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La Via di Mezzo tra Individualismo e Collettivismo

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Ithiliond

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PREMESSE

Mi ero ripromesso di iniziare questo blog con un altro argomento, che ritengo alla base del processo conoscitivo. Purtroppo la vita quotidiana ci propone altre tematiche su cui riflettere, e poiché da probabilista e buddista attribuisco un significato diverso dall'usuale al termine "caso", ho deciso che invece di continuare ad attendere il momento giusto e la perfezione, come in molte altre occasioni della vita sarebbe stato meglio lanciarsi e imparare dai propri errori strada facendo.

Questo blog nasce come spazio di riflessione "aperto" sulle tematiche più disparate, ma principalmente di natura etica ed epistemologica. Apro questo blog qui, su D'L, per due motivi fondamentali: prima di tutto perché questo forum è un diventato un po' una mia "casa" virtuale: qui sono cresciuto, ho conosciuto persone di valore, ho litigato e imparato a gestire me stesso, le relazioni umane, la mia conoscenza e il lavoro; In secondo luogo perché sono convinto (ma la mia convinzione è il frutto di un'inferenza induttiva basata sulla mia esperienza personale :rolleyes1) che chi gioca di ruolo abbia una marcia in più in termini di empatia e ragionamento.

Ogni intervento di questo blog esporrà un mio ragionamento in fase di sviluppo, per cui richiedo necessariamente che venga messo in discussione o quantomeno che mi si diano dei feedback. L'obiettivo del blog è la trasposizione di tematiche che hanno origine dalla mia sensibilità religiosa, in termini razionali e potenzialmente condivisibili da chiunque.

 

INDIVIDUALISMO e COLLETTIVISMO

In questa sezione parlerò, forse impropriamente, di concetti culturali e filosofici complessi cercando di semplificarli e collegarli con l'attualità. Prima di iniziare inizierò con l'elencare alcuni articoli la cui lettura ha parzialmente ispirato questo intervento:

http://www.rawstory.com/2015/05/teens-are-fleeing-religion-like-never-before-massive-new-study-exposes-religions-decline/

http://www.huffingtonpost.com/richard-koch/is-individualism-good-or-_b_4056305.html

http://www.studentpulse.com/articles/385/effects-of-collectivistic-and-individualistic-cultures-on-imagination-inflation-in-eastern-and-western-cultures

Siamo abituati a considerare due grandi paradigmi della società e dell'economia umana: Capitalismo e Comunismo, accomunati rispettivamente a Individualismo e Collettivismo. Da un lato c'è il riconoscimento del valore del singolo individuo, delle sue libertà, dei suoi interessi e del riconoscimento dei suoi meriti. Dall'altra la consapevolezza che ogni individuo è un Rousseau-iano "animale sociale", per cui la collettività viene messa al centro e da essa dipende tutto il resto.

Apparentemente ognuna di queste due posizioni ha i suoi pro e i suoi contro. Se da un lato dare valore all'individuo significa liberarlo da costrizioni e permettergli di esprimere la propria individualità liberamente, condizionatamente solo alla libertà degli altri individui, dall'altro c'è il rischio della prevaricazione (non forzata, ma meritocratica), dell'egoismo, dell'apatia e dello smarrimento. Lo vedo ad esempio nei miei nonni, e in chi mi circonda; troppe persone corrono, si buttano a capofitto nel loro lavoro e, complice la logica del guadagno e dell'interesse personale, si preoccupano di loro stessi e non fanno molto altro. Poi ci si ritrova a 60-70 anni che non si sa cosa fare della propria vita, diffidenti verso tutti, verso le novità, gli estranei e perfino gli amici, e si vorrebbe continuare a lavorare perché quella è l'unica cosa che si sa fare. Perché? Perché nessuno ci ha mai detto quale strada seguire, e abbiamo preso la prima che ci si è presentata davanti.
Parallelamente se da un lato mettere al centro la collettività significa promuovere un trattamento giusto, dare una direzione e promuovere la nostra parte più umana, dall'altro c'è il rischio della costrizione e la svalutazione del valore dei singoli, dell'appiattimento delle diversità. Ci sono tanti esempi attorno a noi, e vediamo fin troppo bene i rischi del promuovere la collettività a scapito di sé stessi. Ma chi si è posto il problema almeno una volta sa che non si può liquidare la questione con qualche parola. Fino a che punto è giusto togliere a sé stessi in favore del prossimo o meglio del gruppo? La risposta è rimessa alla soggettività di ciascuno di noi.

