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Fiore "la scamorza"


ectobius

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E' l'incipit di un racconto su un perdente. Pittosto lungo. Cosa ne dite? E' il caso di continuare?

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

“… io, piccolo borghese

che drammatizza tutto,

[io] vorrei tessere un elogio

della sporcizia, della miseria,

della droga e del suicidio:

io, privilegiato poeta marxista

che ha strumenti e armi ideologiche

per combattere,

e abbastanza moralismo per

condannare il puro atto di scandalo,

io, profondamente perbene,

faccio questo elogio, perché

la droga, lo schifo, la rabbia, il suicidio,

sono,con la religione,

la sola speranza rimasta:

contestazione pura

e azione su cui si misura

l’enorme torto del mondo”.

(Pier Paolo Pasolini)

Questo pomeriggio afoso Giallo piovoso sonoro di vento.

Mi schiaccia!

Accidiosamente sul letto Gli occhi aperti vaganti sull’implacabile schermo della parete.

Un balenio di folgore!

E brilla sul fondo giallo come di duna l’acciaio di una lama lunga.

A tratti sulla lama vi rimbalzano dardi di luce e negli occhi abbaglia lo sguardo del ragazzo fisso sulla lontananza di un miraggio sbavante il tenero azzurro di un mare silenzioso.

Vola alta, la lama, sull’ombra del braccio nero dell’uomo blu, e scompare nel cielo di latte in attimi ritardati e lenti che lasciano il tempo di affidare al vento una fola Ché alcuno in un giorno come questo la raccolga.

Così!

Nell’aria.

Così!

Senza un perché.

Ma è permesso riconoscere un diritto di memoria ad una vita violata dalla miseria, dal sopruso, dalla calunnia?… Ad una vita violata da una morte giovane e remota… Ineluttabile! come una scadenza?

Una vita rubata.

La fola oziosa affidata al vento della morte è un estremo anelito di giustizia per il ragazzo rimasto laggiù col “fiore” della sua causa persa: la ribellione!

Morte predestinata senza frutto.

Ha girato a lungo questo vento fra sussurri di creole lacrimose e miseri esseri e derelitti distratti E ora fiduciosa arriva a me acché la favola la racconti. A me testimone in buona parte indiretto... Che la racconti oggi in una giornata calda e piovosa di pioggia gialla.

Di accidia!

La strana favola costruita su ricordi lontani concatenati e difficili: ricordi da separare dai fatti reali... fola costruita su frammenti di avvenimenti forse anche solo pensati… immaginati... forse anche solo sognati.

Affollamento Frastuono Disordinate istanze reclamanti citazione, reclamanti una precedenza.

Comunque fola da raccontare a voce alta e ferma.

Ho deciso!

Il vento viene da molto lontano e porta con sé la sabbia La deposita sui vetri della finestra socchiusa e sul pavimento della stanza annoiata e solitaria. È sabbia d’Africa con dentro sole e storie e storie... di deserti E ticchettando sui vetri compone un ritmo… e un canto, anche:

“Creolaaa, dalla bruna aureola… di baci straziami...”…

Riconosco la tua voce… So chi sei!

Nel vento passi Ritto! La fionda appesa al collo, l’ironia di un sorriso, un colombo morto di tuo sasso, la testa stretta tra indice e medio della mano destra Il corpo penzolante che sarà pranzo proteico ai tuoi derelitti.

Hai “finito le scuole.”.

E ti invidiavo per questo anche io… io maldestro che allora mi iniziavo, parimenti senza amore, alle aule scolastiche… che poi finii per amare, e le letture.

La scuola!… Chissà!… Anche tu infine l’avresti amata, poi.

Ne sono certo!... se te ne avessero offerto le possibilità.

Ne ho certezza!

Il tuo primo giorno di scuola!

La cartella di pezza a tracollo e il sillabario fascista E il maestro che ti indica il posto nella fila degli asini… Da subito... dal primo giorno! Prima che tu parlassi, la fila di banchi degli asini Abusivo! per l’inevitabile abbandono.

La tua esistenza un abuso!

E la rabbia per le offese, le umiliazioni E la ribellione impotente!

Le scorrerie e i soldi guadagnati cantando nella strada, ché eri nato col destino della strada... eri filo d’erba tra il selciato, destinato a piegar la testa sotto ogni pedata.

No!

“Sarò gramigna!”, te lo proponesti.

Gramigna! Infestante! Tenace! Ostinazione e rifiuto, anelito di libertà del ribelle scandaloso oltre ogni confine... sempre!

Illimitato senza misura e ignaro ancora di quel che t’aspettava, di quanta strada avresti percorso: la strada del ribelle! Che non è lunga!

La strada di chi diserta la baraonda collettiva.

La precoce decisione fu il tuo sbaraglio ché non c’è clemenza per l’innocente fuori legge!

E così imbrattavi senza nulla capire di ciò che facevi Ma dovevi farlo! perché in molti si arrabbiavano, quei molti che ti chiamavano col “nome” Che ti trattavano come fossi ***** Che ti sarebbero stati sempre davanti… E tu dietro.

Così, trasgredendo, ti illudevi di poterti liberare dalle fauci del lupo.

E non era vero!

La tua scelta era un abuso! Raccoglievi calunnia e disprezzo e non ti avrebbe retto la forza nel proposito di non ubbidire… ma neanche nel comandare.

Tuttavia riuscivi ancora a mantenerti fiero e bello sotto gli stracci!

Dalla nascita l’avevi ereditato un “nome”, lo sprezzante patronimico soprannome: “Canta lu puorc!”. Ed altro “nome” Tutto tuo questo, presto ti venne incollato: “Fiore la scamorza!”. Scamorza nel senso di caccola, con chiaro spregiativo riferimento alla sconvenienza delle dita nel naso E a te solo, della famiglia, l’avrebbero urlato alle spalle nelle strade.

Gridavano, i ragazzi “Fiore la scamorza!”, e fuggivano Ché eri forte e sveglio.

Tu li rincorrevi, svogliato per non raggiungerli.

