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..perchè chi non ha il senso del sacro....

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padishar

- Campagna di Jade Silvershine, ambientazione Agot, background scritto da Samirah -

Mai inchinati mai piegati mai spezzati

“Adoro il profumo delle candele.. mi piace passare ore e ore dinanzi all’effige del Padre ed inspirare a pieni polmoni il profumo della cera che si scioglie lentamente. La quiete del Tempio dei Sette è oramai da tempo il mio luogo preferito... Qui posso sentire davvero la presenza degli Dei... cosa servono mai duelli, sfide o intrighi di fronte alla placida contemplazione del mistero divino? Mah… non capirò mai mia sorella... la persona più cara al mondo è anche quella che, a volte, stento a comprendere...”

Prologo

Le terre a nord di Dorne giacevano indolenti nel freddo che li cingeva ormai da anni, a causa del lungo inverno di cui ancora non si intravedeva la fine. Uomini e bestie lottavano contro il gelo e contro la mancanza di cibo, ma non nel caldo sud.

Da Lancia del Sole a Vecchia Città i campi erano rimasti fertili ed il clima clemente. La penuria di alimenti non era un problema che la popolazione di Dorne aveva dovuto affrontare, anche se la guerra con cui il Regno era riuscito a riconquistarsi la libertà dal dominio Targaryen aveva lasciato le sue ferite anche a distanza di anni. Ferite che ora stavano per essere risanate, in un modo che i Dorniani non si sarebbero mai aspettati.

Difatti il Principe delle terre di Westeros, Daeron Targaryen II, stava per giungere a Lancia del Sole, per incontrare per la prima volta la Principessa di Dorne Myriah, sua futura sposa e simbolo di pace duratura fra le terre del sud e il regno instaurato dalla dinastia del drago.

Una nuova sottomissione, ottenuta non con la forza ma tramite la diplomazia, stava per riportare Dorne sotto il dominio dei Targaryen e molti Dorniani, seppure storcendo il naso, attendevano comunque impazienti l'esito dell'evento.

Ed era proprio nel palazzo della capitale che il fermento era maggiore. La famiglia reale era ormai vicina e tutti affollavano le strade, più per curiosità che per vero desiderio di accogliere coloro che erano sempre e comunque considerati degli invasori.

Daeveron

Invece il piccolo Daeveron Martell, a differenza degli altri bambini della sua età, si era rifugiato nel tempio della città, dove i rumori assordanti dell'esterno arrivavano attenuati.

Sapeva che quel giorno sarebbe stato molto importante per la sua Casa, che sua cugina sarebbe andata in sposa ad un re e, per questo, sarebbe diventata regina. Ma sapeva anche che questo l'avrebbe portato via da casa sua, lontano dalle calde piane che circondavano Lancia del Sole, dove aveva cavalcato tante volte di fianco a suo padre e sua sorella Gael.

Anche se Daeveron non era un amante della fatica fisica, andare a cavallo gli dava la sensazione di potersi scrollare di dosso il peso che sentiva costantemente dentro di sé. A soltanto otto anni, aveva già compreso che la sua strada non avrebbe ricalcato quella del padre e che, per questo, il genitore non l'avrebbe mai considerato al suo pari. Ma Daeveron aveva già chiaro il sentiero che si stava per aprire davanti a sé e, incurante delle prese in giro di Gael, trascorreva ogni giorno almeno qualche minuto nel tempio, pregando e chiedendo ai Sette Dei di aiutarlo a vedere sempre un po' più in là lungo quel sentiero.

Ma quel giorno le preghiere non presero forma, non uscirono dalla sua bocca, tanto era il suo disagio per gli avvenimenti che stavano per presentarsi. Osservava incantato le fiamme delle candele, incurante della loro luce accecante, affascinato dal ritmo lento con cui consumavano la cera, per dar vita a filiforme fumo nero, che saliva fino al soffitto e si confondeva con i chiaroscuri creati dai costoni.

Il rumore fuori stava crescendo, la folla si stava accalcando e Daeveron comprese che il corteo reale era ormai giunto in città. Si alzò riluttante dall'inginocchiatoio ed immediatamente ebbe la sensazione di non essere solo nel tempio. Si voltò di scatto, sussultando leggermente per la sorpresa. Sua sorella gemella, Gael Martell, era appoggiata ad una colonna con aria divertita. Anche questa volta era riuscita a spaventarlo, cosa che le fece sfuggire una risata di soddisfazione.

Daeveron, dopo un primo momento di disappunto, le restituì il sorriso e si avvicinò a lei.

“Che fai qui?”, le chiese, sul serio incuriosito dalla presenza della sorella nel tempio.

“Ho sentito una cosa, mentre correvo fuori dalle cucine”

“E perché correvi fuori dalle cucine?”

“Cosa importa?”, ribatté pronta, “Stai piuttosto a sentire cosa ho da dirti”.

Si sistemò per bene sulla panca più vicina, facendo crescere l'apprensione nel fratello.

“Dai, dimmelo. Cosa hai sentito?”

Lo sguardo della bambina si posò malizioso su di lui, facendo intendere di essere in possesso di uno di quei segreti per cui vale la pena aspettare qualche secondo prima che vengano rivelati.

“Allora, come dicevo, stavo correndo per i corridoi del piano terra, quando ho sentito nostro zio parlare con il maestro d'armi”.

“Sempre a ficcare il naso negli affari degli altri, eh?”

“Allora, vuoi sentire o no cos'ho scoperto?”

“Sì, sì, dimmelo”, ma Daeveron era sempre meno desideroso di saperlo. Aveva l'impressione che non gli sarebbe piaciuto quello che stava per ascoltare.

“Insomma, stavano parlando di combattimenti e di cose del genere. Allora mi sono avvicinata un po' e ho scoperto che oggi pomeriggio, in onore del re e della sua famiglia, verrà allestito un torneo”.

Daeveron impallidì. Sapeva benissimo cosa significava ciò, perché comprendeva finalmente la finalità degli allenamenti particolarmente faticosi a cui il padre l'aveva sottoposto nelle ultime settimane. Pensava che fosse soltanto per fargli assumere un migliore portamento, invece ora era certo che volesse farlo partecipare. Scorse con la mente tutti i probabili contendenti, ripassando i nomi dei rampolli delle famiglie che sarebbero state presenti, ma il panico non gli permise di metterne a fuoco nemmeno uno.

Gael notò lo stato di smarrimento del fratello e gli mise una mano sulla spalla:

“Su, dai, tranquillo, vedrai che sarà solo una formalità. Ti faranno fare un giro a cavallo, un paio di mosse con la spada di legno e basta”.

Lo disse con poca convinzione e Daeveron sprofondò nello sconforto.

“Grazie per avermi avvertito, credo che passerò un altro po' di tempo qui al tempio”.

“Non dovresti andare ad allenarti piuttosto?”

“No”.

La risposta categorica del fratello la convinse a non insistere. Lo salutò con un sorriso solidale e si allontanò in fretta, diretta verso il castello, lasciandolo solo.

Daeveron avrebbe voluto piangere, ma l'ansia e l'orgoglio glielo impedirono. Si sentiva smarrito e, in qualche modo, tradito dal suo stesso padre. Aveva sperato che avesse finalmente compreso che il combattimento non avrebbe mai fatto della sua vita.

Senza avere la minima idea di come agire, si limitò a fare l'unica cosa che gli riusciva veramente bene: pregare.

Gael

Gael Martell si allontanò in fretta dal tempio, decisa ad arrivare all'ingresso del palazzo prima del corteo, per poterlo osservare con attenzione.

Mentre correva per le strade affollate, sfruttando i vicoli per evitare il grosso della calca, pensò con pena al fratello, comprendendo appieno lo stato di prostrazione in cui si trovava.

Il loro padre, Elimond Martell, ultimo erede di quel ramo cadetto della casata Martell, aveva sempre confidato nei propri figli per poter camminare a testa alta di fronte ai suoi cugini di più alto rango. Non aveva mai potuto sopportare di non essere lui a capo della casata dominante il caldo e prosperoso sud. Non aveva mai accettato il fatto di essere secondo.

Ma i suoi eredi non erano stati all'altezza delle sue aspettative.

Daeveron aveva sempre trovato più coinvolgente il tempio del campo di allenamento e lei era forse stata una delusione ancora peggiore, sempre in giro per il castello o per le strade della città, piuttosto che nel palazzo insieme alle altre bambine, che trascorrevano il loro tempo a ricamare e imparare le regole della vita nobiliare.

In realtà Elimond amava profondamente i suoi figli e li aveva cresciuti con fermezza ma anche con affetto. Aveva sempre pensato che l'essere cresciuti senza madre, morta di parto, sarebbe stata per loro una sofferenza già sufficiente, per cui non aveva mai cercato di ostacolarli. Però ora non poteva più tollerare il loro stile di vita, stavano crescendo e presto sarebbero stati abbastanza grandi da poter affrontare le responsabilità della vita. Avrebbero dovuto abbandonare le loro mire anarchiche e la testardaggine di evitare in ogni modo la vita di corte.

Gael, seppure nel piccolo dei suoi otto anni, era a conoscenza dei pensieri e delle preoccupazioni del padre. Tante volte l'aveva sentito parlare con la septa a cui era stata affidata l'educazione delle bambine Martell, andata a lamentarsi per l'ennesima volta per l'assenza di Gael alle lezioni di ricamo. Ma tante altre volte l'aveva sentito sussurrare parole di sconforto sulla tomba della loro madre, una donna che appariva a Gael quasi mistica, per la nostalgia che leggeva negli occhi di Elimond ogni volta che veniva nominata.

