il legno conserva ancora una calda tonalità dorata. L'interno è rivestito di una spugna ormai indurita dal tempo che protegge un unico frammento di ambra color miele. La goccia fossile ha le dimensioni di una noce e racchiude un insetto perfettamente conservato. Le ali membranose, le zampe articolate e gli occhi composti sono distinguibili nei minimi dettagli. L'animale ricorda una piccola vespa primitiva o una specie affine ormai estinta milioni di anni fa. Osservandolo a lungo si prova una curiosa sensazione di distanza temporale, come se l'oggetto custodisse una porzione materiale di un mondo precedente all'umanità. La luce sembra penetrare nell'ambra più profondamente di quanto dovrebbe, producendo riflessi che fanno apparire l'insetto quasi vivo.

Avvolta in un panno di lana grigiastra si trova una statuetta neolitica della Grande Madre. È alta poco più di quindici centimetri ed è scolpita in una pietra calcarea morbida e consumata. Le forme sono quelle tipiche delle antiche figurine della fertilità: seni pronunciati, ventre ampio, fianchi enormemente sviluppati. Il volto, invece, è quasi assente, ridotto a poche incisioni schematizzate. Migliaia di contatti hanno levigato alcuni punti della superficie fino a renderli lisci come avorio. Tenendola tra le mani si percepisce un peso sorprendente per le sue dimensioni. Non appare minacciosa; al contrario emana una sensazione antichissima di fecondità, crescita e sopravvivenza, come se fosse stata oggetto di venerazione molto prima della nascita di qualsiasi religione storica conosciuta.

Vicino alla statuetta si trova un'altra ampolla, più elegante della precedente. Il vetro è sottile e leggermente verdastro. Al suo interno riposa un liquido ambrato tendente al giallo scuro. Sul fondo sono visibili minuscoli sedimenti vegetali. L'etichetta, scritta con inchiostro ferrogallico quasi scolorito, identifica il contenuto come una preparazione di belladonna. Potrebbe trattarsi di una tintura alcoolica ottenuta mediante macerazione delle foglie e delle bacche oppure di un distillato erboristico successivo; in entrambi i casi l'aspetto suggerisce una preparazione farmaceutica antica più che una pozione magica. Quando l'ampolla viene agitata il liquido lascia sottili striature sulle pareti di vetro e libera un odore debole, vegetale, leggermente dolciastro e sgradevole.

L'oggetto più banale è forse quello che mette maggiormente a disagio. È una vecchia scatola di biscotti in latta decorata con figure campestri dai colori ormai sbiaditi. Il coperchio è ammaccato e presenta diversi punti di corrosione. Aprendola si scopre che contiene ancora il proprio contenuto originale. Sul fondo giacciono alcuni biscotti rotondi e molto semplici, probabilmente fatti con farina, zucchero e grassi ormai indescrivibili. Non sono marciti nel senso comune del termine. Sono diventati aridi. La consistenza assomiglia quasi alla pietra o al gesso friabile. Alcuni mostrano crepe profonde; altri si sono ridotti a frammenti e polvere. L'odore è debole ma riconoscibile: una traccia lontanissima di pasticceria domestica, come la memoria di una cucina che non esiste più.

Per un osservatore qualunque la scatola non avrebbe alcun valore. Per chi comprende i misteri dell'Oltretomba, invece, è evidente che si tratta di qualcosa di molto più importante. Ogni volta che la si osserva emerge una sensazione di nostalgia impropria, come il ricordo di pomeriggi trascorsi in una casa che non si è mai abitata. Si intuisce che quei biscotti non sono stati conservati per il loro valore materiale. Sono il residuo di un legame emotivo. Un oggetto ordinario caricato da una quantità immensa di significato personale. La latta stessa sembra trattenere un'eco di attese, di abitudini familiari e di affetto perduto. È esattamente il genere di oggetto che potrebbe diventare la catena di uno spettro: non un tesoro, non un artefatto glorioso, ma un frammento apparentemente insignificante della vita che il morto non è mai riuscito ad abbandonare.