Due ragazzini! Maldestri Sono rimasti intrappolati in un angolo Eppure li avevi inseguiti poco convinto... come sempre.

Ma erano lo stesso raggiunti! Chiuse le vie di fuga, e tu di fronte agile come un ghepardo.

Che fare, ora?

Elastico di muscoli, la violenza tentava di sedurti, ma tutto si tranquillizzò in un attimo: il vento e il fruscio delle foglie e il cinguettio degli uccelli.

Ma premeva il gesto! Segno di spregio al mondo intero dei tuoi nemici… agli uomini mediocri, ai mezzani.

E fu una pisciata! sui loro pantaloni e le loro scarpe… Una pisciata lunga e tesa come una inondazione!

I ragazzi non potevano capire Cosi che le loro lacrime ti intenerirono… Ma ormai era fatta e nulla più potevi.

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Già non posso altro che apprezzare qualcuno che nell'incipit cita Pasolini, ma questi son gusti personali.

Secondo me è il caso di continuare, hai un bel modo di scrivere, che a me personalmente piace molto, il tipo di linguaggio che usi mi piace particolarmente.

E particolarmente mi piace il tono in cui è scritto, proprio riguardo a questo avrei però una domanda, è il tono dell'incipit o è il tono che vuoi tenere per tutta la durata del racconto? Che dicevi all'inizio essere piuttosto lungo ....

A me come ti ho premesso piace, però per un racconto lungo rischia di diventare pesante per il lettore.

Aspetto il seguito, e cmq anche un'altra cosa, non chiedere se è il caso di continuare, se hai iniziato è perchè hai qualcosa da dire non si scrive se non si ha qualcosa da dire e se si ha qualcosa da dire è SEMPRE il caso ;)

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Sì, è vero! E’ sempre il caso di comunicare, se si ha qualcosa da dire Ma ho chiesto un quasi permesso ché mi era sembrato che, in questo sito, ci fosse una quasi esclusiva preferenza per racconti di pura fantasia E il mio, invece, di racconto, è piuttosto concreto (anche se non del tutto realistico), e, forse, con qualche velleitaria pretesa di denuncia.

Grazie DeeD. Continuo e spero di non deludervi.

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Avevi orecchio musicale Formidabile!

La voce melodiosa e forte.

C’era la guerra che non capivi e non conoscevi Ma cantavi canzoni di insanguinate glorie per i bellicosi sedentari e romantici che comperavano la tua voce per pochi centesimi:

“Colonnello non voglio pane/ voglio piombo per il mio moschetto…”…

“… colpir e seppellir/ ogni nemico che s’incontra sul cammino…”…

“Vincere, vincere, vincere!/ e vinceremo in cielo, in terra e in mare…”.

Non eri uno sprovveduto buono a niente!

Eri il migliore!

Ad arrampicarti sugli alberi. Il migliore nel gioco delle stacce Vincevi bottoni e li commerciavi in soldi per una sigaretta.

La migliore!

Una “Serraglio”, piatta e riconoscibile, che fumavi nella strada Spavaldo!… Tu solo adolescente ostentavi una “serraglio” fra le labbra, senza nasconderti a fumare… come ogni ragazzo.

E quando arrivarono i soldati…

I perdenti della guerra arrivavano e si nascondevano ai traccianti degli aerei sotto gli alberi della vianova.

Erano ragazzi come te!

Biondi! e avevano guardato negli occhi la spettrale dama avvolta nei veli di fuliggine che ghermiva a volo gli amici biondi Tristi e silenziosi.

Tu solo ti avvicinavi a loro E io che passavo le giornate sul balcone incuriosito dalle armi, i mezzi militari, i pasti in gavetta, vidi te che per loro cantasti “Lilì Marlène”…

Li amavi… istintivamente perché perdenti, sconfitti!

Li amasti senza altro perché.

E loro ti compensarono con un barattolo di latte condensato, una galletta, una scatoletta di carne… E anche i tuoi occhi si facevano lucidi sulle note di “Lilì Marlène” mentre il tuo orecchio assoluto registrava lo strano idioma che dopo qualche giorno capivi e potevi scambiare con loro delle frasi.

Erano tanti! E fuggivano, e avevano pochi mezzi di trasporto.

Requisirono l’unico camion del paese, nascosto in un remoto sottano E mentre il paese lo guardava da lontano allontanarsi, il camion, si chiedevano:

“Chi ha fatto la spia?”…

“Fiore la scamorza!”, era la risposta sicura.

Per tutti, naturalmente!

Dappertutto la colpa era sempre a te…

Appunto!

Subito dopo arrivarono i vincitori

Non provasti la stessa simpatia per loro Chiassosi Arroganti! Ma il tuo orecchio eccezionale e la mente sveglia impararono l’altro nuovo idioma mentre li derubavi scaricando i loro camion in corsa.

Ti andava bene!

Fumavi fragranti sigarette “Camel”.

Partirono anche questi infine E partisti anche tu.

Non ho più saputo altro di te... Nulla fino a quel giorno di un telegramma.

Lo seppero tutti del telegramma!

“Disperso!”

Svanito nel nulla!

Nessuno ne fece un dramma… Chessò!… nemmeno una parola d’umana pietà.

“Disperso chi?... Ah, Fiore la scamorza?… Embè?… Salute a noi!!”.

Per loro fosti un nulla svanito nel nulla Sei fumo disperso nel vento del deserto e ora giungi solo a me, fin qui… Come voce… come un canto:

“Creolaaaa, dalla bruna aureola…”.

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Non ho saputo più nulla di te... se non che viaggiavi cantando sui treni.

Vivevi in una città di strade volgari Non integrato Ribelle senza esagerazione Libero da velleità di eroiche gesta.

Tua amica una chitarra.

Vi dormivi abbracciato alla tua chitarra nel dormitorio pubblico Perché faceva molta gola a tutti del dormitorio, la tua chitarra. Tutti con un ricettatore pronto ad acquistarla per un tozzo di pane, la tua compagna per la vita.

