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La verità del silenzio

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Samirah

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Reldan, l'uomo che si è occupato di me sin dall'infanzia, sta morendo in un letto davanti ai miei occhi. Il petto vecchio e stanco si solleva a fatica e gli occhi si aprono sempre più raramente. Ascolto i suoi rantoli agonici con tristezza e curiosità al tempo stesso, perché sono i primi e gli ultimi suoni che sento emettere da quest'uomo, che per tutta la sua vita non ha mai parlato. Mentre gli tengo la mano, prego perché il trapasso sia per lui il più possibile indolore, ma sento che il suo respiro affannato gli provoca una sofferenza che non potrà mai descrivere.

- La... la strada...

Sussulto, mentre il cuore sembra paralizzarsi. Reldan ha parlato veramente o è stata la mia immaginazione?

- La strada è ancora aperta...

Il tempo sembra cristallizzarsi attorno a me, mentre ascolto le parole che mai sarebbero dovute uscire da quella gola offesa. Ora sembro io il muto, mentre le labbra di Reldan si muovono tremanti, cercando di comporre suoni comprensibili. Lo guardo e riesco solo a pensare che non può essere vero, che forse mi sono appisolato al capezzale di colui che è stato come un padre silenzioso per tutti questi anni e che sto sognando ciò che ho desiderato per tutta la vita. Ma la bocca del vecchio si apre ancora una volta, sussurrando:

- La porta, la strada... puoi tornare a casa...

Inebetito dalle sue parole, mi rendo conto soltanto ora che sta parlando con me e di qualcosa di cui avevo smesso di pormi domande tanto tempo fa. Quante volte gli avevo chiesto da dove venissi, chi fossero i miei veri genitori o anche solo dove mi avesse trovato. Mi guardavo allo specchio, osservando i miei capelli neri e gli occhi grigi, così diverso nella fisionomia dalle persone che conoscevo, e desideravo sapere qualcosa, un qualunque dettaglio, sulle mie origini, ma lui non aveva mai potuto rispondere alle mie domande. Si limitava a sorridermi e a indicarmi i libri della grande biblioteca impolverata, come a dire che soltanto lì avrei trovato le mie risposte.

Ma fra i tanti tomi, alcuni talmente antichi da pensare che fossero stati creati col mondo stesso, non avevo trovato nulla che potesse indicarmi la mia origine. Se solo Reldan avesse saputo scrivere, forse avrebbe potuto dirmi di più. Invece non poté mai neanche scarabocchiare su un pezzo di carta qualcosa che potesse dirmi del mio passato e della mia origine. E né i servitori che mi sono stati sempre accanto, né il tutore che mi diede un'istruzione erano a conoscenza del mio passato o del luogo in cui Reldan mi aveva trovato. Sembrava che soltanto lui avesse le risposte e, per una beffa del destino, non poteva comunicarmele. E per questo, un giorno, smisi di porre domande.

Ora però quest'uomo che credevo muto sta parlando. E se fosse sempre stato in grado anche di leggere e scrivere? Come ha potuto ingannarmi per tutti questi anni? Nella mente si accavallano così tante domande che l'unica cosa di cui sono certo è il dubbio.

Reldan spalanca gli occhi e gira la testa di scatto verso di me. Il movimento è talmente repentino che salto sulla sedia spaventato, come se vedessi un fantasma. O meglio, è come se vedessi uno sconosciuto, una persona di cui credevo sapere tutto e che invece si presenta a me in una veste completamente nuova proprio ora che sta esalando il suo ultimo respiro.

- Credo di doverti chiedere scusa, ragazzo mio, per gli anni di silenzio a cui ti ho condannato. Ma soprattuto per non aver mai dato soddisfazione alle tue domande. Quanto vuoto devi sentire dentro per ciò che eri e non conosci.

Provo a parlare ma la lingua sembra paralizzata. I ruoli sembrano essersi invertiti e lo lascio continuare. Ora prego perché il suo trapasso sia il più lontano possibile, che il tempo fermi per qualche istante la sua corsa.

- Forse sarei dovuto arrivare alla tomba silenzioso così come mi hai sempre conosciuto, ma che gli Inferi mi accolgano se ti lascio in questo mondo senza dirti che hai una casa e che esiste ancora la strada per tornarci.