Se è vero che non è tutto bianco o nero, la società occidentale mescola un po' di elementi dell'uno e dell'altro, anche se l'ago della bilancia pende più verso l'individualismo. Ma analizziamo il discorso dal punto di vista personale, che soggiace alla sensibilità di ciascuno di noi. In ultima analisi tutto si riduce a chiedersi chi va messo al primo posto: io o la collettività?

Può sembrare una domanda semplice, ma in realtà è forse un po' troppo complicata. A primo impatto direi "dipende". Ma dipende da cosa? E in che modo?

C'è modo e modo di mediare tra due parti, di trovare la Via di Mezzo. Si può provare a fare "un po' e un po'", e si può cercare di prendere il meglio da ogni parte.

 

UMANESIMO come VIA di MEZZO

http://www.daisakuikeda.org/main/philos/buddhist/buddh-05.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/09/il-mercato-sconfitto-dalla-gratitudine44.html

http://www.sgi-italia.org/approfondimenti/OrigineDipendente.php

La mia idea (e non solo mia) è che bisogna dare valore all'individuo, alle sue particolarità e alle sue esigenze, ma inserendolo in un contesto di interdipendenza e rispetto reciproco. Rispetto in senso ampio, di dare valore all'altro al pari di sé stesso, e non di semplice astensione dalla lesione dei suoi diritti e libertà. Interdipendenza intesa come la percezione di appartenenza a un gruppo più ampio della propria famiglia, della propria curva, della propria nazione, della propria cultura; appartenenza al grande gruppo degli esseri viventi, collegati come per la rete di Indra, in cui ogni gioiello riluce della luminosità riflessa da tutti gli altri. L'alternativa al "sentirsi parte di" è il "sentirsi separati o diversi da", che è il motore da cui si generano tutti i conflitti che sperimentiamo a livello locale o macroscopico. 

Un Umanesimo così inteso può essere la Via di Mezzo più corretta, intesa come unione e non come intersezione, che nasce dalla consapevolezza di poter mettere insieme cose completamente diverse rispettandone la natura essenziale, senza doverle snaturare in un tentativo disperato di farle combaciare.


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5 Commenti


Trovo molto interessante quello che scrivi, per darti una risposta più completa ho bisogno di più tempo per approfondire per lo meno con gli articoli di cui hai messo i collegamenti.

Volevo capire meglio però una cosa, tu dici: "Parallelamente se da un lato mettere al centro la collettività significa promuovere un trattamento giusto", perché dovrebbe essere vera questa affermazione? Oltre agli aspetti legati alla salute (ma anche qui ci sarebbe da discutere).

Inoltre non condivido il tuo discorso sul fatto che una persona in un sistema individualista prenda la prima strada che gli capita in maniera passiva quando in realtà il fulcro di questo sistema è la scelta, cioè realizzare che le preferenze di ogni individuo sono diverse e supponendo che la felicità sia il fine ultimo da perseguire, la felicità stessa di una comunità (qua si apre il discorso su quale collettività è "giusto" prendere come riferimento in un qualsiasi sistema collettivista) è una funzione della felicità dei singoli e per tentare di massimizzare la felicità dei singoli il modo migliore e farlo fare ai singoli.

Ricordo anche che i sistemi di tipo collettivista, privilegiando una certa comunità, hanno portato storicamente a disastri sia economici, che morali e che a volte sono nei confronti anche di persone non ancora nate, come può essere il sistema pensionistico italiano a stampo contributivo. Ma più in generale un sistema pensionistico che non derivi da un fondo pensione (che può essere invariantemente gestito da un sistema pubblico o privato).

Mi rimangono altri dubbi riguardo ciò che hai scritto, anche se il fine ultimo del tuo ragionamento credo di condividerlo, seppur distorto lievemente, in quanto ritengo che una sistema sociale ideale debba garantire a tutti gli stessi diritti e le stesse possibilità minime economiche, oltre al diritto alla salute, ma lasciando la più completa libertà agli individui in merito a iniziative, economiche, sociali e culturali, che non vadano a ledere gli altri individui.

A Alex93 e Ithiliond piace questo contenuto

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Grazie per la risposta. Premetto che sebbene ci siano dei riferimenti alla società e all'economia, il discorso voleva essere sui concetti generali che si configurano come "ideali" (e qui le virgolette; ribadisco di usare i termini in modo improprio, perché chiaramente non c'è un modo univoco di intendere individualismo e collettivismo, ma sicuramente esiste un'intersezione nelle varie e rispettive concezioni dei termini, e a quell'intersezione faccio riferimento) da abbracciare o meno e in una certa misura in base alle proprie preferenze.

