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everybodyyy

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  1. HEXIS di Francesco Rizzo _ Questo romanzo non include elfi, nani, vampiri o altre creature di fantasia già viste. I personaggi sono quasi tutti umani. _ Notte. Lenzuola di seta nera. Lui aveva un piccolo libro tra le mani. Un libro di carta ingiallita e dai bordi sgualciti. Copertina in pelle scura ruvida al tatto. Ebbe la sensazione che non fosse suo, che fosse un regalo. Lui era steso sulla schiena su un basso letto di legno intarsiato, senza cuscino, il cui lato sinistro era addossato a una parete di pietra chiara, liscia, imperfetta. Si mise più comodo per leggere meglio, ma dopo un momento si sentì più scomodo di prima. Non riusciva a trovare la posizione giusta. “Forse coricandomi su un lato”. Vide un cuscino di seta nera arabescato con motivi grigi scuri su una sedia di paglia accanto al letto e se lo mise sotto la testa, a contatto con l’orecchio destro, dando le spalle alla parete. Le frasi scorrevano l’una dopo l’altra come pesci nel mare di Prastol, nella parte nord della città. L’antica città che occupava tutto il mondo. Il libro parlava di unguenti, pozioni e profumi magici. “Lettura intrigante, andrebbe meglio per un mago, forse non è adatta a me …”. “Me…”. Avvertì un vuoto. “Ma io … ? … Io? Sono un mago? Chi sono?”. Le sue pupille si dilatarono. “Come mi chiamo?”. Chiuse di scatto il libro, che sparse pulviscolo nell’aria, e lo lasciò sul lenzuolo di seta nera. Colto da quell’ultima domanda, si mise seduto sul letto e si sentì anchilosato. La stanza era ingiallita dal chiarore di una grossa candela color crema che emanava dal basso un odore pungente di rosmarino. Sentendo quell’odore egli pensò subito “Rosmarino, utile per la memoria”. La candela era su un comodino antico di quercia. Negli angoli delle pareti in pietra, il chiarore veniva inghiottito dall’oscurità. Lunghe ombre venivano lanciate a raggiera dai tanti oggetti disordinati nella stanza. Si alzò e si ritrovò in piedi su uno spesso tappeto di pelliccia scura. La sensazione di non sapere nulla gli fece tremare l’indice destro. “No, non può essere. Diciamo che mi chiamo … Noro. Ecco, la prima parola che mi viene in mente”. La sensazione datagli da quel nome usato come palliativo durò poco, ed egli per qualche motivo iniziò a muoversi lentamente, teso, sentendosi braccato. Ma poi ebbe una piccola intuizione: si fermò, prese in mano il libro, lo riaprì e controllò a che punto fosse il segnalibro. Era a pagina 30. Lui prese un piccolo respiro di sollievo, un po’ forzato. Per qualche motivo si ricordò che la respirazione poteva essere usata come un calmante temporaneo, e pensò: “Se sono rimasto qui a leggere trenta pagine, ci avrò messo un po’, di sicuro più di qualche memne. Facciamo … tre memne per pagina, per un totale di novanta memne. Quindi sono rimasto qui a leggere indisturbato per un centinaio di memne. Nessuno è venuto a uccidermi, ferirmi, torturarmi o intrappolarmi”. E poi pensò:“E perché qualcuno dovrebbe venire a uccidermi?”. La sensazione di essere braccato lo braccò. Iniziò a inseguirlo come una preda nel buio, mentre era lì fermo e avrebbe voluto iniziare a correre a perdifiato. Lasciò il libro sul letto. Strinse il pugno destro, se lo portò al mento e poi aprì le mani davanti al suo sguardo. Erano mani affusolate, giovani, leggermente abbronzate, senza segni di alcun tipo. Si guardò attorno nervoso, cercando nella stanza qualcosa di familiare. Qualcosa da ricordare. Quadri e libri impilati indistintamente l’uno sull’altro. Mucchi di vestiti e qualche pelliccia folta e scura buttata in un angolo. Un alto mobile in legno di ciliegio alla