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Lacrime nella pioggia

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Samirah

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La pioggia faceva avvertire la sua presenza con lievi ticchettii sul vetro, amplificati dalla stanza vuota e silenziosa, che li mutava in un suono ritmico, regolare. Il letto sembrava particolarmente freddo, notò Rose, e l'umidità filtrava attraverso il vecchio materasso come a volerne impregnare ogni più piccolo recesso. Era una pioggia senza fulmini né tuoni, priva della violenza dei temporali, ma anche della pace dei lenti scrosci autunnali. Sembrava piuttosto il lamento sommesso di un vecchio malato, senza più forza né dignità. O forse assomigliava di più al pianto di un bambino?

Rose ripensò al suo piccolo Steve, che se ne era andato così piccolo, così innocente, portato via dal fiume durante una piena, mentre passeggiava mano nella mano con lei e suo marito Dave. A pensarci bene, era proprio una giornata uggiosa come quella, in cui nessuno avrebbe immaginato uno straripamento del Tirly, così quieto e inoffensivo, ma anche con così poco spazio per contenere le acque impetuose di un temporale estivo. In quei due mesi Rose non aveva fatto altro che vedere il volto del suo bambino di sei anni livido e inespressivo, mentre nella sua testa continuava a sentire il suo lamento, la sua denuncia dell'abominevole ingiustizia che gli era toccata. In realtà il suo corpicino non era mai stato ritrovato e questo non faceva altro che alimentare l'incubo a occhi aperti di Rose.

Le gocce iniziarono a picchiare più forte e la finestra rispose con vibrazioni irritate. Rose sistemò il cuscino, per poi raccogliere le coperte attorno al corpo infreddolito. Dave non era ancora venuto a letto e tutto quello spazio vuoto non tratteneva abbastanza calore per lei. All'improvviso, il libro che stava leggendo le risultò insoddisfacente. La storia le apparve estranea, non in armonia col suo attuale stato d'animo. Dopo aver letto e riletto le stesse righe per una decina di volte, si rese conto che non riusciva ad afferrare il senso delle parole. Sapeva che quando accadeva era il momento di chiudere il libro e, con un sospiro seccato, piegò l'angolo in alto a destra per tenere il segno. Appoggiò il libro sul comodino e spense la luce. Un gesto consueto, istintivo, ma che in quel momento fu fonte di un'angoscia inaspettata. Si rifugiò frettolosamente sotto le coperte di lana accatastate, mentre fuori vento e acqua intonavano il loro canto tragico.

Un colpo secco fece stridere i vetri, che rimasero integri per miracolo. Due mani livide, col palmo appoggiato al vetro, erano apparse alla finestra. Rose non urlò, la sua gola non glielo permise, chiusa in un'apnea paralizzante. Il cuore, dopo aver saltato un colpo, si lasciò andare alla più sfrenata tachicardia e sudore gelido filtrò dai pori della pelle. Le mani fuori dalla finestra si aggrapparono al bordo inferiore dell'intelaiatura, contraendosi nello sforzo di sollevare un peso. Rose non riusciva a scorgere il resto del corpo a cui appartenevano quegli arti, ma poteva vedere le piccole dita sottili che facevano forza sul legno scheggiato. Frammenti di vecchia vernice bianca si staccavano sotto la loro presa, mentre il dorso si inarcava per azione di inesistenti muscoli.

“Non voglio vedere, non voglio, non voglio!”

Rose affondò nelle coperte, testa compresa, raccogliendosi in posizione fetale e stringendo le mani sul capo. Il suono era debole, si udiva appena al di sopra degli scrosci, ma sapeva che quel lamento tetro era reale, non più un effetto della pioggia. Forse, non lo era neppure prima. Piangeva, piangeva e spingeva. Rose avvertì una convulsione di terrore lungo il corpo, mentre realizzava che quell'essere, qualunque cosa fosse, voleva entrare nella stanza.

Un altro colpo sul vetro, più forte del precedente. “Mio Dio, sta veramente tentando di sfondarlo?”

Da un angolo nascosto, la sua coscienza voleva rassicurarla, dicendole che non poteva farcela, che quella creatura non poteva avere la forza necessaria per infrangerlo. Eppure i palmi scarni continuavano a battere incessantemente, mentre vibrazioni distorte rimbalzavano nella stanza. Rose non poté fare altro che premere le mani sulle orecchie, per non udire quel pianto di fame e di terrore. Non riusciva più contrastare i brividi, mentre il panico la strangolava da dentro, afferrando con crudeltà il cuore ormai impazzito, ormai costretto ad arrendersi.

Il vetro, in uno schianto stridente, si frantumò. Rose trattenne il respiro, ma il battito del suo cuore le martellava in testa. Non sentì nulla per un tempo indefinito, poi il tonfo sul pavimento distrusse ogni sua speranza. Sentì frugare sul bordo del letto e tutta l'aria tenuta compressa nei polmoni esplose in un urlo talmente straziato che le fece male al petto.

“Daaaaave! Daaaaave! Ti pregooooo!”