Detto questo, con "trattamento giusto" in relazione al collettivismo intendo un trattamento che tiene in considerazione le esigenze di tutti contemporaneamente. Questo assicura (almeno in teoria) che non ci siano dinamiche di prevaricazione. Chiaramente, come detto prima, il concetto è vago e non univocamente definibile. Gli esempi negativi che porti mostrano proprio questo. Però quello che tenevo a sottolineare è che il fatto di porsi il problema dal punto di vista della collettività, significa avere dei presupposti positivi in un certo senso, che poi difficilmente si riflettono nella realizzazione.
La stessa idea intendevo esprimerla nel caso dell'individualismo. Non è che individualismo="prendo la prima strada che mi capita", ma questa è sicuramente una possibilità. Quello su cui volevo porre l'accento sono i pregi dell'avere l'individualismo come presupposto, ma le difficoltà di realizzazione.

Per cui la mia conclusione vede entrambe le concezioni in armonia tra di loro.

Facendo un passo indietro per confrontarmi con le tue conclusioni, penso che quello che manca all'individualismo è forse una maggiore attenzione al valore del prossimo rispetto a quanto è "sufficiente" per non ledere la sua libertà. Dall'altra parte (collettivismo) c'è una carenza in termini di valore del singolo individuo. In realtà non è che questo valore sia negato, ma non è garantito, ed è proprio questo il (mio) punto.

Modificato da Ithiliond

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Comunque rileggendo il tutto e ripensandoci credo che una volta delineata la "linea guida" dell'ideologia finale, andrebbe fatta una distinzione tra concezione astratta e realizzazione pratica, affrontando direttamente entrambi i temi.

Appena ho più di un secondo di tempo libero riprendo in mano il discorso con più calma.

@Blood_of_demon commenti e suggerimenti?  

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In generale trovo che sia più utile quando si parla di comunità o più in generale di scelte, definire prima l'obiettivo che si vuole raggiungere  e analizzare i metodi con cui raggiungerlo, spesso credo si critichi il metodo come fosse l'obiettivo o lo si consideri tale. Per cui la distinzione principale che preferisco è un obiettivo astratto (inteso come non reale ma potenzialmente realizzabile, anche se complesso a piacere) e il o i metodi che si possono percorrere per renderlo reale.

Tornando alla tua ultima frase: non otteresti lo stesso risultato che tu auspichi alzando il "livello sufficiente" dei diritti di ognuno? Cioè mi sembra di capire che tu dica che ogni persona merita di più rispetto a quello che gli è garantito negli stati occidentali (ricordando che seppur il differenziale diminuisca costantemente, noi abbiamo un livello di benessere superiore rispetto alla media mondiale), allora perché non formulare dei diritti che garantiscano di più a tutti?

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In realtà non vorrei uno standard più alto di diritti o dignità (che probabilmente comunque non farebbe male), ma mi piacerebbe comprendere e far comprendere la differenza che intercorre tra il rispettare perché esiste una normativa che ce lo impone, e il farlo perché ci si sente parte di qualcosa e si da valore all'altro e alle differenze. Probabilmente come fai notare tu, l'individualismo è un'ottima base per raggiungere questo obiettivo. Però spesso quando si parla di "estremizzazione" dell'individualismo (magari è solo una mia percezione) si tende a pensare all'egoismo e all'indifferenza nei confronti del prossimo, che rispettiamo appunto solo perché si deve fare; anche comprendendo la necessità della limitazione in virtù del principio "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te", comunque vedo l'approccio come qualcosa di freddo e distaccato. Mi sembra un po' il motivo per cui esistono le "prevaricazioni", si pensa ai propri diritti, si cerca di rispettare le normative, ma quando posso fregare qualcuno lo faccio. Ripeto, non è che l'individualismo non va, semplicemente per me andrebbe integrato per evitare rischi di questo genere (parlo a livello teorico). Dimmi cosa pensi di questo punto :) 

Riguardo la definizione di un obiettivo, hai ragione. Come avevo premesso, scrivo anche non essendo pronto per trattare l'argomento, perché scrivendo ed esprimendo quello che ho in testa riesco a fare ordine. Mi pare quindi che concordi con me con il dividere l'analisi astratta dall'applicabilità (che non significa che non vadano poi messi in relazione).

 

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