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Dragons´ Lair

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Le Maschere di Nyarlathotep - Capitolo 5: Un Funerale

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Partecipiamo al funerale di un amico, e poi ci ficchiamo in quello che potrebbe essere il nostro.

Il gruppo accorre al capezzale di Edward Alistair Hargrove, gravemente ferito. Fortunatamente sta meglio di quanto sembri e, dopo un breve ma proficuo colloquio con il Tenente Martin Poole, gli investigatori si ritirano a casa di Elizabeth Thompson per riposare. L'indomani partecipano al funerale di Jackson Elias, dove fanno la conoscenza dei suoi curatori testamentari. Poi decideranno di visitare Little Africa, sulle tracce di una Anne Winters misteriosamente scomparsa.

Dal diario di Nicholas "Nick" Carter

1919, 17 gennaio

Ci incontriamo tutti all'ospedale, accorsi al capezzale di Edward Alistair Hargrove. Fuori dalla sua stanza, incontriamo il Tenente Martin Poole: è un uomo immerso nel torpore, trasmette una sensazione di svogliatezza e sufficienza. Si rivolge a noi per chiederci cosa sia successo e chi siamo (anche se ammette, in seguito, di aver già indagato su di noi: sa che siamo - eravamo - amici di Jackson Elias). Poole afferma che questo è il primo caso di omicidio fallito di una lunga serie accomunata da circostanze misteriose e da un'arma del delitto decisamente atipica. Ma il fatto stesso che sia stato tentato un omicidio di questo genere è inspiegabile dato che il presunto assassino, Hilton Adams, è dietro alle sbarre di Sing Sing e sarà giustiziato a giorni (o meglio, come dice Poole: "sta per incontrare Sparkie!"). Intuisco dunque che sotto al velo di torpore ed apparente indifferenze c'è dell'altro: mi bastano poche domande ben piazzate per far breccia sull'uomo, frustrato ed adirato. È in collera con l'agente Robson del quarto distretto, trova a dir poco riprovevole le modalità con cui Robson (facendogli le scarpe dopo essere saltato fuori dal nulla) ha preso in mano il caso del serial killer di Harlem e di come poi l'ha chiuso appoggiando totalmente le supposizioni del prof. Mordecai Lemming. Riesco a convincerlo a farci parlare con Adams persuadendolo del fatto che quest'ultimo, forse, si sarebbe sbottonato un po' di più sull'accaduto trovandosi di fronte a dei civili piuttosto che ad uomini in divisa. Avremo un appuntamento con lui tra il 18 ed il 19 di gennaio, giusto prima dell'esecuzione fissata per il 22… esecuzione che certamente avverrà, a meno che non venga trovata una prova che testimoni in modo schiacciante l'innocenza di Adams, come l'arma del delitto! Quel coltello, chiamato Mumbala, ha all'estremità dell'elsa una sorta di affilatissimo timbro che viene utilizzato per marchiare il bestiame. Ebbene, il mumbala che ha ucciso Jackson e gli altri ha un'effige ben precisa, il simbolo de La Lingua Scarlatta: se anche il coltello che ha ferito Alistair avesse la stessa effige allora significherebbe che qualcun'altro ha compiuto gli omicidi, e non Hilton. Già… il mumbala che ha ferito Alistair… quell'arma che, nella foga del momento, mi sono infilato nella tasca interna dell'impermeabile e che ora preme contro il mio fianco, ancora insanguinata. Decido di consegnare l'arma: potrebbe scagionare un innocente, e potrebbe convincere Poole a fidarsi ancora di più di noi: avere l'appoggio della polizia nelle nostre indagini non sarebbe affatto una brutta cosa. Mi assento per un momento, con una scusa mi reco alla toilette e faccio un paio di foto al coltello prima di separarmene.