Gael scrollò le spalle per liberarsi di quei pensieri scomodi. Era arrivata all'ingresso del palazzo dei reali di Dorne. Si intrufolò in mezzo a lord impazienti e nobildonne imbellettate frettolosamente alla notizia dell'arrivo del Principe Daeron, cercando un buon punto di osservazione. Si arrampicò, come se niente fosse, dietro alla statua di un cavaliere impettito che reggeva il suo spadone dritto di fronte a sé, fece presa sul suo collo di pietra e si issò fino a puntare i piedi sulla sua cintura. La posizione non era delle più comode, ma avrebbe potuto guardare il passaggio del re e del suo seguito senza dover saltellare dietro a spalle troppo alte e teste troppo cotonate. Nessuno l'avrebbe notata, come sempre d'altronde.

Il silenzio improvviso che invase la sala preannunciò l'ingresso della famiglia reale. A precederla, con passo scandito e petto in fuori, furono i Mantelli Bianchi, le guardie personali del re. Marciarono a ritmo coordinato, con lo sguardo puntato in avanti, aprendo la strada a re Aegon IV, un uomo dal ventre largo e di statura elevata, imponente nel suo abito di raso giallo e arancione. Portava alla cintura una spada, racchiusa in un fodero ricoperto di velluto nero, ricamato con filo dorato. I capelli si univano alla folta barba ad incorniciare il viso austero, vivacizzato dagli occhi sempre vigili e pronti a scattare come un serpente sulla propria preda. Gael non riuscì a capire se il suo fosse disgusto per il luogo in cui si trovava o semplicemente quell'uomo possedesse di natura quell'espressione.

Alla sua destra procedeva, elegante e diafana, sua sorella e moglie Naerys Targaryen. La sua pelle candida splendeva radiosa, sotto la chioma argentata lasciata libera e fluente sulle spalle nude. L'abito di organza violetto, leggero e adatto al clima caldo del sud, richiamava il colore degli occhi, dandole un aspetto etereo e quasi angelico. Dietro di loro, tra altri due Mantelli Bianchi, i loro tre figli.

Il maggiore, Daeron Targaryen, secondo del suo nome, aveva quasi vent'anni, qualcuno in più dell'età solita in cui venivano contratti i matrimoni, ma sicuramente dell'età giusto per prendere in sposa la Principessa Myriah, di due anni più giovane. Il suo viso disteso e sorridente era talmente diverso da quello del padre, da dar adito alle malelingue che volevano Daeron come figlio segreto di Aemon, fratello minore del re. Il suo sguardo incuriosito si spostava sugli astanti, avido di particolari, come se volesse memorizzare ogni volto che incrociasse.

Dietro di lui camminava sua sorella Thiaral, stessi occhi gelidi del padre ma stessa bellezza evanescente della madre. Aveva quattordici anni e gli sguardi di molti uomini si posarono desiderosi su di lei e sulla candida pelle lasciata scoperta dal leggero abito di seta bianca.

Uno scossone improvviso fece perdere la concentrazione a Gael, che, per tenersi in equilibrio, dovette interrompere la sua osservazione e cercare un appiglio migliore. Ma ormai il suo interesse era stato sedato e l'ultima cosa che desiderava era trovarsi incastrata nel salone dei ricevimenti insieme a tutta quella folla.

Con agilità scese dalla statua, le diede una pacca sul sedere in segno di ringraziamento e sgattaiolò fuori, di nuovo all'aria aperta.

Daeveron

Daeveron, in realtà, era rimasto per poco tempo in preghiera, sapendo che non sarebbe potuto rimanere in quel luogo a lungo. A breve si sarebbe tenuto il banchetto in onore della Casa Reale, a cui lui e la sorella avrebbero dovuto presenziare. Incurante del fiume in piena di nero, rosso e acciaio che passava dalle porte della fortezza, aveva raggiunto il palazzo dei Martell e si stava dirigendo verso l’interno della fortezza. La vita politica, l’intrigo, non facevano per lui. Preferiva la calma innaturale del tempio a tutto ciò che era mondano e questo, sia il padre che la gemella, lo avevano capito da tempo. Con passo veloce si immerse nelle ombre della fortezza, senza prestare attenzione al rumore, sempre più forte, che arrivava dall’esterno. Camminava senza prestare attenzione a ciò che gli si parava dinanzi, preso solo dai suoi pensieri, dalla preoccupazione per il torneo. Aveva deluso troppe volte suo padre, ma questa volta con l’aiuto del Guerriero sarebbe riuscito a rendere giusto onore al padre che tanto si era prodigato per rendere lui un uomo d’arme. Qualcuno gli pose una mano ferma e decisa sulla spalla per fermarlo e Daeveron in tutta risposta sobbalzò per la sorpresa. Alzò lo sguardo e vide Elimond Martell che lo squadrava da capo a piedi con uno sguardo deluso. Ma oramai Daeveron ci aveva fatto l’abitudine a quel genere di occhiate. Un tempo Elimond era stato un uomo molto attraente, ma il tempo lo aveva reso grigio, con la pelle spenta e solcata di rughe contorte.

“Figlio, dove pensi di andare conciato così? Fra poche ore vi sarà il banchetto in onore degli ospiti. Vedi di prepararti a dovere. L’etichetta innanzi tutto”.

“Sì padre, andrò nelle mie stanze a cercare un abito più adatto all’occasione. Se posso porre una domanda, dopo il banchetto, è prevista qualche altra attività in onore del sovrano Targaryen?”.

Daeveron non poteva dire al padre di sapere per certo cosa lo attendeva, in quanto avrebbe messo nei guai la gemella, che tanto si era prodigata per passare l’informazione al suo spaventato fratello. A Daeveron piaceva pensare, a volte, che era lui a proteggere Gael, ma la realtà era ben diversa. Molte volte era stata proprio lei a togliere Daeveron dai pasticci ed era sempre lei che ascoltava pazientemente le lamentele e le confessioni del gemello. Senza la sorella, Daeveron si sarebbe sentito perduto e avrebbe sacrificato anche se stesso per vederla al sicuro da tutto e da tutti.

Elimond socchiuse gli occhi, come se avvertisse la menzogna del figlio: “No, nulla di cui tu ti debba preoccupare. Lascia fare ai grandi e non ti impicciare ulteriormente. Ti stavo cercando per un altro motivo... Come già vi ho accennato, a breve voi partirete verso Approdo del Re, per fortificare il sodalizio che si creerà fra la Casa Martell e Casa Targaryen. Voglio ed esigo che tu, figlio mio, impari alla perfezione l’etichetta e l’arte della diplomazia, onde prendere il posto, alla giusta età, di diplomatico di Dorne nella capitale Targaryen. Ho già preso accordi con tutori d’alto rango per renderti abile nel tuo futuro impiego”.

A Daeveron crollò il mondo sotto i piedi. Aveva già visto il suo futuro, un futuro di contemplazione e di serenità fra le mura del Tempio dei Sette... Ma questo cambiava tutto.

“Ma padre… io…”

“Taci! Non importunarmi con le tue stupide suppliche! Tu farai ciò che io ti comando, per gli Dei! So che non vedevi l’ora di andartene da Lancia del Sole per perseguire quel tuo stupido sogno. Vedi di scordartelo... Ho già preparato tutto. Dopo che avrai servito al meglio la Casata, per quanto mi riguarda, potrai anche scomparire dalla faccia di Westeros e potrai fare ciò che vuoi. Ma finché la Nobile Casata Martell avrà bisogno di te, tu non ti potrai nascondere dai tuoi impegni. Sono stato chiaro?”.

Daeveron sentì le lacrime farsi strada nei suoi occhi e tentò invano di ricacciarle indietro.

“Come vuoi tu padre... ai tuoi ordini”.

Detto questo corse via, in direzione delle sue stanze, non curandosi dei passanti che andavano e venivano lungo il corridoio. Voleva andarsene. Doveva andarsene. Pregò in silenzio la Madre affinché gli desse il sostegno di cui aveva bisogno in quel triste momento. No, non avrebbe abbandonato il suo cammino... se doveva diventare diplomatico di Dorne per volontà del padre, lo sarebbe diventato. Ma avrebbe anche proseguito gli studi per diventare un giorno Septon. Raggiunta la sua stanza, si precipitò allo scrittoio. Intinse la penna d’oca nell’inchiostro e scrisse in un pezzo di pergamena vergine, con calligrafia sicura: ”Prima la volontà degli Dei. Poi quella degli uomini”. Sarebbe diventato ciò che suo padre voleva, ma non avrebbe mai dimenticato qual’era la sua vera strada. Avrebbe affiancato al suo dovere nei confronti del Casato la propria realizzazione personale. Con un sorriso stampato in volto si asciugò le lacrime che gli rigavano il volto e chiamò la sua serva, ordinandole di portargli il più bel vestito da cerimonia che possedeva. Il banchetto sarebbe iniziato a breve.

Nel corridoio, Elimond Martell rimase ad osservare il figlio che fuggiva tra le lacrime. Per la prima volta dall’inizio della giornata, il volto del padre dei gemelli assunse uno sguardo malinconico: ”Figli miei, so cosa pensate… Ma ciò che faccio, lo faccio per il vostro bene. Mi dispiace Daeveron, ma non si può fare in diverso modo. Per ora dovrai accantonare i tuoi sogni, ma in un futuro mi ringrazierai”.

Elimond cancellò l’espressione dal viso, ritornando ad essere quello di sempre. Ora doveva trovare Gael.

Gael

Il vociare di cavalieri e scudieri si miscelava ai rumori tintinnanti del metallo e al frusciare dei tessuti. La famiglia reale si era trascinata dietro circa duecento persone, tra nobili e servitori e Gael trovava quella confusione assordante ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante. Si muoveva a passi rapidi in mezzo a quella folla, tentando di carpire volti, nomi, stemmi. La sua curiosità sembrava amplificarsi ad ogni metro, mentre i suoi occhi neri frugavano in ogni angolo.