sua destra con tanti cassetti, il primo in alto dei quali aperto al massimo della sua estensione, un po’ inclinato verso il basso. “Ma che disordine, io non vivrei mai in una stanza così … eppure sono stato sul letto a leggere, come se fosse casa mia. Sono in casa mia, oppure in casa di qualcuno che conosco bene”. La notte dalle grandi ombre non aiutava. Noro guardò alla sua sinistra e vide una grande porta a vetri aperta, decorata con sottili forme in legno raffiguranti rampicanti. Dava su un balconcino in pietra scura. Lui si affacciò acquattandosi per non essere visto e con le scarpe nere che indossava calpestò dei pezzi di vetro. L’oscurità sembrò prendere consistenza, come una grossa nube di fumo nero che circondava l’edificio in cui lui brancolava. Là fuori non vide luci né persone. Solo il buio. I suoi occhi si abituarono alla mancanza di luce e lui vide la cima di qualche eucalipto poco lontano illuminato appena dalla candela. Si voltò e guardò in alto. La facciata della torre su cui lui era si perdeva nel buio dei piani superiori. E il cielo era tutto nero. Lui ebbe la sensazione di doversi trovare almeno al terzo piano. Iniziò a dire a bassa voce «Aiuto …», poi appena un po’ più deciso «C’è nessuno?», poi prese un grosso respiro per urlare aiuto, ma all’interno della stanza il cassetto aperto che sporgeva dall’alto mobile in legno di ciliegio cadde, sbatté per terra e fece un fragoroso rumore di ferraglia. Quel rumore lo fece paralizzare per un attimo, ma lui si sforzò di reagire e sgattaiolò silenzioso verso l’angolo della stanza al lato opposto al balcone, vicino al letto, dietro a un paravento di pergamena chiara, nell’ombra. Il rumore percorse la torre echeggiando. Primo rimbombo. Secondo rimbombo. Un ultimo, tenue rimbombo lontano. Nello spazio racchiuso dal paravento, egli intravide uno specchio tondo, grande due palmi, di fattura imperfetta, dalla cornice in avorio su cui si intravedevano dei rilievi raffiguranti piccole ballerine con lunghe gonne. Noro tenne lo specchio in una mano e, a passi leggeri e veloci, scavalcando gli oggetti accatastati nella stanza e il cassetto appena caduto, andò a chiudere la porta. Un cigolio grave. La porta era in legno spesso, e Noro non guardò al di fuori per la fretta, mentre la chiudeva. Una volta chiusa, essa fece un piccolo scatto rassicurante. Una piccola chiave, come una chiave che chiude un piccolo scrigno, era nella toppa. Lui fece scattare la serratura bloccandola. Si mise con la schiena contro la porta e rifiatò. La fiammella della candela iniziò a tremolare, descrivendo delle piccole e fugaci spirali che fecero vibrare le ombre nella stanza. In quella situazione di illuminazione incerta, lui guardò il suo volto nello specchio. Era bello? Era brutto? Non riuscì a capirlo. La sua pelle liscia non presentava imperfezioni né rughe né barba né baffi. Aveva capelli corti biondo cenere leggermente ricci e sopracciglia leggermente più scure di essi. Ebbe la sensazione di non avere alcun concetto di bellezza in mente. Si guardò nei suoi occhi verdi “Almeno i colori li ricordo” e iniziò a ricordare tutti i colori che poté, per aggrapparsi a qualcosa, per evocare altri ricordi, come quando in una musica si sentono poche note e si inizia a sentire il flusso della melodia. “Verde, nero, grigio, bianco, crema, beige, color legno … azzurro, blu, lilla, magenta, giallo, verde limone, arancione, rosso … e specchio”. Per qualche motivo pensò che “specchio” fosse uno dei tanti colori. Ricordò il rosso e sentì un sapore sulle labbra. E visse una sensazione di calore, di passione. Poi ci fu una leggera folata di vento che fece ondeggiare la porta a vetri. Un odore di carne arrosto e di peli bruciati