(NOTA: mi da uno strano errore riguardo al limite di caratteri, non riesco a postare il seguito, forse è necessario un post nel mezzo?)
Premessa: innanzi tutto, è la prima volta che scrivo in questa sezione del forum, quindi se ho sbagliato qualcosa per favore siate clementi... comunque, passiamo al racconto: si tratta in realtà di un background di un mio personaggio a cui ero particolarmente legato, da cui ho appunto preso anche il nome per il mio nickname su questo forum, Aleph Brumascura. ho scritto questo qualche anno fa, per una campagna di D&D che purtroppo si è conclusa disastrosamente (in real life, purtroppo), ed ho deciso di postarlo qui per vari motivi: prima di tutto, sono abbastanza soddisfatto di questo racconto, nonostante sia un po' "scopiazzato" da altri racconti (principalmente il ciclo di darksword) e comunque si riesce a percepire bene che non sono uno scrittore professionista; inoltre, a tutto il gruppo è piaciuto molto, quindi magari può piacere anche a voi.. infine, visto che scrivere mi piace molto, ricevere alcuni consigli non farebbe male (anzi, farebbe proprio piacere..) e se qualcuno ha la pazienza di leggerselo tutto magari può aiutarmi!
beh, buona lettura!
Aleph Brumascura
Preludio: La Genesi
Questa storia, al contrario di molte altre, non parla di un potente mago tra tanti comuni mortali, ma al contrario, di un comune mortale tra tanti potenti maghi. Per conoscere la prima parte della nostra storia, bisogna andare molto indietro nel tempo, davvero diverse migliaia di anni prima che il nostro personaggio, o i suoi genitori, o i suoi nonni, fossero soltanto nella mente di dio.
A quell'epoca, nessuno era in grado di utilizzare il Potere, gli uomini primitivi si aggiravano per le terre del Regno dei ghiacciai perenni senza avere la minima idea che un giorno si sarebbe chiamato in questo modo, cercando cibo e riparo dalle gelide temperature che per tutto l'anno rendevano rigida la vita in quelle montagne. Venne un giorno in cui nacque un cucciolo di uomo diverso da tutti gli altri: non piangeva per il freddo (non piangeva quasi mai, a dire il vero) e sembrava sano e ben nutrito nonostante il fatto che il cibo scarseggiasse e le malattie decimassero le popolazioni. Fu il primo Controllore nel regno dei ghiacciai perenni, il primo infuso di puro Potere sin dalla nascita, e da quel giorno sempre più bambini nacquero con questo dono, portando ad una selezione naturale sempre più schiacciate nei confronti di coloro che non lo possedevano, tanto da estinguerli quasi definitivamente. Da allora, moltissime cose sono cambiate, qualche millennio dopo, si creò una società basata sul Potere, ove chi possedeva una maggiore controllo su di esso aveva una carica ruolo più importante. Impararono a controllare le condizioni atmosferiche, le strutture fisiche e chimiche del mondo circostante, rendendo il Regno dei ghiacci uno splendido giardino di statue di cristallo, ghiaccio purissimo e gemme preziose. Anche il clima divenne più mite nei pressi dei Controllori e delle loro città.
Fu allora che il sentimento di xenofobia fece largo nei loro cuori puri, e cominciarono a temere quei selvaggi che utilizzavano utensili per sopravvivere, che cacciavano animali per nutrirsi, coltivavano la terra con strani oggetti costruiti con le loro mani. Erano dei primitivi, potevano attentare alla loro sopravvivenza, e per quanto riuscissero a sopravvivere anche in zone più dure delle loro venivano considerati inferiori: il loro sangue poteva corrompere quello puro dei Controllori. Fu per questo motivo che, circa tremila anni prima del nostro personaggio, furono indette delle leggi da uomini malvagi, che prevedevano la soppressione di tutti coloro che non erano in grado di controllare il Potere, cosa che costrinse i pochi umani senza dono rimasti vivi dalla prima ondata di Inquisitori a fuggire nelle foreste, a nascondersi come meglio potevano nelle terre bestiali che circondavano quel regno di pace e splendore. Dovettero affrontare enormi bestie feroci, alcune delle quali anche capaci di modellare il Potere inconsapevolmente nella loro primordialità, ed in questo modo sparirono dal mondo dei Controllori, che considerarono chiusa la faccenda. La nascita di nuovi neonati senza Potere era andava via via scemando, ma mai è scomparsa del tutto, ed i piccoli venivano soppressi alla nascita, quando mostravano di non avere neanche una minimo controllo su di esso. Così si arriva ai giorni nostri, dove ormai solo un neonato su mille nasce senza potere, e dove la minaccia dei selvaggi viene usata solo come strumento per direzionare le masse, o per spaventare i bambini poco ubbidienti.