Quando sentì la pesante mano sulla sua spalla, pensò che qualche cavaliere si dovesse essere infastidito per la sua presenza estranea. Invece si voltò e si trovò faccia a faccia con suo padre. Il breve sguardo perplesso con cui la scandagliò, la indusse ad osservarsi e si ricordò solo in quel momento che sarebbe dovuta andare a cambiarsi già da parecchi minuti.

“Ehm... ti chiedo scusa, io... mi ero dimenticata...”, cercò di giustificarsi.

“Come sempre”.

Il tono di suo padre la lasciò quanto mai sorpresa. Di solito utilizzava quelle parole per rimproverarla e, quasi sempre, alle parole seguiva una schiarita di gola, segno inconfondibile della pazienza ormai terminata. Invece questa volta il tono di voce era calmo, dolce, e la ragazzina osservò incuriosita il volto del padre, in cerca di una spiegazione. E vi trovò un'espressione malinconica, un inequivocabile addio che Elimond le stava lasciando. Perché non avrebbe sprecato molte parole per congedarsi dai suoi figli, lei lo sapeva bene, e quello sguardo portava con sé l'affetto di mille abbracci e mille saluti.

Ma poi, come una staffilata improvvisa, Elimond parlò: “Ho parlato con Decan Dayne. E' d'accordo per il tuo matrimonio con suo figlio Marq”.

Gael sentì una stretta allo stomaco. Sapeva che suo padre le avrebbe combinato un matrimonio, soprattutto in vista del suo allontanamento da Lancia del Sole, ma l'affermazione rese reale quella che fino ad allora era solo stata un'ipotesi per lei lontana, evanescente. Conosceva abbastanza bene Marq Dayne ed aveva deciso da tempo che non gli piaceva per niente. Troppo serio per i suoi gusti, troppo interessato alle “cose da adulti”, come definiva, con disprezzo, gli affari di palazzo e la politica. Inoltre era decisamente troppo vecchio. Lei aveva appena otto anni e lui invece andava già per i dodici. Come aveva potuto suo padre scegliere un simile pretendente?

Ma si guardò bene dal protestare, non solo inutile, ma probabilmente anche controproducente. Oltre alla costrizione al matrimonio, le sarebbe toccata anche una punizione. Decise che era comunque ancora abbastanza giovane per poter rimandare il pensiero agli anni successivi, quando sarebbe stata in età da marito. Età che in quel momento le sembrava infinitamente lontana.

Elimond non aggiunse altro e Gael gli fu grata per aver reso la notizia breve a sufficienza per non angosciarla più del dovuto. L'uomo le fece un breve gesto con la mano, per incitarla a sbrigarsi e lei corse verso le sue stanze, dove una cameriera la stava attendendo con un abito di raso giallo in una mano e una spazzola di legno nell'altra.

Mentre la servetta le pettinava i capelli, Gael osservò dalla finestra alla sua destra le pianure che si intravedevano oltre le cinta murarie. Un groppo in gola fu l'ennesimo sintomo della nostalgia che già la stava pervadendo. Avrebbe dovuto abbandonare il caldo e soleggiato sud per una città che, a detta dei più, era fredda e grigia. Aveva anche sentito alcuni ragazzi in uno dei cortili dire che ad Approdo del Re non c'erano cavalli belli e scattanti come a Dorne, ma suo padre l'aveva rassicurata che avrebbe potuto portare con sé Aurora, la sua puledra saura che le era stata regalata per il compleanno passato.

Cercò di rilassarsi, al ritmo cadenzato della spazzola sui suoi lunghi capelli neri, mentre i profumi dalle cucine si facevano sempre più intensi. Ma il groppo in gola non l'abbandonò.

Daeveron

Il banchetto aveva occupato le ore centrali della giornata e, quando i commensali si alzarono da tavola, il sole era già sceso verso l'orizzonte. Ma le ore di luce sarebbero state comunque sufficienti per il piccolo torneo.

Prima ci sarebbe stata la giostra dei cavalieri, per sfruttare al meglio l'illuminazione diurna ed evitare incidenti. In seguito, sarebbe stato il turno dei bambini, momento che Daeveron temeva più di ogni altra cosa.

Assistette agli scontri tra cavalieri come in trance, senza neanche badare a chi stesse vincendo o meno. Sentiva il cozzare delle lance contro gli scudi, il rumore del legno spezzato, i battiti degli zoccoli sulla terra nuda, ma i suoi occhi non vedevano altro che gli allenamenti infruttuosi a cui era stato sottoposto. Per un attimo desiderò sgattaiolare via, cercando di passare inosservato, salire a cavallo e fuggire il più lontano possibile. Era un dorniano, sarebbe sopravvissuto anche nelle terre selvagge. Ma subito comprese come questo assurdo pensiero non fosse neanche lontanamente da accarezzare. Era sì un Dorniano, figlio di antichi guerrieri, ma era pur sempre soltanto un bambino.

Inghiottì amaro e pregò in silenzio, muovendo appena le labbra, affinché il suo turno passasse rapido e il più indolore possibile. Non fu mai troppo lunga l'attesa di quando venne chiamato dal maestro d'armi e gli venne fatta indossare un'armatura imbottita con lo stemma dei Martell ricamato sul petto, gli fu posto in testa un elmo di metallo leggero e gli venne data in mano una lancia a strisce rosse e arancioni. Si sforzò di tenere l'arma salda in pugno, ma la tensione gli faceva tremare la mano. Ciononostante, con estrema determinazione, salì a cavallo e si preparò ad affrontare quell'odiosa sfida.

Di fronte a lui vide posizionarsi un ragazzo decisamente più robusto di lui, che portava sul petto l'immagine di un cervo. La sua mente preparata gli portò alla mente il nome della Casa Baratheon, una casata vicina ai Targaryen. La massa del suo sfidante lo mise a disagio, ma si sforzò di portare a termine quel compito nel miglior modo possibile. Quasi non ebbe il tempo di sistemarsi adeguatamente sulla sella, che la gara ebbe inizio.

I puledri si mossero scattanti l'uno contro l'altro, alzando altra polvere sugli astanti e portando i due contendenti ad avvicinarsi rapidamente. La lancia di Daeveron sembrava allineata abbastanza bene, ma quella del giovane Baratheon lo era decisamente meglio. L'arma si schiantò sullo scudo legato al braccio di Daeveron, che accusò il contraccolpo e si sentì sbalzare dalla sella. Riuscì a stringere le ginocchia a sufficienza per non cadere, ma il primo punto era andato al suo avversario.

Girò il cavallo, deciso a fare ancora meglio. Doveva dimostrare a suo padre che lui non era da meno. Si preparò, questa volta con maggior concentrazione, e durante la carica mantenne lo sguardo fisso sul suo obiettivo. Non avrebbe sbagliato, non poteva sbagliare. E difatti la sua lancia centrò in pieno lo scudo dell'altro cavaliere, ma non sufficientemente forte da frantumarsi, mentre la lancia del giovane Baratheon andò a segno con prepotenza ancora una volta, e ancora una volta schegge di legno schizzarono in ogni direzione.

Aveva perso. Daeveron aveva perso e l'umiliazione bruciò improvvisa in lui. Scese da cavallo con furia, ignorando l'avversario, che, sceso a sua volta, si stava avvicinando a lui per stringergli la mano, come da etichetta.

Sentì vagamente suo padre che gli gridò tra i denti di complimentarsi con Leo Baratheon per la vittoria, poi vide Leo avvicinarsi a lui con la coda dell'occhio, con l'aria soddisfatta del vincitore. La rabbia si impossessò di Daeveron, così improvvisa ed incontrollata che le sue tante ore di meditazione nel tempio svanirono neve gettata al sole del mezzogiorno. Contrasse il pugno che reggeva la lancia, premendo forte il legno contro la pelle avvolta in un morbido guanto, si girò di scatto e colpì con tutta la forza che poteva esercitare il suo braccio. La punta della lancia andò a piantarsi sulla spalla sinistra di Leo, pestando pelle e muscoli e spingendo l'omero fuori dalla sua sede. Il suono sordo della lussazione lo colmò di soddisfazione, ben presto soppiantata però dalla consapevolezza di quel gesto folle. Leo emise un grido di dolore, mentre si afferrava istintivamente la spalla. Il suo sguardo sprezzante si posò su Daeveron, che si sentì schiacciato sotto il peso della vergogna.

I minuti che seguirono furono convulsi e Daeveron sentì mano che lo trascinavano via, lontano dal putiferio che seguì il suo gesto, via fino alla sua stanza, che gli parve improvvisamente fredda e grigia come una prigione. E altrettanto freddo e grigio fu il tono della voce di suo padre, mentre riversava su di lui rimproveri graffianti come la sabbia del deserto gettata sul viso da un vento sferzante e improvviso. E quelle parole cariche di delusione furono l'addio che Elimond Martell riservò a suo figlio.

padishar

Non condivido per nulla le immagini, ma era l'unico brano integrale trovato. questo pezzo musicale mi fa commuovere. Attivate il link e leggete lo spoiler

Spoiler:  

-Attention all vessels, this is Lord Admiral Pad-

Ok.. tutto è pronto... ho salvato ogni minima traccia da questo blog e da un paio di luoghi che necessitavano di essere portati in salvo. In quanto temo che mai parole simili verranno più dette e quindi necessitavano di essere messe in salvo nelle mie Cronache. Che è accaduto?! non lo so con esattezza. Parecchie cose sono mutate. Alcune anche in me. Rileggevo questi post poco fa.. c'è un pezzo di me, non lo metto in dubbio. Altri piccoli frammenti dello specchio che in questi anni è stato scheggiato all'inverosimile. Beh, questo è l'ultimo post in questo blog. un saluto doveroso in quanto sono abituato a "chiudere" ogni blog che inizio. Bene, per ora quest'esperienza termina qui. non precludo che possa ritornare in futuro, ma per ora la decisione è presa. e chiudiamo con una simpatica citazione dalla Flotta Imperiale

-disengage and pull away. The Emperor's blessing be upon you!-

- Final transmission of Lord Pad, High Priest Of Cungi

rPsL2WVhFCc

padishar

prosgue la carrellata dei vecchi bg. Questo pg è stato creato per un pbf del gioco di ruolo Ancestry. Sto notando una sorta di filo conduttore nei vecchi background spezzato solo dalle nuove produzioni.. mah!