fu portato nella stanza dal balcone. E polvere, polvere giallina dappertutto. La stanza ne fu invasa ed egli si portò una mano alla bocca e tossì. Strizzò gli occhi, andò a chiudere la porta a vetri e vide i granelli di polvere depositarsi a mucchietti sul lato esterno delle decorazioni in legno. Guardò il letto. “Sicuramente un letto di donna. Chi mai userebbe tali intarsi e lenzuola di seta nera? E poi i cuscini arabescati e la cornice dello specchio non lasciano dubbi”. Si lasciò cadere pesante col sedere sul letto e i suoi vestiti tintinnarono. Abbassò lo sguardo per vedere che cosa indossava. Una cotta di maglia. All’altezza del fegato c’era una striscia di anelli rotti. Ricordò all’istante una donna dall’aspetto indefinito. Ricordò che lei gli aveva tirato un fendente, per attacco o per difesa, con una spada dal manico rossastro. Nulla di più. “Un po’ rumorosa questa maglia. Ma forse, se mi hanno tirato un fendente farei meglio a tenerla”. Mosse lentamente le braccia e pensò “Ma prima non faceva rumore. Adesso sì. Va bene, basta”. E se la tolse gettandola dietro al paravento, rimanendo così vestito di una maglia nera a maniche corte, pantaloni neri lunghi e stivaletti neri. “Strano, qualcuno ha tolto i tacchi a questi stivaletti. Certo che sembrano proprio da donna”. La sensazione di essere totalmente solo lo attanagliò per un istante. Un rumore. Da oltre il soffitto. Un rumore stridente, come di una sedia fatta strisciare su un pavimento in modo maldestro. Il rumore si fermò, e Noro fissò il soffitto con orecchio teso. Di nuovo quel rumore. E poi un tonfo. Noro passò qualche istante a pensare o, meglio, a farsi sopraffare dall’istinto. Per un miscuglio di curiosità e di incoscienza si alzò dal letto e iniziò a camminare lento e tremante verso la porta. Fece girare la chiave con lentezza senza fare alcun rumore e aprì l’uscio di appena una spanna. Guardò fuori. Davanti a sé vide nella penombra una scala in roccia a sezione quadrata le cui rampe correvano lungo le pareti attorno a una tromba il cui raggio era di circa due metri. Corrimano in ferro battuto spartano. La luce di una lanterna proveniva da un qualche piano più in alto, riflettendosi sui larghi mattoni biancastri delle quattro pareti. Verso il basso tutto diventava buio. Scivolò oltre la porta. Si sforzò di calmarsi per essere il più silenzioso possibile. Per qualche motivo si immaginava nascosto in un armadio in attesa che un mostro nero al di fuori di esso se ne andasse. Si immaginava impegnato a calmare il proprio respiro, in modo che esso fosse via via meno rumoroso. Scacciò quei pensieri dalla testa e mise il piede destro sul primo gradino, poi il sinistro. Niente. Nessun rumore. Nessun mostro. “Bene”. Salì lentamente per la scalinata guardando verso l’alto, poi guardò alle sue spalle e poi verso il fondo della tromba delle scale. Le lontane mattonelle in madreperla del pavimento del pianterreno riflettevano debolmente la luce della lanterna e su di esse lui vide la grande ombra proiettata dalla sua testa. Lui si grattò lo stinco destro e sentì qualcosa di duro. Fece scivolare le dita in una tasca e con sua sorpresa toccò l’impugnatura di una lama. La estrasse. Era una bella lama incisa con motivi che ricordavano onde marine. Era lunga quanto il suo avambraccio ed era tutta di metallo nero. Noro giunse al pianerottolo superiore illuminato da quella lanterna appesa al soffitto. Lui aveva la lama nella mano destra e si ritrovò di fronte a tre porte di legno chiaro. Due di esse, alla sua sinistra, avevano la maniglia impolverata. Alla sua destra, invece, la terza aveva segni di ditate sulla maniglia. Noro diede un colpetto alla porta facendola aprire lentamente. Il cuore gli batteva rumorosamente, sempre più veloce. Aveva gli occhi spalancati e la lama gli tremava in mano. La stanza fu illuminata dalla lanterna appesa sul soffitto, sotto cui Noro stava in piedi in posizione d’attacco. __________ Altri 30 capitoli qui https://www.wattpad.com/story/119809758-hexis