Proprio in quel lasso di tempo un infermiere entra nella stanza di Alistair, un tal Jackie Wallace, un giovane afroamericano dall'aria pulita e curata. Più tardi Alistair ci racconterà che il giovanotto gli ha rivolto molte domande sul suo stato di salute e non solo: l'ha interrogato sull'arma che l'ha ferito e su una setta della quale Hargrove ha affermato di non sapere nulla. Molto sospetto, per un infermiere…

Consegno dunque l'arma a Poole, il quale ne è entusiasta, ma che dopo un rapido esame scuote il capo deluso: l'effige tagliente dell'elsa è diversa, rappresenta un serpente, decisamente differente dalla Lingua Scarlatta impressa sulla fronte del buon Jackson. Il poliziotto dunque si congeda, restiamo d'accordo di rimanere in contatto in attesa di poter essere ricevuti di Adams.

Nel frattempo Alistair si è alzato e ci chiama a gran voce: tra le sue lenzuola era stato nascosto un documento, uno stralcio di Cartella clinica che qualcuno ha voluto farci trovare. Forse Wallace? Alistair afferma di non essersi accorto di nulla. Si tratta di uno stralcio degli appunti di Roger, il marito di Lizzie, su Roger Carlyle!

Dei rumori dal vicolo ci allertano: schiamazzi di ragazzi ed il pianto di un infante. Oscar si affaccia alla finestra e discende rapidamente la scala anti incendio, affrontando due teppisti che stanno prendendo a calci un sacco di iuta. Il nostro compagno interviene appena in tempo, salvando dai maltrattamenti dei due ragazzacci un povero gatto scanchenico (pare chiamarsi Wu, che si unisce di buon grado al nostro variegato gruppetto di gentiluomini e gentildonne).

Ci rechiamo a casa di Elizabeth per la notte. Stanchissimi, crolliamo in un sonno senza sogni.

1925, 18 gennaio

Appena svegli, andiamo da un veterinario per far visitare il gatto malconcio e poi passiamo alla banca di Liz per depositare, presso la sua cassetta di sicurezza, gli indizi recuperati nella camera di Jackson la notte del suo assassinio. Nel frattempo, Margaret Rockefeller ed Elizabeth Thompson chiedono a Slimy, l'autista, di accompagnarle all'Astoria Hotel per cercare di incontrare Anne, la quale non si è ancora fatta viva da ieri sera. Strano, da parte sua, non essersi presentata all'ospedale. Anche perchè il Tenente Poole ha affermato di averla contattata telefonicamente tramite la reception dell'albergo per comunicarle l'accaduto, invitandola a presentarsi all'ospedale per qualche domanda - proprio come ha fatto con il resto di noi (eccetto che con me, che ho per primo ho contattato le forze dell'ordine denunciando l'accaduto). Slimy è stranamente taciturno e scuro in volto, mette in moto la sfarzosa auto di Margaret e si avvia verso l'Astoria. Approfittando di una sosta al semaforo, borbotta qualcosa sulle "indagini nei bassifondi" e poi getta un sacchetto alle due passeggere. Un sacchetto che contiene una cosa orrenda: una lingua umana! La lingua, apprendono Margaret e Liz, di Slimy. L'uomo si era spinto troppo oltre con le sue domande, e gli è stato dato il benservito… ora, al volante dell'auto, c'è un uomo travestito da autista. Un uomo che, una volta sollevato il berretto, le due donne hanno già visto nella fotografia scattata da Alistair ai tre individui in fuga dalla stanza di Jackson. È uno degli assassini! L'uomo accelera bruscamente, intende portare le nostre compagne chissà dove per farle fuori. Margaret prende una decisione drastica: incurante del luogo e del contesto, estrae dalla borsetta un piccolo revolver e fa fuoco, colpendo l'assassino alla nuca. La macchina sfreccia ora senza controllo per le strade della città, con l'acceleratore tenuto pigiato dal peso del cadavere. Solo la prontezza di Liz consente alle due di salvarsi: ella riesce a spostare il corpo esanime ed a prendere il volante, facendo decelerare il veicolo fino al suo completo arresto.

Le due donne ci raggiungono al funerale di Jackson, scosse e preoccupate, riferendoci l'accaduto. Inoltre hanno appreso dalla receptionist dell'Astoria che, dopo la telefonata di Poole, Anne è uscita per poi non rientrare più. Dove si sarà cacciata?

