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Il Sangue Non Mente -Capitolo 1

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CAPITOLO 1: L'ultimo brindisi di Oppara

Il Palazzo dei Koor brillava di una luce che sapeva di oro e ipocrisia. Nella grande sala da pranzo di Oppara, i lampadari di cristallo millefiori riflettevano le armature da parata degli ufficiali e le sete pregiate delle matrone del Taldor. L’aria era densa del profumo di vino speziato di Qadira, arrosti al miele e fard per il viso.

Al centro della tavola d'onore, Gloriana Koor sedeva immobile nella sua corazza d’acciaio brunito, decorata con i bassorilievi d'argento che raffiguravano i tre cavalieri della Stirpe del Vestigio. Il grande spadone imperiale, la lama pulita e bilanciata alla perfezione, era poggiato alla sua sedia, un simbolo silenzioso della sua devozione alla corona.

Avrebbe dovuto essere una celebrazione. Era tornata viva dalle foreste del Verduran.

«Un brindisi alla nostra gloriosa primogenita!» la voce di Lord Valerius Koor, fredda e squillante come una moneta che cade sul marmo, si levò sopra il brusio. Suo padre sollevò il calice d’oro, lo sguardo vitreo che evitava accuratamente di fissare le bende nascoste sotto il colletto alto di Gloriana. «Ha ripulito i confini dai selvaggi. Gli antichi eroi del nostro lignaggio guidano ancora la sua lama. Per l'Impero!»

«Per l'Impero!» rispose il coro di nobili, i calici che tintinnarono all’unisono.

Gloriana provò a sollevare il suo bicchiere, ma le dita le tremarono. Un calore viscerale, denso, che sapeva di ferro e terra bagnata, le stava risalendo lungo la gola. Nelle ultime ore, le voci sussurranti dei suoi antenati – quelle guide eteree che le avevano sempre riempito la mente di saggezza e tattiche militari – erano diventate silenziose. O meglio, stavano urlando, ma le loro grida giungevano da una distanza siderale, come se qualcosa le stesse trascinando sul fondo di un abisso.

Aiuto, provò a pensare Gloriana, cercando il contatto con lo spirito del primo cavaliere della sua casata. Ti prego, dammi la forza.

Nessuna risposta. Solo un ringhiante, famelico silenzio.

«Gloriana, cara, non bevi?» sussurrò sua zia accanto a lei, il viso appesantito dal trucco bianco. «Hai una cera orribile. Sembra che tu stia per...»

La donna non finì la frase. Il calice di Gloriana si frantumò nella sua mano. Non perché fosse caduto: le sue dita si erano contratte con una forza tale da piegare l'oro e spaccare il cristallo. Il vino rosso si sparse sulla tovaglia di lino bianco come sangue fresco.

«Gloriana!» sbottò Lord Valerius, la voce che si abbassò di colpo, carica di un avvertimento velenoso. «Contieniti. Gli occhi della corte sono su di noi».

Ma Gloriana non sentiva più suo padre. Non sentiva più la musica dei liuti. Il battito cardiaco dell’uomo seduto a tre metri da lei risuonava nelle sue orecchie come un tamburo di guerra. Poteva sentire l’odore del sudore sotto i vestiti di seta degli ospiti. Poteva sentire la carne. La fame.

No. Vi prego. Adesso no.

Un dolore sordo, sfolgorante, le squarciò la spina dorsale. Gloriana si alzò di scatto, rovesciando la sedia. La sala piombò nel silenzio.

«Io... devo andare», mormorò, ma la sua voce non era più la stessa. Era roca, graffiante, spezzata.

«Siediti», ordinò Valerius, alzandosi a sua volta, la maschera di finta cordialità che cominciava a cedere. Due guardie della casata, ai lati della sala, fecero un passo avanti, le mani sui pomoli delle spade. «Stai dando spettacolo. Ti ho detto di...»

Il primo scricchiolio fu scheletrico.

La mascella di Gloriana si contrasse con una violenza tale da farle sanguinare le gengive. Sotto gli occhi inorriditi dei nobili del Taldor, i suoi lineamenti perfetti e aristocratici si spaccarono. Gli angoli della bocca si lacerarono, la pelle si tese e si tòse mentre la struttura ossea del viso si allungava in avanti, deformandosi in un muso grottesco. I denti crebbero, affilandosi, diventando zanne d'avorio spesse come pugnali che premevano contro le labbra distrutte.

«Un mostro!» urlò qualcuno in fondo alla sala. Il panico divampò come paglia secca. Le donne versarono il vino, i tavoli vennero rovesciati mentre i nobili calpestavano le proprie vesti pur di raggiungere le uscite.

«Guardie! Uccidetela! Coprite questa vergogna!» ruggì Lord Valerius. Il padre non vedeva una figlia malata; vedeva il nome dei Koor trascinato nel fango della foresta.

Le guardie scattarono, ma la trasformazione di Gloriana era ormai inarrestabile. I muscoli delle sue spalle e del torace si espansero con la forza di un fiume in piena. Le piastre d'acciaio d'argento della sua corazza da cavaliere – i simboli dei Vestigi – iniziarono a piegarsi, i rivetti di ferro saltarono come proiettili contro le pareti affrescate. Il metallo si spaccò con un gemito stridulo, lacerando le vesti e rivelando una pelliccia nera, ispida, impregnata dell'odore della brughiera.

Gloriana non era più una donna. Era una tempesta di artigli e fame eretta su due gambe. La bava mista a sangue colava dalle sue fauci spalancate.

Il primo guardiano le fu addosso, la spada sguainata. Gloriana non usò la disciplina del Taldor. Non parò il colpo. La lama lo colpì alla spalla, ma la sua carne, rigenerata dalla frenesia selvaggia, assorbì il dolore senza cedere. Con un movimento fluido e bestiale, Gloriana allungò la zampa artigliata, afferrò lo spadone a due mani che poggiava ancora alla sedia rovesciata e lo calò come una scure, spaccando lo scudo dell'uomo.

Poi, cedendo totalmente alla maledizione, spalancò le mascelle e affondò i denti nel metallo della protezione e nella carne sottostante, strappando via un pezzo di armatura con la stessa facilità con cui un lupo sbrana una lepre.

«Prendetela! Non fatela uscire viva da questo palazzo!» urlava Valerius da dietro la linea dei soldati, mentre la sua primogenita, l'orgoglio della casata, abbatteva le porte della sala con una spallata, scomparendo nella notte di Oppara sotto forma di un immenso lupo nero.

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