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Epitteto e rabbia

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raemar

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Un mesetto di tempo tra un post e l'altro sarà accettabile? Fatto sta che ancora devo ben decidere di cosa parlerò in questo blog.

Ci sono un paio di cose che mi danno da pensare in questo periodo. La prima ha a che fare con le parole di Epitteto, filosofo greco forse non troppo conosciuto, o forse sì. Secondo la sua "Regola aurea della felicità", l'uomo dovrebbe fare una netta distinzione tra le cose che dipendono da lui e le cose che non dipendono da lui.

Ricordati dunque che, se credi che le cose che sono per natura in uno stato di schiavitù siano libere e che le cose che ti sono estranee siano tue, sarai ostacolato nell'agire, ti troverai in uno stato di tristezza e di inquietudine, e rimprovererai dio e gli uomini. Se al contrario pensi che sia tuo solo ciò che è tuo, e che ciò che ti è estraneo - come in effetti è - ti sia estraneo, nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te, nessuno potrà più ostacolarti, non muoverai più rimproveri a nessuno, non accuserai più nessuno, non farai più nulla contro la tua volontà, nessuno ti danneggerà, non avrai più nemici, perché non subirai più alcun danno

Mi sembra una cosa talmente evidente nella sua banalità che mi muove buonumore. E poi, è sempre bello venire a sapere che qualcuno, infitamente prima di te, ha dato una forma al tuo tentativo di vita.

La seconda è direttamente connessa alla prima. Perché proviamo rabbia? Perché ci arrabbiamo anche di fronte a cose evidentemente e palesemente inevitabili? Quando abbiamo smesso di capire che a determinati nostri comportamenti corrispondono inevitabili conseguenze? E perché ci arrabbiamo di fronte al palesarsi di queste conseguenze? Forse crediamo di avere potere su tutto, azione e reazione, premessa e conseguenza?

Difficile che il mio blog possa andare da qualche parte in questo modo. Tuttavia erano considerazioni che volevo condividere, meglio qua che sul forum, no?


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4 Commenti


Spero di aver capito quale sia uno degli ambiti cui ti riferisci.

Credo che molti si arrabbino perchè si sentono parte di una collettività che, in quanto gruppo ha, o almeno dovrebbe avere, come "sue" molte più cose di quante ne abbia il singolo individuo.

Se io come singolo individuo non ho potere su qualcosa, una serei di individui come me ce l'ha. E allora perchè non provare a far capire come mi sento a chi può aiutarmi a rendere "mie" e quindi a poter cambiare, le cose che non mi piacciono?

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Il mio era un discorso molto generale, non riferito a nessun ambito particolare. Talmente generale da risultare assolutamente personale. ;-)

Capisco cosa intendi. Nelle mie elucubrazioni, ieri pensavo proprio a quello che dici tu come obiezione al pensiero di Epitteto. Ma secondo me non ha senso. Anche ammettendo che tu esprima il tuo rammarico per far sì che gli altri capiscano e ti aiutino a rendere tuo ciò che in partenza non lo è, secondo la filosofia che sento di fare mia (chiaramente a livello teorico), tu non puoi influenzare le altre persone. "Nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te". E quindi tu non potrai esercitarla sugli altri. Ognuno è padrone (e responsabile) di ciò che può materialmente manipolare con la propria azione, non con l'azione degli altri. Io, personalmente, lo trovo meraviglioso.

Attenzione, ciò non significa che un giorno qualcuno non possa percepire la tua azione e decidere di agire a sua volta nella tua stessa direzione o di agire perché la tua azione abbia il fine che lui ritiene tu ti sia preposto. Ciò significa che questa sua scelta non dipende da te. Non te ne devi preoccupare e occupare.

Comunque, è già incredibile che qualcuno segua questo discorso. Ti ringrazio per lo stimolo. :bye:

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Certo che non ha senso. L'uomo non ha senso. Se ci comportassimo in modi sensati, il discorso di Epitteto sarebbe concretamente applicabile.

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Io resto dell'idea che tutto è teoricamente applicabile, ma praticamente improponibile. La differenza la facciamo noi.

:bye:

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