Prende un ampio respiro e l'aria sembra non voler uscire dai polmoni. Diventa cianotico in volto e temo che mi abbandoni proprio ora. Invaso da un senso di rabbia che non credevo potesse esistere nel mio animo, la voce mi esplode in gola:

- No! Non puoi morire ora! Devi parlare!

Reldan riprende a respirare, sempre più faticosamente.

- Capisco il tuo rancore, ma credimi se ti dico che l'ho fatto per proteggerti.

Il mio sguardo si sta infiammando, non so se per il furore o per le lacrime. Continuo a chiedermi come l'uomo che tanto mi ha amato sia stato anche in grado di farmi crescere in un'eterna menzogna.

- E se non ti ho mai rivolto la parola, è stato per non mentirti.

La sua affermazione mi fulmina. E' vero, non ha mai proferito falsità. Ma il silenzio non è stato ugualmente una bugia perpetrata negli anni, più insidiosa di qualunque parola potesse mai dirmi?

Cerco di mantenere la calma, agognando infine la verità. So che non può mentire ancora.

- C'è però una cosa su cui non ti ho mai ingannato: i libri. In essi sono custodite le tracce che ti riporteranno a casa.

La mia voce esce roca, come se le mie corde vocali lottassero contro il groppo che mi ha annodato la gola:

- Non ho mai trovato nulla in quei libri. Sono solo trattati di storia e raccolte di novelle.

- E che altro sarebbe la storia se non il nostro passato e le novelle ciò che viene rivelato sulle nostre vite?

Ora penso che sia pazzo. Forse l'agonia lo sta facendo sragionare. Ma voglio lasciarlo parlare, voglio ascoltare la sua voce infame fino alla fine.

- Se ben ricordi, c'è stato un libro che hai amato sin da quando il signor Gorian ti ha insegnato a leggere. Lo portavi sempre con te e non ti stancavi mai di leggere le storie di fate e folletti.

- Erano solo favole.

- La tua vita è una favola. Il mondo da cui provieni è per i più soltanto un luogo esiliato nelle fantasie dei bambini. Ma a volte si aprono porte che portano in questa realtà cose che gli uomini non vogliono vedere e accettare. Quando richiusero il varco, cancellarono ogni segno potesse ricordare loro che esistevano altre realtà, fantastiche e spaventose allo stesso tempo. Ma non riuscirono a eliminare anche te. Lottai per portarti via dalle loro mani assassine e ti tenni con me, avvolgendo me stesso nel silenzio per non doverti mentire, consapevole che la verità avrebbe portato a conseguenze disastrose. Sapevo che se ti avessi detto tutto al momento sbagliato, quando era ancora troppo presto perché tu comprendessi, sarebbe stata la rovina. La tua è una razza romantica e sognatrice, ma anche capace di vendette violente e di gesti inconsulti. Ma ora sei grande, ragazzo mio, e puoi affrontare la conoscenza senza lasciartene possedere. So che sceglierai con giudizio, sia che tu decida di rimanere in questo esilio o di cercare la strada per tornare a casa.

Gli occhi di Reldan si richiudono lentamente, un rantolo è l'ultimo suono che sento, prima che il silenzio ricada tra noi, così com'era sempre stato. Il volto di Reldan diviene sfumato mentre le lacrime di rabbia e tristezza mi riempiono gli occhi. Come un automa mi alzo, gli accarezzo il volto e vado in cerca del libro.

Lo trovo in uno scaffale basso della biblioteca, con un angolo preso in prestito da un ragno per la sua casa. Sfratto l'inquilino e lo prendo con delicatezza, come se fosse un'antica reliquia. Avevo dimenticato il disegno del portale fiorito sulla copertina, che mi aveva affascinato per la sua somiglianza col portone del roseto, quello che dava sulla brughiera e che non veniva ormai utilizzato da nessuno. Non avevo mai attraversato quel portone, non più accessibile da anni a causa dei rovi che vi erano cresciuti attorno.

Mi ritrovai a ridere come uno sciocco, pervaso da una sensazione insieme di felicità e di smarrimento. Tornai al capezzale di Reldan e salutai un'ultima volta l'uomo che, nella sua prigione di silenzio, aveva sempre evitato di mentirmi, permettendomi ora di credere alle sue uniche parole, le sole mai pronunciate al mio cospetto.

Racconto partecipante al 10° Concorso di Narrativa e Poesia indetto dal Comune di Lagosanto (FE).


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