La chiesa è vuota: ci aspettavamo un gran viavai di persone per l'ultimo saluto ad un così famoso scrittore, ma oltre a noi sono presenti solo due distinti uomini ben vestiti ed un attempato sacerdote. Facciamo così la conoscenza di Carlton Ramsey e di Jonah Kensington, rispettivamente avvocato ed editore di Jackson Elias. Entriamo in sintonia con i due gentlemen, per merito di Alistair che condivide con loro quanto compiuto da Jackson in Perù durante la nostra spedizione del 1919. Gli uomini ci riconoscono come gli eredi spirituali di Elias, e ci affidano inaspettatamente i suoi appunti oltre all'accesso ad un fondo di denaro da utilizzare per uno scopo: concludere la missione di Jackson, svelare la verità sul misterioso caso Carlyle. Jackson, infatti, era fermamente convinto che i membri della spedizione Carlyle - dati per morti in Africa - siano in realtà ancora tutti vivi! Elias ha infatti ripercorso, prima della sua dipartita, i passi della spedizione di Roger: Mombasa, Shangai, Londra… luoghi che, come fatto dal nostro amico, dovremmo visitare per riuscire ad unire i puntini di questo mistero.

I due uomini ci affidano i seguenti documenti, la cui lettura è stata portata a termine in un secondo momento:

  • Appunti di Jackson, 1

  • Appunti di Jackson, 2

  • Appunti di Jackson, 3

  • Lettera a Jonah Kensington

  • Appunti di Roger Carlyle

  • Articolo del NY Times

Prendiamo congedo da Ramsey e Kensington per dedicarci ad una questione più impellente: trovare Anne, che ancora non ci ha fatto avere sue notizie. Ci dirigiamo nuovamente all'Astoria e tentiamo un approccio diverso: anzichè cercare risposte dalla reception, ci rivolgiamo all'usciere che a sua volta ci indirizza all'autista di un blue cab posteggiato lì di fronte: curiosamente, infatti, l'usciere ha visto Anne salire su un blue cab anziché su di un yellow cab. Perché mai la nostra amica avrebbe dovuto prendere un taxi riservato alla gente di colore che solitamente fa la spola verso Harlem? L'aiutista ci è molto d'aiuto: sebbene non abbia trasportato in prima persona Anne, ci racconta di un blue cab rubato in circostanze misterioso il giorno precedente. L'autista è stato trovato morto e lui non era di turno la sera precedente: facendo due più due, supponiamo che il terzo assassino di Jackson si sia impossessato di un taxi e si sia finto un autista, per portare l'ignara Anne verso Little Africa per… Un momento: Little Africa! L'unica zona di Harlem presso la quale ad oggi non sono stati compiuti omicidi. Il sospetto diviene certezza: Anne è in serio pericolo. Dobbiamo trovarla. Il sole tramonta sulla fredda giornata invernale ed una luna gibbosa sorge, preannunciando una notte di sangue. Ci facciamo accompagnare dal blue cab all'incrocio tra la 138 e la 139, di fronte al Fat Maybelle's, un tempo una gelateria ed ora un club frequentato perlopiù da neri. È un postaccio che da sulla strada… un tempo doveva essere un luogo accogliente e luminoso frequentato da famiglie allegre, ora è uno Speakeasy fumoso, ai tavoli siedono persone dallo sguardo torvo che ci osservano con diffidenza attraverso la vetrina ingiallita. Gli edifici attorno sembrano tutti abbandonati, dando al quartiere un'aria spettrale. Giriamo attorno al locale, capendo che non è posto dove il nostro ingresso sarebbe benaccetto, e cerchiamo qualche traccia del passaggio di Anne. Troviamo all'angolo un fermaglio caduto tra la neve sciolta: apparteneva proprio a lei! Di fronte a noi, in posizione diametralmente opposta rispetto al Fat Maybelle's, un'insegna segnala la "Juju Hause", un bazar che offre in vendita oggetti di ogni genere provenienti dal continente africano. Una coincidenza? Ci appartiamo all'interno di un locale sfitto a poca distanza per studiare che accade lungo la strada: i nostri sospetti sulla Juju Hause vengono confermati da un insolito viavai di gente: bianchi e neri di diverse levature sociali percorrono il vicolo buio ed entrano nel bazar, nessuno di loro esce e dalla vetrina il negozio continua a sembrare deserto. Dove andrà tutta quella gente? Ci sarà forse un sotterraneo… un luogo dove i membri di una setta possono incontrarsi indisturbati! Anche due agenti di pattuglia entrano nel negozio, uscendone dopo poco con aria visibilmente soddisfatta: sicuramente il loro silenzio è stato comprato con qualche mazzetta di banconote. La setta potrà agire indisturbata stanotte, qualsiasi cosa i suoi membri abbiano in mente. Dobbiamo assolutamente intervenire per salvare Anne, che certamente si trova lì dentro.