Particolarità: Domenico sembra una versione embrionale di Reviel. In lui mancano il.. "dubbio" e il leggero dissidio interiore che invece caratterizzano il chierico fotosensibile.

Spoiler:  
Il viaggio incomincia……

In Nomine sancte et individe trinitatis.Anno ab incarnacione Domini Nostri Iesu Christi novecentesimo nonagesimo octanvo, de kalendas maii,indicione decima prima;

A Remigio, fratello dell’ordine di Benedetto,dal tuo fratello nella fede Domenico.

Carissimo,ormai il momento della mia scelta definitiva è arrivato.Solo pochi giorni mi separano dal momento in cui da novizio diventerò sacerdote a tutti gli effetti.Come sai,il ramo principale della mia famiglia è a Venezia,ed è la che mi sto dirigendo,per ricevere la mia ordinazione.Il reverendo padre di mio padre,mi attende e vuole che la mia ordinazione si tenga ove i suoi avi vennero iniziati alla vita in Cristo. L’unica cosa di cui leggermente temo,sarà la presenza della mia diletta cugina.Sai che appena il suo ricordo compare nella mia mente,Satana sussurra alle mie orecchie frasi a cui io non posso nemmeno concepire e strani sentimenti infuocano il mio cuore.. Ma so che la mia fede rimarrà salda. Deve.

Strane voci si rincorrono in questi tempi bui,fratello mio. E l’Apocalisse predetta da S.Giovanni si avvicina.. Per questo la mia decisione. Voglio essere un soldato di Nostro Signore quando le tenebre cadranno su questo mondo. E a quanto pare ciò sta già accadendo.. Il terrore che antichi culti siano sopravvissuti è sempre stato vivo nella Santa Madre Chiesa,e le voci che ho sentito mi inducono a pensare che ciò sia più che mai vero. Il tempo passato in seminario mi ha dato la conoscenza. Ora devo portarla nel mondo e abbattere le false credenze per la gloria della Chiesa. Prega per me fratello.

Background

Domenico è figlio di un ramo cadetto di una nobile famiglia Veneziana (a discrezione del master).Visse gli anni della sua infanzia nell’entroterra dove ricevette la prima educazione da un tutore privato della famiglia. La sua fede,che rasentava il fanatismo indusse la famiglia ad orientarlo verso gli studi canonici. Uno spirito chiuso,sospettoso,rigoroso con se stesso oltre che sugli altri,la sua strada,alla sua giovane età sembrava già tracciata. All’età di sette anni,assieme alla famiglia raggiunse Venezia per essere presentato al nonno paterno,colui che reggeva le redini del casato. Qui conobbe Elisa,la cugina,figlia dell’erede della casata. Segretamente,in cuor suo qualcosa nacque:l’amore. Mai avrebbe pensato che ciò potesse accadere,ma a volte i sentimenti rompono la barrire che l’uomo costruisce attorno a se. I due giovani passarono molto tempo assieme,imparando a conoscersi, finché fra i due nacque una splendida amicizia. Domenico mai rivelò alla giovane il suo amore,seppure infantile che fosse. Due mesi passarono velocemente,e, per Domenico si profilava all’orizzonte l’ingresso in seminario. Partì da Venezia con l’animo in conflitto:aveva fatto la scelta giusta? Il tempo passato a rafforzare l’armatura del suo animo,in seminario lo convinse di aver fatto la scelta giusta.La vita del giovane trascorreva tranquilla e in pace,fra meditazione e preghiera. Fino al primo giorno dell’anno,il 26 dicembre del 998.Sembrava un giorno come un altro nel seminario.Domenico si recò alle preghiere mattutine,come sempre,ma a metà del tragitto dalla sua stanza alla cappella,gli sembrò di sentire uno strano rumore provenire dalla stanza di un suo compagno di studi.

Suoni inumani e blasfeme parole provenivano da quella stanza. Domenico,furibondo per il comportamento del suo compagno, Entrò a forza nella stanza del compagno. Ciò che vide lo lascio terribilmente sconvolto. Il compagno era sul pavimento,in una posa del tutto inumana. Mentre la saliva colava dalle sue labbra sul terreno,la sua bocca (certo non la sua voce..per tutti i Santi,nessun uomo poteva avere una simile voce..) era intenta in una strana invocazione in un latino deformato da versi bestiali. Dopo un momento di debolezza, Domenico venne pervaso da una calma glaciale. Quella che aveva di fronte era la cosa che si era prefissato di distruggere:Il Male. Il Demone interruppe la sua nenia e cominciò a lanciare parole di scherno al giovane. Domenico sapeva di poter fare ben poco contro quell’entità,ma lui,incurante di ciò continuò a interrogare e a minacciare il Demone nel Santo Nome di colui che a suo tempo condannò l’angelo ribelle.L’entità,vista la sua inefficacia nel terrorizzare il novizio, si scatenò come una furia su di lui. In quel momento Domenico pensò di essere al termine della sua vita,tanto forti erano i colpi inferti dall’essere e,sotto la violenza dei colpi cadde svenuto. Attirati dal rumore prodotto dalla lotta il Maestro e una folla di giovani sacerdoti intervenirono a separare il posseduto dal corpo privo di sensi di Domenico. Il giovane si risvegliò due settimane dopo. Dal Maestro,seppe cos’era accaduto durante quelle settimane: mentre lui era curato da i monaci del vicino convento,il suo compagno venne esorcizzato da un sacerdote itinerante,capitato lì per caso. Il giovane neanche per un momento pensò che si trattasse di un caso. C’era qualcosa che il suo Maestro gli nascondeva….Ma cosa?

Con la testa piena di pensieri finì i suoi studi. Il tempo di andarsene per ricevere l’ordinazione a Venezia nella chiesa dove i suoi avi avevano iniziato la loro vita da cristiani era giunto..

Personalità

Il Male attende per sedurre le anime deboli. Domenico deve impedire che ciò accada. Di fronte alla sfida che il Nemico di sempre propone,lui risponde con audacia e sicurezza di sé.Dopo l’incidente nella camera del compagno ha imparato che gli impulsivi riempiono i cimiteri.Perciò ha imparato ad essere più riflessivo nelle sue azioni.Ma riesce comunque a malapena trattenere la sua collera quando la validità della sua fede e le deviazioni dall’ortodossia gli si parano di fronte. In questi casi sa essere davvero spietato. Onestà e sincerità sono le armi da utilizzare contro il Principe delle Menzogne,perciò Domenico tende ad essere spietatamente sincero,anche quando una piccola falsità potrebbe essere accomodante. Sa che non bisogna lasciarsi impietosire dalle cose che vede.Il mondo è da sempre pieno di ingiustizie,ma a lui non importa. L’altra vita è quella che importa,non questa landa di oppressione ed ingiustizia. inoltre Il Nemico potrebbe usare ogni sua debolezza contro di lui….

Non sa ancora che effetto potrà avere la vista della cugina,ma ha allenato la sua fermezza in materia passionale. Nulla potrà scalfire l’armatura che con tanta cura ha costruito,e non sarà di sicuro quel piccolo particolare a far vacillare il suo animo.

padishar

ed ecco qua un background veramente datato. Si tratta della storia di Kain, il mio mago malvagio che passò alla storia per la totale incuranza del proprio gruppo. Raccontata come una sorta di conversazione, ho deciso di ignorare completamente le domande poste dall'umano.. ma d'altra parte, potrete notare che il personaggio, aveva poca simpatia per qualunque forma di vita. Il risultato è un monologo dal quale si può apprendere la vicenda personale del pg, e la natura della sua maledizione. Dato il pg malvagio e la storia non proprio tranquilla, la lettura è consigliata solo ad un "pubblico maturo ":lol:

Particolarità del personaggio: la morte avrebbe significato la fine definitiva di questo pg. Su di lui gli incantesimi di cura e rianimazione non avevano effetto. Come un non morto, le sole energie che riuscivano a curare in maniera magica le sue ferite erano quelle negative.

Spoiler:  
La scena si apre su una piccola radura ai margini della grande strada che porta a Greyhawk, nota città portuale delle Flanaess, dove due figure (un mercante ed uno straniero con il volto nascosto nel cappuccio) hanno appena terminato un pasto veloce in compagnia..

“Sì viandante, ti avevo promesso di raccontarti la storia della mia vita, ed è quello che farò.. non capita molte volte di sentire una storia come la mia, quindi mettiti comodo e ascolta attentamente. Dunque, da dove partire se non dal principio di tutto?

Il mio nome è Kain “Akezhar”,sono nato nella città di Sirrion, una città abitata interamente da quelli della mia specie.. no, non ti dirò dove si trova perché voi luridi umani avete già provocato grandi disastri alla mia terra. Meglio che la sua ubicazione rimanga segreta.. stiamo divagando,e non ho molto tempo.. Sono figlio di una famiglia benestante, né ricca né nobile, ma come tutti gli elfi orgogliosa di appartenere alla più nobile razza di tutte le Flanaess. Sin da piccolo sono stato educato a guardare con un misto di disprezzo e calma condiscendenza tutte le altre razze di questa terra, a parte i poveri mezz’elfi.. sai,lurido umano, l’amore fra uomini ed elfi è un’ amore maledetto destinato ad essere distrutto dalla morte..

Sta di fatto che nella mia città vi era una nutrita presenza di questi infelici, nati da stolti rapporti e stupri che inevitabilmente le guerre della vostra razza portavano. Il comportamento consono con loro era, se non indifferenza, malcelata sopportazione. Personalmente li ho sempre trattati come fastidiosa,inevitabile melma. Ma a questo torneremo tra poco..