Con tutta calma ti avviavi regolarmente ogni mattina in stazione... a ora di colazione, e al tuo treno ogni mattina!... Il treno giusto, quello di studenti e pendolari con pochi soldi, ma che, sotto ogni altro aspetto, erano i migliori... Suonavi qualcosa e cantavi, e ti riconoscevano!

E se arrivavi presto ad un giusto ricavo prima della fine della tua tratta, ti fermavi anche a parlare con loro ed eri ben accetto.

Non devi distrarti troppo però! ché devi scendere alla prima stazione, prima che passi il controllore Che comunque fa finta di non vederti... Meglio comunque non approfittare! Hai il suo compiacente permesso solo fino alla prima stazione.

Alla prima stazione scendi e al bar prendi un cappuccino... A volte riesci a regalarti anche un cornetto... In fretta! Ché hai la coincidenza di ritorno.

È un gran daffare, ma non ti lamenti.

E racimoli ancora qualcosa durante viaggio di ritorno Non sufficiente per il pranzo, certo! Ma la mattinata è ancora lunga e sei già stanco... In qualche modo passerà anche questa giornata.

Ma eri in sovrappensiero questa mattina.

Su una banchina fuori mano, sudicia di monnezza, c’è il solito gruppo delle tre carte... esagitato, vociante Assembrato come sempre intorno ad una cassetta da frutta rovesciata e coperta d’uno straccio E come sempre ti invitano a partecipare... da compare naturalmente!

“Dove vai, muort’ e fame?... Vieni con noi!”

Infatti!

Per loro sei uno spreco di energie e gioventù e insistono con il voler metterla all’opera la tua vita giovane peccaminosamente sciupata... Utilizzarla, sfruttarla!

E hanno ragione!... Dovresti impegnarti per migliorare il tuo reddito.

MADRE UBU

“Se fossi al tuo posto questo **** vorrei sistemarlo su un trono. Così diventeresti ricco fin che vuoi, mangeresti spessissimo la salsiccia e potresti andare in giro in carrozza… Potresti anche avere un ombrello ed un bel cappotto lungo fino ai piedi”.

PADRE UBU

“Merdra!”.

*****! Tenterò il salto! Su un treno a lunga percorrenza.

Questo sì! Un treno di passeggeri generosi con tanto danaro.

E con deprecabile leggerezza hai messo il naso in uno di quei treni del progresso Moderno senza la locomotiva sbuffante Elettrico! Di quelli col locomotore che fa tutt’uno con la carrozza viaggiatori e senza la solita ressa dei treni a sbuffo. Sembrava lì abbandonato... silenzioso Sembrava senza passeggeri, il treno per persone positive Le persone concrete! E guarnito in cima, il treno, con uno stemma del colore della *****… con rispetto parlando.

Ci sei entrato!

Un po’ per curiosità, un po’ per prova e un po’ con l’ingenua ambizione di provare un viaggio comodo, magari fruttuoso... un treno di signori!... anche se li capisci poco i signori.

Finora ti eri accontentato di treni appena decenti, ma con passeggeri decenti E soprattutto con tante fermate, questi treni… fermate anche non previste!

E allora hai pensato che forse stavi commettendo un’imprudenza bella e buona a salire su questo treno, ma hai fatto appena in tempo a guardarti attorno che si sono chiusi i portelli, automaticamente, e siamo partiti.

“Mi sono nascosto dietro alcune casse di un vano bagagli ché volevo innanzitutto farmi un’idea dell’ambiente E lì nascosto ho avuto netta la sensazione di aver fatto una sciocchezza... Mi inoltravo in una galassia pericolosa”.

“Alla prima fermata scendo senza farmi vedere!”, mi sono detto.

Ma chissà quando arriverà la prima fermata… Non è un treno per pendolari questo E’ un treno da fiera… da viaggio inaugurale!

Comunque arriverà da qualche parte, infine

“E alla prima stazione scendo”.

Ma è passata più di un’ora e nessuna fermata… Dove ***** andrò a finire?… Sono deportato!

Attraversiamo le stazioni a tutta velocità e temo che nessuno abbia la forza di moderarlo ‘sto ciclone… È boom!… Ma il viaggio qui è mica comodo e ho anche fame Ed è stata la fame che mi ha stanato!

Ho aperto la porta e sono entrato nel vagone passeggeri.

Tutti dormivano tranquilli.

Qualcuno si era anche accomodato come in cuccetta sulla rete del vano bagagli, e ronfava beato come su un’amaca.

Cercavo un posto dove accomodarmi a raddrizzarmi le ossa prima di dare inizio al mio concerto... L’ho trovato, il posto libero, e mi sono seduto...

Poi ho attaccato a voce bassa:

“Bésame, bésame mucho,

Como si fuera esta noche la última vez...

Besame, besame mucho,

Que tengo miedo perderte...”

“EHI!!! TU!!! Quel posto è prenotato... Ed anche questa cuccetta è occupata!”, mi ha gridato quello sdraiato sulla rete dello scomparto bagagli Ed ha svegliato anche gli altri

“Sei stato invitato tu? Hai pagato il biglietto, TU!!!???”

“Questo è un clandestino... Slavo!!...”

“No!... E’ albanese!”.

“Sono terrone!”

“Peggio che andar di notte!... Questo ci ruba i bagagli”.

Una donna anziana, rifatta di trucco come una maschera Carica di gioielli come una madonna in processione Ha emesso versi di cornacchia:

“E sarà anche comunista, si vede! Gli ci vorrebbe un po’ di gulasch(!)”.

“Beh, è già quasi ora di pranzo, e una porzione di gulasch la gradirei”, ho azzardato.

La vecchia non ha capito, ma un omone, seduto in fondo al vagone non ha gradito Ha capito, lui, lo sgarbo ironico e si è levato e come al rallentatore ha preso ad avvicinarsi e tutti lo seguivano con sguardi iniettati, assetati di massacri... di linciaggio!

La vecchia ci ha la bava alla bocca!

“Acciuffalo!… Dagli… In galera tutta la vita!… Drogato di *****!!”.

Non ho alcuna possibilità di fuga... Né è pensabile di poter affrontare l’energumeno e la sua claque assetata di sangue senza subire i più gravi danni.