Gli Attrezzi del Burattinaio (Sine Requie)

La cassetta degli attrezzi è una robusta cassa in legno di faggio scurito dal tempo e dall'uso. Gli angoli sono rinforzati da fascette di ottone opacizzato e il coperchio porta i segni di decenni di lavoro: graffi profondi, macchie di colla secca, residui di vernice e piccole incisioni fatte distrattamente con la punta di uno scalpello. Quando viene aperta emana il profumo familiare di segatura, cera d'api, olio per legno e stoffe conservate troppo a lungo.

All'interno ogni utensile ha il proprio alloggiamento, ricavato con cura. Si trovano scalpelli di varie misure con il manico consumato dalla presa, piccole sgorbie per incidere i lineamenti del volto, lime sottili, raspe da modellista, un seghetto ad arco per lavori di precisione e un assortimento di punteruoli. In un vano laterale sono raccolte pinzette, aghi lunghi, forbici da sarto, ditali di metallo e piccoli uncini utilizzati per lavorare i tessuti e fissare gli abiti dei pupazzi.

Vi sono poi gomitoli di filo cerato, matassine di spago sottile, rocchetti di cotone nero e bianco, nastri ormai scoloriti e una scatolina di cartone piena di occhi di vetro di varie dimensioni. Alcuni sono azzurri, altri marroni, altri ancora di un grigio lattiginoso che li rende vagamente inquietanti. Sul fondo giacciono decine di minuscole viti, chiodini in ottone, rondelle e snodi metallici destinati alle articolazioni.

Tra gli oggetti più curiosi vi è un mazzo di stecche di legno levigato, già forate e pronte per essere trasformate nei controlli delle marionette a fili. Accanto si trovano piccoli pezzi di tiglio e cirmolo parzialmente lavorati. Qua e là affiorano teste incompiute, mani scolpite ma non ancora dipinte, gambe articolate prive di piedi. Tutto lascia pensare a un artigiano metodico che preferiva conservare ogni componente piuttosto che gettarlo.

Poco distante dalla cassetta si trova una scatola separata, molto più elegante. È una cassetta rettangolare in legno chiaro con maniglia di cuoio e chiusure di ottone. Aprendola si scopre il materiale destinato alla decorazione delle figure.

Nella parte superiore sono allineati piccoli vasetti cilindrici di vetro chiusi da tappi metallici. Contengono pigmenti già mescolati in legante: incarnati rosati, bianchi avorio, neri profondi, blu spenti e verdi spenti da uniforme. Alcuni colori si sono separati col tempo e mostrano strati differenti. Sul vetro sopravvivono etichette scritte a mano con grafia accurata.

In uno scomparto laterale trovano posto alcuni tubetti di colore ad olio, schiacciati e piegati, appartenenti a marche degli anni Quaranta. Le estremità sono dure per il colore seccato all'interno, ma qualcuno potrebbe ancora contenere una piccola quantità di pigmento utilizzabile. Accanto si trovano boccette di vernice trasparente, olio di lino, solventi e gommalacca.

Una fila di pennelli occupa l'intera lunghezza della cassetta. I più grandi servivano per stendere i fondi; i più sottili terminano in punte quasi invisibili, adatte a tracciare ciglia, rughe, sopracciglia e minuscoli dettagli degli occhi. Alcuni sono protetti da piccoli tubi metallici inseriti sulle setole per conservarne la forma.

Sul fondo della scatola giace una tavolozza di legno macchiata da innumerevoli strati di colore sovrapposti. Le macchie più antiche sono quasi nere e lucide come smalto. Ai bordi restano imprigionati frammenti di pigmento essiccato che testimoniano anni di lavoro paziente.

