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L'uomo della nebbia

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Samirah

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I bambini di Sheldomville, come ogni sera, si infilarono sotto le coperte timorosi del buio, perché nelle ombre si nascondeva il temuto uomo della nebbia.

Ogni genitore ricorreva alla terribile minaccia dell'uomo della nebbia per convincere il proprio bambino ad andare a letto senza fare capricci, facendo leva sulla suggestione che la bruma serale provocava nelle giovani menti.

In effetti Sheldomville veniva avvolta da un morbido abbraccio vaporoso al calar del sole, per poi liberarsene solo dopo l'alba, e la nebbia sembrava custodire i sonni dei popolani della valle di Arten come una coperta premurosa. Se gli adulti riuscivano a godersi il lato romantico di una tale atmosfera raccolti nelle proprie case per la cena, i bambini si affacciavano con gli occhi spalancati alle piccole finestre delle casupole, guardando l'intreccio dei fili argentei che, piano piano, si fondeva a creare un manto compatto e impenetrabile allo sguardo. Era fin troppo facile per loro riuscire a immaginare un evanescente omino senza volto che si aggirava nella coltre grigia e misteriosa, per poi insinuarsi attraverso le assi di legno e giungere fino al letto del dormiente, per dischiudere ai suoi occhi mondi terrificanti e traboccante di orrori innominabili.

Ma Jordy non aveva paura dell'uomo della nebbia e dei luoghi misteriosi di cui era messaggero. Fremeva di curiosità per quei mondi leggendari, in cui si muovevano mostri e razze da incubo. Ogni sera sperava di intravedere una piccola voluta di nebbia infilarsi nello spiraglio che si apriva nell'infisso della finestra, ma si era sempre risvegliato al mattino deluso e impaziente di veder calare di nuovo la notte. La sua fiducia era però incrollabile, perché lui aveva la prova dell'esistenza dell'uomo della nebbia e della magia di cui era portatore.

Difatti custodiva gelosamente da settimane una sfera di vetro, che aveva trovato una mattina in mezzo ai suoi giocattoli. Non aveva mai chiesto agli altri bambini di chi fosse, l'aveva semplicemente fatta sua. Aveva chiamato lo strano oggetto “palla magica” e il nome era decisamente appropriato. La sfera infatti era costituita da un rivestimento di vetro talmente sottile da sembrare quasi inesistente, mentre all'interno non si vedeva altro che un ammasso di nebbia grigia, che a volte sembrava vibrare di vita propria, lasciando intravedere il movimento di alcune volute che andavano a fondersi e morire nella massa circostante. Jordy si convinse subito che quell'oggetto meraviglioso doveva appartenere all'uomo della nebbia, un essere che viveva in mondi ammantati di magia. Non capiva la paura degli altri bambini e pensava che fossero semplicemente troppo codardi per esplorare quegli universi sconosciuti.

Quella sera si infilò nel letto con la stessa speranza di poter dare una sbirciata ai mondi fantastici di cui ormai riusciva a immaginare ogni elemento e dettaglio, ogni creatura e sfumatura di colore. Quando fu sotto le coperte, si accorse che la finestra era rimasta socchiusa ma sentiva troppo freddo per alzarsi e chiuderla. Stava per chiudere gli occhi vinto dalla stanchezza, quando un fruscio attirò la sua attenzione e vide la luce lunare filtrare dalla fessura rimasta aperta e riflettersi su una voluta di fumo argenteo.

Jordy trattenne il fiato e il cuore si mise a galoppargli nel petto, spinto dall'emozione improvvisa e inattesa. Il sottile filo nebuloso si ripiegò in forme sinuose e si espanse nella stanza, continuando ad assorbire il bagliore lunare come se la luce stessa desse forma e consistenza a quella sostanza impalpabile.

Infine, davanti agli occhi di Jordy si delineò la figura magra, quasi scheletrica, di un uomo dai tratti indefiniti. Sembrava indossare una sorta di tunica il cui orlo ondeggiava inquieto appena al di sopra del dorso dei piedi.

Jordy scattò a sedere sul letto, la bocca spalancata in un moto di stupore e meraviglia.

- Sapevo che saresti venuto da me!

L'uomo sorrise, silenzioso, e si avvicinò a Jordy.

- Mi porterai nel tuo mondo?

Lui annuì e il suo sorriso si allargò. Poi allungò una mano verso la sfera che Jordy custodiva sotto al cuscino e la accarezzò con tenerezza, come una madre amorevole farebbe col proprio bambino.

Invitò Jordy a guardare con un gesto della mano, mentre dentro la sfera si agitava qualcosa. Il piccolo rimase stupefatto, perché il movimento della materia evanescente che già aveva visto in altre occasioni era accompagnato da riflessi luminosi che si alternavano a ombre sinuose.

L'uomo avvicinò ancora di più la sfera verso il viso di Jordy e il bambino ne rimase come ipnotizzato. Il gioco di luci e ombre sembrava una danza esotica carica di promesse di meraviglie e per Jordy era come l'avverarsi di un sogno. Il desiderio divenne incontrastabile e Jordy allungò di scatto una mano per afferrare la sfera. Appena toccò la superficie, non avvertì il freddo contatto col vetro, ma le sue dita affondarono nella massa turbinante che ora aveva i riflessi dell'argento e dell'oro. Si lasciò attrarre e plasmare, mentre il suo corpo cominciava a farsi evanescente.

La sensazione fu esaltante e terrificante insieme. La massa nebbiosa avvolse Jordy fino a fondersi col suo corpo, accarezzandolo come una coperta ma allo stesso tempo penetrandolo come migliaia di aghi sottili. Jordy si ritrovò in un mondo senza linee e senza punti di riferimento. Era circondato da un nulla colmato soltato dalla nube argentea che gli volteggiava attorno, in un moto sempre più lento. Infine il turbinio si placò, lasciandolo nel silenzio e nell'immobilità. Provò a chiamare, ma nessun suono uscì dalla sua gola. Si mosse e avvertì semplicemente il suo corpo fluire nella materia fumosa, come una delle tante piccole volute che vi si agitano dentro. Il tempo perse ogni parvenza di regolarità e i secondi divennero anni e le ore semplici istanti tutti uguali.

L'uomo della nebbia accarezzò con amore la sua sfera e la ripose in una tasca nascosta della sua veste. Uscì dalla finestra, confondendosi con la bruma che circondava il piccolo paese. Si avvicinò alla casa dei Mothler e notò alcuni giocattoli abbandonati nel porticato antistante il piccolo edificio. Abbandonò la sfera tra una trottola e alcune corde colorate, poi sorrise e si allontanò leggero, come se non toccasse il terreno.

Ora doveva solo attendere un nuovo invito.

Racconto partecipante alla prima fase della V edizione del concorso "La fossa" indetto sul forum di Scheletri.com; si è classificato per la seconda fase (la finale), ancora in corso. ;-)

Pubblicato anche su ePress.


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1 Commento


Due piccole critiche:

- troppi aggettivi (come tutti i dilettanti)

- ho avuto l'impressione, come in altri tuoi scritti, che alcuni periodi si sarebbero potuti condensare di più, rafforzando l'impatto delle immagini.

Per il resto, scrivi molto bene. Anche questo, che non credo ti sia costato uno sforzo particolare, è una piccola perla.

Brava!!!

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