Capitolo I: Nato Morto
Ancora una volta, Alina era in ritardo, e mentre svolazzava in fretta per i corridoi intagliati nel ghiaccio ripeteva mentalmente la sua parte nella cerimonia di oggi. Odiava fare la parte della Morte anche normalmente, oggi che doveva farla per la nascita del primogenito della famiglia reale poi era completamente scombussolata. Superò una grande vetrata di ghiaccio, che dava sulla vallata innevata sottostante, e si fermò giusto un attimo per ammirare lo spettacolo che il suo regno aveva da offrirle. Si fermava sempre a quella vetrata, si imbambolava per minuti interi ad osservare minuziosamente ogni particolare della vallata, delimitata dal monte innanzi a quello su cui sorgeva la chiesa di ghiaccio dove lei viveva. Ma questa volta si fermò solo per pochi istanti, per poi riprendere il volo verso la cappella principale.
La sua parte in realtà era decisamente banale, doveva solo stare ferma immobile per tutta la cerimonia, ma la sua funzione era la più terribile che le potesse capitare: nel caso in cui il neonato fosse risultato Morto, ovvero senza poteri, l'avrebbero dato a lei, e lei l'avrebbe portato in una stanza apposita dove sarebbe stato soppresso in maniera “umana”, dicevano. È vero che erano diversi secoli che nella famiglia reale il neonato non nasceva Morto, e che quindi il sangue di questa era ormai purissimo, ma le leggi stabilite migliaia di anni prima non potevano essere infrante, e prevedevano la sua presenza alla nascita anche se superflua. Ovviamente, moltissimi dubbi annebbiavano la sua mente: e se il bambino nasceva comunque Morto? Non voleva più pensarci, ma in ogni istante questo interrogativo gli martellava la testa e le lasciava un'ombra cupa sul volto.
Arrivò infine davanti all'ingresso della cappella maggiore, e scese lentamente verso il terreno. Toccare con i piedi nudi il ghiaccio scolpito, per quanto magicamente reso tiepido, era una sensazione strana, che non provava mai da quando aveva compiuto 8 anni ed aveva imparato a fluttuare. Ma anche questo era scritto nelle leggi, tutti dovevano entrare camminando, tutti erano uguali di fronte a Dio, e così socchiuse la porta, sbirciando all'interno. Fortunatamente, la cerimonia non era ancora cominciata, anche se tutti erano presenti, ed il neonato stava arrivando proprio in quel momento, così si infilò all'interno della sala e si mise vicina alla porta, in piedi, accanto ad una distinta signora: la madre del piccolo, la regina Nivea del regno dei ghiacci perenni. Si scambiarono una occhiata veloce, e restarono in silenzio per tutta la cerimonia.
Il Consiglio degli Inquisitori, vestiti nei loro abiti neri, fece un passo avanti all'unisono, comparendo così parzialmente all'interno del cerchio di luce creato dall'apertura circolare situata esattamente sopra l'altare, ove era posto il neonato. Pochi fiocchi di neve portati dal vento danzavano come spiritelli nel cono di luce sino a posarsi sul piccolo altare.
La cerimonia era cominciata. Il sacerdote cominciò a recitare una preghiera, che più che preghiera era una lettura delle antiche leggi, e gli spettatori, ovvero i genitori ed una ristretta cerchia di persone a loro vicine, rispondevano con certe parole dal significato specifico. Alina notò subito la presenza di un Canalizzatore, a causa delle scarpe che portava ai piedi. Le scarpe erano il simbolo di coloro che non riuscivano ad utilizzare il potere, ma che ne rendevano decisamente più facile l'utilizzo ai loro padroni. Erano considerati una sorta di schiavi, ogni Canalizzatore apparteneva a qualcuno che poteva modellare il Potere, e grazie a determinate tecniche insegnategli tempo addietro il Canalizzatore riusciva a focalizzare il Potere, aiutando il suo padrone portare a termine la sua volontà. Essendo quindi loro stessi incapaci di gestire il potere, non erano in grado di volare, e rendevano quindi particolari della loro casta le scarpe, cosa del tutto inutile per i veri Controllori.