Potrei intraprenderla lo stesso la lotta… per dignità! Ma della dignità questi non sanno che farsene! Anelano al massacro…

Pollice verso!

L’unica via di salvezza per la pelle è un atto di viltà, invece... il più basso!… quello che più si addice alla mia condizione secondo il loro punto di vista.

Provo da subito a tremare come una foglia, ma il tremore li eccita viepiù. Bisogna mettersi in sintonia con il pubblico in queste faccende! E non ogni viltà, infatti, è speranza di salvezza, se non in relazione al sentire del pubblico!

E allora tendo verso l’energumeno, oramai a portata delle mie braccia tese, la mia chitarra perché mi permetta di suonare e cantare e si ammansisca Riuscirei ad intenerirlo, magari fino alle lacrime. Ma lo ******* la afferra, la chitarra, la posa in terra ci sale sopra Vi saltella

SCRAAAAAAaaaaaassssscccccccc!!!... Ed anche un suono triste come il pianto d’un bambino... flebile, netto e percepito… ma che non commuove nessuno.

L’omone ha già i pugni serrati.

Cos’altro prima che mi sbudelli?

“C’è un equivoco, Signori!... Non facevo dello spirito!... Mi rendo conto che il mio comportamento può essere stato, ed interpretato, a ragione, come un inconcepibile disdegno per questa razza nobile di passeggeri. Eroi e artisti incomparabili siete!... Accolita provvidenziale di grandi personaggi e talenti che danno lustro a tutti noi! Tra voi mi sento una scorreggia e rifletto anche che un periodo di gulag in Siberia mi farebbe certamente bene...”

E poi ho gridato:

“EVVIVA IL FASCIO!… EVVIVA L’ITALIA!… EVVIVA L’AMERICA!!!”...

Dopo questo vomitevole show non ho proprio più nulla da inventare in fatto di viltà ed abiezione. Quando si rischia lo sbudellamento è meglio non fare i difficili e allora non ho esitato Ho preso le mani della vecchia e le ho baciate irrorandole di lacrime.

Non mi era mai successo! Cosa è cambiato? Il mondo è più crudele o è solo che non sono più un ragazzo da correggere?

A ventiquattro anni o pulisci i cessi… o linciaggio e prigione!

Hanno sospeso l’esecuzione, ma hanno chiamato il controllore E l’omone mi teneva immobilizzato torcendomi un braccio.

“Favorisca il biglietto!”

“Non ho biglietto!”

“Favorisca i documenti!”

“Non ho documenti!”

“Alla prossima fermata lo consegniamo alla polizia”:

E mi hanno chiuso nel cesso.

“Ah! Se non ci fosse in giro certa marmaglia… quanto bene! Noi che amiamo tutto… anche cani… gatti… cavalli…”.

Il cesso non vi dico in che condizioni era ridotto!

Ma dopo un quarto d’ora hanno aperto la porta del cesso ed erano lì fuori, il controllore e l’omone, e fanno per farmi uscire ché c’era la carampana, bava alla bocca, piegata su un contorcimento rumoroso di budella E che si è precipitata nel cesso che quasi mi travolge.

S’è fatta avanti frattanto una piccola folla con grosse valige. Il treno ha rallentato, s’è fermato e si sono aperte le portiere... era il momento!

Una gomitata nell’immenso ventre dell’omone, un calcio nei ******** al controllore e sono saltato fuori travolgendo le valige. Alcune si sono aperte Il pavimento e la scaletta tappezzate di biancheria cosicché sono inciampati e fuoriusciti tutti a volo sulla banchina.

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Ha preso come a vomitare a getto, questo treno... di tutto! L’omone, il controllore... la dentiera della carampana a cavallo di un ruttino acido... Valige, bauli, cappelli, scarpe, biancheria...

“Dalli al clandestino! Acciuffatelo! Ammazzatelo!... In galera!” Rimbomba in eco sotto le arcate umide e rugginose.

Ululati di terrificante allarme dalle locomotive a vapore... nebbia densa... tutti i treni hanno preso a vomitare! Folla su tutte le banchine... l’uno sull’altro... Rincorrono tutti!... “Dalli al delinquente!”... Vola di tutto... in vortice... “*****!!”... sventrate le valige di cartone degli emigranti e sono un rotolare di pagnotte di pane buono e di cacicavalli... Salsicce a metri che si attorcigliano ai colli e strangolano... “Aria!... Aria!... Soffoco!”... Gente calpestata… Volano galline e starnazzando perdono le piume e sembra che nevichi nella nebbia... E volano bestemmie... E vola anche l’angelo vendicatore, l’arcangelo Gabriele spara fendenti con la spada fiammeggiante... alla cecàta, ché non riesce a individuare i bestemmiatori... Chi si trova trova!

Non è una baraonda... è un ciclone!... Si autoalimenta… acquista energia ad ogni tornata… Treni che partono in fretta e furia sbuffando fumi e scintille con a bordo passeggeri sbagliati... Bestemmie e bambini che piangono!!… Un confuso “Si salvi chi può!”...

Arrivano i carabinieri a cavallo... Patapumpt... Patapumpt!... CARICAAAAAAA!!!... Sparano fucilate in aria... rimbombo assordante...

BAANG!... BAANG!... due galline e un piccione colpiti, secchi... Una nevicata di piume!!

Non si sa più chi insegue chi.

Corro, salto, infilo treni, scendo dall’altra parte... sono nell’occhio del ciclone!.

Una mano è spuntata di tra il vapore Mi ha afferrato! mi tira giù in un tombino di fogna e ha chiuso il coperchio:

PLANC!

Mentre il ciclone continuava a rotolarci sulla testa.

Abbiamo camminato alla luce di una piccola torcia elettrica per un’ora almeno lungo cunicoli di ***** E ratti a frotte grossi così... squittivano i ratti e noi senza parlare, concentrati sul dove posare i piedi... Nemmeno una parola.

Finalmente un tratto di parete con dei graffiti inquadrato nella luce della torcia:

“E’ qui!”