La mia ambizione e la mia intelligenza interessarono un anziano arcimago della mia specie, tenuto in disparte dal Consiglio Arcano in quanto di idee poco ortodosse. No, viandante.. un po’ di pazienza, e non mi interrompere con le tue stolte domande..

Fu cosi che cominciò il mio addestramento arcano, distinguendomi nell’arte battendo in bravura perfino i nobili, a dispetto delle mie origini. Il mio Shalafi era solito ripetere che avevo una vocazione vera e propria per l’Arte.. Questo mi procurò l’astio dei miei coetanei,che se prima evitavano la mia presenza per la mia feroce ironia e il mio sguardo penetrante, ora mi odiavano apertamente per la mia bravura.

In questo periodo conobbi i due amori che segnarono la mia vita:la prima aveva il volto di una stupenda mezz’elfa chiamata Eylin, il secondo era la via per il potere che su tutto domina, la Negromanzia, la capacità di imbrigliare la morte. Eylin era una studentessa del mio Shalafi,esiliata da tutti gli altri studenti e in un primo momento anche da me. Ero stato abituato a considerare i mezz’elfi come soggetti da compatire.. ma non mi ero mai trovato di fronte ad una mezz’elfa tanto interessante come lei.. Sulle prime il nostro rapporto fu composto da poche parole,ma dopo breve tempo fra noi si andò a formare una solida amicizia. I miei coetanei che conoscevano il mio carattere schivo,si stupirono che io, un’ elfo, preferisse la compagnia di una mezzosangue a loro. Ma come prima ho detto,il mio rapporto con gli altri era molto conflittuale. Devi sapere povero stolto,che la Negromanzia fra noi elfi è pressoché proibita. Il mio maestro era tenuto a distanza dal consiglio in quanto in tempo lontano l’aveva studiata, una macchia indelebile che aveva segnato la sua esistenza. Io di nascosto iniziai a studiare in maniera approfondita le arti oscure, senza che gli altri studenti e il mio Shalafi lo venissero a sapere,trafugando di nascosto i tomi del mio Shalafi dal suo studio. Non dissi nulla nemmeno a Eylin,che in quel periodo era la mia unica e più cara amica.

Lei era il mio tutto. Il tempo passava, le giornate immote si succedevano e mi vedevano intento nello studio dell’Arcano. La mia conoscenza aumentava, e con essa la voglia di avere di più da questa esistenza che, al tempo, mi sembrava vuota e priva di significato. Ma dopo tutto, posso dire che quel periodo,diviso fra studio ed affetto, fu senz’altro il più piacevole della mia esistenza.

Ebbene piccolo umano, ti vedo angosciato.. tranquillo amico mio, ci avviamo verso l’epilogo della mia esistenza.

Dopo svariati anni di addestramento venni ritenuto idoneo di assurgere alla vera e propria casta degli incantatori arcani, e presi il mio posto nella legione di difesa della valle. Camminare in silenzio con i miei compagni e soprattutto con la mia Eylin,in quei paesaggi da favola riempiva il mio cuore di pace e tranquillità.. Inoltre era l’unico modo di avere un contatto con altre persone.. durante le ronde “smettavamo di essere noi stessi” per un bene più grande: la difesa della nostra gente.

Comunque arriviamo all’ultima tragica scena della mia vecchia esistenza.

Era notte, non una notte come questa,con la luna e le stelle splendenti, ma una notte fosca e oscura. Eravamo in quattro quella notte e dovevamo controllare i confini settentrionali della nostra terra. Tutto sembrava tranquillo e ci aspettavamo un controllo di routine, privo di pericoli. Un vento gelido ci sferzava il volto con la sua forza mandandoci brividi incontrollabili lungo la schiena. Fu dopo circa mezz’ora che cademmo in un imboscata. Umani, sporchi luridi umani alla ricerca di danaro. Un branco di tagliagole della peggior specie. Ci accerchiarono e,dopo aver ucciso i due guerrieri,immobilizzarono me e Eylin.. sai cosa volevano farle vero?Sì che lo sai lurido umano.. Voi razza di pervertiti siete stati maledetti dalle divinità con la vostra breve vita in quanto in voi vi è il Male allo stato grezzo. Io ero impotente di fronte a tutto ciò.. non potevo fare nulla.. ero troppo debole.. è una delle cose più terribili della vita, rimanere ad osservare della soldataglia che sta per fare del male all’amore della tua vita.. Sì, in quel momento ho capito che non era affetto ciò che io provavo per lei.. ma amore.. Non è ironico, lurido umano? Accorgerti di quanto tieni ad una persona solo nel momento in cui ti viene portata via..

Levai la mia silenziosa preghiera nella notte,nella speranza che qualche Divinità la sentisse e mi aiutasse. Ogni aiuto,da qualunque parte provenisse,sarebbe stato ben accetto. Intanto Eylin gridava chiamando il mio nome. Le sue vesti erano al suolo strappate..

Basta.. Le Divinità mute e stolte a quanto pare non volevano intervenire per salvare il mio amore. Come fuoco di viva fiamma nella mia mente si accesero le parole che tempo fa avevo studiato, in un freddo pomeriggio d’inverno. Era un’invocazione ad Asmodeus, Signore del Nono Cerchio. Iniziai a recitare le parole del rituale una dopo l’altra, sottovoce nella speranza che nessuno mi sentisse. Fortunatamente i miei bisbigli passarono inosservati alla soldataglia. Istanti che sembrarono secoli. Al termine della formula, mi ritrovai in una stanza dai contorni sfumati da una tenue luce rossastra. Davanti a me si ergeva in tutto il suo terribile splendore Asmodeus l’Arci-Immondo, Supremo Signore di tutti i duchi degli Inferi. Rimasi attonito.. Non pensavo che proprio lui avesse risposto alla mia supplica.. Pensavo che un suo sottoposto si curasse di intervenire negli affari mortali. Come seppi in seguito, il mio caso aveva interessato non poco il Signore Oscuro. Aveva visto emozioni come amore,odio, disperazione,impotenza, ira e rabbia concentrate in me come un infuso divino creato da qualche eccelso alchimista. Egli accettò di prestarmi aiuto e mi propose un patto. Io avrei avuto il potere, in cambio io avrei dovuto sacrificare parte della mia salute e la mia stessa anima…Sì villico,è per questo che sono leggermente malfermo.. la morte per me avrebbe significato dannazione eterna,e la mia morte avrebbe segnato l’ inizio del mio castigo divino. Sarei stato impossibilitato a tornare indietro dalla morte, e per vivere avrei dovuto sacrificare una volta ogni sette giorni una creatura ed imprimergli magicamente il marchio del mio Signore..

Accettai.

Immediatamente venni trasportato indietro nel mio piano d’esistenza. Il potere conferitomi dal mio Signore fluì in me e saettò verso i miei nemici come nere folgori di tempesta. Caddero tutti,e non riuscirono nemmeno a rendersene conto. Impressi il Marchio del mio Signore sulla fronte di un maledetto bandito, ben sapendo che con questo gesto lo avrei relegato a un supplizio eterno negli inferi. Tanto l’inferno se lo era già conquistato.. Ma facendo ciò dannai me stesso. Il marchio del Mio signore apparve sulla mia fronte come un monito perpetuo a memoria del patto stabilito. Eylin, ripresasi dalla situazione, quando mi vide lanciò un’ urlo.. Aveva notato il mio cambiamento. Le corsi incontro, ma lei indietreggiò spaventata. Le dissi che ora avevo capito i sentimenti che provavo per lei e che ora il peggio era passato.. Con le lacrime agli occhi, mi disse solo una cosa:”hai cinque minuti per fuggire.. poi dovrò chiamare i rinforzi..”

Sulle prime confuso non seppi cosa dire. Poi le dissi semplicemente “ho fatto questo per te.. io ti amo più di me stesso.”Mi voltai e corsi perdifiato nella notte. Sentii una sua risposta, ma la lontananza aveva reso incomprensibili le sue parole.

Ora sono ricercato. Il consiglio mi vede come un pericolo e mi vuole morto. Ha messo sulle mie tracce un gruppo di cacciatori di reietti della mia città chiamata Nightshadows e dato il comando della spedizione alla mia Eylin. Un giorno mi raggiungeranno, e mi uccideranno. ma per ora sono riuscito ad eludere le loro ricerche. E così arriva la fine della mia storia.. Ora,oltre che a nascondermi dalle Nightshadows, sono alla ricerca di alcuni libri d’incantesimi che possano permettermi di accrescere il mio sapere.. Cosa? Mi trovi malvagio? Mio caro amico…tu non sai cosa è il Male. Non è potere…E non vi è vantaggio. è un fardello…un fardello di disperazione..

L’elfo si alzo. Castò velocemente un incantesimo,e il corpo del mercante cadde per terra. Con lenti movimenti gettò sul cadavere ancora caldo un secondo incantesimo. Immediatamente un marchio rossastro apparve sulla fronte dell’ uomo. L’elfo raccolse le sue cose e lanciò uno sguardo al cielo.