Alina si stupì di vederne uno a quella cerimonia, ma non se ne curò più di tanto, poiché era cominciato il Rito Dell'Acqua; il sacerdote con un gesto della mano animò un tentacolo liquido dalla polla situata sulla parte destra dell'altare, che si protese verso il bambino nel tentativo di toccarlo; la lingua d'acqua lasciò cadere una goccia sulla fronte del bambino. Non accadde nulla, e sull'altare un neonato bagnato urlava per il freddo. Non era un buon segno, il Potere avrebbe dovuto proteggerlo dal gelido contatto, mentre non l'aveva fatto. I brusii che prima affollavano la sala erano scomparsi, ed un silenzio imbarazzato evidenziava l'eco delle urla del bambino.
Il consiglio degli inquisitori fece un ulteriore passo avanti, entrando completamente nel cerchio di luce, segno che era il momento della seconda ed ultima prova. Se anche quella fosse fallita, allora il bambino sarebbe stato dichiarato morto, e lo avrebbero affidato a lei per portarlo poi nella stanza apposta adibita alla soppressione. La preoccupazione ed i dubbi di Alina si fecero più forti, ma tentò di rassicurarsi pensando che circa un neonato su cento non superava la prima ma superava brillantemente la seconda.
Il sacerdote a questo punto, con voce leggermente tremante ma comunque ben camuffando la sua preoccupazione, distese la mano sulla seconda polla, ove giaceva un piccolo braciere, e modellando il Potere fece scivolare una lingua di fuoco sulla mano del neonato, con uno scatto che tradiva leggermente lo stress che gravava su di lui. Le urla del neonato che dopo il fastidio delle fredde gocce d'acqua lentamente si stavano acquietando, si rinvigorirono in urla di dolore, mentre la mano leggermente ustionata cominciava a diventare rossa.
Il figlio della famiglia reale era morto. Anche se lui non ne sembrava troppo convinto, visti gli urli e il pianto insistente che emetteva con vigore. I brusii ricominciarono, questa volta più bassi e tristi dei primi, e Alina scorse una lacrima sgorgare dagli occhi della regina, che si reggeva compostamente in piedi accanto a lei. Il consiglio degli inquisitori fece ora un passo indietro, e scomparve nel buio della cappella, mentre il sacerdote, visibilmente scosso, porgeva il neonato ad Alina, lasciando la madre accanto ad essa a mani vuote.
Capitolo II: La Fattoria
Il sole era appena sorto sulla fattoria Biancarupe, quando tutti i Controllori della terra si alzarono nei loro alloggi modellati dentro a tronchi di sequoie ancora vive, e cominciarono a fare i preparativi per la giornata. Oggi non era un giorno come tutti gli altri, i Controllori della terra non sarebbero andati a coltivare i loro campi come sempre, era invece un giorno di festa e di gioia per tutte le famiglie, poiché quella mattina tutti i figli che avessero compiuto già otto anni avrebbero spiccato il volo, e sarebbero dunque entrati nella vita quotidiana del lavoro alle fattorie. Tutte le famiglie erano quindi eccitatissime, tutte tranne una. La giovane Alina Sedàna quella mattina si svegliò decisamente preoccupata. Sapeva che questo giorno sarebbe arrivato, e per quanto fossero ben otto anni che tentasse di trovare una soluzione non era riuscita a trovarne alcuna. Per anni era riuscita ad insegnare ad Aleph, suo figlio, come fare a cavarsela quando gli altri bambini tentavano goffamente di modellare il Potere creando piccoli effetti di luce o altro, semplicemente con giochi di prestigio, e la grande agilità del piccolo non andava che a favore di questi eventi, tanto che tutti i bambini erano convinti che fosse il più abile di loro a destreggiarsi con il Potere. Non potevano certo pensare che in realtà lui il Potere non riusciva neanche a percepirlo.
Ma quella giornata era molto più difficile di tutti i piccoli giochetti che sin ora avevano ingannato chiunque, anche i Controllori più esperti. Questa volta si trattava di volare, e nessun trucco al mondo avrebbe potuto farlo volare. Così, il bambino si incamminò ignaro verso la piazza centrale, accompagnato da un Controllore della terra che parlava del tempo e di come era diventato grande e di altre sciocchezze che annoiavano il bambino, che quindi rispondeva distrattamente con gesti del capo, mentre pensava ad un nuovo trucco per sorprendere tutti. Quando era uscito di casa, la madre lo aveva salutato trattenendo a stento le lacrime, ricordandogli di non arrendersi mai, baciandolo sulle guance e dicendole che lei lo avrebbe amato per sempre. Ma era ancora troppo piccolo per capire in pieno ciò che sarebbe accaduto di li a poco, e pensò che la tristezza della madre fosse a causa della loro situazione economica.