Siamo risaliti arrampicandoci su una scaletta di metallo attaccata alla parete di un pozzo verticale... Ha sollevato il portello e siamo sbucati in uno spiazzo fumoso, spoglio, sporco... Squallido! Circondato da fabbriche fumanti e edifici in rovina.

“Mi scappa da cagare!”

E si è diretto ad un muretto...

“Scappa anche a me!”.

Abbiamo unito le mani, l’uno la destra, l’altro la sinistra, ed abbiamo allargato le braccia per stabilire la distanza della riservatezza olfattiva, poi ci siamo accoccolati alla distanza giusta in concentrata pausa di intimità Tutto intorno una variegata fioritura di ***** d’ogni tipo e misura... secche e anche fresche... alcune sovrapposte.

“Chi non piscia in compagnia... *******!... A te ti trovano sicuro!... dopo tutto ‘sto casino”.

E dopo una pausa ha aggiunto:

“Meglio se te vai un poco all’estero... Ho un amico che parte stanotte con un camion di cavalli... Va in Francia!”...

Mi ha passato un pezzo di giornale stropicciato per l’igiene e ci siamo diretti ad un portone sgangherato e siamo saliti fin in soffitta.

La porta si è aperta a stento con tanti vrang! e sbrang!

Saranno stati almeno cinque sdraiati su pagliericci sul pavimento e ronfavano arrotolati in stracci di coperte Non hanno avuto il minimo sommovimento al fracasso.

Puzzavano da svenire e noi aggiungevamo puzza a puzza con sentore di *****. Roba da bloccare il respiro!

“Fanno il turno di notte e dormono durante il giorno... scorreggiano come maiali e non li svegliano manco le cannonate...”.

Appesi a chiodi lungo le pareti le tute unte e nere facevano l’effetto di fantasmi infernali. Al tavolo sgangherato sedeva uno smilzo in lotta con il sonno... La testa appoggiata sulle mani al mento, i gomiti appoggiati al piano del tavolo Di quando in quando veniva giù di colpo, la testa, e allora apriva per un attimo gli occhi cisposi e allargava la bocca in enormi sbadigli gracchianti e metteva in mostra denti gialli, sbeccati e storti.

Il mio salvatore ha armeggiato intorno ad un fornelletto ad alcool e mi ha offerto una bevanda nera in una tazza stozzata e sudicia:

“Non è tutto orzo... ci ho fatto la miscela con un cucchiaino di caffè vero!”.

Si è rivolto poi al combattente col sonno:

“Bive pure tu! che da qua a poco haia parte... Ho un passeggero per te!”.

Come fosse squillata una sveglia, sono balzati tutti su dai pagliericci i ronfanti, scaracchiando e grattandosi la cispa dagli occhi Hanno infilato le tute E a turno all’impiedi hanno trincato da un bottiglione... sorsate da mezzolitro almeno. E Vrang! Sblang! la porta... E sempre scaracchiando e sputando si sono precipitati giù per la scale sgangherate.

“Porta na burraccia d’acqua... tieni compagnia a li cavalli... e mettiti sotto a na muntagna di paglia ad ogni fermata... Hai capit?”.

E VRANG! SPLANG!... la porta si spalanca sotto una spinta brutale Sono in cinque fine turno dalla fabbrica A valanga! Soffiano, scaracchiano... Si sono tolte le tute, hanno trincato a garganella all’impiedi dal bottiglione, e sono letteralmente caduti sui pagliericci ancora caldi. In un attimo ronfano... qualcuno molla una sonora scorreggia che volteggia lenta e densa, scivola sul piano del nostro tavolo... Poi sarà una raffica di scorregge... e di Roon... Roon... che manco le cannonate!

Mi hanno dato una borraccia d’acqua.

“Aspettami laggiù, alla curva... Io rallento e tu sali in corsa nella cabina... non deve vederti nessuno!”

Ce l’ho fatta facilmente a salire ed abbiamo proseguito per alcuni chilometri, poi mi ha fatto salire nel cassone in compagnia dei cavalli Due cavalli Mastodontici e tranquilli Puzzavano di cavallo e piscio.

Il pianale pieno di paglia.

Ho raccolto della paglia in mucchio, mi sono sistemato in un angolo fuori tiro e mi sono addormentato.

Quando il camion ha fermato mi sono sepolto nella paglia, ma non eravamo ancora a destinazione. Lo smilzo mi ha passato un panino senza parlarmi... E cosa avrebbe potuto dirmi?

Abbiamo viaggiato ancora per molte ore... I cavalli cagavano e pisciavano materiale fumante che in qualche modo riscaldava l’ambiente gelido.

Ed eccoci alla frontiera!

L’ho capito da un trambusto in una lingua sconosciuta e ho raccolto in fretta ancora della paglia e mi sono sepolto... C’è stata l’ispezione e i cavalli sono entrati in agitazione, si sono girati ed hanno scaricato sul mucchio di paglia una montagna di polpette fumanti con abbondante annaffiatura a potenti getti... Ai gendarmi è mancato lo stomaco per controllare quel letamaio.

Compreso me.

Dopo ancora un’ora di viaggio il camion si è fermato e lo smilzo ha abbassato la sponda posteriore del cassone:

“Siamo in città... qui devi scendere... Buona fortuna!”.

È quasi sera e ho camminato verso il centro della città e mi sono fermato, immobile in una strada animata di traffico e gente che mi scansava.

Mica potevo dar loro torto!

Sono un concentrato di fetore a strati come una cipolla marcia. Infangato e con la barba incolta. Facevo un alone intorno a me e al centro dell’alone, come una statua, io attendo.

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Embé, io vado avanti.

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Infine è comparso, il képi. Si è avvicinato con calma trattenendo il respiro.

Ha tentato di parlarmi nella sua lingua, poi in italiano mi ha chiesto:

“Sei italiano?... Clandestino?”

“Si!”

E con calma mi ha ammanettato e alle manette era attaccata una catenella lunga con la quale mi conduceva tenendomi a distanza... Poi mi ha offerto una sigaretta dal tabacco nero. Gauloise! Me l’ha messa fra le labbra e vi ha avvicinato il fuoco Il fumo della gauloise ha coperto la puzza e mi rende avvicinabile... Mi parla nella mia lingua con un accento che è come musica E la musica come sempre mi tranquillizza ma non tanto da non azzardarmi a chiedere:

“Cosa mi capiterà ora?”