  2. «Non pensiamo alla città./Chi di noi più la vedrà?/ Finché non spioverà/suonerò col mio sitar./La bacchetta in mano loro/è sol un po’ di legno./ Noi con le scorciatoie,/e a volte un po’ d’ingegno,/loro senza gioie fanno a gara a chi è più degno». ... Passarono tre ore/accucciati sotto pelli,/loro ancora adorni/dei lor più bei gioielli./ Tenendosi le mani/sfruttarono gli arcani e concentrandosi leggeano/le intenzioni dell’oceano. Approdi ‘sì lontani/li aspettavano un domani./ La più giovane di essi/lasciò gli altri genuflessi,/uscì sul nero ponte/mano destra sulla fronte./ «Niente terra in vista./Il destino, quanto dista?»/ «Spero Dio ci assista»/Scherzò un’altra alle sue spalle,/dilatate le pupille nelle iridi sue gialle./ «Ci colpisca con un fulmine,/il Sommo pusillanime!/Le templari sono asine,/han demenza senza un argine» «Guarda avanti, forse è un’isola!»/ «Sarà invece una nuvola?»/ «La speranza non si appisola,/evochiamo una canicola?»/ «Ho poche forze, temo./O poter blasfemo,/ti rievocheremo/per avere un ciel sereno»/ La sua anima fu il mezzo,/ne perse appena un pezzo,/ sibilò un sussurro e il cielo nero tetro e cupo rese azzurro./ «A gente troppo pia/né potere né magia»/ «Ma ai templari ora il tepore/in queste fredde ore/riscalda il loro cuore,/e noi dentro si muore»/ … Intanto i focolari/scoppiettanti dei templari/scaldavan loro i petti/nei notturni lupanari./ (Templare valvassino):«Tante le bevute,/rosse donne sconosciute,/ soldi, dadi e due battute/fanno salda la salute»./ «Beltà rare, quale lusso,/ora fammi un bell’inchino,/perché tu sei plebea/e io sono valvassino»/ (Plebea):«Lo farei da quale lato?»/ «Ogni lato è l’appropriato»/ Con il ventre s’agitava/con movenze sue contorte/ma in quel mentre chi bussava?/Chi bussava così forte?/ (Templare valvassino):«A quest’ora c’è il vassallo?!/Che riserbo dia al mio fallo!»/ (Vassallo):«In quest’orgia io non c’ero,/e dormivo se io c’ero./ Ma un veliero tutto nero/prese il largo oggi invero./Rintana il tuo tizzone,/è questa la missione./ E adesso, presto, aria./Sei ancora in missionaria?» Così andò su un galeone/con un rosso suo flacone,/un flacone non di vino,/ma un intruglio clandestino./ (Templare valvassino):«Mari neri e rigidi,/alle mani ho freddi lividi./ Se unisci le tue mani/nella posa del candore,/non sai ben se stai pregando/o combattendo il tuo rigore»/ (Compagno templare):«Noi li prenderemo,/e in men che non si dica/ torneremo al lupanare/dalla rossa nostra amica» Dal gran porto/di Ankh-Batòra/sul vermiglio dell’aurora/già riflesso nelle acque/ sorse il Sole, nacque e tacque./ ... Già riflesso sugli scudi,/sui templari visi rudi/ forte infonde la speranza/nella ciurma che ora avanza./ ... Ma una parte più turchese/di quel cielo tutto rosso/lasciò lui alquanto scosso/che per poco non si arrese./ «Se lontano all’orizzonte/i quattro uniscono i talenti/forse imbrigliano li venti,/forse siamo troppo lenti./Come può solo un gruppetto/senza lode e senza affetto/fare squarci sopra al tetto/del mio mondo ‘sì perfetto?»/ «Non ti vengano i magoni,/quella setta di stregoni/volerà come soffioni,/sarà carne da cannoni» (Voce grave):«Farò spazio nel tuo cuore/con pensieri di terrore,/tu non bere la pozione,/non ti dare protezione»/ «Chi ha parlato? Chi è celato?»