Così, a passo svelto e con un Controllore che svolazzava a pochi centimetri da terra e che tentava di dargli consigli sul suo primo volo, frasi che andavano al vento, arrivarono alla grande piazza della fattoria, ove già si trovavano quasi tutti i bambini del villaggio messi in riga dal Formatore, ovvero il maestro locale. Fu a quel punto che cominciò a dubitare che quella sarebbe stata una giornata come tutte le altre, e smise di pensare al nuovo trucchetto di prestigio ed ad analizzare la situazione.
Quando anche Aleph e pochi altri si misero in riga, cominciò a spiegare che oggi avrebbero volato per la prima volta, e di prepararsi ad assaporare l'ebrezza dell'aria tra i capelli e del vuoto sotto di loro. Aleph cadde nel panico, non aveva la minima idea di cosa fare, e capì perché la madre lo aveva salutato come con un addio. Mantenne comunque il sangue freddo, come aveva sempre fatto, e cominciò a studiare un piano di fuga.
Ora, sembra strano che un ragazzino di 8 anni, che possiamo chiamare bambino, si metta a pensare ad un piano, ma bisogna considerare che Aleph ha sempre vissuto nel nascondere il suo vero essere, ed è quindi dovuto crescere molto più in fretta degli altri, sviluppando una mente al di fuori del comune.
Strinse forte al petto il medaglione che la madre gli aveva regalato quando era piccolo, e si chiese per quale motivo lei lo avesse abbandonato così, dopo tutti quegli anni di amore, di affetto e di preoccupazioni per lui. Pensò di aver combinato qualcosa, e che quindi lei non lo volesse più, ma solo diversi anni dopo capì la situazione della madre e riuscì a perdonarla davvero, ricevendo in cambio un senso di nostalgia e tristezza così grande che quasi avrebbe preferito continuare ad odiarla.
Comunque, una volta finite le istruzioni da parte del Formatore, tutti i bambini cominciarono a concentrarsi, e chi prima chi dopo riuscirono ad alzarsi in volo, barcollanti ed incerti come tante foglioline al vento. Tutti tranne Aleph, ovviamente, che sembrava invece indaffarato a cercare qualcosa per terra, ma il Formatore non sembrava capire cosa. Questo potrò in rapida successione due eventi che cambiarono drasticamente la vita di Aleph: prima di tutto, il Formatore si avvicinò per controllare che Aleph stesse bene, e nell'esatto istante che questi fu a portata di braccio, il ragazzo lo colpì il più forte possibile alla testa con un grosso sasso trovato li per terra. Nel giro di pochi secondi, non solo tutti gli altri scoprirono che lui era morto, ma si era anche macchiato dell'omicidio del suo Formatore, cosa che dopo un rapido calcolo mentale portò il giovane a girare i tacchi e a correre il più velocemente possibile, mentre l'insegnante fluttuava come ubriaco verso terra, ferito gravemente ma non morto (nonostante Aleph tuttora pensi di averlo ucciso), e tutti i bambini roteavano in aria senza controllo piangendo a dirotto e spaventati da ciò che era appena avvenuto.
Aleph piangeva mentre correva via, sapendo di aver compiuto un omicidio e disperato di aver perso sua madre per sempre nel giro di pochi istanti, e si diresse verso le terre bestiali, dove sapeva sarebbe finito in bocca a qualche creatura orribile entro la notte stessa, un po' perché ci sperava, un po' perché sapeva che nessuno l'avrebbe inseguito lì.
Capitolo III: Le Terre Bestiali
Ormai, Aleph era dato per disperso da tutto il villaggio, erano persino venuti degli Inquisitori ad indagare riguardo al ragazzo che non aveva spiccato il volo, ma quando dissero loro che era fuggito nelle terre bestiali se ne andarono, certi che un ragazzino di 8 anni non sarebbe sopravvissuto neanche sino al giorno dopo. Interrogarono anche la madre, ma non riuscirono a strapparle fuori la vera origine del neonato, e cioè la famiglia reale, né il patto che Alina aveva fatto con la vera madre di Aleph. Se ne andarono convinti che il ragazzo non fosse davvero morto, anche perchè nessuno aveva la certezza di questo, e tutta la sua vita precedente faceva pensare il contrario, classificando l'evento come un caso di malattia mentale precoce, un attimo di follia, e così non ci fu alcuna caccia all'uomo, anche perché le terre bestiali facevano paura persino agli inquisitori stessi. Esistevano cose in quei boschi che erano in grado di resistere al Potere, e questo li rendeva totalmente inutili e vulnerabili.