“è ora di andare”

Detto questo uscì dal cerchio di luce proiettato dal fuoco e sparì nelle tenebre della notte.

padishar

in barba all'esame in avvicinamento e a varie questioni che or ora attirano la mia attenzione.. Oggi ho preso su l'auto e ho fatto una bella passeggiata in solitaria nei monti vicino a gamogna. Ho raggiunto l'eremo.. che ho trovato "stranamente" chiuso (non esistono più i monaci medievali...).

prima tappa: lutirano - gamogna: tutto in regola. Passo spedito, il "little moment 4" nel lettore cd, il fidato vecchio bastone da passeggio nella mano. Ho ripercorso il sentiero del castagneto dove in tempi di oratorio andavamo a raccogliere le castagne (e dove ho conosciuto inspiegabilmente feuris :lol:), ho raccolto una pietra abbastanza grande e piatta, tagliato un nuovo ramo per il nuovo bastone, mi sono fermato a sorridere come un cretino nel punto in cui ethilin e balder arrancavano per arrampicarsi mentre io e kovalsky dal crinale li sbeffeggiavamo crudelmente nella nostra ultima uscita di trekking..il cielo era un po' coperto, ma nulla di che. Arrivo all'eremo e lo trovo chiuso. suono la campana per avvertire i monaci del visitatore... riprovo... riprovo... ma che vadano a farsi f... ehm. credo che quel posto sia diventato un "eremo della domenica". Mi metto sulle scalinate, tiro fuori il diario e scrivo un po'. Il luogo concilia la pace interiore :-D. Con il mio fido pennarello lascio una mia traccia sulla pietra raccolta a valle (veramente erano alcuni messaggi scritti da persone per me importanti..ma d'altra parte io sono così.. mi piace "celebrare" particolari momenti e particolari persone) e la sistemo con il vecchio bastone in un luogo un po' riparato. lo lascio lì.. chissà se qualcuno lo prenderà su. Spero che non si spaventi per il simbolo della fratellanza di MC intagliato..beh, in caso saranno affari suoi..

seconda e ipotetica tappa: gamogna - marradi. Un tipo con un'enorme zaino sbuca dal sentiero di lutirano. è un trentino che sta vagando per tutti i monasteri di s. pier damiani.facciamo un tratto di strada insieme e conversiamo un po' del più e del meno. Vuole raggiungere fonteavellana, ma prima è intenzionato a farsi i monasteri del circondario. Auguri. A metà strada del sentiero chiamato dell'eremo (che fantasia...) inizia a piovere. e qui il mio viaggio si interrompe. devo tornare indietro, non sono propriamente attrezzato per sopportare un diluvio.. massimo una piccola pioggerella. saluto il tipo e gli auguro che la Via sia buona.raggiungo di nuovo l'eremo e aspetto che passi un po' la pioggia sotto ad una tettoia. nel mentre brucio un biglietto (rito appreso per capodanno dalla premiata coppia Megres&Aura) alla fiamma dell'accendino. il viaggio di ritorno ha inizio.

padishar

Rule the World!!!

da quanto tempo non usavo il mio blog... beh, oggi è la giornata adatta per rinnovare il mio spazio!

siamo all'atto sesto di quella che ho definito la Season of Mists (i lettori di sandman potranno apprezzare il richiamo :-)).

Ad una giornata splendida.. realizzazione professionale, riallacciamento dei rapporti con una delle mie più grandi amiche dopo una crisi che stava per mandare a pezzi tutto, aggiunta di una persona davvero fantastica alla mia vita..e per concludere in bellezza, serata con il fratello e gli amici ai quali voglio un bene dell'anima.. Mi sento bene :-D... ed era ora :-D e so che devo tutto alle persone che mi circondano :-D

per concludere questo post di puro sfogo positivo, la canzone che ora sto ascoltando a tutto volume!

Locked Within The Crystal Ball - Blackmore's Night

Here in the spotlight this moment is ours

No one can stop us, we’re one with the stars

Here in the spotlight this moment is ours

No one can stop us, we’re one with the stars

I feel the waves begin to rise

Far across the ocean deep within your eyes

Silently watching as they fall

I can see the future locked within the crystal ball

Strike up the lightening, hear my prayer

Feel the light electric dancing through the air

Here by the ancient castle wall

Can you see the future locked within the crystal ball

Here in the spotlight this moment is ours

No one can stop us, we’re one with the stars

Here in the spotlight this moment is ours

No one can stop us, we’re one with the stars

Quiet by nature, standing tall

Old stone circles, they have seen it all

Caught like a ghost in yesterday, shadows down the hall

Are locked within the crystal ball

Fire and water, earth and sky

Mysteries surround us, legends never die

They live for the moment, lost in time, I can hear them call

They’re locked within the crystal ball

I feel the waves begin to rise

Far across the ocean deep within your eyes

Silently watching as they fall

I can see the future locked within the crystal ball

padishar

Ecco il background del mio chierico nell'ambientazione di methyrfall. Ovviamente la lettura è sconsigliata ai miei compari di sessione,in quanto vi sono alcuni segretucci che vorrei non si sapessero in giro!

Spoiler:  
L’estate quell’anno era davvero torrida. Nubi di polvere si alzavano dalle strade illuminate dal sole morente che stava tramontando all’orizzonte. La giornata lavorativa stava giungendo al termine,e l’unico rumore che si sentiva nel villaggio erano le voci dei bambini che correvano in mezzo a quell’inferno rovente. La temperatura non era calata di molto,ma ciò non aveva fermato il gruppetto, che incurante della calura estiva, usciva per giocare al crepuscolo. La campana del tempio sulla collina suonò l’ora che indicava il ritorno dei braccianti dai campi. Una porticina si aprì al suono delle campane. Aveva atteso molto tempo guardando dalla finestrella. Una piccola figura a volto coperto si avviò lungo le stradine,correndo verso la fine del villaggio. Doveva fare presto per non essere trovato dagli altri. Sicuramente lo stavano cercando. Sentiva le voci che si avvicinavano. Raviel spinse ancora più forte sulle gracili gambe,correndo quasi come se avesse le ali ai piedi.

Stava raggiungendo il limitare delle case,quando un gruppo nutrito di bambini si dispose in fretta di fronte a lui. Raviel si voltò per tentare di fuggire fra i vicoli appena passati. Ma anche la via da dove era giunto ora era bloccata da alcuni ragazzi che lo guardavano con espressioni di scherno e sassi in mano.

Il più grosso del gruppo,Daniel, si fece avanti con la fionda in pugno. Oramai era da tantissimo tempo che si rinnovava quell’evento….alcune volte Raviel riusciva a fuggire,ma la maggior parte delle volte quei ragazzacci avevano la meglio.

Ravel valutò la situazione….questa volta non sarebbe riuscito a fuggire. La pioggia di rocce lo investì in pieno,e il sasso lanciato dalla fionda di Daniel lo centrò in pieno volto. Immediatamente cascò a terra coprendosi il più possibile per limitare i danni. Un rivolo di sangue sgorgava da una piccola ferita sulla fronte. Passarono alcuni minuti,e la maggior parte del branco si stancò di quella scena e si disperse velocemente. Ma Daniel non se ne andò come gli altri. Avanzò verso il piccolo corpicino raggomitolato su sé stesso e lo sollevò a forza. Rimesso in piedi caricò un pugno. L’impatto fu forte e fece volare il cappuccio del giovane Raviel lontano da lui. Gli ultimi raggi del sole morente arrossarono ulteriormente il volto del bambino,rigato dalle lacrime.

Detto questo diede uno spintone a Raviel,il quale cadde per terra, e se ne andò correndo.Era il quarto trasloco oramai in meno di un’anno..sempre la solita storia. Tutti i villaggi che dapprima li accoglievano,appena sapevano della malattia del bimbo,accusavano la sua famiglia di pratiche nefande contro la religione. La malattia era senza dubbio,a parer loro, un chiaro messaggio del Dio. Così crebbe Raviel. In solitudine. Appena il sole calava raggiungeva luoghi appartati per meditare in pace, a contatto con la terra di Nilmasia che lui amava tanto.Immerso nella quiete dei piccoli boschetti che punteggiavano l’ampia pianura,meditava sull’ironia che gli Dei avevano avuto nel crearlo. Non era fatto per quel posto. Ma gli piaceva. Veniva attaccato per motivi religiosi,ma trovava la quiete riparandosi,di notte nelle chiese fortezza che dominavano le pianure. Perché? Perché proprio a lui era toccato tutto questo??? Non ci vide più…dopo anni di soprusi,l’ira aveva creato nel giovane un folle senso di rivalsa,di vendetta contro colui che gli aveva fatto ciò. Perché proprio in quel momento? Non si sa…ma forse era l’evento che si necessitava per il futuro del giovine. Si mise nuovamente il cappuccio e riprese a correre,seppur zoppicando,lasciando una scia di piccole macchie rosse. Non era giusto tutto ciò. Non era per nulla giusto che accadesse tutto ciò. Le porte della piccola cappella,situata in una zona boschiva nelle vicinanze del villaggio, erano sempre aperte,dato che il vigile occhio di Asòndar proteggeva la sua Chiesa.Entrò immediatamente all’interno. La luce cedeva il posto alla tenebra. Si tolse il pesante cappuccio nero che lo proteggeva dai raggi dal sole e con le lacrime agli occhi alzò il pugno contro la statua del Dio che troneggiava nella cappella campestre

Crollò in ginocchio con gli occhi chiusi,le lacrime che continuavano a scendere, violente come un fiume in piena. Gli eventi di tutta una vita sfilarono davanti a lui,ricordando ogni minimo evento negativo,ogni minimo evento che lo aveva consegnato a quella vita.. Ed era causa sua. Si alzò di scatto chiuse una mano a pugno e cominciò a correre verso la statua con l’intenzione di colpirla. A metà navata però la sua corsa fu interrotta da una potente mano che lo bloccò da dietro. Il bambino reagì di scatto colpendo il suo avversario. Il sacerdote di Asòndar non fece nemmeno una smorfia. Il suo severo sguardo contemplava un piccolo bambino in lacrime che aveva la bocca distorta in una sorta di ringhio. Senza lasciare la spalla del giovane iniziò a parlare.

La rabbia che lo aveva colto poco prima lo abbandonò immediatamente.Cadde a terra,singhiozzando.

Il sacerdote ascoltò impassibile il pianto e le parole del giovane.Lasciò la presa e si diresse verso una delle panche facendo un cenno al bambino.lui,vergognandosi del comportamento di poco prima,docile si avvicinò alla panca.