/ (Voce grave):«Parlo dentro la tua mente,/guarda intorno, vedrai niente»/ E così quel bel templare/iniziò lì a sorseggiare,/e l’anima pian piano/si fece borseggiare./ «Da qui devo sloggiare -/pensò un demone nell’Ade -/se si devono incontrare/starò meglio in quel templare». - I quattro della giada/avvistarono una rada,/una calma insenatura/rigogliosa di natura./ «Io sarò saziato/di pescato e abbeverato/soltanto dalla pioggia/finché un giorno, riposato,/non cambio la mia foggia./ Un po’ di riposo e poi oso»./ «Puoi farlo ma è rischioso,/non diventerai mostruoso?»/ «Pelle a squame e corna more,/per me sarà un onore./Tanto siamo ricercati/in tutti e tre i ducati./Forte il demone dormiente/si rivolta nel mio ventre./Un solo imperativo, attaccare, e farlo sempre»./ _ Lenta è la trasformazione,/e un galeone dei templari è ad un tiro di cannone./ (Templare valvassino):«Ma cosa sta facendo/quell’altra nostra nave?/Dobbiamo stare uniti,/andar da soli è grave!»./ (Compagno templare):«Siamo in movimento,/ma in modo troppo lento./Sulle loro vele sta soffiando molto vento»./ (Templare valvassino):«Oh grandioso, davvero perfetto./Ma non sanno che si attacca quando finisce l’effetto?». Quei templari furon primi ad ammarare le scialuppe./Uno dai capelli rossi lì sbarcò e il silenzio ruppe./ (Templare avventato):«Gli altri vostri son defunti,/e in estrema unzione unti./Io sono cavaliere/voi anime nere./In ogni caso tra due sere/non avrete acqua da bere»./ (Mago):«Ho sempre qualche trucco./La vedi la mia foggia?/L’acqua noi l’avremo/ evocando una gran pioggia» (Templare avventato):«Il tuo orgoglio è vivido,/ma qui attorno non c’è alcuno a cui rubare lo spirito./Ci sono solo piante, scogli, sassi e niente più». (Mago, soddisfatto):«Oh, ma ci sei tu».. Il mago si scaglia come un maglio/e il templare avventato con la spada a doppio taglio/gli manca la testa, gli mozza una gamba,/e il mago feroce ricambia./ (Mago):«Ma che peccato,/è già morto dissanguato./Rimane solo la scorza./Dentro non ha più forza» Egli si muta/e in umana forma/osserva il gruppo templare che al galeone ritorna./ (Templare spaventato, una volta salito a bordo):«È una bestia che a tutti ci miete./Faremo in altro modo,/li sfianchiamo con la sete». … Passano giorni e l’acqua manca./La caravella nera, creatura viva, è stanca./Le serve un sacro lumino/o, ancor meglio, sangue di bambino./ Ai quattro rimane una sola magia,/che forse per loro è l’unica via… Il più fiero di loro/mette la mente al lavoro. … E qualche ora dopo intrappolato come un topo,/sull’isola isolato,/fu preso appisolato./Lo scudo con la croce/ebbe in testa in modo atroce/ «Forza, legalo, veloce./Ben fatto, lui non nuoce». - Da quell’incantatore/il demone bramava/di uscire con furore./Non riusciva, non si alzava./Troppo tempo nel torpore,/troppo tempo dentro al mago/ «Solo in questo corpo vago,/intrappolato in questo cuore./ Eppure la pozione/dovea facilitare/la mia entrata nel templare./Devo solo pazientare». - Di pranzo era già ora/e tornati ad Ankh-Batòra,/gli acclamati paladini percorrevano scalini./ … Il tono inquisitorio/usato dal templare/scuote l’oratorio che una grande cella pare./ Stanze scure sottoterra,/uno schiaffo al mago sferra./ «In nome del tuo re,/dove sono gli altri tre?/Sulla spiaggia niente orme,/loro assunsero altre forme?»/ Nel taschino sul suo petto... «Forse ci hanno già scoperto» … /diceva uno di loro/che sbirciò da dietro a un foro./Egli vide grande acrédine/e un ferro rosso ardente/che fumando andò radente/sul dannato trio gemente./ «Ustioni benedette,/fate puro questo immondo,/mentre il ferro caldo affondo/in questo mago inverecondo» _________ LA SETTA DELLA GIADA ---> https://zuraar.wordpress.com/
  3. Ciao, sono un ex DM e mi piace raccogliere svarioni e boiate dungeonesche. Ma anche altri gdr hanno delle perle in attesa di essere svelate...
