Evelyn

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Soul Riders

unendlich

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http://www.youtube.com/watch?v=YWm9z2W223Y-> sottofondo

 

La osservavo da qualche giorno, forse persino un mese, ma ancora non riuscivo a capire se fosse conscia di chi era, o per meglio dire di cosa era.

Vedevo i suoi passi, il suo atteggiamento gentile, eppure, il segno della nostra razza era lì visibile tra i suoi strani capelli. Non avevo mai visto qualcuna della nostra razza essere remissiva, ma lei a tratti lo era, il suo sorriso lo era, il suo muoversi cauta, tutto di lei era gentile e quasi sottomesso.

Eppure quel ciuffo di capelli sbagliato, strano, era lì. Rosso ed arancio, brillante alla luce della luna, la nostra dea...quel ciuffo identico al mio.

Continuavo a fissarla, tra la folla del centro commerciale, ai miei occhi era chiaro, spiccava in mezzo alla massa, come era possibile che non sapesse di essere una soul-rider?

__________________________________

La ragazza bionda portò la sigaretta alle labbra, sospirando.

“Cristo mi sono strarotta i coglioni!”

La ragazza mora, dal grande seno, fece un sorriso amaro, vuoto.

“A chi lo dici”

La bionda sospirò ancora, il mozzicone consumato fin quasi al filtro scivolò dalle labbra a terra, seguito immediatamente dal carrarmato del suo anfibio sinistro.

“Prima o poi mi inventerò qualcosa, si si lo so, lo dico sempre, ma davvero, non può far così schifo per sempre sta maledetta vita.”

 

La mora le passò una delle buste della spesa, mentre la bionda indossava il casco sopra agli occhiali da sole. Saluti laconici e la bionda schizzò via con lo scooter, gli occhi della mora sulla schiena, assieme ai miei.

Continuavo ad osservarla mentre sfilava tra il traffico, la schiena dritta, le spalle larghe ed ossute, il suo braccio sinistro pieno di tagli e cicatrici rettilinee, quasi parallele, ricordava contorti gradi militari.

La mente vagava diretta verso graffi di piccoli felini, ma la sua aura raccontava una storia diversa, raccontava di un buio cupo e profondo, di una pozza nera le cui acque di depressione e disperazione erano infrante qua e là da crepe di brillante magma oro e rosso, arancio e vermiglio. Uno scarlatto splendore ben lunghi da sembrare davvero parte di lei.

 

Così vicina che potevo sfiorarla, così vicina da vedere che la trama delle cicatrici era identica alla trama sul fondo del pozzo.

La biondina imbrigliava la rabbia con il dolore? Lo stesso legaccio che le impediva di risvegliarsi?

Persa nelle mie riflessioni mi accorsi un secondo in ritardo che la biondina era ferma, lo scooter correttamente parcheggiato e lo sguardo cupo, fisso su di me, dietro quelle sue grandi lenti scure.

Guardai dietro, seguendo il suo sguardo, prima di rendermi conto dal suo sorrisetto sarcastico che in realtà, fissava proprio me, quella che doveva essere invisibile al mondo.

 

 




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