Nel complesso, l'impressione è quella di un laboratorio portatile appartenuto a un maestro artigiano. Non vi è nulla di appariscente o straordinario negli strumenti. Al contrario, ogni oggetto appare scelto per la sua funzionalità e consumato dall'uso quotidiano. Eppure, osservando l'insieme, viene spontaneo pensare che tra quelle lame, quei fili, quei pezzi di legno e quei colori siano state create figure assai più elaborate e memorabili di quanto il semplice mestiere del burattinaio richiederebbe.

Abacus lusorius (Lex Arcana)

Il mobile occupa un posto d'onore lungo una parete dello studiolo. È un elegante abacus lusorius di età argentea, costruito in noce e cipresso con intarsi d'acero e bosso. Le gambe sono tornite e terminano in piccole zampe leonine; il piano superiore può essere sollevato tramite una cerniera di bronzo finemente lavorata. Sebbene il legno abbia perso parte della sua lucentezza originaria, conserva ancora l'aspetto di un oggetto appartenuto a una famiglia agiata, forse a un magistrato provinciale o a un ufficiale di alto rango.

La superficie del tavolo è formata da una tavola reversibile. Da un lato compare il disegno inciso di un ludus latrunculorum semplificato, una griglia accuratamente tracciata con linee sottili riempite di pasta nera. Girando il pannello emerge invece un altro schema di gioco, più raro: tre quadrati concentrici collegati da linee radiali, molto simile a ciò che in epoche successive sarà conosciuto come il Mulino. Le incisioni sono consumate nei punti in cui generazioni di giocatori hanno fatto scorrere le dita e le pedine.

Sotto il piano si apre un vano poco profondo. All'interno, ordinatamente raccolte in piccoli sacchetti di lino ormai ingialliti, si trovano le pedine. Sono semplici dischi di legno tornito, metà in acero chiaro e metà in noce scurita. Le più usate mostrano gli angoli arrotondati dall'attrito e dal contatto continuo con le mani. Alcune recano piccoli segni incisi a coltello, probabilmente fatti da antichi proprietari per distinguere una pedina favorita o tenere il conto delle vittorie.

Nello scomparto inferiore del mobile sono conservati vari oggetti legati all'esercizio fisico e ai passatempi. Tra essi spiccano diverse palle da gioco. Alcune sono piccole e compatte, adatte a giochi di precisione; altre sono più morbide e leggere. Una attira immediatamente lo sguardo. È una palla da harpastum, un tempo pregevole, realizzata in cuoio cucito a mano e probabilmente riempita di lana compressa. Oggi appare screpolata e deformata. Le cuciture si sono allentate, il cuoio è abraso in più punti e una parte della superficie presenta strappi riparati anticamente con filo grezzo. Nonostante ciò conserva ancora una certa dignità, come un veterano segnato da vecchie campagne militari. È facile immaginare legionari e giovani aristocratici contendersela con vigore in una palestra o nel cortile di una villa.

Accanto alle palle, protetto da una custodia cilindrica di cuoio, si trova un trattato di ginnastica. Il rotolo contiene una raccolta di esercizi, consigli dietetici e osservazioni sulla preparazione fisica. I margini sono ricchi di note di lettori successivi che hanno corretto, commentato o ampliato il testo. Qua e là compaiono piccoli schizzi di atleti impegnati nella corsa, nella lotta e nel lancio del disco.

Sul ripiano più basso sono infine conservati due volumina particolarmente apprezzati da un uomo colto. Si tratta di una coppia del Manuale di Epitteto. I rotoli sono stati copiati con grafia accurata da mani professionali. Le estremità mostrano segni di uso frequente, specialmente nei passaggi dedicati all'autocontrollo, alla disciplina interiore e al dovere verso la comunità. I cartigli identificativi pendono ancora dai cilindri di legno, anche se l'inchiostro si è in parte scolorito.

L'impressione complessiva è quella di un mobile appartenuto a un romano che considerava il gioco, l'esercizio fisico e la filosofia come aspetti complementari della stessa formazione morale. Le pedine consumate, la palla rovinata e i rotoli spesso consultati raccontano una vita trascorsa non solo nello studio, ma anche nella competizione, nel movimento e nella ricerca della virtù.