“La prigione!”

“E poi?”

“Il rimpatrio”.

“Non voglio tornare fra quella gente!”

“C’è un solo modo!… per evitare sia la prigione che il rimpatrio... Arruolarsi nella légion”.

“Bene per la legione!”

“Tu ce la puoi fare! E fra cinque anni sarai libero!”.

Mi ha tolto le manette per farmi meglio gustare la Gauloise.

Sì, *****!

*****!

Ora ponevo una domanda al destino:

“Cosa devo fare?”

Non bastava più vivere in purità di cuore, era giunta l’ora di forzare… portare le cose alle sue estreme conseguenze.

Era arrivato il fondo!

Era giunta l’ora di sfuggire a se stesso, esemplare malriuscito, e alla vita degli uomini. L’ora di rincorrere la fine!… La fine da sempre intuita, mai confessata.

E al diavolo il cappotto lungo!

Il vento si è affievolito Solo un sussurro mi giunge. E non tutto percepisco di un discorso confuso che trascrivo mettendo ordine come posso.

Camminava a fianco del gendarme come un sonnambulo e la sua mente vagava da una temporalità trapassata, eterna e luminosa, ad un’altra presente e gravida di nubi… La sua stagione regale di ragazzo ribelle… Finita!... senza che quasi se ne accorgesse. Scomparsa nel buio profondo della pancia della balena… E i suoi ventiquattro anni!... Un diverso di ventiquattro anni!… Era stato il diverso a scuola, in paese Diverso fin in famiglia... Diverso!… Diverso da chi? Dalle vittime, dagli schiavi! Diverso nel non accettare… Orgoglioso diverso e solo! tra mille!

Malriuscito!

L’abbandono della scuola!... gli faceva ancora male.

La rabbia per le offese e per il Dio che guardava dalla finestra senza battere ciglia… Ed era giunto così all’età che si doveva essere braccia da lavoro Calli alle mani e schiena piegata…

Uno scatto di rabbia!... Vagabondo!

I nemici?…Tanti! A migliaia e immeritati…Affollati… Diecimila!…

Non più re! Fuorilegge! Abusivo della vita!…Condannato innocente ma complice certo di qualche trama Da riabilitare nelle patrie galere o al manicomio.

E con la mente ancora si rincorreva, lontano e si vedeva vecchio, preda di ragazzi ingiurianti Vecchio che alza lento un bastone a minacciare mentre loro gli strappano i peli della barba.

No! Ira e sfida!

Questa è signorilità, accettare il destino! Doveva percorrerlo tutto questo ultimo tratto della strada del destino… il destino del ribelle... Il suo destino!

La voce del vento mi giunge ora più chiara:

“Bene per la legione!”

Non c’è bisogno di coraggio ad ubbidire, pecora nel branco.

Io andrò ad ubbidire dove il comando è brutale e l’ubbidienza cieca! Ultima e definitiva contestazione!

“MERDRA!!!”

Eravamo in tanti Miserabili Candidati alla légion E fummo messi su un lentissimo treno che viaggiò tutta notte fino a Marsiglia… Rinchiusi affollati in un piccolo vagone di terza classe, i vetri sigillati per il freddo… La puzza di piedi e la mia e quella degli altri.

Da vomitare l’anima!

Molti erano tedeschi reduci dalla sconfitta… Li salutai!

“Guten abent, Kameraden!”

Si accorsero che ero italiano e mi girarono le spalle E io non cantai per loro “Lilì Marlène”… Che non ne avevo mica tanta voglia e c’era mica solo loro da consolare.

Alla stazione ci prelevarono e con un camion ci portarono al quartier generale della légion a Aubagne.

Ci dettero un caffè lungo... una brodaglia! E tutti ruttarono acido, a turno.

Dovemmo consegnare documenti, che io non avevo, ed ogni effetto personale, compresi abiti e biancheria…Che sollievo!

Ci registrarono con altro nome e ci portarono alle docce.

Ci squadravano ben bene… Nudi!

“FISSIIiiiiii!”

Io non capivo, ma guardavo gli altri e mi comportavo come loro. Da allora cominciarono a gridarci ordini in francese E a spingerci brutalmente nella direzione comandata quando non si capiva.

Impiegarono due settimane per valutarci… Visita medica… colloquio… test fisico… prove sportive… test d’intelligenza.

Alla visita medica controllavano tutto… ogni buco… financo i piedi, con rispetto parlando. E ad ogni prova erano in tanti ad essere scartati. Gli consegnavano un foglio di via e un biglietto e li rispedivano a casa con il loro nome.

Alla fine eravamo rimasti proprio in pochi… me compreso, e forse ancora meno! E siamo trasferiti al campo di addestramento di Castelnaudory per un addestramento di quattro mesi Il campo è circondato da filo spinato illuminato da proiettori la sera E caporali e sergenti abbaianti da mattina a sera.

“Hai rasato la tua brutta faccia ce matin?”

“Oui!”

E ho fatto appena in tempo a spostare il capo cosicché il diretto al viso mi ha appena sfiorato Ma non è stata apprezzata la prontezza di riflessi. Non viene apprezzata qui la prontezza di riflessi quando a colpire è un superiore… è presa come uno sgarbo! E mi ha colpito con un forte destro al fegato che mi ha piegato… una ginocchiata come un fulmine mi ha raggiunto in viso e mi ha steso a terra… Un calcio in **** mi ha rimesso in piedi.

“FISSIIIIiiiiiiii !”.

“Allora ti sei rasato?”

“Non, monsieur le sergent Babouchon!”

“Così va meglio! Non devi jamais l’oublier!”.

Babouchon era largo, le gambe corte, i glutei possenti Ma agile e fortissimo Amava invitarci a sfide dirette e leali. Qualcuno accettava e finiva irrimediabilmente sciabattato in infermeria. Erano tutti invincibili questi caporali e sergenti! e presto non ci fu più nessuno a cadere in trappola.