Così Aleph fu considerato morto da tutti, tranne che da sua madre Alina, che sapeva bene come lo aveva educato, e con tutto l'amore che aveva per lui ancora sperava nella sua sopravvivenza in quelle terre così selvagge. Anche la sua agilità naturale, una dote che aveva sin dalla nascita, sarebbe sicuramente stata d'aiuto nell'eludere le creature più mostruose.
Ed infatti, le speranze e le preghiere che Alina ogni sera recitava per Aleph si dimostrarono esaudite, poiché Aleph non morì, al contrario, condusse una vita molto attiva anche se molto difficile e pericolosa. Una volta raggiunto l'interno del bosco, dopo molte ore di corsa sfrenata, immerso nelle lacrime Aleph svenne vicino ad un grosso tronco cavo di un albero.
Al suo risveglio, il ragazzo sapeva esattamente cosa fare. Sua madre gli aveva insegnato tutto su come ricavare certi materiali da altri, anche senza l'utilizzo del Potere, e si costruì un piccolo rifugio dentro al tronco di quell'albero cavo. Procacciarsi cibo era la prima cosa da fare, visto che di acqua ce n'era molta, e anche procurarsi un po' di quelle pietre per fare il fuoco, che fino al giorno prima aveva usato per produrre finte scintille magiche, potevano essere utili per riscaldarsi. Per l'acqua non c'era problema, i boschi erano sempre coperti da un sottile strato di neve, e anche nei mesi meno freddi era possibile trovare ruscelli ovunque. Come un esperto di sopravvivenza, quindi, Aleph cominciò la sua nuova vita da esiliato. Inizialmente cominciò a cacciare piccole prede, come conigli, o pesci negli avvallamenti dove i ruscelli di montagna creavano piccoli stagni, e a raccogliere legname per riscaldarsi. La difesa dagli animali più pericolosi consisteva per lo più nel camuffamento e nella fuga, cosa che si dimostrava abbastanza facile per lui.
Senza neanche accorgersene, Aleph stava mettendo in atto tutti gli insegnamenti che la madre nel corso dei suoi 8 anni gli aveva dato, forzandolo a studiare sino a notte fonda, anche in lacrime. Non se ne rendeva conto, ma i suoi 8 anni precedenti erano serviti proprio a formarlo per questa situazione, le parole scritte sui libri antichi di storia dei selvaggi, trafugati da Alina dalla biblioteca del regno prima di scappare verso il luogo più isolato dell'impero.
Crebbe così con abiti ricavati da pellicce di animali scuoiati, nutrendosi anche di funghi, bacche e muschi che imparò a conoscere e selezionare, tutto questo senza l'aiuto di niente e nessuno. Cominciò a costruirsi un'arma, e fu proprio nel momento in cui la terminò che si rese conto di non fare più parte del mondo in cui era vissuto per i primi anni della sua vita: aveva creato un utensile con la sola forza delle mani, un enorme arco, di cui conosceva la forma grazie ad alcuni libri storici che sua madre gli aveva obbligato a leggere; l'idea di realizzare un utensile per compiere un determinato lavoro era totalmente estraneo ai Controllori, poiché potevano utilizzare il potere su qualsiasi cosa. Quindi, questa costruzione, per quanto grezza e poco solida, era il simbolo del suo passaggio alla sua nuova vita, simbolo che per sempre ha significato un distacco dalla sua vita precedente a quella nel bosco.
Continuò così sino a quindici anni, cacciando creature sempre più grosse, cercandole di proposito, per mettersi alla prova, poiché aveva preso gusto nel trovare sfide sempre più difficili. Costruiva trappole, inizialmente semplici, poi via via più complesse e utili per la sopravvivenza. Migliorò il suo rifugio, aggiungendo trofei delle creature più grandi che aveva sconfitto, migliorandone anche la comodità e via via allargandolo con piccole stanze sotterranee. L'unica sua difesa stava appunto nel mimetizzarsi, ed un enorme tronco cavo in mezzo ad una foresta passava davvero inosservato, quindi all'esterno aggiunse sistemi per camuffare meglio l'entrata, foglie secche e pezzi di corteccia.
Piano piano cominciava ad adattarsi a quella vita, ed ormai ricordava la vita di paese come una tortura. Viaggiava molto, sviluppando sempre meglio il suo senso dell'orientamento e la sua percezione del territorio, visitando posti completamente differenti da quello dove abitava, e tentando di adattarsi al meglio in ogni situazione. Sapeva di poter contare solo su se stesso, e quando era soddisfatto del suo apprendimento tornava infine al suo rifugio, con la sacca costruita in pelli piena di trofei di caccia delle creature più disparate.







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accidenti che bel commento, grazie!


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