Mobili Egizi (tarda XVIII Dinastia, durante il regno di Amenhotep III (circa 1390-1353 a.C.) (GURPS Egitto)

Il mobile principale è una credenza bassa costruita in legno di sicomoro e cedro importato dal Levante. La struttura poggia su quattro gambe modellate a forma di zampe leonine. Le superfici sono decorate con sottili intarsi di ebano e avorio che rappresentano papiri, fiori di loto e uccelli acquatici. Nonostante alcuni segni d'usura, l'insieme conserva ancora un aspetto elegante.

Aprendo le ante si trovano ordinatamente disposti numerosi recipienti per la birra. Vi sono boccali di terracotta rossastra per l'uso quotidiano, coppe di faience azzurra destinati agli ospiti e alcuni recipienti più raffinati in alabastro. Tra essi sono conservate varie cannucce per bere la birra filtrando i residui di cereali che tendevano a depositarsi sul fondo delle giare. La maggior parte è costruita in canna palustre levigata, ma due esemplari sono chiaramente oggetti di lusso. Sono realizzati in oro lavorato, sottili e leggermente incurvati, con estremità decorate da piccoli boccioli di loto.

Su uno dei ripiani si trovano coltelli da tavola, forchettoni da servizio, cucchiai ricavati da legno pregiato e qualche elegante cucchiaio in avorio. I manici sono scolpiti a forma di anatre, pesci e stambecchi. Molti mostrano ancora tracce di utilizzo.

Accanto al mobile è appoggiato un pregevole braciere-porta spiedi. Si tratta di una struttura bronzea rettangolare con piedi decorati da teste taurine. Una griglia mobile permette di cuocere la carne sulle braci mantenendola a distanza uniforme dal fuoco. Le superfici sono annerite dall'uso ma l'artigianato è di qualità eccellente, forse opera di una bottega legata al palazzo reale.

Vicino al braciere si trova una grande cesta con coperchio intrecciato. All'interno sono conservati numerosi giocattoli appartenuti a uno o più bambini della famiglia. Alcuni sono realizzati in semplice legno dipinto, altri in brillante faience blu.

Fra essi spicca un coccodrillo articolato. La bocca può essere aperta e chiusa tramite una cordicella passante all'interno del corpo. I denti sono indicati mediante piccoli inserti bianchi e gli occhi sono dipinti con sorprendente espressività.

Vi sono poi piccoli animali domestici intagliati nel legno:

  • un cane dal collo lungo;

  • un gatto seduto con la coda avvolta alle zampe;

  • una scimmietta;

  • alcune oche e anatre.

Sono presenti anche palline di legno levigato usate per giochi infantili e di destrezza.

A poca distanza sorge un secondo mobile, più semplice ma molto importante nella vita quotidiana della casa. È una dispensa rialzata destinata alla conservazione del pane. Le ante sono protette da sottili pannelli traforati che favoriscono la circolazione dell'aria e tengono lontani insetti e roditori. All'interno si trovano varie forme di pane essiccate: piccole focacce tonde, pani conici e grandi pagnotte di farro.

Sopra la dispensa riposa un grosso vaso di terracotta sigillato con un tappo d'argilla e lino. Alcuni geroglifici tracciati in inchiostro nero identificano il contenuto come miele. Rimuovendo il sigillo appare una massa dorata e profumata. Nonostante gli anni trascorsi, il miele è ancora perfettamente commestibile, denso e aromatico, con leggere note floreali provenienti dai campi lungo il Nilo.

L'insieme dà l'impressione di una dimora benestante del Nuovo Regno: una casa in cui il cibo, la birra, il gioco dei bambini e l'ospitalità erano parte essenziale della vita quotidiana, non meno importanti delle cerimonie religiose e delle attività ufficiali.

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