Lo sguardo del sacerdote per un’attimo lasciò trasparire tenerezza. Ma subito riprese il suo severo cipiglio Si rialzò e condusse Raviel in un angolo roccioso dell’altare. detto questo scomparve in una piccola porticina di fianco all’altare.

La notte fu lunga,e più volte Raviel pensò di abbandonare quel luogo,ma tutte le volte che era in procinto di alzarsi,c’era qualcosa di inconscio che lo fermava. Qualcosa che gli diceva di non andarsene, di rimanere ed attendere. Il dolore si acuiva con il passare del tempo,e prendeva forza ogni minuto che passava. Perse la cognizione del tempo e resistette alla voglia di cadere in preda al sonno. La testa si svuotò lentamente da ogni pensiero malvagio,da ogni sensazione di malessere. Quel dolore stava lavando la sua mente,liberandola dai fantasmi del passato. Si riferiva a quello il sacerdote?Un debole raggio di luce penetrò dalla finestrella.Quanto tempo era passato????Per gli dei,doveva correre a casa. Il sole avrebbe presto inondato la navata della cappella. Qualcosa in lui bloccò anche questo istinto. Egli non era ancora pronto per abbandonare quel luogo.E non si voleva allontanarsi dall’angolo indicato dal sacerdote. Le ginocchia oramai avevano perso ogni sensibilità. Perché i sacerdote sapendo della sua condizione lo aveva messo proprio in quell’angolo?oramai era inutile chiederselo. Il sole avanzava rapido ed inesorabile verso di lui. Dapprima sentì un leggero calore…. Un calore che ben presto si trasformò in qualcosa di intensamente bruciante. Si sentì ardere da dentro,mentre prendeva coscienza che il volto e le braccia si stavano riempiendo velocemente di vesciche. Urlò. Un urlo acuto,in cui vi era ogni minuscola particella di dolore che ora stava provando. Il sole inondò completamente la navata. L’urlo di dolore che Raviel lanciò si sarebbe dovuto sentire a centinaia di metri di distanza,tanto era forte.Ma in quel momento,una cappa di silenzio avvolse la cappella. Il sacerdote uscì tranquillamente e fu come se una nuvola peregrina coprisse momentaneamente il sole.Sul suo volto era dipinto un sorriso paterno,carico di affetto e soddisfazione.

si avvicinò a Raviel e gli pose una mano sulla spalla. Una strana sensazione si espanse lungo il braccio sinistro di Raviel. Un balsamo che andava a lenire le sue ferite e che in breve tempo si espanse in tutto il corpo. Il sacerdote tolse la mano dal ragazzo,e voltandosi verso la finestra aggiunse Raviel a queste parole si incamminò lungo il corridoio centrale…un momento…io ti proteggerò? Si volse di scatto,ma al posto del sacerdote vi era solo la finestra. Qual spavento.. Terrorizzato mise il cappuccio e corse fino a casa come il vento.Entrò senza far troppo rumore e si coricò nel letto in attesa della chiamata della madre.

Il giorno trascorse nel tentativo di comprendere gli eventi accaduti la notte precedente. L’unica cosa certa era il completo terrore quando aveva sentito quando quell’uomo si era dissolto fra i raggi del sole. E perché quando il sacerdote entrò nella navata, la luce venne per un momento “oscurato”? Nuvole,certamente.. Non poteva essere altro. La giornata passò in questo modo,affaccendandosi nella casa,mentre i suoi come sempre erano nei campi. Arrivò il crepuscolo. La campana risuonò nuovamente nella pianura,indicando il tempo del ritorno. L’allegro vociare esterno si intensificò. Non voleva incontrarli…ma voleva uscire a tutti i costi. Indossò il cappuccio ed aprì la porta con una tranquillità che stupì se stesso. Non voleva correre per le stradine. Voleva percorrerle normalmente,come se fosse uno di loro,non più uno straniero fra i suoi.. Si avviò con passo tranquillo lungo le strade polverose,un fagottino completamente vestito di nero che percorreva la strada senza ansia. Le voci degli altri bambini erano in arrivo.. Si fermò e attese. Doveva convincerli della sua bontà,e non più fuggire di fronte a loro. Doveva fargli capire il loro errore. Il gruppo non tardò molto ad arrivare. Come sempre si disposero attorno a lui,anche questa volta sassi in pugno.Daniel avanzò dalle retrovia,la fedele fionda in pugno.

Raviel ascoltò le parole del capobranco con le lacrime che facevano capolino.

I bambini che lo avevano circondato per un momento parvero confusi. Ma Daniel non si fece convincere facilmente.

Daniel caricò la fionda, paonazzo in volto per gli interventi precedenti. Per la prima volta dall’arrivo dello sgorbio,era la prima volta che lo sentiva parlare così. Meritava una punizione lunga e dolorosa. Lanciò il sasso che centrò in pieno volto il fagottino nero.

Raviel sentì nuovamente il sangue scendere lungo la fronte

. e senza sapere che diavolo stava fancendo,sollevò la mano guantata . Un’ intenso raggio di luce scaturì dalla sua mano destra ed investì in pieno Daniel,ferendolo come una miriade di piccoli coltelli scagliati a folle velocità. La mano di Raviel oramai aveva perso completamente la pelle che ricopriva la mano,ma non se ne curò. Stava punendo una persona in errore,e non si sarebbe fermato. Asòndar era con lui. Daniel era crollato a terra in preda a dolorosi spasmi,e già si poteva vedere il sangue sgorgare da una moltitudine di piccole ferite. Ma Raviel non si fermò.Non poteva convincerlo? Gli avrebbe fatto comprendere il perché delle sue ragioni. Non sapeva cosa diavolo stava facendo,ma a parte il dolore che oramai lo pervadeva completamente, non aveva paura. Stava facendo la cosa giusta. Il flusso si interruppe,e rimase con una mano ustionata levata verso il giovane che ora giaceva immobile lungo la strada. Gli altri erano fuggiti da tempo. Del guanto non rimaneva nient’altro che cenere ai suoi piedi. Notò che una strana ferita era comparsa nel suo palmo. Un segno cruciforme,che egli intese immediatamente come l’approvazione della sua divinità.. Dell’approvazione di colui che aveva visto in quella cappella la sera precedente. Grida si sentirono provenire da tutto il paese, una folla ben nutrita si stava avvicinando rapidamente. Ma non erano i soliti passi. Questa volta c’erano adulti. Adulti che avrebbero osservato sgomenti la scena. Adulti che lo avrebbero messo a morte per ciò che egli aveva fatto,tacciandolo di stregoneria. Non gli importava. Aveva fatto ciò che era giusto.

La folla si radunò,chi si andava ad occupare di Daniel,riverso a terra,chi a lanciare accuse ed offese al piccolo Raviel. Che,nonostante tutto ciò,si sentiva…in pace.Cadde a terra,incapace di reggersi ancora in piedi,mentre il sacerdote del villaggio si faceva strada verso di lui.

Imomenti che seguirono furono confusi e rapidi. IL sacerdote sbigottito parlò a lungo con la folla,e senza che lui capisse nulla,si ritrovò all’interno della casa del curato del villaggio. Gli parlò a lungo,ma Raviel non capì assolutamente nulla. Una cortina di buoi calò sopra i suoi occhi,e si ritrovò a dormire un sonno senza sogni.

Anni dopo..

La luce filtrava dalle ampie vetrate,creava lame oblique di luce all’interno della chiesa. La polvere,visibile in quelle lame,danzava senza sosta,ad ogni passaggio. La chiesa si sarebbe potuta dire deserta,se non fosse stato per una figura in abito sacerdotale che percorreva la navata con passo spedito. Non si fermò nemmeno un’istante ad ammirare i meravigliosi dipinti o le superbe statue i cui temi erano tratti dall’Eptateuco. No. Egli conosceva a memoria il contenuto di quelle immagini.Da quel lontano giorno,quel libro aveva fatto parte della sua vita, aiutandolo a precorrere la sua Via.Passava serenamente fra le lame di luce,sentendo l’unguento che proteggeva la sua pelle scaldarsi,ma senza procurargli danno. Tutto ciò non era altro che una prova. La Prova che era vivo nonostante tutto,la prova che Asòndar lo controllava in ogni istante. La prova che Lui controllava la saldezza della sua fede.L’unico indumento aggiuntivo all’abito sacerdotale che portava era un pesante guanto di cuoio nero,che rivestiva la sua mano destra. I segni di quel giorno, non erano mai spariti,come non era sparito il segno cruciforme comparso nel palmo della mano. Ma era bene che fosse così. Come la cicatrice sulla fronte, quelli erano i segni di ciò che lo avevano portato ad essere la persona che era. Ed era orgoglioso di ciò che era. Un umile servo di Asòndar,al servizio di Nilmasia tutta. La cattedrale fortezza,scivolava silenziosamente dinanzi a lui. Uscì dalla chiesa stessa e percorse un lungo corridoio. L’alto sacerdote Cryselius voleva vederlo..Raviel non sapeva cosa lo avrebbe aspettato. Arrivò dinanzi alla sua porta. Con un misto di curiosità e di timore aprì la pesante porta di quercia.

padishar

Qualcosa è cambiato

Non so perchè,ma in questo periodo ho la sensazione che qualcosa sia cambiato...sia in positivo che in negativo.obiettivamente il mio io paranoico tende sempre a pensare male...mo ho paura di aver combinato un gran casino. Troppe persone mi accusano di "escluderle"...ma dato che questo numero di lamentele è in aumento...inizio a pensare davvero che molto probabilmente sia la verità. Ma obiettivamente...se non voglio vedere certe persone non ci posso fare nulla. In secondo luogo temo che alcune persone a me vicine si stiano allontanando lentamente per un motivo a me ignoto...cavolo...spero di sbagliarmi.spero di sbagliarmi veramente..