La gelida mano bianca trovò uno spiraglio tra le coperte e la toccò. Una carezza leggera, sulla pelle lasciata nuda dalla maglia del pigiama troppo corta. Rose smise di urlare e ascoltò rapita il respiro lento e rantolante della creatura dietro di lei. L'essere, con lentezza sfinente, si sollevò sul letto, le si avvicinò, poggiando la testa dietro la sua spalla. Lei avvertì l'odore di foglie marcite dalla pioggia, odore di fango e di morte. Ma si quietò, perché conosceva quel respiro.

“Mamma”, sussurrò la creatura. La voce aveva perso il timbro limpido e squillante, era divenuta gorgogliante, melmosa. Ma non poteva non riconoscere lo stesso tono con cui il suo piccolo Steve la chiamava a ogni ora del giorno.

“Piccolo mio.”

Parlò senza rendersene conto e, altrettanto inconsciamente, si girò. Il suo viso, grigiastro e putrefatto, la riempì di orrore, ma Rose non urlò questa volta. “Hai fame, piccolino?”, gli chiese con la dolcezza che solo una madre può riservare al proprio bambino. La creatura osservò la mano che le veniva protesa davanti e, senza esitazione, strappò un brandello di carne dalla mano di Rose. Ancora una volta, lei non si lasciò sfuggire neanche un gemito. Il dolore non era nulla a confronto della gioia di nutrire la propria creatura.

Dei passi nel corridoio la fecero tornare alla realtà. Suo marito stava venendo a letto e sarebbe di certo rimasto inorridito, non avrebbe capito il miracolo a cui lei stessa stava assistendo. Guardò il suo piccolino che continuava a straziarle la carne, le ossa della mano ormai esposte, e decise che non avrebbe mai permesso a nessuno di portarle via ciò che le era appena stato restituito. Fece una carezza alla testa glabra, incurante della pelle grigia e untuosa, poi si alzò dal letto, consapevole dello sguardo affamato dell'essere.

“Torno subito”, sussurrò con tenerezza.

Dave aprì la porta e si trovò davanti sua moglie, in piedi e... con la mano sinistra scarnificata e gocciolante sangue. “Rose, mio Dio Rose, che ti è successo?”, gridò con tutto l'orrore che il suo animo era stato in grado di evocare.

Lei sorrise. Non disse nulla, ma sorrise placidamente e con una luce euforica negli occhi. Dave pensò che la depressione per il lutto avesse lasciato il posto alla follia e fece per abbracciare la moglie, tentando di riportarla alla ragione. Ma Rose alzò di scatto il braccio destro contro di lui, con la mano che reggeva un oggetto che Dave non ebbe il tempo di identificare. Non vide più nulla, sentiva solo il pavimento di marmo freddo sotto di lui e il dolore bruciante che si spandeva nella sua testa a ondate strazianti. Balbettò il nome della moglie e la sentì accovacciarsi di fianco a lui. Tentò di sollevare la testa, ottenendo in cambio soltanto una fitta ancor più lacerante. Solo in quel momento lo vide, piccolo, livido e con due occhi bianchi di morte. Avrebbe voluto gridare, ma il sangue dalla fronte gli colò in bocca, provocandogli conati di vomito.

Vide Rose porgere la mano straziata alla creatura, che si avventò su di essa, staccando muscoli e cartilagini. Sua moglie non stava urlando, anzi, sorrideva con gli occhi bagnati di lacrime di commozione. Poi la vide indicarlo, mentre diceva qualcosa come “Vai da papà, anche lui vuole darti la pappa. Devi avere così fame, piccolo mio”.

Dave avrebbe voluto svegliarsi da quell'incubo, ma il dolore al capo gli diceva che non c'era modo di sfuggire all'orrore. L'essere si avvicinò camminando in modo innaturale, come se non potesse coordinare il movimento di tutti i muscoli. I suoi passi incerti lo rendevano ancora più grottesco, ma il suo sguardo era la cosa più inquietante, così perso nel nulla, come se non fosse importante vedere, quando bastava seguire l'odore del sangue. Vide la bocca nerastra aprirsi mentre si abbassava sul suo viso, scoprendo denti giallastri e scheggiati. Dolore si aggiunse al dolore, quando sentì quelle piccole zanne affondargli nel viso. La creatura gli strappò con un singolo movimento l'intera guancia, lasciando scoperte le arcate dentarie. Questa volta Dave riuscì ad urlare, in un'esplosione di sofferenza e di paura. Forse qualcuno l'avrebbe sentito, forse i vicini sarebbero accorsi. Ma la mano di Rose scese di nuovo a colpirlo. E il dolore cessò.

Fuori aveva ormai smesso di piovere e grosse gocce si tuffavano a intervalli regolari dalle grondaie e dai tetti. Rose sorrise. Non c'erano più lamenti, non c'erano più lacrime nella pioggia.

25° posto al concorso "BUONANOTTE E SOGNI D'HORROR", I edizione 2007, organizzato da Sognihorror.com

PS: avevo scritto questo racconto ispirata dal contest di novembre dei Draghi d'inchiostro ("Rapsodia"). Per quanto orripilante possa sembrare, il tutto è nato da un brano di Joe Satriani, Tears in the rain. Come sia arrivata a questo racconto splatter non ne ho idea, ma tant'è. :-p


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