  4. (leggendo i commenti) ah ma bisogna scrivere per forza in uno schema metrico? io con La setta della giada ho voluto fare una cosa più in stile flamenco, con cambi di ritmo. vabè alla fine su wattpad a qualcuno sta piacendo quindi immagino sia una questione di scelte. Mitris mi è piaciuta molto e soprattutto l'ultima parte, molto logica e sottile. Continuerai?
  5. Ciao a tutti e a tutte, sto scrivendo "La setta della giada", un fantasy in versi. Pensavo di essere l'unico pazzo a fare una cosa del genere e invece eccovi tutti qui. Il poema alterna momenti d'azione a momenti più "poetici" (e beh, è un poema...) _______ … Era notte e tutto era nero,/in quattro presero un veliero,/ come il cielo anch’esso nero./Sull’onde via leggero./ In coperta, appena un cero./Tutti e quattro col pensiero/ "Di vivere io spero/e vendicarmi per davvero"./ Fiammella traballante, fumosa./Caravella scricchiolante, ondosa. Via da una fine tragica/su un’imbarcazione magica,/ via da giusti editti,/i loro cuori battevano zitti. [nota:editto=legge] Cuori di maghi,/di certezze al più un paio,/ sperduti come aghi abbandonati in un pagliaio. Tal pagliaio, poco a poco,/aveva preso fuoco./ Il fuoco di un agone/tra il bastone e lo spadone./ ... Dei templari una legione,/dei maghi muore il nome./ [nota: agone=lotta] I quattro adesso stanchi/non sono maghi bianchi./ Magia antica,/chi la sfida langue,/magia vietata,/magia di sangue./ Accovacciati incappucciati/discorron preoccupati,/cullati e sballottati,/dei lor tremuli fati. «Dove stiamo andando/sballottati tra onda e onda?»/ «Per lo meno stiamo andando,/per lo meno non si affonda»/ «Farò un altro incantesimo,/le forze mie non lésino … [nota: non lesino = non risparmio] …Vedo terre sconosciute,/le canzoni tramandate+ a tale riguardo sono mute» «Un demone vermiglio/dentro me mi dà consiglio:/è gran periglio oltrepassare l’orizzonte e fare un miglio»/ [nota: vermiglio = rossastro; periglio = pericolo] «Che dovremmo fare,/forse ritornare?/ Vada come vada/siamo la setta della giada,/rimettiam piede nel regno e ci daranno il fil di spada…/passeranno al filo noi,/taglieranno gole e poi/la mia salma assieme a voi/sarà pasto d’avvoltoi». ______________ il resto è qui su questo link con il font giusto. https://zuraar.wordpress.com/ (è un blog gratis senza registrazione richiesta in cui spiego con una nota iniziale il cambio di tempo nell'ultimo verso di questa anteprima) Per ora sono 70 pagine (15mila parole), ma, 200 parole al giorno, arriverò a 80.000 parole (la lunghezza di un romanzo commerciabile medio) ______________ Fatemi sapere se vi piace (è una lettura invernale, credo)
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