E lo stesso Babouchon, e anche altri, avevano l’abitudine di effettuare ispezioni notturne in camerata: accendevano le luci e svegliavano quasi tutti. Al minimo motivo mollavano calci e pugni.

Ha preso una notte, Babouchon, il mio zaino e lo ha aperto e ne ha vuotato il contenuto fuori dalla finestra al terzo piano.

Sono sceso Né Ahi, né Bai!... Ho raccattato tutto E lui era lì in piedi accanto alla mia cuccia a controllare. Non mancava nemmeno uno spillo.

Sotto il suo sguardo ho rimesso tutto in perfetto ordine e mi ha guardato tutto il tempo. In silenzio. La testa lievemente piegata da un lato, una piega della fronte alla radice del naso.

Non mi è sembrato il “bastardo” che sembrava.

Un artista era, Babouchon! Scultore che esamina il suo blocco di marmo per farne un “Monsieur le légionnaire!” Sfiorandolo, il marmo, al limite dell’eccesso che incrina.

Non parlarono mai della Francia durante quei mesi di addestramento C’era solo la legione in ogni discorso: la storia della legione, le battaglie della legione... La musica e le canzoni della legione... e la mia voce fu molto apprezzata Sovrastava ogni altra, forte e intonata.

“La legione è la vostra Patria!

Ogni legionario è tuo fratello senza distinzione di razza, di nazionalità, fede religiosa.

Tradizione, disciplina, cameratismo.

Orgoglio!!!

Rispetterai il tuo nemico sconfitto, non abbandonerai mai i tuoi morti né i tuoi feriti.

Non consegnerai le armi in nessuna circostanza”.

Avevo dei riferimenti... ora E non erano il risentimento, la rabbia… Nemmeno la Francia e la guerra. L’unico riferimento era la légion! Era dignità, la légion!

Molti furono scartati prima della fine dell’addestramento, molti non ressero e scapparono. A Castelnaudory alla fine eravano rimasti in pochissimi e giusto in tempo per sfilare sugli Champs Élysèes nell’anniversario della presa della Bastiglia.

Sugli Champs per prima sfilano le forze armate di Francia! Procedono al suono di una marcia militare Centoventi passi al minuto.

Poi...

Silenzio!

Tutti in piedi! Anche il presidente della Repubblica!

Tra gli applausi fragorosi sfilano i legionari.

In tenuta perfetta, Impeccabili!

E la banda attacca un’altra musica: la marcia lenta di “Le Boudin” Ottantotto passi al minuto!

Il passo dei re e degli imperatori!

Fiore “la scamorza” seppe che la legione era la sua casa E che, se finanche il presidente della Repubblica s’era levato sull’attenti al suo passaggio. Da ora in poi non si sarebbe mai più dovuto umiliare di fronte a nessuno.

Eppoi… l’addestramento lo aveva irrobustito e reso più agile Vinceva quasi sempre nelle gare sportive di velocità e lo avevano chiamato “Le léopard!”.

La legione era considerata il rifugio di criminali, banditi, ubriaconi, squilibrati... Io invece... quelli che ho incontrato provenivano da ogni nazione del mondo... erano neri, arabi, orientali... e in maggioranza tentavano di arruolarsi per necessità. Poveracci senza lavoro, braccianti disoccupati, ex soldati. Ma anche romantici avventurieri nati E nobili e principi Generali e perfino preti Apaches parigini... Qualche criminale, forse. Gente che, in un modo o nell’altro messi, si allontanavano dalla società.

Poi la selezione è stata severissima e quelli che sono rimasti sono i legionari che si sono uniti sui valori della legione: l’onore, il coraggio, l’onestà, l’amicizia senza pregiudizi di razza o di ceto.

La legione è un mistero!

Da tutti i centri di reclutamento e addestramento fummo trasportati in treno fino a Marsiglia e dalla stazione un caporale ci condusse a Fort Saint-Jean, una fortificazione medioevale all’imbocco del porto. Appena fummo in numero sufficiente ci imbarcarono destinazione l’Algeria.

Da Orano raggiungemmo in trenino Sidi bel-Abbès che era una gran città sorta nel deserto intorno alla base della legione. La città viveva della legione Offriva tutti i divertimenti e servizi che potevano confarsi a quella gente: dai cambi valuta ai bordelli Soprattutto bordelli di negre, creole, francesi... D’ogni razza! eccetto le donne arabe che vivevano chiuse nelle loro case di mattoni di sterco e sabbia e fango con miriadi di bambini.

Arrivati a destinazione fummo accolti alla stazione, incredibilmente polverosa, dalla banda e marciammo fino alla base tra ali di prostitute, magnaccia, ruffiani, negozianti, maitresses, proprietari di locali.

Le giornate alla base erano faticose, l’addestramento duro finiva mai e nemmeno il controllo e le angherie dei sotto ufficiali onnipresenti.

Fiore prese a frequentare nelle ore di libera uscita un locale notturno affollato da creole gentili e con un pianoforte e un pianista negro.

Entrava nel locale immancabilmente intonando

“Creolaaaa, dalla bruna aureolaaa!...”

Ed era molto ben voluto e spesso cantava le sue canzoni con l’accompagnamento del pianoforte.

Interminabili partite a tre sette... era divenuto amico di tutti.

Benvoluto anche da tutto il personale arabo.

E arrivò il giorno della festa della legione che commemorava la battaglia di Camarone.

La legione è un mistero! Unico corpo militare che commemora una battaglia perduta.

Sull’attenti e in “presentat-arm!” sulla piazza della legione ascoltavamo il racconto della battaglia E quando il veterano di stato maggiore portò sul palco la mano di legno del capitano Danjou, noi cantammo il più splendido inno della legione e molti piansero.

A Camarone poche dozzine di legionari al comando del capitano Danjou, malmessi per malaria e altre febbri tropicali, avevano tenuto testa per due giorni, riparati in una azienda diroccata, ad un esercito di migliaia di soldati messicani ben armati.