Liz e Margaret decidono di entrare nel negozio, fingendosi interessate ad entrare nella setta, mentre Alistair ed Oscar tenteranno di intrufolarsi passando dal tetto. Io sono uno zoppo, sarei d'intralcio in un'azione così acrobatica, pertanto mi apposto nei paraggi ed osservo la scena. Sotto ai miei occhi, la situazione degenera: l'uomo dietro al bancone del negozio deve aver smascherato l'imbroglio delle mie compagne dopo qualche scambio di battute (mi pare di aver sentito qualcuno pronunciare la parola "Chakota"… dove l'ho già sentita?) in quanto estrae da dietro al bancone un fucile a pallettoni che punta contro di loro, intimandole di precederlo scendendo attraverso una botola celata nel pavimento. Vorrà forse portarle dai cultisti, per interrogarle ed ucciderle! I miei compagni irrompono dal tetto ma troppo tardi, la bolola si è già richiusa. Scoprono un campanello collegato alla porta del negozio che sicuramente funge da allarme, aprono quindi una finestra per permettermi di accedere. Rapidamente apro la botola e guardo giù: al termine di una lunga scala a pioli scorgo l'uomo (Silas N'Kwane, questo era il suo nome) puntare il fucile contro Liz e Margaret ordinando loro di proseguire verso un corridoio buio. Agisco d'istinto: raccolgo un estintore e lo lascio cadere attraverso la botola, la gravità fa il resto: Silas giace ora a terra, la testa spaccata. Inoffensivo. Con il senno di poi mi pento di averlo ucciso: avremmo potuto stordirlo per poi interrogarlo, ma ora la sua bocca resterà chiusa per sempre ed i suoi segreti se ne sono andati con lui.

Raggiungiamo le ragazze scendendo la scaletta e, con circospezione, proseguiamo tutti assieme attraverso il corridoio adornato da simboli tribali che termina con una porta chiusa. Cautamente schiudiamo l'uscio e ci troviamo al cospetto di una vasta sotterranea sala circolare totalmente deserta. Un vero e proprio mattatoio, il pavimento è sudicio e le pareti sono coperte di simboli propri della cultura Africana. Da un pozzo sul pavimento, chiuso da una pesante grata circolare, provengono urla disperate e suppliche: è lì che i cultisti devono tenere i prigionieri rinchiusi in attesa di sacrificarli! La grata deve essere apribile tramite il grande argano meccanico posto lì accanto: assieme a Margaret mi precipito in quella direzione, cercando di capire come manovrare il macchinario: il tempo stringe, non possiamo abbandonare quella gente lì sotto ed i membri della setta potrebbero tornare da un momento all'altro. Alistair e Liz, nel frattempo, individuano un serie di nicchie scavate lungo le pareti. In una di esse trovano Anne! È viva ma catatonica: è vestita di stracci, invoca aiuto, ma nonostante non ci sia nulla a trattenerla non si muove e non fugge. Sembra pietrificata ed assente… i miei due compagni tentano di trascinarla via proprio mentre aziono finalmente l'argano. Con clangore metallico la grata viene sollevata, permettendo ai prigionieri di uscire… No. Non sono prigionieri quelli che escono dal pozzo, ma una massa informe di corpi e volti cuciti assieme, una mostruosità deforme che lascia dietro di se una scia viscida, un abominio che non dovrebbe poter esistere ma che invece è.

Cosa?!? Ma ha sessant'anni quell'uomo!

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