Le Maschere di Nyarlathotep - Capitolo 14: Sabbia e fiamme
Resoconti di gioco · DarthFeder · 13/02/2026 17:28
Giunti al Cairo, gli investigatori sfidano la spedizione rivale di Henry Clive in una corsa contro il tempo per per recuperare gli artefatti perduti della regina Nitocris. Tra rituali arcani per imprigionare demoni del fuoco e visioni medianiche di un passato oscuro, la ricerca della scomparsa spedizione Carlyle li conduce verso la piana di Giza
1925, 4 marzo
Il Cairo non è una città, è un organismo millenario e malevolo che pulsa sotto un sole implacabile. È la metropoli più vasta e pericolosa dell'intero Oriente, un dedalo soffocante dove ogni straniero è una preda. Appena arrivati, siamo stati travolti da quel sospetto atavico, tipico di noi occidentali, che ci fa guardare ogni volto bruno con un misto di timore e repulsione. Camminare da soli per le viuzze contorte di El Cairo è un invito al suicidio: non esistono numeri civici, solo ombre che ti osservano dai portoni. Il numero di tagliagole, ladri e individui pronti a sgozzarti per pochi spiccioli supera ogni immaginazione, e la sensazione di essere costantemente sull'orlo di una truffa o di un agguato è un'angoscia che non ti abbandona mai. Abbiamo capito subito che senza un "Dragoman", una guida indigena che conosca i segreti di questo labirinto, saremmo stati inghiottiti dal fango della città. Ci affidiamo quindi al giovane Saleem Naziz affinché ci faccia da guida.
Per cercare di carpire segreti diversi, ci siamo divisi. Oscar Navarro ed Hector Torres Rojas hanno scelto di discendere negli inferi, alloggiando nel tugurio più squallido e infetto dell'albergo locale per mimetizzarsi con la feccia criminale e stringere patti con l'oscurità dei bassifondi tramite un giovane delinquente di nome Hakim. Io e gli altri ci siamo rifugiati nel lusso apparente di un hotel prestigioso, solo per scoprire di trovarci sotto lo stesso tetto della spedizione di Henry Clive. Sono gli emissari della Penhew Foundation , e mentre noi brancoliamo nel buio, loro stanno già profanando la piana di Giza alla ricerca di poteri che l'uomo non dovrebbe maneggiare.
Il primo giorno in città è stato una lenta discesa tra i tomi polverosi dell'Egyptian Museum. Con l'aiuto del dottor Ali Kafour, un bibliotecario la cui sapienza sembra quasi innaturale, abbiamo cercato di decifrare frammenti di verità tra migliaia di informazioni. Ma la notizia che Clive ha già rinvenuto un secondo artefatto — un vaso canopo contenente pergamene blasfeme vicino alla tomba di Micerino — ha trasformato la nostra ricerca in una corsa disperata contro il tempo.
1925, 5 marzo
Il terrore ha preso una forma fisica quando, guidati nei vicoli della città vecchia da Saleem Naziz, abbiamo incontrato Faraz Najjar nella Strada degli Scorpioni, nel cuore pulsante del Suc. L'uomo è un abominio vivente: metà del suo volto è stata letteralmente disciolta, come se una fiamma invisibile gli avesse colato la carne dalle ossa. È il segno di una maledizione terribile, la presenza di un Ifrit, un demone della terra e del fuoco che incombe su di lui come una spada di Damocle. Quell'entità maligna lo consuma internamente, pronta a incenerirlo all'istante se solo provasse a fuggire o a rivelare i segreti della spedizione Carlyle o degli artefatti che ha smerciato.
Fortunatamente, Elizabeth Thompson ha avuto modo di studiare in modo approfondito il "Libro degli Ifrit", un grimorio legato alla magia del canto e della musica che avevamo sottratto a Edward Gavigan. Grazie a quegli incanti, nell'atmosfera densa di fumo e presagi di una moschea derelitta nel cuore della notte, abbiamo eseguito il rituale: abbiamo strappato Faras dalla morsa del demone, intrappolando l'Ifrit in una lanterna. Come ringraziamento, quell'uomo sfigurato ci ha consegnato un altro vaso canopo contenente degli indizi a dir poco criptici ma sicuramente importanti: "Cercami a metà del cammino verso l'abisso, cercami sotto la strada del re che voleva sembrare più alto di suo padre, dove il cuore pesa come una pietra e dove dimora colei che vuole essere ricomposta".