Resistettero oltre ogni immaginabile limite umano Giorno e notte sempre vigili Spararono fin l’ultima cartuccia e infine erano rimasti in vita solo in tre. Feriti, punzecchiati da ogni lato da baionette rifiutavano di arrendersi e tenevano ben strette le armi in pugno, benché scariche.

Rifiutavano di arrendersi e stavano per essere trucidati quando un ufficiale messicano intervenne e permise loro di tenere le proprie armi.

Furono trattati da eroi, curati e infine riconsegnati alla loro “patria”: la legione.

Dopo la recitazione del “Récit du combat” c’è sempre un gran banchetto alla base, e per quel giorno il rilassamento della disciplina e delle formalità è totale.

Ogni legionario può festeggiare come meglio gli pare... non sarà incolpato di infrazioni al regolamento (purché non gravi!), e in questo giorno anche se un legionario stramazza al suolo ubriaco fradicio, si farà finta che stia riposando.

Ogni festeggiamento dovrà cessare immancabilmente entro la mezzanotte”.

Fiore si recò come al solito al suo locale con le creole e il pianoforte, e col pianista negro. L’atmosfera era molto più vivace del solito.

Nella sala affollata il brusio era assordante e confondeva le note del pianoforte picchiate dal negro e la voce della creola che cantava “J’ai deux amours...” .

A tratti le urla dei giocatori alle carte, al biliardo... i canti sgangherati degli ubriachi E il fumo denso confondeva le fisionomie anche dei più vicini.

C’era odore di caffè, di rum, di sudore e di piedi.

Di botto al centro della sala una calca... Urla! Cresce... trabocca, la calca... tutta la sala sprofonda... È la grande rissa... Il grande smantellamento.

Ancora!... Brutto segno!

Vola una sedia... un tavolino sfonda, spacca una finestra in mille pezzi... Si incastrano, si scavalcano, si sventrano, si spiaccicano... Volano, cadono, si rialzano... Sono di caucciù!

“*****!!!”... “******* di *****!!!”... “Va a cagare!!!”

La macchina dell’espresso travolta! Sbuffa, ci ha il brivido, traballa... Cade sotto una spinta Esplode!

La sarabanda del panico:

“Si salvi chi può!!!”.

Uno della stazza di un Babouchon è partito veloce a testa bassa, fende la calca... si leva in volo i piedi in avanti contro la parete di mattoni di sterco e fango... Tutto trema, un brivido... la parete crolla e dalla breccia la fuga E proprio nel momento dei fuochi d’artificio...

Tutti fuori nella polvere e nel fumo e... “Ohooooooo!!!”... nasi all’aria al fuoco ed alle grandi stelle immobili e indifferenti.

“Io i fuochi non li ho visti... Ho sentito solo i primi botti e poi... Non ricordo più nulla!

Mi ritrovo che è giorno... Sono legato e in ginocchio sulla duna, e so cosa sta per accadermi”.

Da sempre sapeva che non sarebbe andato lontano, ma da quando era “Monsieur le légionnaire”, “il leopardo”... Chissà!... forse questa volta...

Pensava... Timidamente... Timidamente!

Ma non da questi se l’aspettava!... Questi erano nemici imprevisti Usciti dal buio Nemici non suoi... e nemmeno nemici della légion... Perdenti come lui! Nemici della Francia, del colonialismo. del razzismo, dello sfruttamento... e suoi fratelli! Qualcuno di loro li conosceva anche di persona E li sbirciava ora con stupore... confuso... Erano nella condizione del torero che deve infilare la spada e deve continuare...

Vivevano tutti il loro incubo su quella duna L’incubo che durerà tutta una vita. L’incubo è un corpo nemico che non muore... Non morirà mai!

Cresce Cresce Cresce...

Mentre la gente riderà sempre della storia stupida che non può essere presa in considerazione:

“Fiore la scamorza?... Salute a noi!!”

Aveva l’aspetto di un incidente! L’ennesimo. Identico... Ineluttabile.

Era l’accidente previsto che si metteva in moto alla scadenza prevista e precipitava senza più ostacoli.

Lui fermo lì, legato ed in ginocchio sulla duna.

Intorno loro.

Circospetti, incerti.

La spettrale inquietudine dell’avvenimento cieco.

Fu un batter d’occhi! Ed era successo... L’hanno ammazzato!

Ora che il suo “nome”, “la scamorza”, se l’era dimenticato, ora leggeva nella luce del sole la parola fine

Tum – tum... Tum – tum... Tum... ... tum... T... t ...

Era morto!

Nemmeno coraggiosamente in battaglia... o nel soccorrere generosamente un camerata... e senza armi in pugno, benché scariche.

Doveva accadere... acadere così... come era accaduto.

Non c’erano alternative e nessuno poteva essere ritenuto responsabile.

E così?...

Morire da legionario o da Fiore “la scamorza?”... faceva forse differenza?

Però!... si era fatta una gran quiete.

E’ notte! Una notte d’aria ferma che non fa dormire…

L’afa e il racconto nel vento!

Esco di casa d’impulso Nella strada deserta non c’è refrigerio nel vapore che sale dall’asfalto e le gocciole residue dagli alberi picchiettano il leggero strato di sabbia e vi disegnano indecifrabili geroglifici.

In fondo al viale due ragazzi!... Li intravvedo nel vapore che firmano in spray colorati la facciata di un condominio borghese appena ridipinto... Firme complicate, e senza velleità d’arte... La spedizione nata negli abissi di un profondo inconscio:

“Si vedo un muro bianco, io jelo sfregno!”, diceva il poeta.

E io?... Io!

Il lembo di un manifesto pubblicitario scollato dalla pioggia mi sfiora il braccio Lo ho afferrato Ho tirato ed è venuto giù intero… Corro a scalzare i lembi umidi di altri manifesti e…

Strappo… Strappo… Strappo!

Affanno, sudato e fermo.

Laggiù il muro firmato!… E i ragazzi hanno già girato l’angolo.

Sotto i miei piedi la faccia paffuta, sorridente e colorita da un manifesto.

Sotto i miei piedi!

A chi la responsabilità? A nessuno!

E il viale con gli alberi che piangono.

FINE

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