Ora un po' di note positive..Non c'è che dire. Il cuor batte(:heartbeat), gli obiettivi da me stabiliti ad inizio anno si stanno già lentamente realizzando(cosa che sinceramente non può farmi che piacere), l'università e il lavoro procedono al meglio.....momento magico. Ad aggiungersi a ciò la notizia migliore di oggi..una mia amica,che ultimamente aveva avuto un problema medico ha passato il peggio...si può tirar un sospiro di sollievo!alla prossima

padishar

Arkham Horror

Arkham Horror- Fantasy Flight Games

La fine è vicina. L'anno è 1926. Il posto è Arkham, Massachusetts. Portali che conducono in luoghi orribili, oltre ogni immaginazione, si stanno aprendo in tutta la città, rilasciando per le strade creature misteriose. Se questi portali dimensionali non verranno bloccati, una creatura di indicibile potere si scatenerà sul nostro mondo. Un piccolo gruppo di Investigatori vengono immischiati in queste pericolose vicende a cui dovranno cercare di fare fronte, determinati a fermare le forze più devastanti dell'universo.

DESCRIZIONE: Il Grande Antico di turno sta per entrare nel nostro mondo,per seminare morte e distruzione. Sta a noi,impavidi investigatori sventare i suoi piani. Benvenuti ad Arkham.

Per prima cosa dovrete considerare che il gioco richiede una certa cooperazione tra i giocatori. Infatti dopo aver determinato il Grande Antico che ha deciso di visitare Arkham la condizione di vittoria è quella di riuscire a fermare l'ingresso del "mostro" prima di un certo numero di turni, variabile a seconda della creatura scelta. Ad ogni turno,dopo le mosse dei giocatori,il Primo Giocatore (carica che spetta a turno ad ogni giocatore) pesca una Mythos Card. Le mythos card descrivono i maggiori avvenimenti della città,ovvero, identificano luoghi ove si aprono portali,determinano il movimento mostri ad Arkham e rivelano eventi che possono colpire i nostri investigatori. Ogni portale aperto è un passo verso la distruzione.Per raggiungere la vittoria i nostri investigatori dovranno esplorare mondi sconosciuti,trovare oggetti utili e quant’altro per impedire la venuta dell’Elder One.

MECCANICHE DI GIOCO: La meccanica di gioco è di media-alta difficoltà a causa dell'incredibile numero di varianti possibili da poter effettuare durante il proprio turno. Il gioco è diviso in fasi e ad ognuna i giocatori dovranno concordare la strategia per dedicarsi alla chiusura dei portali che si apriranno nelle varie zone della città, rappresentate sul tabellone di gioco.Tramite la fase Focus potrete combiare le vostre caratteristiche in maniera appropriata alla situazione Sarete chiamati ad usare i dadi tutte le volte che alcuni eventi metteranno alla prova le vostre abilità personali.

TEMPO: per una partita direi circa sulle due ore. Ma la durata varia molto dal numero di partecipanti e dalla scelta del Grande Antico .Per esempio,si ha una partita breve con Elder One come Yigg o Ithaqua .Sfidare il Grande Cthulhu o Azathoth richiede ben più di due ore...

GRAFICA: Al momento i cui viene aperta la scatola la sensazione è di avere speso molto bene i propri soldi. Mazzi di carte, segnalini a volontà, tante schede e un tabellone estremamente generoso confondono il giocatore. Ogni parte della componentistica è ben curata,e le illustrazioni delle carte (common item,inique item e ally card sono quelle illustrate) sono ben realizzate e,questo concerne anche quelle non illustrate,con una grafica azzeccata. Un vero punto di forza.

ESPANSIONI: Curse of the Dark Pharaoh,Dunwich Horror,King in Yellow e di prossima uscita Kingsport Horror.A breve recensirò singolarmente ogni espansione:-D!

DIVERTIMENTO: Cosa c’è di meglio che sventare i piani di conquista di folli cultisti e aliene divinità?Realizzarli….ehm,per quel compito vi indirizzo a “Creature e Cultisti” o “Cults Across America”. A parte gli scherzi,questo gioco vi farà perdere la cognizione del tempo (e la sanità mentale!)trasportandovi in una frenetica corsa contro il tempo per la salvezza della città (e del mondo!).Ore di divertimento assicurato

CONSIGLI:. Una nota sui giocatori: la partita può ospitare da uno a otto giocatori, che potranno scegliere tra sedici diversi investigatori (9 uomini e 7 donne) ma io consiglio di giocarlo a 4/6 giocatori. Con meno partecipanti diventa difficile riuscire a vincere,o, con un numero maggiore di giocatori, la partita vi sembrerà interminabile.

VOTO:9/10

padishar

Il Maestro Lovecraft mi perdoni per ciò che ho fatto... giuro,non era mia intenzione... gli Dei abbiano pietà della mia anima. In qualche maniera il gioco di ruolo di intimo orrore "il Richiamo di Cthulhu" è sforato nel comico. Tutto nasce da l'idea del folle custode di narrare le vicende di un gruppo di investigatori alla ricerca del Simulacrum Sedefkari,un'artefatto di inquietante potere. Ma poteva il pad attenersi alle semplici istruzioni di un manuale(che custode sarei se non ci mettessi del mio?!?!?)? No. Grazie alla collaborazione di alcuni giocatori portati da Azathoth sulla via della follia permanente,si è dato il via ad una spirale di comicità mista a momenti di pura suspence,ma senza perdere quella vena di spirito che con tanta cura i giocatori hanno creato. lo so..non è da bravo custode.. tenterò di portare la vicenda nell'ottica più appropriata...ma mi sto divertendo troppo! adoro i miei giocatori...bravi!

..siamo ancora a londra...e la ricerca prosegue..la signora fletcher,domestica dello xenofobo mago austriaco afflitto da pirofobia piange la scomparsa del suo Alfred...le perle le lascio al commento dei giocatori:-D!! peccato non avere matteo(la persona che fa i riassunti di agot) come relatore...:bye:

padishar

Il nuovo anno sembra carico di cambiamenti...chi lo sa. L'importante è affrontare tutte le avversità con lo spirito giusto ed avere al proprio fianco persone fidate..gloria e onore,amici miei. Molte sfide ci attendono..

"A Quello che siamo e a quello che eravamo..e a quello che saremo!"

(K. Costner,Fandango)

padishar

era iniziato così il pomeriggio...di corsa, perchè due pataca(termine romagnolo per definire due stolti)avevano dimenticato l'ombrello.si erano preparati per un pomeriggio non proprio dei migliori..ma i due sbagliavano. i Grandi Antichi, infine, hanno mostrato ai due fedeli adepti la Via. E per tutti gli dei,la percorrerò fino in fondo..è ancora presto per dire qualcosa di certo...ma non mi lascerò scappare la ghiotta occasione che mi è stata offerta..se qualcuno sa qualcosa non posti nulla in maniera palese!sapete che sono leggermente superstizioso^^!glory to the brave!

padishar

sfoghi di fine novembre

tutto va bene..forse tento di convincermi.o forse no. l'unica nota stonata ultimamente siete voi,mie carissime amiche dallo stesso identico nome..certi nomi entrano nelle nostre vite come un toro in carica..dannazione!

la questione bolognese prosegue senza tregua,ma si intravede all'orizzonte cielo sereno.ma l'altra...mi lascia perplesso...è già la terza volta che finisce così,e sinceramente sto iniziando a stancarmi di questo giochetto.. dubito che il gioco valga la candela..cioè,se voleva devastarmi,c'è riuscita.mah,lasciamo stare..

signori,non vedo l'ora di partecipare al raduno..Glory to the Brave!

padishar

stamattina ho fatto una rilassante passeggiata per i campi...un freddo tremendo,ma devo dire che ne è valsa la pena..

il vento staccava le ultime foglie dagli alberi,oramai ridotti a scheletri senza vita....domani esame...non so come andrò,ma una cosa è certa.non devo fallire.a parte questo clima da fatalista convinto,analizzando il periodo in corso devo dire che posso ricavare da questi giorni passati un bilancio positivo.L'inverno è arrivato e ha portato più calma nella mia vita.peccato per quel piccolo affare bolognese..ma ciò mi è servito per ricordare che non tutto è come una persona si aspetta che sia..e che non tutte le persone sono degne di fiducia.sento ancora la nostalgia per lucca,ma sopratutto mi mancate voi compari di avventura(quando il prossimo cungiraduno??)!!beh,devo andare...a presto!

padishar

era ora!!

buonasera e benvenuti alla porta dell'anima,che va in onda giovedì alle sette e un quarto di sabato notte,ogni martedì e lunedì fino al tre novembre,dicembre,dodicembre e giuglio lugno..Divino Guzzanti quando interpreta Il dottor La Porta, vero:lol:?!?.è ora di utilizzare questo mio blog..attenzione,non ci sarà nulla di interessante.Solo parole che compongono frasi che portano ad una possibile perdita di punti San..A parte gli scherzi,scrivo questa piccola annotazione dopo una nottata passata assieme a vecchi amici che il tempo e accadimenti vari avevano disperso lungo la strada della mia vita..Accadimenti che ora hanno un significato sbiadito,privo di qualunque importanza..Un ritorno a tempi dimenticati?forse..è ancora presto per pensarlo.Ma comunque sarebbe una cosa gradita.Ultimamente sto bene con me stesso,ora che la lunga estate è trascorsa,portandosi via tutto quelle cose negative che hanno contraddistinto l'estate 2007..Sono finalmente sereno,come da tempo non mi accadeva.Le persone incontrate,i legami stretti..alcuni sono diventati davvero indispensabili.E devo ringraziare quelle persone che, con pazienza, ascoltano i viaggi mentali di questo folle malkav..per oggi basta così..e ricordatevi che chi non ha il senzo del zacro...

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