Ma nulla mi ha preparato all'orrore della possessione di Margaret Rockefeller . Su suggerimento di Hector, le abbiamo fatto indossare la Tiara degli Occhi appartenuta alla Regina Nitocris . In un istante, la nostra compagna è svanita, sostituita dall'essenza della Regina Antica della VI dinastia, colei che sterminò i suoi stessi sacerdoti prima di scomparire nel nulla. Margaret ha iniziato a piangere, investita da ricordi millenari: abbiamo "visto" attraverso i suoi occhi Nitocris su un battello solare, mentre trasportava le spoglie del fratello lungo la via processionale verso la Grande Piramide di Cheope. La regina era gravida, il suo ventre gonfio di un erede mai nato, mentre urlava il suo dolore verso le pietre ciclopiche della necropoli in costruzione.
Approfittiamo del poco tempo che abbiamo per rivolgere delle domande a Nitocris: le chiediamo se è sufficiente spezzare il suo legame con gli oggetti del suo corredo funerario (la corona, la collana e la cintura) per riportarla in vita; ma lei ci risponde che spezzare i sigilli la riporterebbe nel Duat e la libererebbe, ma lei vuole tornare sulla terra e non restare bloccata nel Duat! Vuole tornare sulla terra per regnare su tutti noi. Le domandiamo poi dove è sepolta, e ci risponde in modo davvero enigmatico: "cercami dove il leone guarda il sole, dove l'ombra del re è più lunga quando inizio il viaggio per il Duat e l'orizzonte è spezzato in due! Lì troverai il percorso per l'inizio dell'apoteosi!"
1925, 6 marzo
Il terzo giorno è stato segnato dall'incontro con una ricercatrice della spedizione Clive, una donna tedesca imponente e ripugnante nella sua arroganza. Le sue parole erano intrise di un odio antisemita e razzista viscerale, vaneggiamenti su una purezza nazionale che facevano presagire orrori futuri nel cuore dell'Europa. Mentre le donne la tenevano occupata sopportando i suoi insulti, la nostra Anne Winters si è intrufolata nella sua stanza come un'ombra. È riuscita a rubare il vaso canopo di Clive, scoprendo al suo interno enigmi e indovinelli che sembrano indicare il destino del corredo funebre di Nitocris.
Infine, abbiamo incontrato Warren Besart. L'uomo è ridotto all'ombra di sè stesso, un drogato di oppio che alloggia nella fumeria di una donna orrendamente sfigurata dal nome di Nuri Di Al Wasta. Se mai ho avuto dubbi sul fatto che stessimo inseguendo un incubo reale, le sue parole li hanno spazzati via. Besart non è un uomo qualunque: è stato il tramite fondamentale per la spedizione Carlyle qui in Egitto, l'uomo che ha visto da vicino l'inizio della loro discesa verso la follia. Trovarlo è stato come scoperchiare un sepolcro sigillato da troppo tempo. L'importanza di Besart per la nostra indagine è vitale: lui sa cosa hanno fatto Roger Carlyle e i suoi compagni prima di svanire nel nulla. Il suo racconto ci ha raggelato il sangue, trascinandoci in una spirale di orrore. Ci ha parlato di ciò che è accaduto nella piana di Giza, un luogo che ora vedo non più come un monumento alla storia, ma come un altare per oscure e terrificanti aberrazioni.
Secondo Besart, la spedizione Carlyle non si è limitata a scavare; hanno eseguito rituali profani, evocando creature mostruose che hanno squarciato il velo della nostra realtà. Mi ricorda quanto vissuto poche settimane fa in Gran Bretagna… C'è un dettaglio che mi tormenta più degli altri: prima della loro scomparsa definitiva, i membri della spedizione sparirono per diversi giorni, per poi riapparire solo per compiere quell'ultima, empia evocazione. Di quelle malefatte non resta solo il ricordo del terrore, ma una cicatrice fisica sulla terra: un pezzo di pietra spaccata proveniente proprio dal sito archeologico dove il rituale ha avuto luogo, un monito muto di un potere che ha infranto la materia stessa. Una pietra sulla quale è inciso un ankh rovesciato.
Besart è l'ultimo testimone di una verità che urla sotto la sabbia: dove sono finiti davvero Carlyle e i suoi? Quale soglia hanno varcato? Sento che la risposta ci attende tra le ombre di Giza, e temo ciò che potremmo trovare.
Citazione
Non voglio fregarti: porteremo qui altri turisti bianchi, e fregheremo loro!
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